Vi presento Toni Erdmann

 

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Odio, amore, sadomasochismo, travestimenti e solitudini abissali. Con Vi presento Toni Erdmann, in concorso a Cannes 2016, la cineasta tedesca Maren Ade, a partire dal confronto tra un padre e una figlia, scoperchia con lucidità e ferocia il vaso di Pandora delle relazioni familiari.

Viviamo in un mondo orribile. Siamo in cerca di un’esistenza.

Inès lavora in una grande società tedesca basata a Bucarest. La sua vita perfettamente regolata non soffre del minimo contrattempo finché non arriva suo padre, Winfried, che è il re degli imprevisti, delle sorprese e di scherzi stupidi e reiterati. I litigi tra i due arrivano al punto che Inès caccia suo padre di casa. Ma questi ha una soluzione pronta…

Una delle maggiori sfide che da sempre si trova davanti un cineasta, uno sceneggiatore e/o uno scrittore è quella di saper rendere convincente il cambiamento dei propri personaggi. Al cinema in particolare – si intende nell’ambito del cinema narrativo – che è movimento (e dunque cambiamento) si deve lavorare su questo punto, sulla svolta, sul cambio di ritmo, sulla folgorazione sulla via di Damasco, capace di mettere in discussione tutto ciò che il nostro protagonista si era abituato ad esperire fino a quel momento.
Vi presento Toni Erdmann, terzo lungometraggio della cineasta tedesca Maren Ade che – dopo l’Orso d’Argento a Berlino nel 2009 con Alle Anderen – approda in concorso a Cannes 2016, sembra lavorare proprio su questo: come fa una donna giovane, impiegata in una grande società di base a Bucarest e completamente dimentica di ogni tipo di affetto, a ritrovare il gusto di fare qualcosa che non sia semplicemente e ossessivamente il suo lavoro? Può riuscire suo padre, che ha la passione dei travestimenti e di piccoli giochi (che verrebbe quasi da definire ‘scherzi da prete’), a ridonarle un briciolo di umanità?

Il confronto tra questi due personaggi, che incarnano l’uno la fantasia, l’altra la regolarità ossessiva e asettica, si snoda lungo tutto il percorso di Vi presento Toni Erdmann, per una durata impegnativa – 162 minuti – ma necessaria, proprio perché è necessario lavorare sulla stanchezza e sull’esasperazione, sulla caduta delle difese di una personalità ormai tetragona agli impulsi esterni e sulla definitiva liberazione dei freni inibitori. Winfried, questo il nome del padre, decide di portare avanti la sua lotta fino alle estreme conseguenze, usando ogni tipo di scorrettezza, mettendo continuamente in imbarazzo sua figlia (persino arrivando a incarnare un personaggio immaginario, il Toni Erdmann del titolo) e conquistandosi così ben presto la simpatia dello spettatore. Ma, Inès, la figlia, non molla; resiste, lo allontana, lo insulta, lo umilia davanti a tutti.
Tra il patetico e il sadomaso, si sviluppa perciò una sorta di rito iniziatico – e di gioco sulle attese dello spettatore – che dovrebbe portare prima o poi a far cedere la nostra Inès; un rito per farla ridiventare umana.

Vien proprio da pensare a un rito pagano, perché solo quando si è in maschera si è sinceri, si è liberi, si è imprevedibili. In Vi presento Toni Erdmann Maren Ade gioca con i codici della commedia, risalendo fino alle sue radici e arrivando addirittura, con il personaggio paterno, ad alludere ai mascheramenti plautini e alla prospettiva carnevalesca, l’unica che possa permettere di poter guardare con sguardo rovesciato il mondo e dove finalmente l’autorità, il potere e la finanza appaiono nudi e meschini, inutili e grotteschi. In tal senso assume un ruolo fondamentale il mascheramento finale del padre, una divinità pelosa e gigantesca che non proferisce verbo e sconcerta e ribalta il senso dell’esistere con la sua sola presenza. Ci appare così il monolito dell’assurdo. Inès a quel punto, proprio nel momento in cui suo padre si è più allontanato dalla sua apparenza, finalmente lo riconosce e lo accetta. Ma il cambiamento è sempre fugace, precario e mai definitivo. Perciò, Maren Ade continua a spiazzarci e, partendo dalla domanda su cosa si possa fare per evitare di pensare al suicidio, arriva ad aprirci- da un’altra prospettiva ancora – l’abisso del senso, l’abisso dell’esistere. Forse, ci viene il sospetto, ha ragione Inès…
Infine, di fronte all’eleganza di location e di riprese del suo precedente film, stavolta in Vi presento Toni Erdmann Maren Ade asciuga così tanto la sua messa in scena da farla sembrare squallida, dimessa, quasi fastidiosa nella sua noncuranza. E ciò serve probabilmente a dar ancora ragione a Inès: checché ne dica suo padre, la magia del mondo dov’è? E allora ci viene persino il forte sospetto che Vi presento Toni Erdmann sia anche un film capace di parlare all’Europa contemporanea, alla difesa patetica e gelosa dei suoi piccoli privilegi, all’incapacità di aprirsi verso l’Altro. Un film per la Merkel?

Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

 

 

 

Un fattorino suona al campanello della villetta di un tranquillo villaggio tedesco. Risponde alla chiamata un anziano e mite signore, che ipotizza il pacco possa contenere del materiale pornografico per il fratello, in libertà vigilata a causa di una passata predilezione per i pacchi bomba. Di fronte al fattorino sbigottito, l’uomo si accomiata, solo per presentarsi l’attimo successivo, munito di occhiali da sole e denti finti, nei panni del suddetto fratello. Quando lo scherzo mostra ormai la corda, si schernisce: “mi scusi, ero sempre io, l’aveva capito?”.
Inizia così, con uno sciocco e giocoso travestimento, “Vi presento Toni Erdmann”, la commedia che ha illuminato l’ultimo Festival di Cannes e che, forte di cinque EFA e una nomination ai Golden Globes, si è guadagnato una candidatura come migliore film straniero agli Oscar. E in effetti, la pellicola è una lunga rincorsa di equivoci, inganni, maschere e travestimenti. Winifred, l’anziano uomo che apre alla porta, è un placido ed eccentrico insegnante privato di musica. Morto l’amato cane e ritiratosi l’ultimo studente, decide di partire alla volta di Bucarest per fare una sorpresa alla figlia Ines, ambiziosa consulente per aziende che vogliono delocalizzare e riorganizzare la propria forza lavoro. Attempato sognatore lui, glaciale tagliateste lei, i due non riescono a infrangere la barriera di imbarazzo e diffidenza che li separa. L’uomo però si rifiuta di rinunciare al legame con la figlia e, uscito di scena come Winifred, è pronto a ripresentarsi come Toni Erdmann: dentiera di plastica e improbabile parrucca sintetica, rientra nella routine della ragazza giocando all’occorrenza la parte di manager di successo, di life coach o persino di ambasciatore tedesco in Romania. La sua comparsa innesca una girandola di gag esilaranti e di situazioni sempre più irresistibilmente grottesche e paradossali.
Si ride molto in “Vi presento Toni Erdmann”, ma è un riso amaro, a tratti crudele, frutto del disagio e della sofferenza, che scaturisce dalla costante tensione sottesa al rapporto tra i due protagonisti. Risolutamente votata a una professionalità che richiede più durezza di quanto (forse) è capace, Ines sembra aver abdicato al suo ruolo filiale e guarda con irritazione all’irriverente naïveté del genitore. Dal canto suo, Winifred, ambivalentemente in bilico tra affetto e risentimento, è costretto a constatare il suo fallimento di padre, che è anche un fallimento generazionale, e colma la figlia di attenzioni e cortesie impacciate, fuori luogo e dolentemente superflue.
L’ingresso in scena di Toni Erdmann rappresenta così il tentativo estremo di un padre di recuperare il rapporto con la propria figlia, di spezzare le consuetudini di una relazione asfittica e inaridita da troppi anni di rancorosi silenzi, di colmare una distanza emotiva prima ancora che geografica. Un tentativo fuori tempo massimo, dettato dalla disperazione e dall’incapacità di entrambi di affrontare le proprie emozioni, di trasgredire i ruoli e i rituali ai quali si sono consegnati ormai da tempo. In questo senso, “Vi presento Toni Erdmann” si rivela dunque un film di maschere, all’interno del quale la nudità del nackt-party finale è solo la maschera ultima che permette ai personaggi di scardinare la consuetudine del loro rapporto, di smentire le convenzioni sociali alle quali devono obbedire e, forse, di avere una più intima esperienza di se stessi e dell’altro.
Maren Ade, tra le voci più brillanti del cinema europeo contemporaneo, costruisce questo toccante percorso di scoperta appellandosi a una profondità di sguardo e a una finezza di analisi non asservibili ai paradigmi del cinema mainstream. Per questo espande i tempi del racconto e mette la sua scrittura, dilatata e precisissima, e la sua regia, assai mobile ma mai confusa, al servizio di due interpreti cangianti e di ammirevole misura. Soprattutto, con intelligenza e sensibilità, Ade rifiuta di approdare a soluzioni semplici o rassicuranti. Alla fine di questa straniante ed emozionante esperienza, i due protagonisti imparano a conoscere e accettare se stessi e l’altro un po’ meglio, un po’ più intimamente di prima. Ma nulla di più. Il film infatti, nella sua briosa asciuttezza, evita ogni scivolone retorico e nega ogni tentazione consolatoria. “Vi presento Toni Erdmann” non ha lezione da impartire: se viene condannata l’asettica brutalità del capitalismo rampante di Ines, vengono denunciate anche le ingenuità e le colpe dell’idealismo sessantottardo di Winifred. E in ogni caso, alla fine, è lecito sospettare che entrambi i personaggi continueranno imperterriti con le loro vite.
Piuttosto, “Vi presento Toni Erdmann” rinuncia a ogni facile certezza per ritrarre, con sguardo partecipe ma non empatico, l’indecifrabilità dei rapporti, le zone grigie delle relazioni, la sincerità tanto dell’affetto quanto del disagio, del distacco, dell’imbarazzo, del risentimento. Una sincerità che, si spera, non verrà tradita nel remake hollywoodiano recentemente annunciato, che schiererà Jack Nicholson e Kristen Wiig nei ruoli principali.
Voto: 8,5 / 10
Stefano Guerini Rocco, da “ondacinema.it”

 

 

Winfried Conradi è un uomo âgée col vizio dello scherzo. Le sue buffonate colpiscono democraticamente familiari e fattorini che bussano alla porta e provano allibiti a consegnargli l’ennesimo pacco. Insegnante di musica in pensione, la sua vita si muove tra le visite alla vecchia madre e le carezze al suo vecchio cane, ormai cieco e stanco. A casa della ex moglie una sera a sorpresa ritrova sua figlia. Ines ha quasi quarant’anni e una carriera che impegna ogni ora della sua giornata. Occupata in un’azienda tedesca che l’ha traslocata a Bucarest, vive appesa al telefono e a una vita incolore, dedicata completamente alla professione e con poco tempo da spendere in famiglia. Senza preavviso, Winfried decide di farle visita e di passare qualche giorno con lei ma il lavoro e il disagio nei confronti del genitore hanno la meglio sui tentativi affettuosi. Winfried però non si arrende, infila una parrucca e una dentiera artificiale e irrompe nella sua vita come Toni Erdmann, coach naïve e improvvisato che sa bene che una canzone crea più valore di un’azione in borsa.

Orso d’Argento nel 2009 con Everyone Else, Maren Ade conferma una sensibilità pronunciata per il cinema che esplora l’intimo. Ieri era lo studio della resistenza di una coppia sotto il sole della Sardegna, oggi è il pedinamento di una relazione filiale dislocata a Bucarest.

Commedia umana smisuratamente eccentrica, Toni Erdmann si lascia contaminare e conquistare dalla follia dolce e imprevedibile del suo protagonista, un padre che piomba nell’universo di sua figlia per ritrovarla e rimetterla sul cammino della vita, della leggerezza, dell’umanità. Ma lei, travolta dagli impegni professionali, lo congeda (troppo) presto ed è in quel momento che il film decolla. Perché il genitore trova nella separazione la maniera di accorciare la distanza, di riparare la crepa nella filiazione prendendo in contropiede figlia e spettatore.

Senza mai violare l’intimità dei suoi personaggi, il film suggerisce il confronto tra due generazioni che non riescono più a toccarsi. Il loro luogo rimane un silenzio dove la lontananza diventa tormento dell’anima. Winfried è un funambolo trascurato e bizzarro che ama i lazzi e ‘va in scena’ con strumenti amatoriali e posticci, Ines è una businesswoman rigorosa e severa che compete su un mercato maschile, manca di umorismo e calca il palcoscenico della vita in tailleur nero. Tra loro qualche cosa d’essenziale è accaduto, da qualche parte nel tempo e ha prodotto una resistenza da qualche parte nel cuore. A partire da questa opposizione, la regista tedesca svolge un legame che conosce la grazia attraverso l’esperienza del ridicolo.

Voto: 4 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Se a un film chiedete la precisione di un compito ineccepibile, senza sbavature, allontanatevi il più possibile dallo sgraziato Toni Erdmann. Terzo lungometraggio della regista tedesca Maren Ade, vincitrice nel 2009 dell’Orso d’argento alla Berlinale con il da noi inedito Alle Anderen , racconta di una donna manager tedesca che vive a Bucarest – la carriera come unica ragione di vita -, e del padre che la va a trovare per vedere come se la cava.

Il rapporto fra un padre e una figlia raccontato sullo sfondo di una città in continua trasformazione, sospesa fra una modernità da misurare nell’altezza dei suoi palazzi, per farla somigliare alle capitali del mondo, e dall’altra un’economia che stenta a rinnovarsi.

L’approccio alla vita dei due personaggi è opposto: tanto lei orienta ogni comportamento in base alla reazione che vuole ottenere in chi si trova di fronte, lavorando in una società di consulenza chiamata per fare il lavoro sporco, tanto il padre sembra un clown dai capelli bianchi, facendo del travestitismo, dei denti finti o una parrucca, uno suo stile di vita. La vita di lei è apparentemente perfettamente organizzata, come le sue strategie aziendali che non prevedono altri criteri – vedi umanità – al di fuori delle ragioni di bilancio.

Naturalmente l’arrivo del padre sconvolgerà la sua vita quotidiana, lo scompiglio sarà sempre maggiore, con il genitore che si traveste nell’eccentrico Toni Erdmann, rendendosi conto della profonda infelicità della figlia. “Sei felice?”, è questa la domanda che nella sua banalità darà il via a una giostra estenuante messa in piedi dalla giovane regista tedesca Maren Ade, abile nell’irruzione di agenti imprevisti in scena, meno nel farli sparire al momento giusto. L’equilibrio non è di casa in Toni Erdmann, nel personaggio come nel film, che di fronte all’assenza di comunicazione reagisce attraverso l’arma impropria dell’ironia per rompere il muro di silenzio.

La vergogna è al centro del film, quella che prova la figlia per il padre e quella che quest’ultimo ignora, prendendo a schiaffi le convenzioni, affrontando la vita senza ritegno, con follia. Il suo alter ego Erdmann non si limita a qualche battuta qua e là, ma si reincarna letteralmente, con il rigore di un attore del metodo. Difficile non provare emozioni contrastanti vedendo questo film, che proprio quando inizia a diventare estenuante si ritrova con un gesto di follia spiazzante. In fondo è come il suo alter ego protagonista, senza misura, sgraziato, ma anche geniale. 2 ore e quaranta minuti sono una dimensione eccessiva, così come qualche didascalico riferimento di troppo, nel racconto lavorativo della vicenda, alla spersonalizzazione del lavoro, alla necessità di tornare all’umanità del guardarsi negli occhi. Detto questo, specie nell’ultima parte, Maren Ade riesce a farci rimanere a bocca aperta in più di un’occasione, dirige alla grande due interpreti molto convincenti, costruendo almeno tre sequenze esilaranti, con un’escalation comica veramente originale. In un contesto di cinema autoriale spesso prevedibile e facilmente incasellabile, Toni Erdmann è una piacevole eccezione, non riciclabile.

Voto: 3,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

Un insegnante di musica tedesco, Winfried (Peter Simonischek, attore austriaco di teatro), si preoccupa per la vita grama della figlia Ines (Sandra Huller), che lavora per una società di revisione a Bucarest, e pensa solo alla carriera. Alla morte del suo amato cane, Winfried si prende un mese di ferie e parte per Bucarest, dove bersaglierà la figlia con una serie interminabile di scherzi, sotto le mentite spoglie di Toni Erdmann, che oltre la marchio di casa, dei denti finti, indossa anche una inverosimile parrucca. Spacciandosi per uomo d’affari o ambasciatore tedesco, Toni creerà non pochi problemi lavorativi a Ines, che dopo aver cercato prima di allontanarlo e poi di fare buon viso a cattivo gioco, arriverà a prendere consapevolezza  che più di qualcosa, nella sua vita fatta di tantissimo lavoro, cattivo sesso, amicizie interessate e qualche riga di coca, non va.

E’ Vi presento Toni Erdmann, opera seconda scritta e diretta dalla 39enne tedesca Maren Ade, in concorso a Cannes 69, trionfatore agli Oscar europei e candidato come miglior film straniero ai recenti Academy Awards. Una commedia sui generis, che utilizza lo scherzo e la burla, il nonsense e l’assurdo diegeticamente per prendersi gioco della povera e seriosa Ines e metalinguisticamente per farsi beffe del cinema d’autore serioso e troppo compreso di sé.

Se sul primo livello, a parte qualche stracca di sceneggiatura (dura quasi tre ore, si potevano tagliare 50 minuti senza dolo) e qualche iterazione di troppo, si ride genuinamente della stigmatizzazione del carrierismo e dell’(in)esistenza workaholic, la riuscita sul secondo livello spiega, a nostro avviso, l’inserimento in Concorso in un festival che ha fatto della politique des auteurs, detta anche collezione di figurine, il proprio cavallo di battaglia.

Ottimi i due protagonisti: Simonischek mette anima, istrionismo e parrucco nella sua paterna persecuzione, e Sandra Huller è indomita – le scene di nudo: ha un corpo flaccido, ci vuol ancor più coraggio a mostrarlo – ha tanti registri e sfumature e regala un karaoke, dove canta la cover di The Greatest Love of All di Whitney Houston, da brividi, bloccando lo spettatore tra imbarazzo e ammirazione.

Non tutto funziona nel film, ci mancherebbe, e la paternalistica spiega finale di Winfried lascia non i denti finti ma l’amaro in bocca, eppure, Toni Erdmann è un ufo sincero, feroce e tenero insieme, sballato ed estenuante, in definitiva, originale. Di questi tempi, è (quasi) tutto. O credete che prendere per i fondelli il dramma (sociale) d’autore sia un gioco da ragazzi?

Voto: 4 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

Ines vive a Bucarest, dove lavora per un’importante compagnia internazionale. La sua occupazione consiste nel contribuire a ristrutturare grosse aziende; in altre parole, taglia personale. Dal punto di vista professionale è ampiamente realizzata: apprezzata da capo e colleghi, vive in una bella casa, è una donna indipendente e la cui carriera procede a gonfie vele. Il padre, Winfried, è per lo più un perditempo, uno che si diverte a fare il buffone. Il punto è: c’è spazio per lui nella vita di Ines?

Quella di Maren Ade è una commedia brillante e spigliata, contrassegnata da un’ingenuità insolita, alla quale si è tentati di credere senza riserve. Di certo è difficile resisterle. Wilnfried ha quest’alter ego, Toni Erdmann; gli basta indossare una parrucca, dei denti sporgenti ed il gioco è fatto. Quando decide di andare a trovare la figlia in Romania quest’ultima non la prende tanto bene. Non sa ancora che quella visita le cambierà la vita.

Il film della Ade avrebbe tutte le carte in regola per tirarci fuori quel classico spaccato fricchettone da «al diavolo i soldi, viva la vita», che tante volte abbiamo visto. Eppure Toni Erdmann non sbraita niente di tutto ciò, sebbene abbia qualcosa da dire e non intenda tenersela per sé. Per intenderci, Ines è quel tipo di donna che te lo fa venire duro salvo poi costringerti all’autoerotismo per il semplice gusto di farlo, o forse perché semplicemente si secca a togliersi le mutande (non a caso subito dopo è lì che fissa un appuntamento di lavoro).

No no, non procede un granché bene l’esistenza della giovane ed affermata Ines, checché ne pensi lei. Al momento lavora su di un grosso progetto, l’incarico che fa la differenza, dove non può permettersi di sbagliare. Una seriosità verso la quale, sebbene con un’umanità tutta femminile, la Ade è comunque spietata. E come sovente accade, è l’imprevedibile a stendere, non il peggio. Questa scheggia impazzita per Ines è suo padre, nei panni di Toni.

Toni diventa l’angelo custode di Ines, proprio perché anziché proteggerla la espone; spunta all’improvviso nei posti più impensabili, quando invece dovrebbe già essere tornato in Germania. Si presenta ai colleghi e superiori della figlia, inventandosi di volta in volta mansioni e conoscenze di cui non ha la più pallida idea. Il bello è che tutto ciò diverte, sin dal primo istante, quando di punto in bianco irrompe in una conversazione tra Ines e le sue amiche, dopo averla ascoltata per intero senza dire una parola.

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Merito anche di un montaggio che individua costantemente i tempi, senza eccezioni: la Ade sa esattamente quando tagliare, generando quella comicità controllata che è poi una delle peculiarità di questo film. Che ha scene fantastiche, come il karaoke sulle note di Whitney Huston o l’indimenticabile party nudista, indubbiamente il passaggio più brillante dell’intero film, in un crescendo quasi surreale ma spassosissimo.

E non ha paura di osare la Ade già col titolo: a posteriori questa potrebbe benissimo essere la storia di Ines; è la storia di Ines. Tuttavia la regista tedesca vuole dirci qualcosa, e quel qualcosa effettivamente non può che dircelo lui, Toni. Chi è Toni? Winfried, certo. In realtà però Toni è ciò che ciascuno di noi dovrebbe sforzarsi di diventare, sebbene la Ade non sia così ingenua da credere che a tutti sia possibile. Anzi, è appannaggio di pochi, davvero pochi. Ecco perché basta che Toni si allontani ed ecco Ines ricadere nei vizi che le sono propri.

Ma la vera forza di quest’opera, a conti fatti, è che riesce ad essere divertente suo malgrado. Non si sforza d riuscirci, le viene naturale. Lo stesso Toni/Winfried è un personaggio che suscita al contempo tenerezza e tristezza, evidentemente sfasato. Sia chiaro, in nessun caso ci si sente in difetto nel ridere con e di lui, sebbene si sperimenti un disagio analogo a quello che Ines attraversa specie all’inizio, quando i primi exploit del padre la disorientano tanto quanto noi. Peraltro molto si deve a Sandra Hüller, l’attrice che la interpreta: mentre Toni accumula, ad Ines bastano due, tre espressioni ben assestate, letali, come quel movimento appena percettibile e quell’espressione che fa subito dopo aver finito di cantare.

È solo il prologo del cambiamento, quello che mai, se è davvero tale, arriva senza scosse di terremoto. E la Ade dà contezza di un simile processo, rendendocelo alla portata, insaporendolo senza svilirlo neanche un po’. Nemmeno quando pare che sia arrivato ad un punto morto, diciamo poco dopo la metà, più che compensata da un ultimo atto formidabile. Ma anche lì, quando sembra che la regista sia sul punto di vanificare ogni cosa per via di un finale da “mah”, ecco l’ultima inquadratura, chiusa impeccabile ma soprattutto lucida. Il resto lo fa Plainsong dei Cure sui titoli di coda: guai ad alzarsi dalla poltrona a quel punto.

Voto: 8 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Il film più originale, fresco e profondo passato finora a Cannes è una commedia tedesca di quasi tre ore. Si intitola Toni Erdmann. Parla del rapporto fra un padre senza grandi ambizioni e sua figlia, una donna in carriera che lavora a Bucarest come consulente per una società petrolifera statunitense.

La pellicola di Maren Ade, giovane regista di Karlsruhe, come minimo dovrà far vincere un premio per la miglior attrice alla strabiliante Sandra Hüller. Il film contiene alcune scene di comicità pura, che hanno scatenato molte risate durante la proiezione stampa. Una cosa insolita in un festival di solito associato a toni e temi seri, come quelli del film di Ken Loach, I, Daniel Blake, che critica in modo nitido ma un po’ convenzionale le politiche sociali del governo britannico di David Cameron.

Toni Erdmann è anche un film commovente, che parla di quello che succede agli affetti, alla compassione, all’umanità, in un mondo nel quale il lavoro consuma tutto. Ines, il personaggio di Hüller, non riesce a staccare mai. Sta sempre al telefono, anche quando torna a casa in Germania, dove deve andare per una doverosa ricongiunzione familiare. È una manager di successo ma questo non le impedisce di essere terrorizzata dall’abisso che potrebbe aprirsi se sbagliasse un contratto, o se si rifiutasse di tenersi libera un’intera mattina per portare la moglie di un cliente grosso a fare un po’ di shopping.

Ines è disperata senza saperlo, perché non ha mai tempo di chiedersi se la sua smania di eccellere in un lavoro che consiste nell’aiutare le aziende a licenziare le persone le stia mangiando l’anima oppure no. Quando il padre, che arriva a Bucarest senza preavviso, le chiede se ha una vita al di fuori del lavoro, lei gli risponde stupita: “Che vuol dire? Tipo andare al cinema?”.

Winfried, il padre, è interpretato dal bravo Peter Simonischek, un attore austriaco che finora ha lavorato soprattutto in teatro, anche con Peter Stein. Il suo metodo per riavvicinarsi alla figlia (e forse farle tornare il senno) è quasi dadaista. Fa l’idiota. Si mette una parrucca, una dentiera di plastica, in stile Halloween, e interpreta una serie di alter ego scherzosi. Interviene di continuo nella vita di Ines a Bucarest, mettendola anche in imbarazzo di fronte ai clienti.

Il padre imbarazzante è l’incubo di una qualsiasi figlia adolescente. Una cosa di cui sono pienamente consapevoli i padri che si mettono a cantare al supermercato quando sentono una vecchia canzone dei Lunapop, solo e esclusivamente per fare male alla loro prole (parlo da torturatore esperto).

Winfried fa cose molto peggiori che cantare al supermercato. Alcune sono veramente infantili e il disagio di sua figlia è spesso condiviso dagli spettatori. Il film preferisce di gran lunga la commedia scomoda al sentimentalismo. È una scelta sostenuta anche dello stile sporco e volutamente antiestetico della macchina da presa mobile, allergica al treppiede.

Descritto così, il film potrebbe sembrare una commedia demenziale, ma non lo è. Anche quando, verso la fine, un uomo entra a una festa di persone completamente nude travestito da enorme mostro peloso, portando il costume bulgaro tradizionale dei kukeri. È una delle scene più divertenti che vedrete al cinema quest’anno, se e quando Toni Erdmann troverà un distributore italiano.

Ma è anche una scena dal profondo significato emotivo, perché è qui che, finalmente, la ribellione di Ines, forse, comincia. Forse, perché la vita e le persone sono complicate e Toni Erdmann è un film troppo intelligente per darci delle soluzioni semplici.

Lee Marshall, da “internazionale.it”

 

 

E se oggi per riuscire ancora a vivere un briciolo di verità fosse necessario allestire una messa in scena? Magari allungandone i tempi ossessivamente, puntando su un pedinamento sfrontato, ingombrante, divertente proprio perchè assurdamente falso. È attraverso il trucco e una innata predisposizione alla gag che papà Winfried vorrebbe riconquistare il cuore della figlia Ines, rampante donna in carriera in trasferta a Bucarest che sta per concludere un complicato accordo con la sua compagnia. L’uomo si inventa così un personaggio. Con parrucca, dentiera e un inglese stentato diventa Toni Erdmann, dentista, uomo d’affari, socio di Ion Tiriac e supervisore di un progetto petrolifero. Segue Ines negli aperitivi, negli appuntamenti di lavoro e nei party aziendali. E la figlia dopo un’iniziale riluttanza comincia a stare al gioco, ad assecondare la squinternata messa in scena del padre, arrivando a denudarsi (letteralmente), forse a liberarsi di una corazza sociale più cinica e dolorosa del camuffamento di Winfried/Toni.

toni erdmann Peter SimonischekTra appartamenti minimal, lounge bar e asettiche stanze d’ufficio la regista e sceneggiatrice tedesca Maren Ade, 39 anni e reduce da un Orso d’argento a Berlino nel 2009 per Everyone Else, filma un mondo omologato sulla superficie della macroeconomia, provando a trarre una morale intimista sulla caducità dei ricordi e dei momenti che restano. Ne viene fuori una riflessione sul rapporto padre-figlia insolita e straniante, quasi un documentario ripetitivo e sfiancante sull’alienazione dei nostri tempi, intriso qua e là di sketch divertenti che mettono in gioco l’illusione dell’etichetta.

toni erdmann Sandra HüllerDietro l’apparente improvvisazione di moltissime sequenze che sembrano andare a oltranza per intercettare qualcosa di sfumato tra la simulazione del reale e il “tempo” delle relazioni umane si cela anche un percorso netto dei personaggi, che nascondono una scrittura emotiva consapevole e a tratti macchinosa. Del resto nei 160’ di durata il film della tedesca Maren Ade sembra spesso girare a vuoto, ingolfarsi, affidarsi in ultima istanza alla bravura dei due interpreti per incercettare un sussulto, una deviazione dagli schemi, magari allestendo una comica improbabile ma dove tutti (personaggi e spettatori) consapevolmente o meno finiscono con lo stare al gioco. Emergono improvvisamente momenti di libertà contagiosa: la canzone di Withney Huston cantata a squarciagola da Ines davanti alla famiglia rumena, l’abbraccio nel prefinale a Toni mascherato da peloso totem bulgaro, la gag del naked party che strizza l’occhio a Blake Edwards. Che film strano quello della cineasta tedesca! Sembra quasi una parabola di John Landis come se l’avesse girata Antonioni. Una commedia senza leggerezza. Forse perchè i tempi che viviamo non possono più permettersi la sintesi di un certo tipo di spettacolo. È inevitabile allora filmare tutto e svelare il meccanismo, moltiplicare i finali e le sottolineature. Lasciare che la gag irrompa sul set con un sua lunghezza, con il peso specifico di una felicità triste. Perchè la Ade è consapevole che ormai viviamo in un eterno presente dove la fatica e il sorriso sono la stessa cosa. E alla fine in qualche modo questa sua malinconia ci lascia qualcosa.

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

L’andamento è questo: all’inizio stupisce, poi prende ripetutamente in contropiede confondendo il più possibile le carte critiche, alla fine Vi presento Toni Erdmann, della regista tedesca Maren Ade, convince, diverte e soprattutto commuove senza ombra di ricatto, cosa sempre più rara. Il film, elogiatissimo all’ultimo festival di Cannes, da cui è uscito tuttavia senza un premio, e lanciatissimo nella Awards Season, è un oggetto inconsueto e dirompente perché devia dal tracciato sempre più battuto della comedy padre & figlia per mutarsi anche in film politico sulla globalizzazione. La sua forza sta nel non cadere né da una parte né dall’altra, capace di reggersi con un equilibrio instabile sopra la follia e di sorprendere con continue svolte narrative e di tono.

Il padre è Winfried (Peter Simonischek), desolatamente in pensione dopo aver insegnato musica, ancora legato agli ideali umanisti e abbandonato in progressione dal suo unico allievo privato e poi dall’adorato cane; l’uomo è incapace di tenere il filo con la figlia Ines (Sandra Hüller), manager impegnata in una grande azienda internazionale a Bucarest, drogata di lavoro e stress e sempre appesa all’iPhone. Una prima sortita a sorpresa dell’uomo in Romania si conclude con una disfatta affettiva: trasandato e sempre pronto alla battuta fuori luogo, mette in imbarazzo Ines impegnata a combattere per una promozione e intenta a costruire, o forse impedire, un’ipotesi di delocalizzazione che significherebbe centinaia di licenziamenti. Rientrato anzitempo in Germania, Winfried fa poi ritorno nella capitale romena, ma questa volta sceglie un alter ego di nome Toni Erdmann, parrucca assurda e denti finti.

Pur di recuperare il rapporto con la figlia e farle ritrovare la felicità a suo avviso perduta in un mare di nevrosi, Winfried/Toni – mentre la figlia assiste attonita – si finge con tutti consulente e coach dell’amministratore delegato di Ines, frequenta, impresentabile, party aziendali e privati, irrompe anche nella vita erotica, ben triste, della giovane donna, alterna battute provocatorie e malinconie affettuose. Accade quel che non ci aspettiamo: Ines accetta la sfida del genitore e lo porta con sé nei luoghi di lavoro, mostrandogli la realtà di una Romania in via di sviluppo, ma anche arretrata, povera, soggetta alle regole drastiche della nuova finanza.

Il gioco è più duro di quanto immaginasse l’anima umanitaria e libertaria di Winfried, le contraddizioni del capitalismo all’epoca della crisi non sono sanabili solo con lo slancio ideale. Pian piano il gioco al massacro tra i due si trasforma in una surreale via crucis in cui la figlia sopporta il padre en travesti, coltivando il dubbio sulla propria esistenza fatta di slide e piani di ristrutturazione. Il culmine è il party che la donna organizza per la sua squadra di colleghi e capi stranieri e locali: in preda a una sorta d’inarrestabile demenza si spoglia dell’abito stretto e dei tacchi alti e accoglie gli ospiti tutta nuda. Detto così parrebbe un passo verso il baratro, ma forse no, forse è un passo verso la libertà di sapere chi accetta lo sconfinamento e chi invece è solo una superflua presenza nella propria vita professionale e privata.

Per non svelare troppo, va detto solo che Toni Erdmann riappare nella gigantesca maschera stile Chewbecca, un dolente e ciondolante Yeti interamente coperto di un lungo pelo sotto cui intuiamo dolore e amarezza finché non si sciolgono in un ipnotico abbraccio con Ines: il gigante e la fanciulla. È l’ennesima sorpresa di una regia che sembra scegliere d’impulso, inseguendo il tempo e gli stati d’animo con una macchina da presa che preferisce il respiro lungo, lento, ma che in realtà ha una precisione di taglio chirurgica.

Il film di Maren Ade ci chiede solo di lasciarci andare senza chiedersi il perché dei mutamenti, dei balzi d’umore stilistici, delle stranezze. Alla fine non arriverà una vera primavera a sciogliere il rapporto e il gap generazionale, e proprio in questo sta tanta verità di un film bellissimo quanto bizzarro. Ma è la vita che è bizzarra, direbbe il nostro Winfried/Toni, che sotto finale svela a Ines una piccola grande verità: «Mentre siamo attivi e giovani lavoriamo, telefoniamo, ci agitiamo e intanto il tempo scorre. Perdiamo tante cose per strada, ma ce ne accorgiamo solo dopo, solo alla mia età, da anziani. Tuttavia non c’è soluzione, perché in quel momento della vita non possiamo capirlo». Amaro? Forse. Ma insieme così reale e venato di una voracità di vivere e capire la vita che è il segno magnifico di questo film, interpretato da due strepitosi attori.

Piera Detassis, da “ciakmagazine.it”

 

 

 

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