Una questione privata

 

Milton non cammina più sulle sue colline. La Langa di Fenoglio, quella zona impervia eppure dolce di colline che degradano sulla città di Alba, è diventata una brulla montagna di Alpi marittime. E la villa di Fulvia, quella che Milton ritrova all’inizio di Una questione privata e che per tutto il romanzo sarà un ricordo, un rifugio, un’ossessione è improbabile che appartenga a quei pendii bruschi e a quei sentieri rocciosi. Nel film emerge dalla massa di nebbia grigia che avvolge il paesaggio: come in un sogno, come nell’al di là. Le colline di vapore di Fenoglio, volto impalpabile di un mondo contadino che non smette mai di pesare sul corpo e l’anima dei partigiani, di far sentire il freddo, l’umido, la durezza della terra, si fa tramite di un passaggio. Dalla realtà della guerra, del tempo e della Storia al limbo del ricordo, delle parole, della musica. Somewhere over the rainbow, e anche oltre.

L’intuizione principale dei Taviani è quella di togliere dal loro film la lingua di Fenoglio, troppo forte e viva e coraggiosa perché le immagini possano confrontarsi alla pari. E il primo passo è quello più estremo, anche audace: eliminare il mondo di riferimento dello scrittore, portare la guerra collettiva dei partigiani e quella personale di Milton – contro i suoi ricordi e le sue illusioni, contro Fulvia, l’amore perduto, e contro Giorgio, l’amico che forse l’ha tradito – in una terra priva di connotazioni geografiche. Terra di colline, anche, ma soprattutto di monti, di mulattiere, di cittadine cupe e deserte: il deserto di una nazione in conflitto, la nebbia della guerra, lo spazio senza confini dove l’individuo si perde.

L’altra rinuncia, che purtroppo il film non porta fino in fondo, avrebbe dovuto riguardare il racconto degli stessi ricordi di Milton, il volto di Fulvia e la sua civetteria, i loro dischi e le lettere. Laddove Fenoglio è inarrivabile per il modo in cui squarcia le scene con dettagli intimi strazianti («“Sai che farò la prima volta che andrò a Torino? Comprerò un cofanetto per conservarci le tue lettere. Le conserverò tutte e mai nessuno le vedrà. Forse le mie nipoti, quando avranno questa mia età”. E lui non poté dir niente, oppresso dall’ombra della terribile possibilità che le nipoti di Fulvia non fossero anche le sue»…), i Taviani si fermano al passo più immediato, quello dell’enunciazione, che Fenoglio usa solo in un secondo momento, dopo il pensiero, come un’eco. «“La prossima lettera come la comincerai?” – aveva proseguito lei. – Questa cominciava con Fulvia splendore. Davvero sono splendida?” “No, non sei splendida”. “Ah, non lo sono?” “Sei tutto lo splendore”. Questo secondo passaggio nel film c’è, il primo invece no, nemmeno negli occhi di Luca Marinelli, che sono occhi perduti, non più innamorato, occhi che vagano agitati in un mondo crollato, avvinghiato nel proprio passato.

I pensieri di Milton sono morti, i flashback che lo ritraggono con Fulvia e Giorgio (piatti, impacciati, nemmeno lontanamente vicini alla foga romantica, anzi cavalleresca come scrisse Calvino, dei dialoghi del romanzo) sono semplici riverberi, indispensabili al racconto ma dannosi per il film. Milton stesso, in realtà, è un morto, invisibile ai nemici, sempre notato in ritardo dai soldati fascisti. La nebbia è il suo stato naturale, tutto ciò che attraversa se lo lascia alle spalle come se non avesse consistenza.

A lasciare l’impronta nel film, anche visivamente, è tutto ciò che sfugge alla storia principale, che nel romanzo stesso sta ai lati del racconto o che i Taviani hanno inventato di sana pianta: l’incontro tra Milton e i genitori, carico, questo sì, di una foga silenziosa e contagiosa; la bambina che si posa accanto al cadavere della madre fucilata dei fascisti; il gesto di coraggio di Giorgio, anch’egli partigiano, per convincere le giovani reclute; i primi piani equivalenti di Riccio, il partigiano ragazzino che paga il prezzo di una rappresaglia, e dell’ufficiale riluttante che esegue l’ordine. In questi intermezzi i Taviani intravedono quei frammenti di figurativismo pittoricoche da sempre squarciano il velo di realismo dei loro film. È la guerra vista di scorcio di cui parlava Calvino nella prefazione al Sentiero dei nidi di ragno, è una rappresentazione mitica, quasi astorica di un conflitto colto nella sua dinamica profonda.

La questione privata di Milton, narrativamente racchiusa nel tentativo di capire cosa è successo fra Fulvia e Giorgio, si apre come nel romanzo al senso di responsabilità di ogni partigiano e di ogni scelta senza ritorno. La vera questione è quella del restare in vita, del combattere per sé e per gli altri, del combattere per tornare a casa. Il fantasma di Giorgio che perseguita Milton diventa alla fine un corpo vero, ripreso di spalle ma ancora in vita, mentre Milton, quando corre per un’ultima volta, non crolla come in Fenoglio («Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò»), ma si guarda intorno, rallegrandosi di non essersi fatto ammazzare.

La nebbia porta oltre il muro, oltre l’eroismo romantico dello scrittore e il fatale destino di una generazione. L’incertezza del finale di un’opera incompiuta (come incompiuta è quasi tutta la produzione di Fenoglio) apre ai Taviani lo spazio di un’opportunità, trasformando Una questione privata nel romanzo che oggi può e deve essere, il racconto di formazione di uomini giusti che sanno ancora guardare dalla parte giusta – quella del futuro.

Voto: 4 / 5

Roberto Manassera, da “cineforum.it”

 

 

Tornando alla villa dove ha conosciuto l’amata Fulvia, il partigiano Milton scopre che forse fra lei e il suo migliore amico Giorgio, anche lui combattente, potrebbe essere nata una storia d’amore. Nel tentativo di ricevere da Giorgio un chiarimento, Milton intraprende un viaggio attraverso il paesaggio verde e nebbioso delle Langhe che è anche un percorso di conoscenza: di se stesso, dell’animo umano e della barbarie insensata della guerra.

Paolo e Vittorio Taviani affrontano uno dei “testi sacri” della letteratura italiana, “Una questione privata” di Beppe Fenoglio, con il piglio autoriale che deriva loro da una lunga militanza cinematografica e da una conoscenza profonda della Seconda guerra mondiale e della lotta partigiana.

Come Ermanno Olmi in ...torneranno i prati, i Taviani raccontano il tempo di guerra rifiutando di concentrarsi sull’azione bellica e depurando la Storia di tutto ciò che è ridondante, per lasciare i protagonisti nudi di fronte alla desolazione e all’orrore. Come in Così ridevano di Gianni Amelio, la narrazione cinematografica di Una questione privata procede per episodi chiave, momenti e personaggi che incarnano la Storia e la condizione umana nella sua essenza. Il più folgorante è l’incontro di Milton con i genitori, scena muta di straziante intensità, riassunto senza parole del cordoglio di tante famiglie che hanno visto scomparire i propri figli inghiottiti dalla guerra, conservando a stento la speranza di rivederli vivi, anche per un solo, fugace istante.

I grandi maestri sono chiamati a regalare una prospettiva epocale al proprio lavoro, e i Taviani, dopo la sperimentazione radicale perseguita con Cesare deve morire che ne ha certificato l’eterna giovinezza artistica, con Una questione privata rivisitano il loro stesso cinema (in particolare La notte di San Lorenzo) con grande rigore filologico, recuperando quegli spazi e quei silenzi che ora non sono più di moda, ma restano pause necessarie per raccontare una storia complessa senza perdersi in inutili spettacolarità.

Voto: 3,5 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Una questione privata è l’adattamento – molto libero – che i fratelli Taviani hanno tratto dal romanzo di Beppe Fenoglio; nel riprendere il tema della lotta partigiana a trentacinque anni di distanza da La notte di San Lorenzo i fratelli pisani dimostrano (nonostante una prima parte più stanca nella scrittura e nell’estetica) di saper ancora raccontare la guerra, le sue pulsioni intimi e universali, i tremori dell’umanità.

Milton disperso nella bruma delle Langhe

“Over the Rainbow” è il disco più amato da tre ragazzi nell’estate del ‘43. S’incontrano nella villa estiva di Fulvia, adolescente e donna. I due ragazzi sono Milton e Giorgio, l’uno pensoso, riservato, l’altro bello ed estroverso. Amano Fulvia che gioca con i sentimenti di entrambi. Un anno dopo Milton, partigiano, si ritrova davanti alla villa ora chiusa. La custode lo riconosce e insinua un dubbio: Fulvia, forse, ha avuto una storia con Giorgio. Per Milton si ferma tutto, la lotta partigiana, le amicizie… Ossessionato dalla gelosia, vuole scoprire la verità. E corre attraverso le nebbie delle Langhe per trovare Giorgio, ma Giorgio è stato fatto prigioniero dai fascisti… [sinossi]

A parlare di Una questione privata, prima che Paolo e Vittorio Taviani decidessero di trasformarlo in un film, fu sul finire del 2014 Giulio Questi durante un’intervista che rilasciò a Quinlan nel bel mezzo del Torino Film Festival, dove era omaggiata la sua intera filmografia: «Partiamo da Fenoglio. Io avevo un contratto con Cristaldi, per un film da stabilire, e io non avevo progetti miei e mi stavo arrovellando perché volevo dargli qualcosa che potesse andar bene per il tipo di cinema che produceva. Un giorno mi chiama e mi chiede se avessi letto i libri di Fenoglio, che io conoscevo molto bene. “Perché non ti butti su una di quelle storie?”. Io, che avevo tutte le mie storie partigiane ero un po’ dubbioso, perché ero, come dire, egoista con la mia memoria; erano ricordi che avevo così dentro di me che scrivendo non sentivo di rovinarne la memoria, ma temevo di svilirli con il cinema, che bene o male diventa una realtà finta. Ma Fenoglio mi piaceva così tanto che partii per Alba e lo incontrai. Lui aveva fatto la guerra in Giustizia e Libertà, e anche la mia brigata era una Gielle, quindi abbiamo parlato a lungo di cosa si sarebbe potuto fare. Lui mi dice “Io sto scrivendo una storia che secondo me potrebbe andare bene, ma devo ancora finire il libro”; ha preso la penna e lì sul tavolo mi ha descritto quello che poi sarebbe diventato Una questione privata. Mi lasciò questa scaletta e io ci ragionai sopra, esaltandomi anche perché il plot era davvero bello; ho cominciato a lavorare sul progetto, mentre lui andava avanti a scrivere il libro. Dopo qualche tempo, durante il quale ci siamo scambiati qualche telefonata e un paio di lettere, vengo a sapere dai familiari della sua malattia. Alla sua morte, poco dopo, il progetto è caduto nel nulla. Tutto sommato sono contento di non averlo fatto, perché sentivo una forzatura dentro di me: non era roba mia, quell’universo di piccoli borghesi di provincia era troppo lontano da me e infatti stavo cambiando i personaggi trasformandoli in poveri contadini».
Più vicini alla classe sociale di appartenenza di Fenoglio sono proprio i Taviani, maggiormente a loro agio nella grande villa alle porte di Alba in cui si ritrova il partigiano Milton, lì a ricordare quando in quel luogo c’era ancora vita, e le stanze erano abitate da Fulvia, il grande amore platonico suo e dell’amico Giorgio. Forse non platonico per entrambi… Non è materia semplice trattare con la scrittura eternamente reinventata di Fenoglio, tra anglismi e costruzioni psicologiche mai banali, mai semplici, mai ovvie. Non è materia semplice, e il cinema italiano l’ha dimostrato in maniera plateale nel 2000, quando alla Mostra di Venezia venne presentato Il partigiano Johnny, fallimentare adattamento del romanzo omonimo a opera di Guido Chiesa. Alla difficoltà a maneggiare una materia letteraria come quella di Fenoglio si aggiunge poi la naturale diffidenza del cinema italiano a trattare da vicino l’esperienza della lotta armata sui monti, per combattere le milizie fasciste della Repubblica di Salò.

Non c’è fedeltà, nel film dei fratelli Taviani, che arrivano a riscrivere in maniera completa il finale, quel finale che da decenni fa dibattere con veemenza i cultori dello scrittore albese: cos’è quel finale così volutamente ambiguo? Cosa narra? E perché si interrompe in quel modo, è forse da considerarsi un incompiuto? L’uscita postuma del romanzo parrebbe indicare una soluzione simile, ma non esiste alcuna certezza in merito. Consci di quel che può significare, i Taviani ribaltano il senso del finale e lo fanno con l’assoluta certezza che questo non significhi in nessun modo smentire la scrittura di Fenoglio, o il motivo stesso dell’esistenza di Una questione privata. Se bisogna cercare delle debolezze, in questo breve film martirizzato prima ancora della sua apparizione sugli schermi (probabilmente sulla scia dell’effettivamente sbalestrato Maraviglioso Boccaccio), si possono rintracciare nella prima metà dell’opera, sia per la mancanza di un reale sguardo estetico su ciò che fu nei tempi prima della lotta armata, con inquadrature piatte e prive di profondità e luci omogenee, poco in grado di valorizzare il potenziale nostalgico della situazione, sia (ancor più) per il netto contrasto tra la recitazione sempre naturale di Luca Marinelli e l’azzimata postura teatrale di buona parte del cast con cui si ritrova in scena.
Lì, in quello scarto di senso, si rischia di perdersi per non trovare più la strada d’uscita, come Milton che corre nella bruma che sovrasta le Langhe, la terribile nebbia che vorrebbe addirittura infilarsi infingarda nei rifugi malmessi dei partigiani. Lì si avverte il senso di distacco dalla realtà che troppo spesso ha afflitto il cinema dei Taviani negli ultimi decenni. Ma la realtà racconta di due Una questione privata, e il peregrinare di Milton di colle in colle, di brigata in brigata, alla ricerca di uno “scarafaggio nero” (questo l’epiteto con cui sono stigmatizzati i fascisti) da scambiare con l’amico Giorgio, ha il dono dell’epica sommessa ed è gravido di un’imponenza fragile che coinvolge, e arriva anche a commuovere, come nella bella sequenza che vede Milton a tu per tu con una giovane contadina incinta, lui stanco e sfiduciato e lei animata da un odio per i fascisti che non ha fine. Colti dal confronto con un oggi che vede il risorgere di un fascismo dilagante, e non solo nelle fazioni che apertamente si rifanno a Mussolini, i Taviani posano uno sguardo più speranzoso su questi giovani che abbandonano studi e campi per imbracciare i fucili e combattere colpo su colpo. Magari morendo senza aver mai rivisto i genitori, come la giovane staffetta fucilata da un pur riluttante capitano della Repubblica Sociale. È un’opera non priva di finezze, Una questione privata, e scartarla per partito preso o fermarsi solo alle sue gracilità espressive sarebbe un grave errore. Anche perché quel che accadde per un anno e mezzo in Italia, tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945, sembra ancora essere un tabù, terreno perfino spesso aperto a una revisione della Storia – si veda lo squallido Il sangue dei vinti di Michele Soavi. “Geniali dilettanti in selvaggia parata”, cantavano i partigiani i CSI in Linea Gotica, ispirata proprio dai testi di Fenoglio. Così li cantano anche i Taviani, ricordando qualora lo si fosse dimenticato che ogni universo esiste solo come insieme di particolari. E di memorie. E di odi e amori.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

Sospeso in una dimensione allucinatoria e febbricitante, l’ultimo film dei fratelli Taviani (la regia è firmata in realtà dal solo Paolo, gli acciacchi dell’età rendono a Vittorio piuttosto difficile oramai l’esperienza del set) viaggia per i territori di quell’autorialità talmente scolpita dal tempo da potersi permettere di dettare le proprie leggi di gravità all’immagine, come fanno gli ultimi film di Ermanno Olmi (qui tra i produttori), Manoel de Oliveira, o Akira Kurosawa – e infatti le visioni di Una questione privata sembrano più di una volta venir fuori dalla stessa nebbia naive delle allegorie di Sogni, il testamento del grande cineasta giapponese che in più d’un episodio tornava sui fronti di guerra, tra i soldati vittime di sortilegi e legature come succede al Milton di Luca Marinelli, costretto dall’incantesimo d’amore di Fulvia, splendore, a vagare per gli avamposti partigiani alla ricerca di una smentita impossibile, dell’innocenza oramai perduta della sua giovinezza di letteratura inglese, Cime Tempestose e sigarette alle rose, prima della Resistenza (l’immagine-chiave della casa dell’amore violata dai fascisti…).

una questione privataI fratelli sembrano utilizzare la storia di Beppe Fenoglio non per costruirci sopra quelle architetture ridondanti per cui il loro cinema era celebre negli anni di maggiore fortuna (si faccia ad esempio un confronto con la loro altra, felicissima, opera partigiana che è La notte di San Lorenzo), ma per spogliarla al grado zero dei segni che mette in campo, ovvero il racconto della corsa paranoica di un folle davanti a cui si svelano diverse apparizioni di un reale che è chiaramente slittato verso una dimensione sconnessa dal quotidiano, commilitoni completamente ricoperti di fango, povere bambine tra i cadaveri che si risvegliano giusto il tempo di un bicchiere d’acqua, e fascisti campioni di beatbox con gli occhi iniettati di crudeltà.
una questione privata luca marinelliIl risultato è un’opera dal fascino stranissimo, sgangherato e sbilanciato per quanto carico di un magnetismo quasi astratto, che se ne frega dei visual effects grossolani e dei flashback un po’ troppo volatili (Valentina Bellé e Lorenzo Richelmy usati davvero come fantasmi evanescenti dal volere imperscrutabile e silente…) nello stesso momento in cui, chi lo sa quanto consapevolmente, infarcisce queste brigate di volti presi dalla rete, dalla compagine degli youtuber e simili.
Andrebbe studiata, tutta questa istintività di messinscena, soprattutto dalle nuove generazioni ossessionate dalle tirannie del racconto e delle sue maglie strette: qui basterebbe davvero quel ponte, forse minato forse no, su cui Milton/Marinelli si mette a saltare su e giù ripetutamente, chiara visualizzazione del punto over the rainbow che il protagonista cerca senza posa da quando l’amata Fulvia, dannazione, glielo ha rivelato mettendo su il disco di Judy Garland. Il partigiano Oz.

Sergio Sozzo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

C’è tutto il cinema italiano di una volta concentrato in Una Questione Privata, sia quello migliore ed eterno che quello necessariamente superato, non immortale ma solo vecchio.
C’è quella teatralità che affligge moltissimo i nostri film più pretenziosi, ci sono i personaggi che escono ed entrano in scena annunciando da dove vengono o dove andranno, ci sono i contadini dal buon eloquio che parlano un italiano corretto e dicono (testuali parole): “Gli studenti sono tutti un po’ tocchi; noi contadini siamo più centrati” e ci sono anche alcuni vecchi zoom a schiaffo, residuati dagli anni ‘70. Ma c’è anche quel modo di raccontare tipico del miglior cinema italiano, quello che attraverso un pretesto molto semplice spingeva un personaggio attraverso un paesaggio. L’obiettivo della storia sarà alla fine futile ma il viaggio e l’umanità con cui entrerà in contatto costituiranno l’essenza del film, la sinossi del nostro cinema migliore tra il 1942 e il 1965.

In più la versione dei Taviani del romanzo di Beppe Fenoglio del 1967 (fosse stato adattato all’epoca dell’uscita sarebbe stato un lavoro perfetto per Rodolfo Sonego) ha un incredibile fascino romantico che esce dalle soluzioni di linguaggio cinematografico più che dalla letteratura che regge la storia. Una Questione Privata è quindi un film che adatta un romanzo ingombrante ma che in nessun momento ha il sapore della storia di carta che fatica a diventare cinema. Anzi! Il partigiano che viene colto all’improvviso da un ricordo passando davanti ad una grande casa in cui prima della guerra aveva conosciuto il suo amore (un momento fantastico in cui il rumore del vento dei ricordi felliniano si mischia ai dialoghi del presente e ad una musica da ricordo che dal suono capiamo essere solo nella sua testa), e che da quel momento lotta per trovare un fascista da scambiare con il suo amico/rivale prigioniero, compie il classico viaggio attraverso l’umanità da cinema italiano della liberazione.

Come avessero fatto un film in tono con l’ambientazione del romanzo, Paolo e Vittorio Taviani (come sempre hanno scritto in due ma stavolta dirige solo Paolo) girano un’opera al tempo stesso vecchia e (paradossalmente) moderna, in cui la loro idea di cinema si incastra benissimo con il racconto molto semplice e dai tempi stretti di un partigiano che deve correre di plotone in plotone, incontrando così altri partigiani e poi altri fascisti, per salvare la vita ad un amico, mentre i ricordi dell’amore ora lontano non fanno che riportargli alla memoria il fatto che forse proprio quell’amico ha avuto la donna che tanto desidera.

Questo film poteva essere facilmente un delirio psicologico, invece i fratelli tengono tutto a bada, usano il rumore del vento per “chiamare” i ricordi, rallentano il ritmo senza sfociare nella noia e in mezzo a tutto Luca Marinelli aggiunge una recitazione strana, distante, silenziosa e calma. Tanto sono fuori tono tutti gli altri attori, quanto è invece in tono lui. Riesce a convogliare la paura, la rabbia, la passione e la foga con un controllo che non li soffoca, anzi li esalta.
Alla fine quello che esce da questa struttura che pare furiosa, non è assolutamente un film furioso ma uno che con grande temperanza racconta un sentimento lontano come lontano è il tempo in cui è ambientato. Una storia d’altri tempi.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

Dopo il capitombolo imbarazzante di Maraviglioso Boccaccio, pareva impossibile sperare in un nuovo buon film girato dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani. Una questione privata, liberamente tratto dall’omonimo capolavoro di Beppe Fenoglio, è una piccola grande sorpresa.

Il partigiano Milton (Luca Marinelli) ha una questione privata da sbrogliare in pieno tempo di guerra, in piena Resistenza, mentre sui monti delle Langhe, all’ombra di un nebbione che confonde anche la mente, impazza lo scontro contro gli “scarafaggi”, ovvero i fascisti. Tra la sua amata Fulvia (Valentina Bellè) e il suo migliore amico Giorgio (Lorenzo Richelmy), prima che scoppiasse la guerra, c’è stata una storia d’amore? Il dubbio lo tormenta, lo schiavizza, e lo porta a girovagare da un poggio all’altro in cerca dell’amico, anch’egli combattente, per scoprire la verità…

La guerra diventa lo sfondo di una questione privata. Di quella vita, normale, di tutti i giorni, fatta di sguardi ammiccanti, passi di danza, sigarette accese come divi americani, che il fascismo, la guerra e la lotta partigiana hanno inevitabilmente alterato, per non dire spazzato via. Una questione privata è un film di sentimenti più che di spari, anche se fucili e morti non mancano. In questo caso, il principe dei sentimenti è l’amore, forse tradito o forse ancora puro, che Milton antepone ad ogni divisa (rossa e nera che sia), ad ogni colpo di pistola che riempie la valle.

E se Milton, in questa marcia forzata che si fa corsa affannata e furibonda, un po’ scopre e un po’ ritrova se stesso, allo stesso mondo i fratelli Taviani, all’imbrunire degli ottant’anni, ritrovano se stessi e quel cinema che più si addice loro. Ritrovano quel minimalismo nobile e quel respiro colmo di umanità che, di recente, ha ricoperto il catartico Cesare deve morire, ma soprattutto la loro indiscutibile pietra miliare, La notte di San Lorenzo, con cui Una questione privata condivide il grosso del cuore tematico.

I Taviani compiono quello stesso piccolo miracolo in cui riuscì Ermanno Olmi nel 2014 con l’incantevole e immobile Torneranno i prati. La storie dei singoli, spesso gli ultimi, le loro storie messe in primo piano rispetto alla Storia che sta scorrendo, segnando il territorio col sangue, dimenticando chi l’ha attraversata sotto le grandi date che rimangono impresse sui libri. Una questione privata e Torneranno i prati condividono lo stesso mood, la stessa nebbia, ma anche la stessa voglia di scacciarla via per mostrare le piccole vite di chi vi si nasconde dietro. Ma non solo. Condividono anche il fatto di ricordarci come in guerra, fosse la Prima o la Seconda Guerra Mondiale, c’andarono orde di giovani, di ragazzi imberbi, di scugnizzi che la Storia da un lato non risparmiò e dall’altro troppo a lungo ha cancellato dai tomi scolastici.

“Da qualche parte sopra l’arcobaleno, i cieli sono azzurri” (“Somewhere over the rainbow, skies are blue”) canta il celebre disco amato dai tre protagonisti. E intorno a questo tema musicale, Giuliano Taviani e Carmelo Travia costruiscono l’intera colonna sonora, allo stesso tempo sognante e tragica, lirica e disperata, di chi sa o davvero spera che un giorno possa davvero tornare il sereno, nella mente e nel cuore, non solo del “privato” di Milton, ma di tutti gli uomini.

Indimenticabile la scena di soffio manzoniano delle bambina bionda che, unica superstite allo sterminio della sua famiglia, nel silenzio più assordante della vallata, va in casa, beve un bicchier d’acqua e poi se ne torna fuori, sulla ghiaccia terra, accanto alla madre defunta. Una scena che ci ricorda molto L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, altro punto fermo dei film sulla Resistenza girati nei nostrani anni Duemila.

Tommaso Tronconi, da “onestoespietato.com”

 

 

 

 

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