Vittoria e Abdul

 

Un rumore nitido irrompe sullo schermo nero, con i primi fotogrammi. Qualcuno sta russando pesantemente, senza lasciare spazio a interpretazioni. La figura imponente che sta beatamente dormendo, salvo essere richiamata presto dall’abbraccio di Morfeo, è una delle sovrane più iconiche della storia della corona britannica: la regina Vittoria. Stephen Frears fin dal primo istante smitizza questa figura leggendaria, rende evidente il tentativo di entrare nella sua quotidianità annoiata degli ultimi anni del suo lunghissimo regno, al tramonto del XIX secolo. La routine infinita di inaugurazioni e rituali più o meno vuoti di significato hanno logorato la pazienza di una donna che tagliò nastri per 63 anni, 7 mesi e due giorni, dal 1837 al 1901. Quello che per molti decenni non si è saputo, però, è che negli ultimi tempi dell’epoca poi passata alla storia come vittoriana a farle compagnia come segretario, poi maestro, consigliere spirituale, ma soprattutto amico, se non addirittura figlio putativo, fu un indiano di nome Abdul Karim.

Una figurata cancellata dalla storia per l’intervento invidioso degli avvoltoi della corte, su tutti il figlio Bertie, poi salito al trono come Edoardo VII che ora viene raccontata in Vittoria e Abdul. Nessuno vedeva di buon occhio questo rapporto inatteso, nato per caso nel corso della consegna di una moneta all’imperatrice d’India da parte di due indiani, uno dei quali il piacente Abdul. La consueta ficcante ironia di Frears ci propone una cesura improvvisa della regina, per i primi minuti sempre ingrugnita e ringhiosa, quando incrocia per caso – in violazione dell’etichetta di corte – lo sguardo dell’esotico visitatore. Primo bagliore negli occhi, primo sorriso, e inizio di un rapporto che col tempo andò consolidandosi e approfondendosi, dando modo alla regina di aprirsi al mondo, a una parte così remota del suo impero che non visitò mai. Una valvola di sfogo e un’occasione per conoscere qualcuno svincolato dai rigidi formalismi della corte.

Se la prima parte si dilunga in un tradizionale quanto godibile disamina su differenze e difficili comprensioni fra culture, usi e religioni differenti, Vittoria e Abdul si dipana poi come occasione di crescita reciproca di una coppia curiosamente assortita di amici a corte, non mancando di qualche spolverata di zucchero, in una sceneggiatura scritta dall’autore di Billy ElliotLee Hall, adottando un libro della giornalista Shrabani Basu, da metà ottobre in Italia per Piemme. Solo qualche anno fa, infatti, sono stati recuperati i diari del meno credibile dei segretari per una regina d’Inghilterra. Vittoria e Abdul è un prodotto di alta confezione da parte di un fuoriclasse del genere come Frears, solidamente alimentato da una storia molto curiosa e affascinante, che rischierà anche talvolta l’edificante con fiocco regalo, ma regala l’ennesima sontuosa interpretazione di Judi Dench, e già questo sarebbe sufficiente a renderlo meritevole di una visione.

A poche settimane dall’anniversario della morte della principessa Diana, secondo alcuni teorici del complotto assassinata perché sul punto di sposare il suo compagno musulmano Dodi Al Fayed, una storia su un non cristiano che supera la soglia degli appartamenti privati dell’imperatrice britannica, divenendo un consigliere tra i più ascoltati.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Abdul Karim, umile impiegato indiano, ventenne o poco più, viene scelto per consegnare un omaggio alla regina Vittoria, in occasione del giubileo per i cinquant’anni del regno. Viene scelto esclusivamente in virtù della sua altezza, come a dire per puro caso. Diventerà il servitore, poi il segretario e infine il “Munshi”, il maestro spirituale, della regina e imperatrice. La loro amicizia sarà così salda e intima da infastidire e spaventare la famiglia reale e la corte dei più prossimi al trono, al punto che il figlio, Edoardo VII, darà alla fiamme la loro corrispondenza e ogni testimonianza di quella relazione.

Colpita dall’aver trovato, nella residenza di Vittoria sull’isola di Wight, un ritratto di Abdul appeso nel suo spogliatoio privato, accanto a quello dell’amato John Brown, la scrittrice Sharabani Basu è andata in fondo alla cosa, ha recuperato i diari di entrambi e portato alla luce una parte di storia della corona che nessuno conosceva o ricordava.

Frears la traduce sullo schermo con la mediazione della sceneggiatura di Lee Hall (Billy Elliot), che intreccia lo scontro di civiltà con quello di classe e illumina entrambi con dialoghi spiritosi e intelligenti (“witty”, si direbbe laggiù).

Può provarci, Stephen Frears, a dire che Vittoria e Abdul è un My beautiful laundretteeterosessuale, ma resta una battuta, perché quella freschezza non c’è più, non ci può essere, trent’anni dopo. Il suo cinema si è forse appesantito (più che altro nei costumi e nella macchina produttiva, perché lo stile potrebbe anzi aver guadagnato in leggerezza), di certo è cambiato, com’è giusto che sia. È rimasta però una scintilla che costituisce da sola la ragione di interesse di questo film, la maggiore, foss’anche l’unica. E non ha niente a che fare col ritorno del regista ai cerimoniali di The Queen o con quello di Judy Dench al personaggio di Mrs Brown (La mia regina). La scintilla che accende il fuoco in Vittoria e Abdul, e lo tiene vivo per tutta la durata del film, è quella dell’irriverenza.

Voto: 3 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Un’amicizia impossibile, una favola di altri tempi, Vittoria e Abdul riscrive l’attualità per dimostrare che lo straniero non è (sempre) una minaccia. Stephen Frears affronta il problema dell’integrazione con la potenza di una storia vera. La finzione cinematografica incontra l’usurato “ispirato a fatti realmente accaduti”, ma il regista cambia subito le carte in tavola e aggiunge un “per lo più”. La verosimiglianza è servita, con alcune licenze poetiche che emozionano fin dalle prime sequenze.

L’ironia, inglese e non solo, diverte e aggiunge un pizzico di magia a una narrazione dal sapore orientale. L’Inghilterra colonialista deve piegarsi davanti a un uomo di colore, che si veste in modo bizzarro: un indiano alla corte della regina. Siamo a fine Ottocento, e l’indipendenza dell’India è ancora lontana. Arriverà solo nel 1947. Ad Agra, uno scrivano che tiene i registri dei prigionieri sta per far tremare la Gran Bretagna intera. Si chiama Abdul e, grazie alla sua bella presenza, viene mandato al cospetto della Regina Vittoria per consegnarle una prestigiosa moneta cerimoniale.

Nella prima parte la macchina da presa segue stupita le scoperte del giovane Abdul che, con occhi ingenui, osserva la follia delle cucine prima di un grande banchetto. Le dinamiche di palazzo scatenano risate genuine, fino al fatidico incontro. Vittoria conosce Abdul. Nasce un legame casto, intenso, osteggiato dai benpensanti e da chi guarda con sospetto al nuovo secolo che incombe.

Frears aggiunge un altro grande personaggio femminile alla sua già sterminata collezione di personalità illustri. L’ultima era stata Florence Foster Jenkins in Florence, la peggior cantante di opera lirica mai esistita, con una stonatissima Meryl Streep. Frears torna a occuparsi della nobiltà inglese dopo il riuscito The Queen, con una straordinaria Helen Mirren. Il film raccontava di una Regina Elisabetta tormentata, divisa tra la morte di Lady Diana e i doveri verso il popolo. Qui, Vittoria è una regina giunta alla fine dei suoi anni, è una donna anziana che ha bisogno di aiuto per scendere dal letto e che si addormenta a tavola. Il figlio aspetta la sua dipartita per salire al trono, e lei rimane sola, imprigionata negli incubi dell’età.

A interpretare Vittoria è una leonessa senza tempo: una sempreverde Judi Dench carica di autoironia, anche quando rappresenta la massima autorità nel Castello di Windsor. Aveva già lavorato con Frears in Philomena, nei panni di una madre alla disperata rincorsa del suo passato. In Vittoria e Abdul, Judi Dench torna ad avere la corona sul capo dopo La mia regina di John Madden, ambientato nel 1860, in un altro periodo dell’esistenza di Vittoria. È un cerchio che si chiude.

La senilità si trasforma in un nuovo inizio. Gli stereotipi crollano sotto i colpi dei sentimenti e le barriere vengono superate. Vittoria e Abdul combatte il classismo con la forza della Storia, che continua a ripetersi. Non cambia l’atteggiamento dei potenti verso l’uomo comune, troppe volte povero e indifeso. Tutti avremmo bisogna di una Vittoria che si prendesse cura di noi, per trovare un rifugio sicuro nelle nostre fatiche quotidiane.

Voto: 3 / 5

Gian Luca Pisacane, da “cinematografo.it”

 

Il regista Stephen Frears, acclamato autore di “The Queen-La Regina” e “Philomena”, porta sul grande schermo una delle storie più controverse della corona britannica: l’amicizia tra la regina Vittoria e un giovane impiegato indiano, durante le celebrazioni del giubileo del 1887.

La vicenda suscitò grande scalpore all’epoca, motivo per cui il regista ha deciso di farla conoscere al grande pubblico, utilizzando il solito british humor e facendo leva sul sentimentalismo. Nei panni della regina Vittoria troviamo il premio Oscar Judi Dench, “governante” a tutti gli effetti della pellicola, la quale ci dona una misurata performance di una donna triste, annoiata e avvilita.

Ma tutto cambia con l’arrivo di Abdul, un umile servitore indiano che si reca in Gran Bretagna per omaggiare la regina d’Inghilterra con un dono. Uno sguardo ed è subito amore.

Pian piano, tra passeggiate, confidenze e racconti sulla terra indiana, la regina rimarrà affascinata da Abdul, tanto da offrirgli il ruolo di suo assistente personale e Munshi, ossi Maestro spirituale. Una sorta di imprinting che però non è visto di buon occhio dai consiglieri reali, inclini a imporre alla regina la solita etichetta e i protocolli di corte.

Frears mette in scena l’eterno conflitto tra due differenti classi sociali, in questo caso completamente agli antipodi, quella reale e quella della servitù, ma invita lo spettatore a guardare oltre, immergendolo nella quotidianità di una regina, personalità di cui si conosce solo l’icona autorevole, ma mai l’essere umano che vi si cela.

Vittoria e Abdul: storia di un’improbabile amicizia

Vittoria e Abdul critica

Fin dalle prime inquadrature, il regista spoglia la regina della sua posizione: ce la mostra a letto, quando mangia (addormentandosi perfino a tavola) o durante le solite pratiche di preparazione. Di fronte abbiamo solo Vittoria, non la Regina d’Inghilterra.

“Vittoria e Abdul” è un ritratto intimo, profondo di un’amicizia in grado di superare qualsiasi barriera, sociale e politica, perfino famigliare. Un dramma storico che incanterà l’occhio dello spettatore grazie ai bellissimi costumi di Consolata Boyle (“The Queen”, “Florence Foster Jenkins”), e alla fotografia di Danny Cohen (“The Danish Girl”, “Il discorso del re”).

Silvia D’Ambrosio, da “ecodelcinema.com”

 

Presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, l’ultimo lavoro di Stephen FrearsVittoria e Abdul, è tratto dall’omonimo libro di Shrabani Basu che racconta la strana amicizia tra un servitore indiano e la regina Vittoria. L’indiano Abdul (Ali Fazal), che ad Agra tiene in ordine i registri dei prigionieri, ha un importante compito: quello di consegnare alla Regina Vittoria (Judi Dench) una medaglia cerimoniale preziosa, simbolo di riconoscenza delle colonie inglesi alla loro sovrana.

La sua permanenza a corte, però, si protrae più a lungo del previsto. La regina è infatti affascinata da questo esotico ospite e decide di nominarlo suo maestro spirituale, suscitando le ire della sua famiglia e del suo personale.

Stephen Frears torna a dirigere la meravigliosa Judi Dench in una nuova deliziosa commedia british che dosa sapientemente elementi storici a spunti di attualità e politica, con uno sguardo ironico e critico sul contemporaneo. L’amicizia tra i due è un espediente per raccontare culture agli antipodi e dinamiche geopolitiche che hanno portato al prevalere di una sull’altra, riconoscendone però pari dignità. La narrazione mette al centro il rapporto sui generis tra il giovane servo indiano e la regina, un legame moderno e impensabile nell’epoca storica in cui è collocato, mettendolo a servizio di un discorso più ampio sull’integrazione. La regina e Abdul, con la loro amicizia, si scagliano contro le contraddizioni storiche, opponendo alle convenzioni i sentimenti. Frears racconta le vicende attraverso una sceneggiatura (Lee Hall) strafottente, con dialoghi sagaci che conquistano: un classico film di genere, che funziona più per la leggerezza di spirito che per messa in scena.

Pur semplicistico e ripetitivo nelle dinamiche narrative, l’andamento filmico nella prima parte si concentra sulla rappresentazione delle differenze religiose e culturali tra colonie e colonialisti, nella seconda lascia spazio alla risoluzione delle contraddizioni e alla messa in scena di un tentativo, seppur insolito, di superamento delle antitesi. Frears, pure fedele a una confezione che gli è congeniale, in questo caso rischia un po’ di più attraverso delle scelte stilistiche che sfumano leggermente i contorni del film in costume e lo avvicinano a un biopic irriverente, sin dalle prime battute.

Un bellissimo film che supera la dimensione storica in cui hanno luogo le azioni e diventa attuale. Di più, universale. 

La scelta di enfatizzare i difetti di Vittoria – il film si apre con la regina che russa sonoramente, mangia in maniera avida, sporcandosi il viso con il cibo – è un ottimo espediente narrativo per collocare la pellicola in un periodo storico, quello degli ultimi anni più noiosi di regno, in cui la regina è stanca della forma, delle etichette e della routine.

Così, Vittoria e Abdul caratterizza in maniera calcata la sua protagonista principale, facendone l’icona di un periodo storico che volge al termine, ma anche una donna che ha perso tutto (ha visto morire persone amate, affetti sinceri) e che si sente terribilmente stanca di essere sola. Diversi elementi e molte sottotrame restituiscono allo spettatore il racconto di un’amicizia vera (venuta allo scoperto solo di recente attraverso dei vecchi diari), un discorso giocoso sui vecchi cliché della storia, un affresco femminile delicato e sincero. Bellissima la scelta di far andar via la regina attraverso la benedizione del suo mushi, Abdul, un musulmano. Un bellissimo film che supera la dimensione storica in cui hanno luogo le azioni e diventa attuale.

Valentina Pettinato, da “silenzioinsala.com”

 

 

Stephen Frears porta alla luce una vicenda poco conosciuta riguardante gli ultimi anni di vita della regina Vittoria e rimasta celata per più di un secolo. Presentato fuori concorso a Venezia 74, Victoria & Abdul racconta la storia della profonda amicizia che legò la sovrana a Abdul Karim, un indiano che dopo essere stato ingaggiato come servitore diventò suo segretario, maestro e consigliere spirituale.
La figura di Abdul fu letteralmente cancellata dalla storia per opera della corte della regina stessa e soprattutto per volere di suo figlio Bertie, l’erede al trono Edoardo VII. L’indiano (Ali Fazal), sopraggiunto alla casa reale in maniera totalmente inaspettata, non era accettato dalle alte sfere dell’aristocrazia britannica sopratutto per il forte legame instaurato in poco tempo con sua Maestà.
Vittoria e Abdul © Focus Features
Frears indaga così la quotidianità e la fragilità di una regina, interpretata da Judi Dench, al tramonto del suo regno e attraverso l’ironia pungente, propria del suo cinema, mostra un personaggio sempre meno austero e aggressivo; basta uno sguardo e un semplice sorriso per superare il muro di etichette, convenzioni sociali e “rigidità” eretto intorno alla regnante che si abbandona così a conversazioni intime e malinconiche.
Il regista porta sul grande l’omonimo romanzo di Shrabani Basu che parla del legame traVittoria e Abdul, un rapporto sincero che con il tempo divenne sempre più profondo. Non solo perché permise alla regina di conoscere le tradizioni e appassionarsi alla lingua delle zone più remote del suo regno, ma soprattutto perché Abdul diventò il suo personale confidente e unica via d’uscita dalla monotonia della quotidianità.
Vittoria e Abdul
È l’incontro di due anime differenti in ogni aspetto della vita che sanno dapprima apprendere l’uno dall’altra per poi iniziare un percorso di crescita e di consolidamento di una solida fiducia reciproca. Il ritmo della storia parte incalzante per poi rallentare verso le battute finali quando i tempi dilatati delle scene riprendono le emozioni dei protagonisti, fino al sopraggiungere di un finale di grande potenza emotiva.
Un racconto universale, affascinante e tenero, narrato con la giusta dose di dramma e dolcezza e con una superba interpretazione di Judi Dench ormai affezionata al ruolo di sovrana d’Inghilterra.

Voto: 3 / 5

Michela Vasini, da “cineavatar.it”

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