The Space in Between – Marina Abramovic and Brazil

 

In questo docu-film la Abramović parte alla ricerca di nuovi stimoli creativi e viaggia attraverso le vibranti comunità religiose del Brasile per fare esperienza dei rituali sacri e svelare il suo processo creativo. Il sincretismo del Brasile più profondo si fa per lei percorso personale e artistico e racconto per immagini, in un seducente intreccio di profondità e ironia. Tra cerimonie di purificazione e trip psichedelici, Marina riflette sulle affinità tra performance artistiche e rituali e si mette totalmente a nudo, in un tragitto anche interiore nei meandri del suo passato. Un film autenticamente “in between”, sospeso tra arte e vita, tra road movie e spiritual thriller, capace di parlare al cuore dello spettatore e al suo inestinguibile bisogno, consapevole o inconsapevole, di spiritualità.

Nata a Belgrado nel 1946, la Abramović è una delle artiste più importanti del nostro tempo. All’inizio degli anni Settanta studia presso l’Accademia di Belle Arti di Belgrado, dove comincia a sperimentare la performance come forma di arte visuale. Esplorando i limiti fisici e mentali del suo essere, la Abramović approfondisce così il tema della trasformazione emotiva e spirituale e si dedica alla creazione di opere capaci di rendere rituali semplici azioni della vita quotidiana, come stare sdraiati o seduti, sognare e pensare. Nel 1974 viene conosciuta anche in Italia, dove presenta la sua performance Rhytm 4 nella galleria Diagramma di Luciano Inga Pin a Milano. Nel 1976 Marina Abramović lascia la Jugoslavia per trasferirsi ad Amsterdam. Nello stesso anno inizia la collaborazione e la relazione con Ulay, artista tedesco, nato tra l’altro nel suo stesso giorno. I due termineranno il loro rapporto dodici anni dopo, nel 1989, con una camminata lungo la Grande Muraglia Cinese: Marina decide di partire dal lato orientale della muraglia sulle sponde del Mar Giallo, mentre Ulay dalla periferia sud occidentale del deserto del Gobi. I due cammineranno novanta giorni e si incontreranno a metà strada dopo aver percorso entrambi duemila e cinquecento chilometri per dirsi addio. Negli anni ottanta viaggia in Australia e nei deserti di Thar e del Gobi e in Cina; dal 1992 tiene workshop, conferenze, mostre personali e collettive in tutto il mondo fino a vincere nel 1997 la Biennale di Venezia con la performance Balkan Baroque, dove per tre giorni pulisce una montagna di ossa bovine in un rituale di purificazione e di denuncia delle stragi che avvenivano nei Balcani.  Nella primavera del 2010 arriva la prima grande retrospettiva negli Stati Uniti al Museum of Modern Art di New York, dove esegue anche la performance The artist is present documentata dall’omonimo documentario. Due anni dopo, nel 2012, è stato il momento della doppia mostra al PAC e alla Galleria Lia Rumma di Milano, dove l’artista ha mostrato tutti i nuovi lavori e svelato al mondo The Abramović Method.

THE SPACE IN BETWEEN. MARINA ABRAMOVIĆ AND BRAZIL di Marco Del Fiol sarà nelle sale italiane solo il 3, 4 e 5 ottobre distribuito da Nexo Digital e I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection e con i media partner Sky Arte HD e MYmovies.it.

Marco Del Fiol. Cameraman, co-sceneggiatore, regista, montatore, produttore esecutivo, sceneggiatore e redattore, Marco Del Fiol ha dedicato gli ultimi dieci anni del suo lavoro all’opera di importanti artisti contemporanei e alla creazione di un dialogo tra le opere d’arte, gli artisti e il loro pubblico. Nel 2010 ha diretto ” Second Movement for Piano and Sewing”, prodotto da Philippe Barcinski per TV Cultura. Il film ha partecipato a numerosi festival come il Chile, Ouro Preto Film Festival e il Brazilian Film Festival di Toronto, dove ha ricevuto premi per il miglior film, la miglior regia e la migliore attrice. Del Fiol è il regista di VIDEO BRASIL NA TV, alla sua quarta stagione, così come di Rafael França – Obra como testamento; Mau Wal – translated encounters; Olafur Eliasson – Seu corpo da Obra and Isaac Julien – Geopoéticas. I suoi film sono stati presentati in festival cinematografici al Museo Reina Sofia di Madrid, al Centre Pompidou di Parigi, al Nederlands Fotomuseum di Amsterdam e fanno parte delle collezioni di numerose istituzioni come The Center for Contemporary Art (Israel), Hong Kong Arts Centre (China), Internationale Kurzfilmtage(Germany), Library of Museu de Arte Contemporânea da USP (Brazil), Midiateca Le Plateau (France).

da “nexodigital.it”

 

Presentato al Biografilm Festival, The Space in Between: Marina Abramovic and Brazil accompagna nel suo viaggio attraverso il Brasile la grande performance artist Marina Abramovic, alla ricerca di sette, di culti marginali e di una matrice spiritualistica della sua arte.

Te lo do io il Brasile

In viaggio in Brasile alla ricerca di nuovi stimoli creativi, Marina Abramovic intraprende un percorso di guarigione spirituale. Incontra medium a Abadiania, erboristi a Chapada, sciamani a Curitiba. [sinossi]

Il Brasile: un paese enorme dove sopravvive un coacervo di riti ancestrali, spiritualismo, credenze arcaiche, superstizioni, un melting pot di iconografie religiose di tutto il mondo, una terra magica permeata da una natura rigogliosa e imponente. Marina Abramovic: la grande performance artist che ha sempre lavorato sui limiti del corpo, sul dolore fisico, sull’autolesionismo, sulla ritualità, sull’emotività e la spiritualità. L’incontro tra l’artista e il paese sudamericano, il suo viaggio attraverso lo sterminato territorio alla ricerca di sette, culti, pratiche stregonesche, manifestazioni di un’energia spirituale sotterranea, sono oggetto del documentario di Marco Del Fiol, The Space in Between: Marina Abramovic and Brazil, presentato al Biografilm Festival nella sezione Biografilm Arte.
Perché in fondo quelle pratiche magiche, quei rituali esoterici che vengono esplorati, sono essi stessi delle forme inconsce di performance art, e il viaggio della Abramovic alla loro scoperta, anche soggiornando a lungo come adepta in quelle comunità spirituali, è esso stesso un’opera dell’artista. Artista che ha sempre viaggiato nel reale, nell’interazione con gli spettatori, proprio come un taumaturgo.

Il film inizia con la Abramovic che si dirige verso una grande grotta/caverna rivendicando la sua natura di artista come sciamana. La prima parte del documentario è quella più controversa. Siamo all’interno della setta di João de Deus (avrà preso il nome dal personaggio di João César Monteiro?), un guaritore del tutto simile a quelli filippini che spopolavano una volta attirandosi le ire di Piero Angela. Radunati attorno a lui tanti malati terminali, vestiti in tunica bianca, con la speranza di una miracolosa salvezza. Il regista Marco Del Fiol lo riprende, senza filtri e con crudezza, nelle scene raccapriccianti delle sue, presunte, operazioni chirurgiche, eseguite senza anestesia, con coltelli da cucina. Senza porsi il dubbio di essere di fronte a un pericoloso ciarlatano, un maestro di vita come quel Do Nascimento di wannamarchiana memoria. Poco importa però al regista, come alla stessa Abramovic: abbiamo a che fare con delle opere performative, anche estreme, sul corpo che ne prevedono anche il dilaniarsi.
Più interessanti e simpatici, e folkloristici, gli altri santoni incontrati lungo il viaggio, dalla donna sedicente vecchissima (nelle sue parole sembra vero: la sospensione dell’incredulità in un documentario), a quella che si dichiara posseduta mentre prepara i cibi e l’arte culinaria diviene essa stessa un rito. E poi litanie di preghiere, danze. Poco importa, arrivati a questo punto, la verosimiglianza scientifica di quello che vediamo. Se la donna ritratta nella fotografia stia lievitando o semplicemente saltando. Il sapere scientifico è un’altra cosa ed è stato prodotto da un’altra cultura. E in fondo “in tutto c’è un mistero”, come dice Donna Flor.

Viene evidenziato il sincretismo, il pastiche culturale brasiliano, citando espressamente il mistico armeno Georges Ivanovič Gurdjieff, che è stato ispiratore, non a caso, del lavoro di Peter Brook come quello di Franco Battiato. La capacità di mescolare simbologie celtiche e indiane. Del Fiol coglie anche alcune curiosità sull’artista, catturate durante il lungo viaggio, come il fatto che si nutra di aglio e cipolla, non pelata, per assumere antibiotici naturali. E questo sarebbe, come si dice, il vero metodo Abramovic.
L’arte della performer passa quindi attraverso la purificazione del proprio karma, la trasformazione mistica, l’elevazione a un io superiore attraverso la pratica della performance. L’arte anche come nomadismo. E così il documentario diventa un’opera di videoarte, nella ripresa delle sue pratiche artistiche, nel farsi cospargere di terra, dalla madre terra, o da una coperta di foglie, nel galleggiare nell’acqua, nel manipolare cristalli di quarzo, gli occhi della terra, nel ritrarsi davanti a una grande cascata. Ma la vera dimensione sovrannaturale è già in realtà tutta lì, in quel volto spiritato dell’artista di origine serba. Quel volto ammaliante e ipnotico che ha messo in gioco, per esempio, nel suo celebre The Artist is Present, in cui fissava lo spettatore seduto di fronte a lei. Ora lo sguardo della Abramovic si rivolge, con la stessa postura, verso paesaggi immensi, verso interminati spazi.
Tra arte performativa e sciamanesimo c’è anche il cinema e il suo ruolo viene rivendicato fortemente dal regista Marco Del Fiol che lascia più volte alcuni momenti di backstage. “Ok, stiamo girando”, si sente a un certo punto. L’arte performativa è anche questa.

Giampiero Raganelli, da “quinlan.it”

 

 

 

IN CERCA DI REDENZIONE
Marina Abramović osserva una caverna di rocce meteoritiche. Lo scenario è mozzafiato. Si apre così il documentario The Space in Between. Marina Abramović and Brazil di Marco Del Fiol, girato in Brasile. L’artista intraprende il viaggio per alleviare le sue sofferenze, per dimenticare il suo secondo amore, i cui ricordi continuano a tormentarla nella notte. E forse per un bisogno di redenzione per l’overdose di popolarità mediatica e ostentazione del potere che l’hanno circondata negli ultimi anni, in cui è passata da regina insuperabile della performance mondiale a vittima di critiche feroci. Racconta quest’esperienza toccando le corde dell’anima, tornando a essere la Marina Abramović che, con le sue performance, ci ha mostrato il buio della sofferenza, ci ha insegnato a guardarci dentro, a superare i nostri limiti, fisici e psichici. Sincera, non nasconde la sua età – mortificata da continui primi piani del suo volto – mostra i segni del tempo, anche nella sua nudità.

UNA CHIRURGIA DELL’ANIMA
Un documentario senza filtri, che diventa a tratti duro, quando un guaritore interviene chirurgicamente su alcuni malati senza anestesia. Più che una chirurgia del corpo, una chirurgia dell’anima. I rituali accompagnano tutto il film. Rituali che l’artista segue con la voglia di scoperta, fino a provare l’ayahuasca, una droga sciamanica che la porta a non controllare più il suo corpo e la sua mente. La cura avviene anche con le piante perché, ci racconta un altro guaritore, “nel regno vegetale ogni specie ha la sua anima e uno scopo”. L’uomo, afferma l’artista, “non ha bisogno di arte perché la natura lo è già: sono gli uomini che vivono in città ad aver bisogno di opere perché non hanno tempo”.
L’artista aveva conosciuto il Brasile alla fine degli anni Ottanta quando era alla ricerca del potenziale curativo dei minerali, strumenti che l’hanno accompagnata nel suo percorso e che sono diventati parte fondante del suo “metodo”. Da questo viaggio ha imparato ad amarsi, a voler continuare a insegnare agli esseri umani a trascendere il dolore, arrivando a dire che “il pubblico è l’opera” perché ogni artista “vive nello spazio di mezzo”.

 

UNA NOMADE MODERNA
Abramović non ama le religioni perché le ricordano le istituzioni: è la fede a guidarci. Il corpo accumula i traumi infantili e adolescenziali di cui dobbiamo liberarci. Ci racconta quando da piccola la madre, ossessionata dalla pulizia, costringeva i suoi amici a indossare una maschera per entrare nella sua stanza, evitando così qualsiasi contagio di (immaginari) virus. La maniacalità della madre l’ha spinta a creare un suo mondo parallelo, a giocare con le ombre. Il film si chiude con l’immagine iniziale in cui l’artista si addentra nella caverna in cerca di una nuova vita, dopo la guarigione. Il viaggio non termina qui perché “non ti senti mai a casa in nessun luogo”, e la non appartenenza diventa un modus vivendi che la porta a definirsi una “nomade moderna”. Chissà se applicherà quei rituali nel suo Marina Abramović Institute per aiutare tante anime malate e in pena a vivere una vita migliore? Speriamo che non “svenda” la ricchezza di quegli insegnamenti preziosi, appresi durante il faticoso viaggio in un caro e modaiolo percorso SPA per ricche e annoiate signore newyorchesi.

Daniele Perra, da “artribune.com”

 

Può riuscire l’operazione di un secondo docufilm con protagonista la medesima celebrity, a soli quattro anni da The Artist Is Present? Rivolgendo questa domanda agli storici dell’arte contemporanea avremmo probabilmente due risposte. La prima è: No, perché non siamo di fronte a nulla che restituisca la grandezza dell’artista. La seconda è forse sì – per chi si stia interrogando sul rapporto tra performers di lungo corso nei confronti di altri media. Oppure per chi sta scrivendo una tesi. C’è un altro fattore sui cui la distribuzione Nexo punta: Abramović ha ottenuto fama internazionale proprio in Italia, scuotendo dagli anni Settanta in poi i frequentatori di gallerie di Milano, Bologna, Napoli, e alla Biennale di Venezia. È tuttora materia di studio per molti.

the-space-in-between-marina-abramovic-and-brazil-marco-del-fiolIl tema del legame con il proprio dolore è ancora al centro della sfida datasi dall’autoproclamata nonna della performance art, ma il documentario di Marco Del Fiol (già autore di un lavoro su Olafur Eliasson) finisce per essere decisamente meno coinvolgente. Niente che scuota come Rhythm 0, durante la quale il corpo dell’allora ventottenne era usato e violato dai presenti, che spesso entravano in conflitto. Qui i limiti del corpo e della mente sono provocati nel corso di un viaggio compiuto da Abramović nell’amato Brasile (Abadiânia, Chapada dos Veadeiros, Vale do Amanhecer, Bahia, Chapasca Diamantina, Curitiba, Minas Gerais) alla ricerca di una qualche spiritualità che accolga la sua sofferenza (d’amore, ci informa a un certo punto), mettendosi di volta in volta in ascolto e in qualche caso più pericolosamente nelle mani di guaritori, medium, saggi, sciamani o aspiranti guide religiose che un tempo avremmo definito maghi o streghe: da chi sostituisce erbe e rimedi naturali alla medicina a chi si improvvisa medico e incide con disinvoltura i propri seguaci come se lo fosse, da chi attrae le folle presentandosi come sciamano fino a chi offre infusi purganti (ayahuasca). Il più orgogliosamente splatter tra loro ha un certo seguito anche in Italia (joaodedeusitalia.com). La protagonista vuole forse suggerire che pure i sedicenti guaritori sono dei perfomer, in quanto creatori di rituali e catalizzatori di masse? O che trattano la fede come lei tratta l’arte? Scatta facilmente il ricordo del leitmotiv “L’arte deve essere bella, l’artista deve essere bello” ripetuto in una sua performance.

Viene da chiedersi allora se il cinema non sia forse un mezzo con cui Abramović non ha (o non ancora) dimestichezza. Oltretutto, lì dove lei cerca stimoli artistici, sempre accompagnata da una curiosità genuina (o ingenua?) e da un’ingombrante troupe che non può passare inosservata, altri cercano la salvezza. Quei viaggi solo l’unica speranza. Diversamente Marina Abramovic non è mai un’ospite qualunque dei luoghi in cui si annunciano miracoli. C’è sì un Brasile sconosciuto ai più in questo lavoro, ma a meno di occuparsi di cineturismo o di accettare la definizione di spiritual thriller che la produzione propone è difficile prevedere che si attivi un rapido passaparola.

Marco del Fiol, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Sarà un corpo a corpo con l’Abramovic Method ad inaugurare il nuovo ciclo della Grande Arte al cinema, che per la prima volta accoglierà nel programma i frutti delle ricerche più contemporanee.

Grazie all’opera The Space in Between. Marina Abramovic and Brazil, firmata da Marco del Fiol, il pubblico si misurerà infatti con la natura radicale della grande performer di origini serbe, in cerca di catarsi da un insostenibile dolore dell’anima.

Era il 2013 quando l’artista con il cuore spezzato decise di intraprendere un viaggio guaritore che l’aiutasse a liberarsi dello spettro di una soffocante delusione sentimentale e la guidasse nel ristabilire un contatto con sè stessa. Sempre affamata di idee nuove e stimoli creativi, la Abramovic intravide nei rituali delle comunità religiose brasiliane una strada per attraversare il cerchio di fuoco e spostare sull’esplorazione dei limiti fisici la conoscenza personale. Una via efficace anche per mostrare al pubblico l’audacia di un metodo fondato sulla sperimentazione diretta e personale del mondo, spesso disposto a rasentare il sacrificio per avvalorare il profondo bisogno di una spiritualità che trascenda le carni.

Perchè è nello spazio a metà – in between – tra la dimensione terrestre e quella universale che si colloca l’artista, il cui ruolo è stabilire ponti, come un medium. La Abramovic costruisce il suo proprio ponte con un insolito road movie, che a momenti crudi alterna leggerezza, a solide convinzioni mescola profonde e umanissime incertezze, che accompagna gli spettatori in un appassionante viaggio alla scoperta delle comunità religiose del Brasile tra guarigioni, preghiere e canti, cerimonie, riti di purificazione, trip psichedelici, cristalli e caverne che lei senza riserve sfida, aperta all’ascolto della nostra natura più indomabile e scura.

Lo spirito nomade che la distingue, il randagismo indirizzato dall’istinto e dall’ispirazione, il coraggio di scegliere sentieri accidentati e di esporre le proprie viscere renderanno l’avventura in sua compagnia un’esperienza sufficientemente estrema. Ma anche innegabilmente liberatoria e curativa.

Ludovica Sanfelice, da “arte.it”

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