Un tirchio quasi perfetto

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Ci vorrebbe una recensione scarna, ridotta, misurata, risparmiosa, avara di parole e contenuti, per presentare il film attestandosi sullo stesso piano del protagonista e sul suo curioso e stravagante modo di vivere.

Francois Gautier (Dany Boon) è un tirchio. Un esagerato, inconcepibile, inammissibile tirchio: vive al buio per risparmiare sulle luci domestiche; si affida all’illuminazione esterna dei lampioni; fa la spesa sfruttando le promozioni 3×2 e le confezioni omaggio; utilizza preservativi scaduti; ha un solo vestito; durante i concerti (suona il violino in un’orchestra) si fa prestare lo smoking e le scarpe eleganti – anche se piccole -; non partecipa ai regali per i colleghi prossimi alla pensione; non ha un proprio veicolo e si sposta scroccando a conoscenti e vicini passaggi in auto o motorino. D’improvviso, però, la sua vita viene sconvolta dall’arrivo di due donne: Valérie (Laurence Amé), una nuova violoncellista, e la giovane Laura (Noémie Schmidt), che dichiarerà a Francois di essere sua figlia (mai usare preservativi scaduti!). La nuova condizione porterà l’uomo a una continua e complicata opera di dissimulazione del suo modo di vivere (“non sono tirchio, sono molto attento”, dice) e a un costante e innaturale ripiegamento verso la falsità.

Ecco un’altra prova del momento d’oro che sta attraversando il cinema francese e il genere della commedia in particolare. Come era già successo per Giù al Nord o Supercondriaco – solo per citarne due – anche per Un tirchio quasi perfetto si parte da un’idea molto semplice e da un sentimento comune e quotidianamente dileggiato – il “braccino corto” o l’avarizia – per costruire un ottimo film che sa unire il brio e la leggerezza con l’elemento maggiormente emotivo e drammatico. Al timone della barca c’è, questa volta, Fred Cavayé, autore, in precedenza, di pellicole thriller come Anything for Her, e per la prima volta alle prese col genere della commedia, che dimostra di saper padroneggiare in maniera altrettanto valida e sicura. Riesce, innanzitutto, a mantenere sempre un buon ritmo, agendo con efficacia sui dialoghi e sul montaggio. Adotta, inoltre, scelte oculate ma intelligenti, decidendo di non strafare o uscire dagli schemi dal punto di vista della scenografia, dei costumi, del sonoro, e mantenendosi, al contrario, su un livello di rigorosa “normalità” che possa essere funzionale alla narrazione e al personaggio e che, parallelamente, possa fare da contraltare all’esagerazione del protagonista stesso, affrancandolo dalla macchietta e conferendogli realismo e spessore.

Il centro di gravità della pellicola è, ancora una volta, Dany Boon, che lo stesso regista definisce «il campione francese del genere». Questa volta dà vita a un personaggio, oltre che eccessivamente risparmioso, scontroso, torvo, asociale, eppure non antipatico, nemmeno così gelido come sembrerebbe e, soprattutto, per nulla avaro di emozioni e sentimenti.

Attorno a lui si muovono molti ben riusciti coprotagonisti e personaggi secondari estremamente caratterizzati e assai funzionali alla resa del suo carattere. Tra questi anche Sébastien Chabal, ex rugbista francese e uno degli sportivi più popolari d’oltralpe oltre che personaggio mediatico, non solamente in terra transalpina. Il suo intervento nella pellicola è qualcosa in più di un breve cameo e la sua presenza risulta utile ed efficace per conferire in maniera ancora più forte e decisa al film il carattere di “francesità”, soprattutto fuori dai confini nazionali.

Un carattere che la commedia d’oltralpe ha ormai profondamente inglobato, tanto da mostrare la sicurezza e la goliardia di prendersi gioco perfino di se stessa, sfruttando stilemi di generi cinematografici differenti e tipici di altre cinematografie nazionali: la musica che accompagna Francois mentre sta per staccare un assegno a favore dei condomini rimanda al genere western; il cameriere che si avvicina in slow motion al tavolo del protagonista con in mano il salatissimo conto rimanda al cinema d’azione; lo stesso Francois che scappa impazzito dal ristorante, distrugge la porta con un’accetta e posiziona il suo terrifico volto nella fessura appena creata cita apertamente il Jack Torrance di Shining. In tutti i casi l’effetto è estremamente spassoso e divertente.

Come detto, tuttavia, Un tirchio quasi perfetto non è solamente un insieme di battute fulminanti, di situazioni ridicole, un inno alla leggerezza, un puro e semplice divertissement. Il film, infatti, è a tratti intenso, emozionante e finanche drammatico. Ma soprattutto ha una forte idea e un incisivo messaggio di fondo: mostrare la bellezza, la meraviglia e l’importanza del donare, in un’epoca fin troppo avara, in una società assai chiusa e in una folla di individui sempre più isolati e poco inclini alla generosità. “Chi dona diventa più ricco”, rivela Laura al padre: è il senso e il significato del film!

Facendo slalom tra situazioni assurde e paradossali, personaggi sopra le righe, protagonisti improbabili ed eccessivi – che rappresentano allo stesso tempo un limite e la forza del film –, non è affatto difficile, dunque, intravedere il forte attaccamento della pellicola con la realtà e il messaggio che vuole comunicare.

Si era detto che sarebbe stata più indicata una recensione parca di parole, povera, “tirchia”, in linea col personaggio. Si è, invece, dilungata in molteplici considerazioni. Ma perché risparmiare su frasi e riflessioni? Non conviene.

Emanuele Marconi, da “persinsala.it”

 

 

 

Che sia nelle battute di un cabaret, nella saggezza dei luoghi comuni o all’interno di una compagnia di amici, gli spilorci tendono sempre a suscitare una certa ironia. Figuriamoci se poi non parliamo di una semplice parsimonia, ma di un’avarizia esasperata e grottesca, tanto estrema da sfociare nel patologico. L’effetto comico è assicurato.
È su questa semplicissima premessa che si basa Un Tirchio Quasi Perfetto (Radin!), la commedia francese che ha per protagonista Dany Boon e che arriverà nelle nostre sale il 16 marzo.
Il talentuoso violinista classico François Gautier (Boon) è un tirchio che non conosce vergogna: vive di stenti al solo scopo di accumulare denaro nel proprio conto in banca, pur non avendo alcuna intenzione di spenderlo. La sua vita solitaria è un continuo e immotivato sacrificio, un’irragionevole maratona della privazione che lo ha allontanato da chiunque, suscitando in egual misura disprezzo e derisione da parte di colleghi e vicini di casa. All’improvviso però la sua grottesca esistenza viene messa radicalmente in discussione: François nello stesso giorno conosce la bella violoncellista Valérie (Laurence Arné), che sente potrebbe essere l’amore della sua vita, e scopre di avere una figlia ormai teenager, Laura (Noémie Schmidt), nata da una precedente relazione. Come gestire un primo appuntamento senza spendere neanche un centesimo? Come mantenere inalterata la propria folle tirchieria con una figlia a cui la madre ha sempre raccontato di un padre benefattore e generosissimo?
Il film, pur non essendo tra i più riusciti degli ultimi anni, riesce comunque a strappare molti sorrisi e alcune risate di cuore, proponendo un mondo invertito che potrebbe sembrare vittima di eccessive forzature narrative e che invece non lo è (andate a guardarvi la trasmissione di RealTime Malati di Risparmio). Dany Boon sta rapidamente diventando uno dei più importanti esponenti della commedia contemporanea, e in Francia gode di una popolarità straordinaria. Tra i suoi successi, oltre al celeberrimo Giù al Nord (che da noi è stato oggetto di un remake pedissequo con Benvenuti al Sud), titoli apprezzabili come Una Top Model Nel Mio LettoIl Mio Migliore AmicoUn Piano Perfetto e Supercondriaco.  La sua capacità di rendere in modo sempre credibile e divertente le mille sfumature di un personaggio diventa anche qui la vera forza della pellicola, che riesce a regalare un diffuso buonumore nonostante offra nel proprio svolgimento implicazioni non troppo leggere né superficiali.
La regia rappresenta un curioso esperimento da parte di Fred Cavayé, normalmente abituato a thriller e polizieschi ad alta tensione (suoi Anything For Her, Point Blanc e Mea Culpa). Il ritmo funziona bene, il taglio sospeso tra il buonismo e la causticità pure, ma qualcosa scricchiola nella gestione dell’arco narrativo. Nonostante questo Cavayé sceglie di andare sul sicuro e tanto con la fotografia di Laurent Dailland quanto con le musiche di Klaus Badelt ripropone quella deliziosa e calda atmosfera che caratterizza la commedia francese contemporanea, vera punta di diamante nella cinematografia europea.
Come sempre sono i dettagli a fare la differenza, e in questo caso la scelta di calare la coppia di protagonisti nel mondo della musica classica si rivela uno spunto più che riuscito (gli estimatori di Vivaldi avranno di che ridere in una scena in particolare), così come lo sono il vicino di casa di François o la caratterizzazione tutt’altro che rassicurante o bidimensionale tanto del protagonista quanto della figlia. Sicuramente alcune delle direzioni prese dalla sceneggiatura risentono di una certa meccanicità, ma d’altronde l’ambizione del lavoro di Cavayé non è certo sfrenata. Con un esercizio intellettuale forse troppo ardito, potremmo vedere nel violinista Gautier uno Scrooge che affronta i fantasmi del passato (la figlia), del presente (i vicini) e del futuro (l’interesse amoroso).  Pur senza spingersi a scomodare Dickens, però, Un Tirchio Quasi Perfetto rimane nell’insieme una commedia perfettibile ma consigliatissima a chiunque cerchi un’ora e mezza di ottimo intrattenimento. Alla fin fine Dany Boon è una garanzia.

Luca Ciccioni, da “anonimacinefili.it”

 

 

 

La cultura francese ha un rapporto antico con l’avaro, non fosse che per la versione teatrale memorabile di Molière, creatore dell’archetipo del taccagno contemporaneo. Curioso, quindi, che il cinema francese non ne avesse mai approfittato, dedicando un film intero a questa categoria, mai in via di estinzione, di abitante del nostro pericolante mondo contemporaneo. Questo fino a che Fred Cavayé non decidesse di cinentarsi nella scrittura e poi nella messa in scena di una commedia: genere a lui non abituale, a cui si avvicina ora anche per la crisi (d’incassi) del suo amato polar, di cui è stato uno degli interpreti recenti di maggior successo, accanto (e talvolta insieme) a Olivier Marchal. Per farlo si è affidato al re della commedia transalpina Dany Boon, che dopo aver preso in giro le idiosincrasie delle varie regioni della sua Francia (da noi riadattate in Benvenuti al sud), vive in un buen retiro a Los Angeles, dove ha come vicino di casa un’altra star francese, il cantante e attore Johnny Hallyday.

Un tirchio quasi perfetto, versione italiana del più stentoreo originale Radin! (Tirchio!), propone per la prima volta Boon in versione antipatica, per rendere al meglio la sua avarizia patologica, di cui sono evidentemente sviluppati più gli aspetti comici, rispetto a quelli paradossali e malinconici. Nato come nemesi di un padre spendaccione, il nostro eroe François prova gioia nel risparmiare, aprendo spiragli adrenalinici – quando usa una busta di ketchup scaduta da dieci anni – nella sua vita monotona. La sua casa buia – guai sprecare elettricità o acqua – è rappresentata da Cavayé come l’antro minaccioso di un orco, da cui esce solo scroccando passaggi qua e là, per impegnarsi nella sola attività che lo porta a donarsi, e non a chiudersi: il violinista in un’orchestra di provincia. La sua vita progettata al centesimo è scombussolata dall’arrivo di una timida e idealista ragazza che si dice sua figlia: galeotto fu un preservativo scaduto molti anni prima. Non solo, nello stesso giorno si innamora di una nuova venuta collega musicista.

Sommovimenti sufficienti a terrorizzare il nostro avaro, costretto ad avvicinarsi a una vita quotidiana normale, insidiato addirittura dai tanto temuti affetti. Occasione per costruire un percorso di crescita del protagonista, dopo una ventina di minuti iniziali (i migliori) di pura comicità giocata sulla sua avarizia: dalla povera cassiera del supermercato corretta per pochi centesimi a un classico del genere, la cena galante in un ristorante molto costoso. Mentire gli riesce facile, e anche l’ovvio avvicinarsi alle due donne apparse nella sua vita non è troppo banalmente risolto in un ribaltamento inverosimile della sua avarizia: tirchio si nasce e tirchio si muore.

Se Boon è al solito a suo agio nella comicità fisica e riesce a strappare sorrisi e qualche risata, particolarmente a fuoco sono i personaggi di contorno, da Noémie Schmidt figlia un po’ naif, alla timida cronica possibile fidanzata Laurence Arné, passando per un vicino sommerso dai bambini e dalle spese fisse e, soprattutto, l’esilarante figura del suo consulente bancario, diventato psicologo a tempo pieno solo per lui; “unico bancario che non sa dire di no”, come le rinfaccia la moglie.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

La vita di François, un violinista che alterna i concerti alle lezioni ai ragazzi, viene sconvolta dalla scoperta di una paternità fino ad allora neppure immaginata, e dall’arrivo nell’orchestra di una nuova musicista, della quale s’innamora. Come coltivare relazioni umane senza far scoprire la sua avarizia e sopratutto senza spendere il becco d’un quattrino?

Non si può che ridere nel vedere il protagonista della pellicola di Fred Cavayé arrabattarsi per risparmiare fino all’ultimo centesimo. La sua vita sarebbe un incubo per chiunque di noi, anche per quelli col ‘braccino corto’, perché François Gautier per risparmiare fa del male a se stesso, privandosi persino di quelle cose che fanno parte oramai della quotidianità di tutti, come l’illuminazione domestica, tanto per citarne una.

Il film trae le sue origini dalla sceneggiatura originale di Olivier Dazat, poi rielaborata dallo stesso regista, che ha potuto contare sulla collaborazione di Laurent Turner e Nicolas Cuche. La forza di “Un tirchio quasi perfetto” sta proprio in uno script effervescente che trova compimento nell’eccellente interpretazione di Dany Boon, sempre a suo agio nei panni di personaggi singolari, cui sa donare, nonostante le manie che li contraddistinguono, sincera credibilità.

Il ritmo del racconto è intenso, impossibile annoiarsi tra una risata e l’altra: il povero François, nonostante il suo comportamento indecoroso, non può che risultare simpatico, nel suo tentativo d’arrabattarsi in ogni modo per non spendere. Cavayé, con all’attivo tre thriller di successo, muove la telecamera con maestria anche in una ‘situation comedy’. Grande cura anche per la costruzione dei personaggi secondari, dove spicca quello di Valérie, interpretato dalla deliziosa Laurence Arné, che regala alla violoncellista di cui s’innamora François quella svagatezza che la rende irresistibile.

Il film, che riserva dei momenti esilaranti, si perde un po’ nello sdolcinato finale, ma non per questo perde la sua verve: il mix di temi toccati dalla pellicola (avarizia, amore, paternità, famiglia, solidarietà) giungono tutti a compimento.

Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

 

 

 

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