The Place

Cos’è il male? Un abisso o uno specchio? E’ dai tempi della strega di Biancaneve che ce lo chiediamo, sapendo bene che è ben riposto e custodito dentro di noi. The Place, tratto dalla serie tv The Booth at the End di Christopher Kubasik (ripescate le due stagioni su Netflix, clamorose), è un’opera ambiziosa e potentissima, che scardinerà qualche certezza e forse troverà anche alcuni scettici.

Perché Paolo Genovese, seguendo quell’evoluzione della commedia all’italiana di un tempo che verso la fine degli anni ’70 ha visto Scola e Monicelli scavare nel buio delle nostre anime e della nostra società, non ha cercato compromessi. Narrativi, visivi, emotivi.

Era un tavolo affollato quello di Perfetti sconosciuti: ci si poteva alzare, ogni tanto c’era una fuga in un’altra stanza, un’assenza. La possibilità di un movimento di macchina, seppur limitato. Qui, no. Qui c’è un tavolo da due, un protagonista silenzioso e dolente, un Valerio Mastandrea che dà a un viso quasi immobile tante sfaccettature imprevedibili, e il suo antagonista di turno. Un bar, inquadrature che si contano sulle dita di una mano, montaggio essenziale, fotografia che gioca sui dettagli, su sfumature di luce, su sprazzi di Hopper, più sui visi che su questo diner senza tempo e senza luogo.

Il punto di partenza è una domanda “cosa saresti disposto a fare per ottenere ciò che desideri?”. Che sia una donna, la salvezza di un figlio, la bellezza, lasciarsi alle spalle un padre, ritrovare l’amore di un figlio o di un marito, il proprio dio o la vista. A farla è un uomo, ordinario, che non dorme mai ed è sempre seduto in un bar. Una grossa agenda come compagna. Non ha nome, passato, identità. Ha solo un compito, esaudire i desideri dei poveri diavoli che vengono da lui. E che si chiedono se sia un diavolo lui stesso. E lo è, ma non vuole l’anima. Non tutta intera, almeno, ne vuole un pezzo, vuole qualcosa in cambio. Azione e reazione.

Più che un diavolo – non risponde mai alle domande, non risponderà neanche a questa -, un demone, anzi un daimon, la manifestazione fisica dell’anima di un individuo. In questo caso, del suo interlocutore di turno. Perché quell’uomo non è l’abisso, ma uno specchio.

Paolo Genovese supera, qui, anche quelle piccole forzature di Perfetti sconosciuti, quelle ruvidezze dovute alla credibilità impossibile di una cena come quella, quelle minime macchinosità: lo fa con una soluzione fantasy, dando per assodato che in quel locale ci sia un burocrate dei desideri, un kafkiano distributore di vite alternative. E che tutti diano per scontato ciò che sia e che riesce a fare. E’ un dentro o fuori: se rimani davanti allo schermo e accetti il gioco – e in fondo non è la sfida più alta e bella del cinema? -, non esci più da un vortice di emozioni, sguardi, parole, sorprese. Nulla accade, tutto viene raccontato. E tu sei lì, a guardare e immaginare, a pensare e capire, a cercare dentro di te ciò che vedi sullo schermo. Tutto è chiaro, anche se non è mostrato.

“COSA SARESTI DISPOSTO A FARE PER CIÒ CHE DESIDERI?”. NON CHIEDETEVELO

Un capolavoro che viene su davanti ai nostri occhi per il talento di un regista sempre più coraggioso e consapevole, capace di creare un universo con le sole parole, con i soli visi degli attori, con l’indagine su cittadini al di sotto di ogni sospetto. Si fida dello spettatore e del proprio talento, neanche nel finale fa l’occhiolino a nessuno. E con l’ultima scena si regala un grande classico, l’unica concessione allo stereotipo, ma di gran classe.

Anzi, quando scioglie i fili di quelle esistenze sbagliate, lo fa solo apparentemente per il verso giusto. Ma è dentro di noi che capiamo quanto sia profondo il solco che lascia. E la scelta delle vittime è illuminante, nel mondo che viviamo.

Sono straordinari gli attori: Mastandrea ci strappa l’anima con quegli occhi stanchi, quelle frasi apparentemente atone e lapidarie, quei piccoli movimenti che dicono tutto. La sua non è una performance, è una prova d’attore cesellata in ogni minuzia. Godetevelo, perché è il più fragile dei poveri diavoli del film: quando si sorprende del suo “potere”, quando con una smorfia impercettibile sente addosso il peso delle scelte altrui, per come ama tutti i suoi clienti, perché i pochi sorrisi li fa quando scopre d’avere torto.

E la follia generosa di Papaleo, la determinazione sconfitta di Giallini, la dolcezza ingenua della D’Amico, la Rohrwacher che ci porta dentro un’innocenza diabolica, l’erotismo dispettoso della Puccini, la profondità disperata di Marchioni, la sfrontatezza fragile di Silvio Muccino, la linearità di Giulia Lazzarini laddove è impossibile averla (ha forse la scena più bella del film), un Alessandro Borghi che dovreste vedere due volte, una a occhi chiusi e l’altra a orecchie tappate. E Sabrina Ferilli, che ve lo dico a ffà? Se le dai un grande cineasta, ti tira fuori quello che non ti aspetti, quasi animalesca nel sentire il racconto, il personaggio.

Verrebbe pure voglia di fare una graduatoria, tra loro. Ma ogni minuto cambierebbe: pensi a come Mastandrea non ti consenta di odiarlo per un solo attimo, alla rabbia calma di Borghi, al candore nero della Lazzarini, all’ossessività protettiva di Papaleo, alla levità tragica della coppia Muccino-D’Amico, al cinismo arreso della Puccini, a un Marchioni che non si nasconde dietro colui che capiremmo più facilmente e sa portarlo altrove, a una Rohrwacher che ci rende normale ciò che non sappiamo immaginare, a Marco Giallini che ha le spalle così larghe da attraversare, col suo personaggio, le vite degli altri, senza perdere credibilità. Anzi.

C’è tutto in questo film, perché tutti lavorano alla perfezione. Anche i costumi sono la ciliegina sulle fette di torta delle varie caratterizzazioni, così come la scenografia restituisce al film un teatro perfetto.

Non ci siamo dimenticati la sceneggiatura, che qui è puntello, ragnatela, sfondo e centro di tutto: ogni suggestione sembra spingerti dove immagini, poi sei spiazzato un attimo dopo. Non per il puro gusto del colpo di scena, ma perché la scrittura di Genovese (ma qui lo zampino è anche di Kubasik, la sua idea è fondante) ti strappa di dosso il moralismo, il (pre)giudizio facile, ti costringe a entrare in quei panni scomodi. Di chi deve sbagliare per vivere meglio, di chi ha il coraggio di guardare in faccia se stesso, negli occhi di uno seduto in un bar e scoprire il proprio lato oscuro.

Per questo pur di fronte alle proposte indecenti di Mastandrea, Genovese non alza i toni, non sfrutta l’onda lunga dell’indignazione, ma ci dice che tutto può diventare normale se in campo ci sono le nostre vite, i nostri desideri, quei sentimenti che ci hanno insegnato a essere irrazionali fino all’incoscienza. Perché la vita è un tavolo da poker dove bluffi quasi sempre, vinci quasi mai e per avere il mazzo truccato faresti qualsiasi cosa. E per amore, anzi per amare, faresti una guerra.

“Cosa saresti disposto a fare per ciò che desideri?”. Non chiedetevelo. Il prezzo è sempre troppo alto. E spesso, lo avete già.

Voto: 4,5 / 5

Boris Sollazzo, da “rollingstone.it”

 

 

 

Lui è seduto sempre allo stesso posto. Non importa a quale ora del giorno e della notte, lo troverete sempre lì, all’angolo di un ristorante, allo stesso tavolo, con un quaderno in mano. Qualche volta ci scrive delle cose, qualche altra le legge. Non sappiamo niente di lui, chi lo viene a cercare sa soltanto che è capace di esaudire desideri. Tutti i desideri: ricchezza, bellezza eterna, fede, sesso, salute, speranza. Alcune richieste sono semplici, altre più singolari ma tutte hanno un prezzo e il prezzo da pagare non è mai senza conseguenze. Angelo? Demone? Affabulatore? Psicologo? Filantropo? Qualcuno pensa che sia un mostro ma lui i mostri li nutre, dandogli soltanto quello che vogliono e chiedendo in cambio una ‘buona’ azione. Vogliamo tutti qualcosa. È il desiderio a farci umani, a fare di noi quello che siamo. È una sorta di verità generale, di parametro intangibile, atemporale, universale. L’assenza di desiderio, qualunque cosa sia, non esiste. Perché altrimenti verremmo al mondo?

Finché c’è desiderio, c’è la vita. Ma fino a che punto siamo disposti a spingerci per avere quello che vogliamo? Quello che vogliamo senza problemi ma mai senza conseguenze, ci rammenta l’uomo col quaderno che realizza desideri aprendolo e assegnando un compito all’occasionale avventore.

Nove personaggi che si avvicendano rapidi consumando un caffè e masticando fantasie, ambizioni, rimpianti. Hanno a disposizione una manciata di minuti, il tempo di formulare il desiderio, di definirne i contorni, precisarne il senso e la portata. Poi ricevono un compito da svolgere nel fuori campo. Il ritmo è sostenuto eppure quieto, niente accade se non il dialogo. Alcuna azione, alcuno sviluppo, alcuno atto esteriore. Tutto passa sul corpo degli attori, tutto si svolge in un interno, tutto riposa sulla suggestione. La dimostrazione del ‘compito’ scorre nelle conversazioni, nei confronti, nei dettagli che i personaggi riferiscono al loro unico interlocutore. E i loro dubbi, le loro esitazioni impattano lo spettatore più di un’azione in campo perché niente è più angosciante dell’immaginazione. Appassionato franco di interni (borghesi), Paolo Genovese sceglie di nuovo l’unità di luogo e di azione e adatta smaccatamente la serie straordinariamente minimalista di Christopher Kubasik (The Booth at The End). Serie che asseconda la sua naturale vocazione per un cinema teatrale.

A immagine di Perfetti sconosciutiThe Place sperimenta una scrittura filmica che conserva il teatro come spettacolo vivo, facendo respirare la finzione e la performance, lasciando conversare l’immagine teatrale, che si offre senza limiti allo sguardo, e il quadro cinematografico, che costringe il punto di vista. Convertito il salotto in ristorante, i suoi attori vivono il set come vivrebbero la scena, sono le loro performance a organizzare lo spazio, costruendo il proprio personaggio davanti alla macchina da presa.

Voto: 2,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Paolo Genovese torna alla regia dopo il grande successo di “Perfetti sconosciuti” con “The Place”, un film inquietante che indaga l’animo umano, e quanto ciascuno di noi è disposto a spingersi per raggiungere i propri obiettivi. Genovese sceglie di cimentarsi nuovamente in un film corale, con un cast di attori in cui ciascuno brilla nel proprio ruolo. L’incipit è semplice: un uomo sta seduto al tavolo di un bar e li incontra un’umanità variegata, con la quale stipula patti scellerati, in cui comunque nessuno è costretto a fare niente.
Il film di Genovese disturba, perché tocca situazioni nelle quali ciascuno di noi può rimanere coinvolto, ed è impossibile non porsi l’annosa domanda: io cosa arriverei a fare per risolvere una situazione che mi sta a cuore? E’ questo il nocciolo del racconto di Genovese: esistono limiti inamovibili che regolano il comportamento di ciascuno, o l’asticella dell’etica si sposta a seconda della situazione che si vive?

The Place: un film di sostanza non perfettamente riuscito

The Place film

Peccato che dopo una partenza che spiazza e incuriosisce lo spettatore il film si ripieghi un po’ su stesso, portando a un intreccio di vite e questioni che funzionano simbolicamente ma non narrativamente. Ad un certo punto allo spettatore attento si mostra chiaro il meccanismo su cui si fonda il racconto, e l’interesse va scemando. La regia, troppo ripetitiva, non aiuta, se si è scelto di lavorare in un unico ambiente non si può pensare di effettuare sempre le stesse quattro inquadrature, il montaggio non può regalare un ritmo di base che manca.

Nonostante questo “The Place” conserva una sua bellezza cristallina per le tematiche che affronta e per aver portato sullo schermo un cast eccellente dove nessuno sfigura, e se le performance attoriali possono dirsi tutte riuscite, per i personaggi non è altrettanto vero, alcuni sono innegabilmente più interessanti di altri. Se la curiosità maggiore va all’uomo che siede sempre al tavolino del bar, che assurge ad una sorta di impersonale luogo di lavoro, interpretato dal sempre in forma Valerio Mastandrea, obbligato dal copione a recitare (egregiamente) col solo volto, è poi di grande interesse il personaggio interpretato da Rocco Papaleo, forse l’unico a decidere sempre in autonomia quel che fare di fronte a situazioni impreviste.

The Place: che possa piacere o no è un film che rimane dentro

The Place bar

“The Place” rimane dentro per quell’ordinaria umanità che rappresenta, per quella carrellata di volti e richieste difficili da scordare, perché riesce a mostrare con chiarezza che da ogni singola nostra azione ne derivano delle altre, che non sempre si allineano con le intenzioni iniziali. Genovese sembra voler ricordare che nessuno ci obbliga a fare niente, che abbiamo sempre una seconda strada da percorrere, magari impervia, ma c’è, e che le vite sono tutte interconnesse, è ciò che può sembrare banale per una persona, può essere di vitale importanza per un’altra. Seppur tenendo a mente la perfezione di “Perfetti sconosciuti”, dalla quale “The Place” purtroppo è lontano, non possiamo non consigliarlo a tutti, perché è un coraggioso tentativo di narrazione non banale, seppur non riuscita a pieno.

Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

 

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