Un altro me

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Un altro me di Claudio Casazza ha aperto l’edizione 2016 del Festival dei Popoli, aprendo lo sguardo su vittime e carnefici della violenza sulle donne.
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Nella casa di reclusione di Bollate (Milano) ha luogo il primo esperimento italiano di “trattamento intensificato” per responsabili di violenze sessuali. La camera di Claudio Casazza si colloca con circospezione all’interno del centro, aprendo una finestra su un universo disturbante, su cui è difficile soffermare lo sguardo. Giorno dopo giorno, i racconti, le osservazioni, le opinioni degli internati si intrecciano con le sollecitazioni e gli interrogativi posti dagli psicologi. Questi ultimi stabiliscono un contatto con personalità sfuggenti, trincerate dietro alibi e deresponsabilizzazioni, tentando un percorso di cura. [sinossi]
“Rendersene conto è un punto di partenza”. Un altro me è un film in cui la dialettica è ancora al centro del discorso; forse l’unico centro possibile del discorso, soprattutto se è dialettica anche verso se stessi. Un altro me sono quelle inquadrature rigorose, mute, immote, della struttura di Bollate, nel milanese, in cui è stato girato il documentario: un montaggio di scale, celle in fila, sbarre, grate, spicchi di cortile che alimenta l’idea di spazio vuoto, lo spazio in cui l’uomo non è ancora (o non è più) in grado di porsi come centro reale, sbalestrato dalle proprie azioni, inumano perfino agli occhi di molti. Un altro me è il tentativo di guardare ciò che è innominabile, e di guardarlo per quel che è: parte dell’umano. Un altro me è l’unica ciambella senza buco…
Presentato come film d’apertura alla cinquantasettesima edizione del Festival dei Popoli, Un altro me è il nuovo lavoro documentario di Claudio Casazza, già autore di Era la città dei cinema, sulla crisi delle sale cinematografiche meneghine costrette alla chiusura, e di Habitat [Piavoli], in co-regia con Luca Ferri e incentrato su Franco Piavoli: non c’è nulla che abbia a che vedere con la Settima Arte, in Un altro me, che pure a suo modo può essere considerato come una riflessione, per niente banale, sulla narrazione e sulla percezione dello sguardo.

Gli uomini reclusi per crimini sessuali e che, sfocati o ripresi di spalle, vengono messi in scena da Casazza, sono costretti dal trattamento intensivo a cui son sottoposti a un’autoanalisi spietata, continua. Tornano e ritornano e ritornano ancora sulle azioni e le abitudini che li hanno portati in tribunale, e quindi in carcere, e narrano la propria vita. Poco per volta, in maniera disordinata e a tratti contraddittoria, ma la narrano. In questa sorta di racconto coatto, può prendere vita la loro presa di coscienza, quella presa di coscienza che li dovrebbe portare, una volta usciti dalla reclusione, ad affrontare il mondo con uno sguardo diverso.
La pulizia e l’apparente semplicità rigorosa che rivestono Un altro me, costruito solo ed esclusivamente attraverso il lavoro quotidiano del team di psicologi che nelle forme più disparate cerca un’interazione con i detenuti, rappresentano anche il nucleo fondante e principale del film. Laddove sarebbe stato facile trasformare la videocamera nel registratore nascosto di perversioni, ossessioni sessuali, vizi di forma e sostanza, puntando l’occhio sul “mostruoso”, Casazza compie il passo in direzione diametralmente opposta. Quella semplicità rigorosa diventa l’arma per sminare la minaccia del malizioso, e restituire la tragica, dolorosa normalità di quel che è accaduto. Una normalità con cui, com’è ovvio, non è immediato riuscire a fare i conti.

In questa prospettiva esemplificativo appare il primo scambio di battute tra medico e paziente con cui ha modo di imbattersi lo spettatore di Un altro me:
“Nel corso della sua vita, grossomodo, quanti partner ha avuto, a livello sessuale?”
“Tra prostitute e…”
“Sì, in generale.”
“Si parla di centinaia di persone allora.”
“E lo reputa un numero elevato, per una persona della sua età?”
“Lo reputo un numero che mi serviva”.
Un numero che mi serviva. C’è la necessità, negli occhi e nelle parole, perfino nelle titubanze dei detenuti. La necessità di avere qualcosa che non si ha. Di possedere. Casazza toglie qualsiasi patina di deformità dalla sua creatura, ed evita che la videocamera diventi il centro del discorso: anzi, la nasconde in ogni modo, la cela dietro le schiene dei convenuti agli incontri, si sofferma su dettaglia, la rende parte di un percorso che deve però prescindere la lei, per porre al centro l’umano. È l’uomo, in tutta la sua debolezza, il protagonista unico e assoluto di Un altro me, e lo dimostrano proprio le sequenze più forti, quelle in cui il crimine si palesa con maggiore possanza davanti agli occhi dello spettatore – sempre narrato e mai visto, ovviamente, e per questo ancora più deflagrante. Un altro me non è un film su qualcosa, per quanto sia compiuto il discorso sulla violenza sulle donne, il modo in cui si nasce e la giustificazione sociale che in qualche modo filtra persino tra le vittime. Un altro me è un flm con qualcuno, uomini che hanno compiuto misfatti e donne che li hanno subiti, familiari dei primi e delle seconde, e i medici e gli psicologi che cercano di restituire alla società delle persone, e non quei mostri che viene così facile dipingere nella vulgata comune. Un lavoro essenziale e prezioso.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

A volte, il (bel) Cinema è “solo” una questione di sguardo. È il saper osservare la realtà con discrezione e rispetto per tutte le parti in causa, è il sapersi fare da parte lasciando che chi viene inquadrato si dimentichi dell’esistenza della macchina da presa e sia semplicemente se stesso, è la capacità di fare emergere le complessità umane evitando con cura qualsiasi tesi preconfezionata e preconcetto. È il coraggio di una presa di posizione, soprattutto quando la presa di posizione è proprio uno scomodo equilibrio in uno dei campi in cui l’equilibrio è più difficile: sarebbe stato molto più semplice per Un altro me, documentario di Claudio Casazza presentato come apertura 2016 del fiorentino Festival dei Popoli, sbattere il mostro in prima pagina consegnando i detenuti per reati sessuali del carcere di Bollate alla pubblica gogna, così come sarebbe stato molto più semplice, all’eccesso opposto, considerarli alla stregua di malati e in quanto tali compatirli. Ma Casazza non fa nulla di tutto questo, non si interessa strettamente al loro passato e alle loro condanne, rifiuta il film a tesi sui maniaci sessuali così come il servizio giornalistico sul laboratorio carcerario e sceglie la via dell’osservare e dell’ascoltare per mettere al centro semplicemente l’uomo. Un altro me non è un film sulla violenza sulle donne, non è un film sulla psicologia deviata del criminale e maniaco, e di certo non è il mero resoconto di un anno di dialoghi, attività, incontri, confronti e psicanalisi. O meglio, è tutto questo, ma il punto non è l’indagine sociale all’interno di una frazione della realtà carceraria, né quella antropologica sull’origine della violenza carnale: Claudio Casazza vuole semplicemente lasciare agire in autonomia il sorprendente materiale umano che ha avuto a disposizione per quasi un anno di riprese, con l’approccio del cinema diretto filtrato però dall’impossibilità di vedere distintamente i detenuti, tenuti di quinta, di spalle o fuori fuoco mentre appaiono regolarmente sullo schermo i volti del team di professionisti impegnati nel laboratorio fra psicologi, criminologi e sociologi.

Quello di Claudio Casazza è uno sguardo rispettoso e paziente, uno sguardo indagatore eppure profondamente umano, uno sguardo di sfocature e dettagli su chi è in carcere per un reato fra i più orrendi, e anche a tutela di chi, dall’altra parte, accetta di condividere i traumi subiti e forse mai superati, sperando che dal confronto carnefici/vittima possa emergere un comune percorso di crescita. La negazione dei volti dei condannati (e di quello della vittima che autonomamente ha deciso di mettersi a disposizione del progetto) è un atto di profondo rispetto, atto sì a creare una distanza fra “il mostro” e il pubblico, ma non è tanto una premura nei confronti di chi guarda, quanto nei confronti di chi, fra uno spocchioso “Appena esco di qui me le scopo tutte” e una dilaniata lettera di scuse alla donna a cui si è rovinata la vita, accetta di penetrare le proprie ambiguità per provare a capirsi, pentirsi, reinserirsi nella società e nella vita normale come un uomo nuovo e capace di controllare le proprie fantasie. Anzi, è proprio “il mostro” a essere negato in Un altro me, la sua stessa idea: quelle che parlano fuori fuoco davanti alle videocamere sono semplicemente persone, uomini fatti di carne e sudore, di errori e di fragilità, di istinti e di repressioni. Non c’è spazio per la retorica, non c’è spazio per una tesi forcaiola o difensiva da sostenere, non c’è spazio per forme di giudizio o presunzione, come non c’è spazio per possibili derive moraliste: sullo schermo c’è “solo” un nugolo di esseri umani con i loro problemi, con le loro contraddizioni, con le loro (in)sicurezze, con le loro debolezze, con i loro difetti, con i loro bisogni, con i loro pentimenti tardivi e forse inutili, ma anche e soprattutto con la loro dignità. Un altro me è un film di puro antropocentrismo, è un ritratto disfunzionale in un forzato interno, sono percorsi che si intrecciano – quelli dei detenuti che partecipano volontariamente al laboratorio con psichiatri e criminologi per tentare di arrivare alla radice del loro problema ed evitare ricadute una volta fuori, ma anche quelli degli educatori che ogni giorno scoprono qualcosa di nuovo sulla natura umana e sui rapporti interpersonali –, sono uomini che lentamente si aprono, si raccontano, forse si capiscono o forse no, ma quanto meno ci provano seriamente, perché “Rendersene conto è già un punto di partenza”.

Un altro me è l’uomo del passato che ha compiuto il libidinoso reato, Un altro me è l’uomo (forse) nuovo che uscirà in futuro dal percorso umano all’interno del carcere, mentre il film di Claudio Casazza, con la sua rigorosa pulizia minimale e la sua pazienza certosina nel raccogliere ore e ore di materiale da scremare al montaggio, mostra il momento del passaggio, forse della crescita, senza dubbio della consapevolezza. C’è chi si assume le proprie colpe anche quando nemmeno una madre crede che il figlio possa essersi spinto a tanto, c’è chi minimizza, c’è chi si giustifica, c’è chi ha bisogno di ripartire dalle basi di anatomia e c’è chi reagisce a testa alta e con fare arrogante, ma nel corso dell’anno di laboratorio vedrà il proprio capo abbassarsi progressivamente. Sono fasi, sono resistenze psicologiche, sono ammissioni e vagiti di umanità fuori fuoco che valgono più di qualsiasi trattato: contraddittori, difficoltosi, ma finalmente sinceri, e il mostro torna finalmente uomo, con tutte le sue fragilità e tutti suoi dolori. Un altro me sono i corridoi e le sbarre di un luogo che è il non-luogo per definizione, è un momento di sospensione – ulteriormente sottolineata da una sfocatura, da una sovraesposizione che filtra dalle sbarre, dallo stipite di una porta o dal dettaglio di un disegno a carboncino che sta prendendo forma – che si sta cercando di convertire in un percorso di crescita. C’è chi “Ho fatto sesso con il numero di ragazze che mi serviva”, perché il sesso è visto come una necessità e non come un’ossessione nelle sue deviazioni, puro istinto e forse diritto di possesso, ma c’è anche chi “A ruoli invertiti, mio padre mi vorrebbe ammazzare”; c’è chi non vuole credere che la vittima che verrà a parlare sia davvero una vittima, ma poi sarà commosso dai suoi resoconti di sevizie subite sin dalla più tenera infanzia dal cuore della famiglia e di profonda dignità nel superarle. Un altro me è il rendersi conto di aver sfruttato le altrui debolezze e anzi forse di averle viscidamente create, è una presa di coscienza di cosa ha trasceso dalla normalità di un rapporto, è un dialogo costante con se stessi, alla scoperta della propria natura più intima. Un altro me sono i modellini e le statuette di cera, forse una sorta di totem nel quale tentare di rinchiudere il proprio mostro interiore o forse solo uno sfogo creativo, sono i silenzi, sono le attese, sono le attività fisiche, sono le lunghe file di finestre perché il carcere è straniante e tale rimarrà, sono le consapevolezze che lentamente maturano: “Sono la ciambella senza buco”, “Sono fatto così”. Perché Un altro me è un percorso, ma nessuno può essere sicuro che al termine ci sia un approdo sicuro, nessuno può essere sicuro che non ci saranno ricadute e recidive, nessuno può essere sicuro che una normale attrazione non diventi di nuovo fatale. Magari a partire dalla bionda psicologa, o dalle sue stagiste che hanno accettato di entrare nella tana del lupo. Ed è proprio il dubbio, questa dichiarata impossibilità di vincere le ambiguità e le contraddizioni, quella atroce possibilità di sbagliare ancora a rendere il film di Claudio Casazza così interessante, così disarmante, così agghiacciante, così profondamente umano.

Marco Romagna, da “cinelapsus.com”

 

 

Attivo sia sul fronte della critica che come documentarista, Claudio Casazza ci ha sorpreso in passato con l’acutezza del suo sguardo su realtà anche molto diverse tra loro. Tra i precedenti lavori ci era particolarmente piaciuto quello co-diretto con Luca Ferri, Habitat [Piavoli], per la capacità di dialogare con un autore schivo e appartato come Franco Piavoli, facendo trapelare nelle stesse immagini del documentario l’essenza della sua poetica. Con Un altro me l’indomito Claudio ha voluto affacciarsi in un ambiente che richiedeva capacità di relazionarsi, senso della misura e accortezze forse persino maggiori: parliamo del Carcere di Bollate e più in particolare di quei detenuti sottoposti a un regime particolare, in quanto condannati per reati di natura sessuale.
Già vincitore del Premio del Pubblico allo scorso Festival dei Popoli di Firenze, accolto anche al 28° Trieste Film Festival con partecipazione e interesse, Un altro me trae spunto dalla già eccezionale possibilità di interagire con alcuni carcerati, inseriti in uno speciale gruppo di lavoro finalizzato alla riflessione sul crimine da loro commesso e a un eventuale reinserimento sociale, per venire poi a comporre una galleria di modelli comportamentali e reazioni emotive piuttosto varia, sia dal punto di vista dei detenuti che da quello dei loro carcerieri.
Per mettere meglio a fuoco l’intera questione Claudio Casazzadecide, molto saggiamente, di non mettere a fuoco. Nel senso che il fuori fuoco diventa, in un documentario delicato come questo, sia necessità etica che risorsa espressiva da esplorare con attenzione: ovvero, durante i vari colloqui e le assemblee con psicologi e altri membri dell’equipe, i volti dei detenuti non risultano mai messi a fuoco. Ciò è in primis un coscienzioso tributo alla dignità delle vittime di violenze ed abusi sessuali, in seconda battuta una concessione alla riservatezza che gli stessi autori dei crimini è opportuno mantengano. Ma strada facendo ci si rende conto che una scelta del genere può assumere anche altre implicazioni, dirottando lo sguardo dello spettatore verso certi dettagli ambientali o, attraverso qualche provvidenziale controcampo, sulle reazioni degli stessi operatori a racconti così spinti e morbosi. Tra disagio e desiderio di comprendere.

Con un nume tutelare come Frederick Wiseman sempre presente, con ogni evidenza, nella mente del regista, il film documenta una situazione esistenziale piuttosto estrema osservandola a fondo, ma senza cadere in alcuna delle possibili trappole che un soggetto simile poteva proporre: né una morbosità gratuita, né eccessiva complicità coi personaggi coinvolti, né censure perbeniste. Allo spettatore il compito di vagliare, non senza qualche imbarazzo, cosa ha portato quelle vite in una certa direzione e come quei programmi di recupero possano essere d’aiuto, se si vuole evitare che gli autori di determinate violenze fisiche e psicologiche ricadano, una volta fuori dal carcere, negli stessi esecrabili errori.

Stefano Coccia, da “taxidrivers.it”

 

 

 

Non è facile raccontare la violenza degli uomini ai danni delle donne. Non è facile farlo senza sostenere tesi, ma con onestà, senza paure e senza ipocrisie. Claudio Casazza nel bel documentario Un altro me, prodotto dalla torinese GraffitiDoc di Enrica Capra, che ha aperto il Festival dei Popoli a Firenze e ha poi ricevuto il premio del pubblico, ci è riuscito in pieno. Un documentario girato per un anno tra i detenuti per reati sessuali nel carcere milanese di Bollate. Si tratta di un film molto bello, spiazzante, insieme duro e delicato, che affronta un tema difficile da affrontare ma che bisogna avere il coraggio di guardare in faccia. Il regista non filma solo i reclusi, ma anche i loro psicologi ed educatori, compiendo la scelta senza compromessi di inquadrare fuori fuoco o di spalle i condannati rendendoli non riconoscibili. Così facendo li mette ancor più in evidenza, diventano molto presenti e ingombranti rispetto a medici, psicologi, criminologi e assistenti che cercano di interagire con loro. La scelta visiva rende evidente il rapporto inevitabilmente sbilanciato, quasi il muro nel quale è difficile far breccia, che esiste tra le due parti. I detenuti, alcuni anche sposati o con una compagna fuori dal penitenziario, sono spiazzanti nel loro essere basici: la sessualità non è che il mezzo di soddisfacimento dei loro bisogni, l’altro è visto soltanto in quanto funzionale a loro stessi. Attribuiscono pochissima considerazione alla donna e alle altre persone, creano ogni giustificazione possibile per le loro azioni e i loro pensieri, lasciando i medici disarmati. Mostrando comportamenti estremi, il film riguarda tutti, l’accettare se stessi, il sapersi “gestire”, il rapporto con l’altro, il dove ci posiziona nell’interazione con l’altro. Ci sono detenuti che tentano approcci con le giovani tirocinanti, uno che, durante un’uscita, va in crisi incrociando le ragazze in metropolitana. I condannati sono anche messi di fronte alle loro responsabilità, spinti a rievocare il loro passato e a confrontarvisi, a cercare il loro essere più intimo. A questo serve anche la lezione di educazione sessuale che li vede poco coinvolti, se non respingenti, mentre le riunioni d’équipe degli operatori analizzano il lavoro con i detenuti e le loro reazioni. Spesso i violentatori sono cresciuti in famiglie o in contesti violenti o disturbati, nei colloqui sono chiamati a riflettere sugli atti che li hanno portati in carcere, al controllo delle loro azioni, responsabilità, rispetto, concetto di consenso e volontà di entrambi. I confronti fanno uscire l’illogicità della loro logica che sembra inscalfibile, ma anche le loro ammissioni, come il riconoscere di cercare vittime “deboli”.
Gli educatori leggono loro lettere scritte da donne violentate, dove emergono le sofferenze delle vittime e le conseguenze profonde sulle loro vite e la rabbia e il dolore che provano. Al gruppo di carcerati è proposto un incontro con una donna che ha subito violenze, abusata fin da piccola. Subito i condannati non credono all’identità dell’ospite e pensano che si tratti di un’attrice che si finge vittima. Durante il lungo incontro, ella si mette talmente in gioco e si espone al punto che mette in crisi i reclusi e li costringe a pensare, si crea quasi un’empatia con alcuni detenuti. La donna, in modo propositivo, stimola la controparte e insiste sul fatto che “va cambiata la cultura e siete voi che la potete cambiare”.
In un’altra occasione i detenuti guardano insieme un film molto appropriato e che li riguarda, Woodsman – Il segreto di Nicole Kassel, con Kevin Bacon nei panni di un pedofilo uscito di prigione dopo 12 anni di carcere. Una visione che riesce nell’obiettivo di muovere qualcosa ad alcuni di loro. Nel finale uno si rende conto del mondo distorto nel quale viveva, ha imparato alcune cose durante il trattamento.
Un altro film sul e dentro il carcere, a dimostrazione che filmare la reclusione è un po’ come raccontare il pugilato: si esaspera ciò che c’è fuori e lo si ripulisce da troppi orpelli che ne complicano l’osservazione e la comprensione. Casazza resta in osservazione, registra ciò che accade, non interviene, sta in disparte con delicatezza. Il pudore e l’attenzione nel riprendere fanno sentire anche lo spettatore più a suo agio, anche se si tratta comunque di una situazione scomoda.

Il titolo Un altro me ha tante valenze, compreso quello di rispecchiamento, oltre a quello di ricerca, da parte dei reclusi, della parte di se stessi più adatta a rispettare le regole del vivere in società. È un film che non lascia indifferenti, che può turbare molto e anche devastare dentro, ma che in fondo contiene qualche lucetta di speranza. Ci costringe a spogliarci di tutto e a metterci in ascolto, ma anche ci aiuta a guardare le altre persone in maniera diversa. Casazza, da osservatore partecipante attento e rispettoso, riesce a rendere i tanti aspetti delle violenze, come vengono vissute da chi le esercita e chi le subisce, ma anche a far riflettere sul rapporto tra uomini e donne.

Nicola Falcinella, da “cinequanon.it”

Nel carcere di Bollate c’è un reparto dedicato ai cosiddetti “sex offenders”. Rei d’aver commesso reati sessuali, Sergio, Gianni, Giuseppe, Valentino ed Enrique sono i protagonisti di un percorso sperimentale in cui criminologi e terapeuti vestono i panni terreni di un Virgilio dantesco, nel tentativo di sottrarre gli uomini dall’inferno delle pulsioni incontrollate.
Accompagnati da psicologi che cercano di dar loro una nuova consapevolezza, la presa d’atto dei pazienti avviene attraverso una sorta di confronto caratterizzato da una spiazzante lucidità, difficile da catalogare in quanto conclusione “legittima” di un pensiero estraneo alla percezione del dolore e dell’orrore causati.
Un’opera rivoluzionaria, a testimonianza di una profonda verità, oltre – e al di là – della demonizzazione dei volti che abitano l’Unità di Trattamento intensificato del CIPM, primo esperimento in Italia di prevenzione della recidiva per reati sessuali. Il documentario non segue i canoni classici dell’analisi d’inchiesta, limitandosi a mettere in scena la quotidianità di una condizione che sfocia nella violenta sopraffazione dell’essere umano su un altro essere umano. L’impostazione invisibile dell’operatore di camera, di una narrazione esente da ogni riferimento extradiegetico – dalle musiche alle voci fuori campo – conduce direttamente tra i banchi delle sedute di gruppo, all’interno di momenti di confronto in cui emerge lentamente la difficoltà dei terapeuti d’impostare un dialogo costruttivo, in grado di assicurare agli uomini la misura dello squallore e del dolore di cui si sono resi portavoce.
Abbandonando ogni sorta di retorica, lo sguardo indaga, si ferma, immobile, in un angolo della stanza, per farsi raccontare l’umanità dietro la disumanizzazione del mostro, lasciando i detenuti costantemente fuori fuoco per concentrarsi sugli operatori sanitari e sui dettagli di un istituto comprensivo in cui al silenzio si sostituiscono vacui sentimenti d’angoscia che la solitudine ha trasformato in rapporti patologici col mondo.
Un lungo viaggio nel travagliato mondo dei carnefici, dove le vittime sono evocazione di una sopraffazione crudele, vissuta come per istinto e avvicinata dal regista grazie a uno shopenhaueriano velo di maya giocato sul fuori fuoco. Una sorta di spazio altro in cui sia spettatori che detenuti sono tutelati dalla scelta nitida di scorgere il racconto senza affrontarne lo sguardo. Casazza abita i luoghi con la pazienza di colui che non contrappone forzosamente il dolore dei sentimenti alla segregazione. Non c’è mediazione da parte sua, piuttosto una presa d’atto in profondità, affidata a una forma spogliata da ogni sorta di poetica autoriale, che si avvicina per questo alla contraddizione che incarnano gli uomini, tra assunzione di colpa e sradicamento di un’idea legittimante.

Voto: 3 / 5

Olivia Fanfani, da “mymovies.it”

 

 

 

Un documentario italiano racconta un progetto di terapia per persone condannate per reati sessuali, affinché scontata la pena non ne commettano altri. Tra discussioni, attività, piccoli passi e rifiuti, i mesi trascorrono e le persone cercano di fare i conti con passato e futuro.

Cos’è. Un altro me di Claudio Casazza è un documentario girato nel carcere di Bollate, che segue per un anno l’attività di una unità di trattamento intensificato per autori di reati sessuali: un progetto sperimentale di terapia di gruppo che cerca di risolvere i problemi e fermare le recidive. L’idea è quella di intervenire su questi assoluti reietti sia della società civile sia di quella carceraria, per evitare che la loro natura di tabù li accompagni per sempre e favorisca le recidive: una sconfitta per la società, per il sistema penale, per la psicologia italiana e per le future vittime. Il film ha inaugurato la cinquantasettesima edizione del Festival dei Popoli di Firenze il 25 novembre, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Nel frattempo il progetto terapeutico del carcere di Bollate è stato chiuso, anche se studi e statistiche dimostrano che questi progetti funzionano.

Com’è. L’identità di queste persone deve essere ovviamente protetta. Per questa ragione tutti i volti dei detenuti sono sfocati. Questo da una parte rende complessa l’identificazione dei protagonisti della storia, che sono solo delle voci e delle gestualità intuite. Allo stesso tempo però impedisce allo spettatore di associare questi reati e queste situazioni a dei singoli, applicare delle categorie estetiche e sociali, e insomma assecondare l’istinto di mettere più distanza possibile tra sé e il violentatore.

Ormai siamo abituati a una forma documentaristica che abbraccia diversi livelli di coinvolgimento e narrazione. Qui le riprese sono discrete, l’occhio del regista giustamente non giudica, arrivando dopo un giudizio già condiviso da tutti, e si percepisce il desiderio di mostrare più che raccontare. Tranne pochi momenti, il film evita la bellezza e il lirismo, anche nel senso della grande drammaticità che questi temi potrebbero evocare. Per un’ora e venti si seguono i piccoli progressi, i rifiuti, le negazioni del gruppo, mentre i terapeuti si avvicendano, c’è una partita di calcio, una lezione di disegno o una seduta di yoga, le persone parlano, alcune fanno progressi e i mesi passano.

Perché vederlo. Un altro me è un documento raro. Non capita spesso di trovarsi così vicini a un tema come questo, ancora meno in un paese che coccola i propri rimossi invece di cercare di affrontarli. Qui siamo al crocevia tra carcere, disturbi mentali e violenza sessuale: un luogo che in Italia suscita automaticamente scuotimenti di testa, demagogia e voglia di “buttare via la chiave”. Ma alla luce del dibattito sulla violenza sessuale che in questi anni è così cresciuto, è affascinante sentire, nelle parole di questi violentatori, i riverberi distorti di tanti commenti quotidiani. La visione del documentario apre gli occhi sui punti di contatto tra il maschilismo endemico nella nostra società e la violenza. Mostra anche, seppur sfocati, uomini che altrimenti vivono nel pensiero di molti solo come negazione dell’umanità stessa. Infine, la scena dell’incontro tra il gruppo e una vittima che racconta la sua storia è notevole.

Perché non vederlo. Il documentario è molto asciutto, non ha colonna sonora né movimenti di macchina. Le inquadrature sono sempre ben costruite, e i dettagli delle giornata restituiscono bene l’atmosfera. Ma per certi versi è quasi il registro video di questo anno di lavoro e di vita di operatori e detenuti, troppo essenziale per un pubblico che non sia già interessato al tema.

Una battuta. Io non mi vedo come quelle persone che hanno bisogno di aiuto. Io non penso di aver bisogno di aiuto.

Matteo Bordone, da “internazionale.it”

 

 

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