Vedete sono uno di voi

 

 

Il film ripercorre le vicende personali di un vivo protagonista del nostro tempo: il Cardinale Carlo Maria Martini, che fu Arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. Accompagnati dalle sue parole, intessute di memorie visive, Ermanno Olmi – che è anche la voce narrante del film – e Marco Garzonio, massimo esperto della vita e delle opere di Martini, ripercorrono accadimenti e atti dell’uomo Carlo per conoscere e raccontare come questo importante rappresentante della Chiesa cattolica abbia speso i giorni della sua vita rigorosamente fedele alla sua vocazione e ai propri ideali.  «Primo fra tutti – sostengono gli autori – la Giustizia e dunque l’umanità consapevole che senza di essa, non può esistere libertà».  Attraversando eventi drammatici (il terrorismo degli anni di piombo, Tangentopoli, conflitti, corruzione,  crisi del lavoro, solitudini) Martini ha dato senso a smarrimenti ed inquietudini della gente, che in lui ha percepito l’autenticità della sua testimonianza e che lo ha riconosciuto  come punto di riferimento per credenti e non. Uno spirito profetico, un uomo anche “politico”, nel senso più filosofico e originario del termine, che sapeva interrogare e farsi interrogare dalla realtà storica, interpretandola alla luce del Vangelo. Un profeta di speranza, anticipatore della nuova rappresentanza cattolica e di futuri possibili atteggiamenti costruttivi, in tempi di assurde divisioni e di profonda paura ed intolleranza.

La democrazia spiegata attraverso gli occhi di un cristianesimo sincero.

Quest’ultimo lavoro di Olmi, presentato a Milano il 10 febbraio e proiettato la sera stessa in Duomo, in occasione dei 90 anni dalla nascita del Cardinale che guidò la Diocesi Ambrosiana, è un film d’una potenza straordinaria, emotivamente pregnante. L’adesione rispettosa nel riportare i testi scritti da Martini nella sceneggiatura della pellicola, si perde nel montaggio sequenziale che diventa invece espressione d’emotività, che è forse la via più vicina ai tanti ed esclusivi significati delle nostre comuni esistenze. Finalmente l’utilizzo del credito d’imposta previsto dalla legge ha dato vita ad un film profondamente utile e che non ha bisogno di riconoscimenti ufficiali, per palesarsi da subito come qualcosa di profondo interesse culturale. Semplice, chiaro e lineare a livello di sceneggiatura e di immagine, il film sintetizza nella visione estremamente lucida di Martini, quasi cento anni di analisi, osservazione e riflessione sulla nostra società. Sull’Europa, l’Italia, Milano e Roma in particolare, ma anche sulla Gerusalemme contemporanea e soprattutto sul concetto di Democrazia.

L’onestà intellettuale del Cardinale arriva dritta allo spettatore così come quella di Olmi e del coautore Garzonio. La figura di Martini ci mette di fronte alla verità dell’umiltà, alla funzione del pensiero e della speculazione intellettuale rispetto alla realtà: all’impatto che le idee hanno sulla società umana, cosa della quale spesso ci si dimentica. Olmi ha dichiarato che il film dovrebbe portare a chiederci, come pubblico, cosa facciamo per la nostra società: per la democrazia, per la chiesa e per il popolo in generale. È un film che parla del pensiero: di come si sviluppa, della sua importanza, e che allo stesso tempo mette in moto le menti degli spettatori.  Nella consapevolezza di Martini che tutte le verità contengono qualcosa che le rende simili, questa pellicola oltre a colpire e commuovere, facendoci ripercorre le nostre vicende, sia personali che sociali e dunque politiche, ci invita a porci in ascolto e dunque ad indagare: su noi stessi, sulla nostra esistenza, e sulla direzione che stiamo prendendo come umanità.

Un film profondamente esistenziale dunque: nella forma come nei contenuti, in perfetta armonia, che nasce da un sapiente intreccio tra materiali d’archivio e testi originali, e dalla voce onesta del regista, che rende l’Arcivescovo vivo e vicino in maniera disarmante, facendolo parlare direttamente con lo spettatore e in qualche maniera incarnandolo. Davanti all’esempio lampante del modo di relazionarsi alla gente, alla società e alla religione di Carlo Maria Martini, appare da subito evidente come gli uomini “di cultura” di oggi parlino di essa senza avere la “cultura della lettura della cultura”e come non sappiano dunque interpretare realtà, natura e spiritualità.

L’eredità spirituale e politica di Martini è qualcosa di profondamente vero e che viviamo tutti i giorni, che si riverbera nei cambiamenti che la Chiesa odierna sta finalmente facendo, primo fra tutti il modello di Papa Francesco. Il messaggio è chiaro: basta fare silenzio! Bisogna ammettere e rivelare ciò che si sente, quello che si pensa. Occorre fare democrazia attiva, creando prospettive per il futuro dei popoli.

L’idea del fluire poetico e politico del film nasce da “Morte di un uomo”, di Marco Garzonio, testimonianza raccolta dallo scrittore al capezzale di un Martini morente. <<Sono convinto che Martini sia stato uomo della stessa pasta di alcuni grandi padri della Chiesa e di mistici che hanno assicurato alla Cristianità la presenza continua del fuoco dello Spirito>>, ha dichiarato l’importante editorialista del Corriere della Sera. E nel lavoro di Ermanno ha cercato di testimoniare quanto come uomo ha potuto cogliere del viaggio interiore percorso dal Cardinale in tutta la sua vita, con coerenza e naturalezza. << Quanto più investi nell’umanità, tanto più riesci ad intravedere scintille di eterno, di infinito, di assoluto, in gesti, voci e sentimenti umani. La separazione tra i due universi è figlia degli sforzi che facciamo per razionalizzare ogni cosa, credendo di riuscire così a tenere tutto sotto controllo, a placare le insicurezze e a trarre vantaggio dalle proiezioni che riversiamo sugli altri, cercando di alleggerire le nostre responsabilità>>. E proprio di responsabilità: civile, sociale, religiosa, parla questo film, così come l’intera vita che Martini ha dedicato allo studio delle culture e della loro possibilità di entrare in comunicazione viva.

Il 31 agosto 2012 all’Alosianum di Gallarate moriva l’Arcivescovo e dalla stanza al 3° piano della residenza dei Gesuiti prendeva avvio il film, per ricordare, commemorare ed analizzare, l’immensa eredità che Martini ha lasciato a Milano, alla Chiesa, al Paese e forse al Mondo intero.

Del Cardinale, attraverso le sue toccanti parole, scopriremo tutto, dal suo legame con Agostino Bea, rettore del Pontificio Istituto Biblico, con quale cercò occasioni per rendere  i testi sacri il meno lontani possibile dalla realtà, e cominciando a chiedersi dove fossero i segni di un nuovo inizio anche per la Chiesa, fino alla sua apertura a relazioni proficue ed importantissime con confessioni cristiane non cattoliche, ebrei e musulmani (tutti discendenti del comune padre Abramo), o dell’oriente: esperienze in linea con la “libertà religiosa” che veniva sancita dal Concilio. Martini divenne rettore della Gregoriana, università fondata da Sant’Ignazio, poi umile Arcivescovo di Milano, con un approccio che sovente spiazzò l’intera città, ed istituì la Scuola della Parola in Duomo, richiamando l’attenzione di folle di giovani.  Seppe mettersi in ascolto e in dialogo con la sua gente. Ribadì l’importanza della Parola: <<il primato della Parola è una cosa molto seria e concreta; questione di vita o di morte nel sopravvivere quotidiano…Non figura astratta quindi, ma l’aiuto a cogliere il perché di ciò che ci sta accadendo>>.

Resteranno evidenti, di Martini, l’attenzione umana, la voglia di capire le persone, le situazioni, i problemi della società, per andare incontro, come ha fatto lui tra “anni di piombo”, Tangentopoli e tutte le vicende drammatiche della nostra nazione, alle pesti della violenza, della solitudine, e della corruzione. Il suo è l’invito, ottimamente trasmesso dal film,  a stimolare non soltanto la nostra buona volontà e il nostro impegno etico, ma anche ad attivare la creatività sociale e politica, sfruttando la capacità di immaginare e progettare nuovi e sani futuri.

Il Cardinale seppe dialogare con tutti: politici, intellettuali, gente comune, terroristi, rappresentanti di altre culture e religioni, ed è questo il suo più essenziale  e profondo messaggio,  l’invito al dialogo e alla comunicazione. Il cardinale intervenne nelle vicende del nostro quotidiano, distinguendo ad esempio eutanasia da accanimento terapeutico, nel caso di Welby; fu l’unico non ebreo a cui venne conferita nel 2006 la laurea honoris causa in Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme, dove scelse di vivere per diversi anni, e venne elogiato da Stephen Ollendorf, presidente del Centro per la comprensione interreligiosa.

Martini ci ha ricordato, ogni giorno della sua vita, che la responsabilità di conciliarci e di comprenderci a vicenda, resta esclusivamente nostra. Ultimi esempi di sguardi lucidi, che si perdono nel mare del pensiero e della comunicazione, fattisi purtroppo superficie delle cose.

Voto: 10 / 10

Leda Mariani, da “storiadeifilm.it”

È con movenze narrative da cinema classico che inizia vedete, sono uno di voi (tutto in minuscolo). Inizia dalla fine: l’immagine della camera in cui fu ricoverato Carlo Maria Martini (che ritornerà più volte a contrappuntare il film, in varianti luministiche e di inquadratura come una sorta di commento/monito in filigrana), quella delle sue spoglie esposte in Duomo e quella del suo sepolcro. Da qui, con un lungo ritorno al passato Ermanno Olmi riparte per raccontarci l’infanzia piemontese (Torino, la Valle d’Aosta, Orbassano) del futuro Arcivescovo di Milano, nel contesto di una famiglia agiata, guidata dalla religiosità della madre e dal senso del dovere del padre esplicato nella responsabilità con cui conduceva la sua attività di ingegnere costruttore. Gli anni ’30 e poi l’ingresso in guerra, lo sfollamento nella casa di campagna, Torino sotto le bombe, la scuola distrutta e le lezioni sospese (per la gioia dei giovani alunni).

Da subito prende corpo la forma che Olmi ha voluto dare al film, la struttura composita derivante da un montaggio, straordinariamente dinamico sia nel ritmo che nell’elaborazione intellettuale, di materiali visivi eterogenei: fotografie di famiglia, brevi sequenze documentarie della Torino e dell’Italia di quegli anni, inquadrature realizzate appositamente nelle stanze di casa Martini (direttore della fotografia Fabio Olmi, definitivamente uno dei migliori in circolazione nel nostro cinema – e non solo). Esemplare è il passaggio costruito sulla ripetizione delle poche e tristemente famose battute del discorso mussoliniano che annuncia la dichiarazione di guerra: una prima volta accompagnato da immagini enfatiche provenienti dai cinegiornali di propaganda, chiuse però con due inquadrature di un beffardo Totò “in armi”; ma, dopo averci mostrato gli effetti terribili dei bombardamenti sulla città, le stesse frasi vengono riprese, accompagnate questa volta dalle fotografie della ritirata di Russia e dei cadaveri dei soldati allineati nella neve.

Se la focalizzazione del racconto in voce off è interna e corrisponde naturalmente a quella di Carlo Maria Martini, la voce narrante è di Ermanno Olmi stesso: scelta efficacissima per sottolineare l’adesione dell’autore alla dimensione morale e umana del protagonista.

Il dopoguerra (che si apre con uno stacco di montaggio di grande impatto: dai corpi sollevati per i piedi in Piazzale Loreto all’inquadratura luminosa di una coppia appena sposata) corrisponde prima al periodo della formazione religiosa (la Compagnia di Gesù) di Martini e poi a quello del percorso, intrecciato alla complessità storica dei decenni che vanno dalla metà degli anni ’40 alla fine del XX secolo, che lo porterà a esercitare, dal dicembre 1979 al luglio 2002, l’incarico di arcivescovo di Milano. La narrazione si fa più mossa, articolata, più complessa la stratificazione dei materiali. Vi rientrano con pieno diritto – oltre a quelli provenienti da fonti eterogenee, documentarie, televisive e fotografiche – immagini appartenenti al cinema di Olmi: E venne un uomo, La circostanza, Cammina cammina, Milano 83, Genesi: la creazione e il diluvio, Terra madre, Rupi del vino, Il pianeta che ci ospita; ma anche le note dalla colonna musicale di quella tappa decisiva costituita da Centochiodi. Film che testimoniano di un cammino intellettuale, oltre che dell’evoluzione cinematografica del loro autore, inscindibile da una meditazione coerente e sempre vivace sulle vicende della Storia. E ci sembra importante, nei riferimenti cinematografici, segnalare che l’unico film non appartenente alla produzione olmiana, citato con poche ma significative inquadrature, sia Il gesto delle mani di Francesco Clerici.

In questa seconda parte – di fatto circa due terzi del film – il “documentario” si trasforma sempre più decisamente in un film-saggio che chiama in causa oltre a vicende storiche non solo italiane anche temi di portata etico/sociale universale: i legami tra politica affarismo e corruzione; l’affermarsi del profitto economico come disvalore fondante il sistema di potere che ci controlla e manipola; la violenza politica e la cultura della morte; la forza del dialogo e dell’intelligenza che lo sottende; che cosa intendiamo con i termini “progresso” e “lavoro”; di che cosa parliamo quando parliamo di Europa, di democrazia; la contrapposizione tra fede e ateismo. All’andamento lineare e cronologicamente progressivo, corrispondente agli anni precedenti la guerra, si sostituisce una struttura a mosaico, per immagini e voci organizzate secondo il principio non più strettamente cronologico ma tematico; la voce narrante rimane centrale nel procedere del discorso, ma si arricchisce di altre voci come quella di Pietro Calamandrei, Carlo Maria Martini stesso, di “voci” letterarie citate con puntualità e pertinenza (Nikolai Gogol’, Mario Soldati).

E in questa struttura testuale torna a prendere corpo ancora una volta l’idea manzoniana di Storia come Storia degli umili che da sempre accompagna il cinema di Ermanno Olmi, depurata però una volta di più da ogni ironia paternalistica che caratterizzava la scrittura dell’illustre romantico e votata alla ricerca di un protagonismo degli ultimi affidato alla forza della parola e dell’esempio morale offerto dalla loro capacità di resistere all’ingiustizia. Gli accorati accenti conclusivi di un’interrogazione critica rivolta alla Chiesa stessa in merito ai suoi errori si accompagnano, in questa prospettiva, con feroce tenerezza al commiato di Carlo Maria Martini che impartisce (ma ormai senza voce) la sua ultima benedizione alla città di Milano.

Adriano Piccardi, da “cineforum.it”

 

 

Il titolo dice tutto. Dice del vedere il film, e dice del voi a cui è indirizzato: quel voi siamo noi, ma anche Carlo Maria Martini ed Ermanno Olmi. In realtà, abbiamo un dubbio, ed è in quel sono: non è prima persona singolare, ma terza plurale, sono Olmi e Martini insieme.

Il documentario è Martini secondo Olmi, ma anche Olmi secondo Martini, e dunque Martini e Olmi secondo noi spettatori e viceversa: non casualmente, il controcampo è sovente campo, e sempre ineludibile, ed è la Storia. vedete, sono uno di voi passa in rassegna il nazifascismo, dall’ora delle decisioni irrevocabili del 10 giugno 1940 al cadavere di Mussolini preso a calci in testa a Piazzale Loreto, gli anni di piombo e le vittime del terrorismo, quali Vittorio Bachelet e Aldo Moro, Tangentopoli e la discesa in campo di Berlusconi, che perlustra l’hinterland a scopo edilizio e viene tallonato dall’Olmi che sferza in voce over la “Milano infestata da tre pestilenze: solitudine, corruzione e violenza”.

vedete, sono uno di voi - 02

Si riafferma, senza tema di smentita, come non sia possibile essere uomini, sacerdoti, pastori, registi senza essere nel mondo: farsi prossimo alla Storia, senza essere del mondo, farsi – Martini – punto focale per credenti e non credenti, ovvero cristianamente farsi Uomo.

Nato da famiglia torinese altoborghese il 15 febbraio del 1927, novizio nella Compagnia di Gesù appena diciassettenne, dottore in teologia alla Gregoriana, entrando in Duomo il 29 dicembre del 1979 Martini ancora “non sapeva – dice Olmi – che cosa fosse una lettera pastorale, perché era un uomo di scienza. Ma subito comprese come calcare le strade dell’umanità fosse in quel momento più importante di ogni libro”.

vedete, sono uno di voi - Maris, sorella di Martini - Marco Garzonio, Ermanno Olmi

Una comprensione in Cristo e per Cristo che Olmi riconsegna sullo schermo con un documentario semplice e profondo, radicale e commovente, in cui il vedere (il mondo) e l’appartenere (al genere umano) sono viatico democratico, anelito di giustizia, prospetto di pace. Lontano dal santino, dentro la fede: Carlo Maria Martini, uno di noi.

Voto: 4 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

 

La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni.

Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei.

La sua norma, che nell’atto stesso di contestare il reale gli conferisce unità, è anche quella della rivolta.

 

Quando Camus, ne L’uomo in rivolta, si chiedeva quanto fossero ancora conciliabili la libertà e la giustizia, era costretto a registrare l’impasse della Storia. O meglio, il fallimento di tutte le tensioni espresse dalle forme di pensiero (e di pratica politica) antagoniste che avevano deciso di realizzare nella Storia, nel presente o nel futuro di questo mondo, la migliore delle vite possibili. Rinunciando a ogni ideale che provenisse da un altro tempo e un’altra dimensione, sopra, sotto prima o oltre, a ogni fede che parlasse di paradisi sconosciuti, inconoscibili. Ma quello della Storia da portare a termine, da compiere nella pienezza della sua vocazione, non era che un altro mito su cui costruire prigioni, patiboli, campi di concentramento, universi dominati da polizia e panopticon. Camus parlava della “misura” del pensiero meridiano come dell’unica via, forse. “Tutti portiamo in noi il nostro ergastolo, i nostri delitti e le nostre devastazioni. Ma il nostro compito non è quello di scatenarli attraverso il mondo; sta nel combatterli in noi e negli altri”.

Ma oggi il problema è ancora qui, tutt’intero. Proprio oggi che sembra trionfare un’unica misura, in cui tutto deve essere a vista, perfettamente inquadrato nelle regole ferree dell’economia che si è fatta spettacolo generalizzato, proprio oggi che la libertà non esiste se non come proiezione social, in nome di una sicurezza che protegga le nostre vite, ma non le nostre dignità, oggi che a tutti è applicata un’unica giustizia fondata sul mito radiografico della trasparenza.

È vero che oggi più che mai sembra che l’ira non abbia punti di raccolta, sbocchi o, quanto meno, possibilità di espressione. Forse, più precisamente, all’ira è concesso solo di essere cieca. Furia cieca. E quindi armata contro ciò che non vede. Sì, proprio oggi, c’è bisogno di scovare i nemici nelle linee d’ombra al di là dei muri, nelle zone di confine, oltre le terre rischiarate dalla grazia di un dio qualsiasi. Nel presupposto, implicito, che queste terre, con il loro sistema e le loro norme, siano il migliore dei mondi possibili. Ma per questa via, l’ira diventa paura. Invece che essere un principio di rivolta, diventa uno strumento di difesa e conservazione. Mentre dappertutto ancora proliferano le tre pestilenze, solitudine, corruzione e violenza, di cui si parla In Vedete, sono uno di voi.

CINEMA: 'Vedete sono uno di voi' a cura di Ermanno OlmiChe sia la Milano degli anni ’80 e ’90, quella del terrorismo che colpiva all’impazzata e delle tangenti che inquinavano l’intera società italiana, o che sia un più generale stato delle cose, la sostanza non cambia. E che sia il pensiero del Cardinal Martini o che sia la voce di Ermanno Olmi è una distinzione irrilevante. Anzi, il fatto che avvenga questa sovrapposizione, che questo parlare in prima persona non sia immediatamente riferibile, già svela in parte il senso del documentario. Che è innanzitutto una rinuncia all’individualismo autoreferenziale, a quell’io dico dell’autore che sale in cattedra, per accordarsi invece al pensiero dell’altro, in un più profondo spirito di dialogo e di comunione. Ma è, allo stesso tempo, una specie di film oracolare che dà voce agli dei e nel senso del passato scopre la sua capacità di preveggenza. Olmi non ripercorre semplicemente la vita di Carlo Maria Martini, con la collaborazione di Marco Garzonio, biografo del cardinale. Ma lo rende istanza narrante, mettendo immediatamente al centro la soggettività dell’uomo, con i suoi percorsi di vita e di fede più o meno tormentati, più o meno difficili. È una vita straordinaria, è vero: per pensiero, esperienza spirituale e azione. Ma, se davvero ognuno è eccezionale, come diceva Truffaut, questa vita non può distinguersi dal più complesso respiro del mondo.

C’è la Storia: il fascismo, la guerra calda e quella fredda, gli anni di piombo e il crollo dei muri, tangentopoli e la nuova economia del capitale che non ha bisogno di un retorica anti-industriale che intralci la marcia verso lo sviluppo e il progresso. Ma la Storia non è un succedersi di eventi, di direzioni imposte dall’alto. È un movimento più generale, forse caotico, schizofrenico, ma compiuto da ognuno, da chi, con il proprio gesto delle mani (e compaiono frammenti del film di Clerici), manda avanti le opere e i giorni. La Storia non ha un termine. Né un fine, come intuiva Camus. Finirà nell’istante in cui scompariremo tutti, perché non ha senso senza gli uomini che la costruiscono e la narrano. O magari continuerà altrove, su altri pianeti, in altre forme di vita, secondo altre regole di lotta e di comunione. Intanto si scompone nelle singole storie e si ricompone a poco a poco nei cento, mille, racconti, in cui il reale e la favola sembrano confondersi, esattamente come si confondono il vero e il falso, il torto e la ragione. La gente “è stanca di vivere”. Perché si assuefatta all’inganno della Storia, della sua inviolabilità, si è rassegnata a un reale in cui non riesce a trovare davvero posto. E non sembrano esserci alternative, altre ipotesi, forze antagoniste che indichino nuove strade, oltre il rischio degli stereotipi riconoscibili, che riportano al già dato, al già visto, alla normalità delle formule. “Se mi occupo dei poveri, sono un sant’uomo. Ma se spiego perché sono poveri, sono un comunista”.

vedete sono uno di voi1Ecco, ma tutto quell’archivio ripreso e rimontato in nuove direzioni di senso, in guerre combattute da Totò con la scimitarra, è proprio il segno di questa impossibilità della Storia di farsi maiuscola senza il minuscolo, senza il frammento, di congelarsi nel freddo monumento, nella targa di marmo, senza dar seguito alla vibrazione persistente della singola particella. E Olmi usa il suo stesso cinema come archivio, non per celebrarne la gloria passata, ma per scoprirne il fuoco ancora vivo, tutta quella sua capacità di creare ancora connessioni, linee di comunicazione e di espressione. Vedete, sono uno di voi non è un testamento, come credono alcuni. È un film coniugato al presente, che spiega, senza aver bisogno di urlare, un punto di vista sulle cose, sul mondo. E che si chiede, come una domanda agghiacciante, a che punto sia la notte, fede o non fede, Chiesa o non Chiesa, con o senza Dio… Ma non è una profezia di sventura, come piace ai freddi intellettuali della morte. Qui si parla di rivolta, di quell’urgenza di vita che ancora resta. Con un furore “dolce”. Come immagino che siano dolci i suoi frutti.

Aldo Spinielli, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Le stagioni non ritornano

Ermanno Olmi ripercorre accadimenti e atti dell’uomo Carlo Maria Martini per conoscere come questo importante rappresentante della Chiesa cattolica abbia speso i giorni della sua vita rigorosamente fedele alla sua vocazione e ai suoi ideali. [sinossi]

Come pochi altri cineasti nella storia del cinema mondiale – uno su tutti De Oliveira, scomparso nel 2015, il cui primo ‘ultimo’ film, Visita ou Memórias e Confissões, risaliva addirittura al 1981 – Ermanno Olmi sta vivendo il privilegio – e per certi aspetti la condanna – di realizzare da un po’ di tempo a questa parte solo ultimi film. Lo si dice non solo per questioni anagrafiche (Olmi compirà a luglio 86 anni) o per le malattie che l’autore di Il posto ha dovuto combattere in tempi recenti, quanto soprattutto per l’approccio alla macchina-cinema, un approccio fatto di leggerezza e leggiadria impalpabili, di chi ha imparato ad accettare la morte con serenità, senza però perdere il rimpianto per la vita.
Così, a un paio d’anni di distanza da torneranno i prati, con vedete, sono uno di voi Olmi mette in scena di nuovo la sparizione del tutto, di un mondo che è prima di tutto il suo mondo, quello della fede, dell’amore per la bellezza della natura, per il fruscio delle fronde di un albero o per un viale che corre ai bordi di un torrente. E stavolta lo fa raccontando la vita di Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, uomo cui Olmi ha guardato (e guarda) con enorme ammirazione e con cui non può fare a meno di immedesimarsi.

Quasi coetaneo di Olmi – era nato nel 1927 – Martini ha sostanzialmente vissuto gli stessi tragici episodi della storia del Novecento avendo più o meno la stessa età del regista, a partire dagli anni della formazione avvenuti sotto il fascismo e, poi, al tempo dell’orrore della Seconda Guerra Mondiale. Ma, come in un (impossibile) détournement scorsesiano, il quale ha spesso detto che se non avesse fatto il regista avrebbe fatto il prete (e proprio negli stessi mesi in cui il cineasta italo-americano è tornato sul tema della fede con Silence), Olmi guarda a Martini come a un’altra sua possibile vita, quella di uomo che si è completamente dedicato alla fede e alla Chiesa cattolica; e non è un caso che la voce narrante sia di Olmi stesso e che racconti in prima persona episodi e stati d’animo della vita di Martini per un singolare processo di identificazione tra l’uno e l’altro.

Così la solitudine, l’amarezza e la beltà degli interni vuoti (la casa di famiglia di Martini, il letto della casa di riposo in cui è morto), ripresi oggi senza i corpi che li hanno animati, danno il senso di un’invisibile ed enigmatica presenza, che è la stessa che connotava il già citato De Oliveira di Visita ou Memórias e Confissões e che è il segno della straordinaria forza del cinema nel cogliere l’inespresso: in quei ‘quadri’ e in quei momenti, cui si accompagnano i paesaggi nei luoghi natali dell’arcivescovo, ‘sentiamo’ la presenza sia di Martini che di Olmi, l’uno in quanto ha abitato quegli spazi, l’altro perché ce li restituisce parlandoci in voice over e scegliendo di mostrarceli nella loro nuda asciuttezza.
È questo il tratto più affascinante di vedete, sono uno di voi, oltre ad essere quello che più chiaramente ci parla di congedo dalla vita e di opera testamentaria; un tratto che però non regge l’intera durata del film. E dunque Olmi fa anche i conti con il materiale di repertorio, sia relativo alla guerra e agli orrori del Novecento, sia relativo a immagini di Martini e a interviste da lui rilasciate nel corso degli anni. Il montaggio di questi elementi non sempre pare azzeccato, soprattutto in quelle fasi in cui ci si distanzia dalla dimensione dell’astrattezza per entrare in un paesaggio maggiormente concreto (come ad esempio tutto il passaggio relativo all’opposizione di Martini verso la lotta armata, che pure giunse all’atto ‘miracoloso’ della consegna delle armi in chiesa da parte di esponenti di Prima Linea che avevano sviluppato un dialogo con l’arcivescovo).

Quel che Olmi ci vuole dire in questa dinamica tra la violenza della Storia e l’anelito di pace (e di dialogo) incessantemente proposto da Martini è la lotta di un uomo contro il male oscuro dei suoi simili, una lotta necessariamente impari ma che ha il merito (e l’ingenuità, se vogliamo) di essere mossa dalla bontà assoluta.
L’uomo buono può cambiare il mondo, può rivoluzionarlo? Forse sì, ci dice Olmi con vedete, sono uno di voi; ma, quando poi quest’uomo muore, scompare tutto con lui, non resta niente se non qualche muro disadorno e un paio di suppellettili. Così le ultime parole di Martini, sempre recitate da Olmi, sono rivolte all’accusa verso le forme che aveva assunto la Chiesa cattolica come istituzione nei primi anni Duemila; e così vediamo un’ultima intervista in cui Martini anziano, malato, e quasi senza voce dà un’ultima benedizione, tristemente grottesca perché fatta non alla presenza dei fedeli ma a quella di una telecamera.

E quel mondo che sparisce con gli uomini che gli hanno dato forma è un mondo fatto di speranze ed illusioni perdute: la guerra è finita, il terrorismo è stato sconfitto, il cardinale Martini è diventato un santo, ma cosa ci rimane tra le mani? Nulla. Come in torneranno i prati è l’umano che si congeda e che evapora. Se resta un qualcosa al di là della vita non lo possiamo sapere, perché dobbiamo – sempre – confrontarci con il silenzio di Dio. E al cinema non resta che rintracciarlo nella sensazione – eternamente speranzosa ed eternamente disattesa – di un’assenza più acuta presenza.

Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog