Song to Song

 

 

A meno di un anno di distanza dalla presentazione di Voyage of Time all’ultima Mostra di Venezia e dalla distribuzione italiana di Knight of Cups, Terrence Malick prosegue con Song to Song il cammino religioso-filosofico di stampo gnostico iniziato con The Tree of Life e To the Wonder.

Se da un punto di vista estetico la fluidità della fotografia di Emmanuel Lubezki, l’irrequietezza traballante della camera, il crescente disordine compositivo e la struttura rapsodica della narrazione non possono che confermare un continuum formale, dal punto di vista tematico ciò che lega i lavori in questione, come ha notato per primo Alessandro Baratti, è il tema gnostico della liberazione dello spirito dalla prigione del mondo. Il movimento gnostico ebbe la sua massima diffusione nei primi secoli del cristianesimo e si articola attorno a un’idea dualistica e trascendente della salvezza: vi è un’opposizione inconciliabile tra l’oscurità del mondo materiale e il “pneuma”, la luminosa scintilla divina presente nell’interiorità di ogni individuo. Due poli, dunque, che si articolano attorno all’opposizione tenebra-luce: la gnosi rappresenta la conoscenza, da parte dell’uomo, della propria natura divina strappata al Dio, percorso esistenziale in grado di salvare l’individuo tramite il ritorno al regno nativo della Luce.

In To the Wonder, la contrapposizione tra l’amor sacro di padre Quintana e l’amor profano di Marina si risolveva nel risveglio dell’angoscia: gli afflati panteistici e l’esplorazione spirituale cedevano il passo all’oscurità del mondo che, a causa dei suoi piaceri corruttibili, distoglieva i protagonisti dalla ricerca della scintilla liberatrice; Knight of Cups, invece, può essere considerato la trasposizione simbolica e per immagini di un importante testo gnostico, l’Inno alla Perla. In tal senso, l’avvento di Rick nel mondo tramite l’orgiastica festa iniziale è la prima tappa di un progressivo percorso di liberazione che porterà, come testimonia l’ultimo capitolo del film intitolato Libertà, dall’oscurità paludosa dei piaceri terreni alla purezza della Luce.

Tali richiami sono utili per comprendere la collocazione filosofica di Song to Song. Ambientato ad Austin, in Texas, e girato tra alcuni festival musicali molto importanti (Austin City Limits Festival, South by Southwest, Fun Fun Fun Fest), il film racconta la ricerca di successo del musicista BV (Ryan Gosling), con l’aiuto della compagna cantautrice Faye (Rooney Mara) e del suo produttore Cook (Micheal Fassbender). Tra questi tre personaggi si instaura un complesso intreccio amoroso di tradimenti e illusioni, che coinvolge anche la cameriera Rhonda (Natalie Portman). Malick torna quindi a indagare la meraviglia corruttibile dell’amore, partendo sempre da una prospettiva gnostica: lungi dall’essere elisir della trascendenza, l’amore, soprattutto quando mediato da una figura come quella di Cook, conduce al consacramento della menzogna, al legarsi a un mondo che, complice la sua corruttibile e letargica fascinazione, fa sprofondare i soggetti in una gabbia dalla quale è impossibile uscire.

La dissolutezza e l’abbandono ai piaceri del sesso è il miele avvelenato che Cook, ricco e licenzioso, offre prima a Faye e poi, fatalmente, in una scena eloquente, a Rhonda. E dal momento che la ricognizione da parte dell’individuo della sua origine celeste (quella che nella filosofia gnostica viene chiamata anámnèsis) è costantemente ostacolata da Cook, pensiamo che sia quest’ultimo il personaggio chiave del film. Se in Knight of Cups il cammino di trascendenza di Rick era accostato a quello del “salvatore salvato” della tradizione gnostica, figura con il compito di ristabilire l’unità primitiva delle scintille divine imprigionate nella realtà materiale, in Song to Song troviamo la figura speculare ma negativa di Cook, anch’egli una sorta di salvatore, ma in realtà una presenza dannata e pienamente corrotta. Egli non è, come Rick, l’essere divino destinato a salvarsi, ma la fascinosa figurazione della materia (intesa come colei che inghiotte e trascina nel mondo lo spirito divino) o, per richiamare una delle figure più importanti del pensiero gnostico, il Demiurgo, colui che ha creato il mondo dall’ignoranza e dalla passione, rendendolo così una prigione per il pneuma, la scintilla divina.

In Song to Song, l’esistenza dei protagonisti si articola attorno a una dimensione verticale, retta dall’opposizione tra ascensione e caduta. Due poli quindi animano i lavori di Malick ma, a dispetto delle attese, il regista texano decide di mostrare una temporalità slegata dall’inizio e dalla fine: tutti i lavori fin qui ricordati mostrano l’erranza lungo un tragitto, all’insegna di ciò che è intermedio e processuale. Così, il risveglio del senso dell’infinità, compreso come contrario alle limitazioni della singolarità, non è colto non nel suo momento di totale riconciliazione con la Luce, bensì nel percorso di liberazione dalla tantalica inquietudine, dall’irrequietezza della vita che cade e sprofonda verso il basso per poi tramutarsi e rivolgersi verso l’alto, librandosi e risuonando senza alcuno sforzo.

L’impeccabile fotografia di Lubezki, lungi dall’essere un mero esercizio estetico, consente allo spazio del film di rivelarsi come paesaggio. Nel paesaggio lo spostamento non è un cambio di direzione, ma, come riflesso della peregrinazione dei personaggi, assume la forma di una traiettoria, l’incontro e l’intreccio di diversi cammini di vita. L’apertura all’orizzonte infinito e l’attenzione verso i corpi rinviano così all’assolutezza delle situazioni rappresentate dal cinema di Malick, volti e figure riuniti nella terra natia della Luce

Per Malick la narrazione non è più il punto di partenza privilegiato; è sempre stata, anche nei film degli anni Settanta (e ovviamente sempre di più in quelli degli anni Duemila), un canovaccio sconnesso di stacchi e improvvisazioni. Più che in altri lavori, in Song to Song, dove accanto a Ravel, Saint-Saëns e Handel si ascoltano Patti Smith, Iggy Pop, Florence and the Machine, Black Lips, Lykke Li, Runaway di Del Shannon e tre versioni differenti di Rollin and Tumblin, l’indeterminatezza della percezione visiva e narrativa coinvolge anche il suono. Lo spazio acustico non svolge un ruolo di accompagnamento, ma si fa veicolo di cambiamento; il tentativo salvifico dei protagonisti passa soprattutto attraverso il suono e il silenzio, mentre la voce over, presenza costante e insistente, accompagna le musiche nella loro funzione rivelatrice.

Song to Song non si discosta dalle caratteristiche dell’ultimo cinema di Malick. E non a caso già si sono alzate le solite lamentele contro il suo presunto e innocuo didascalismo estetico. Ma la sensibilità del regista verso l’umano è commovente, e va considerata come parte di una coerenza poetica e filosofica che solo i grandi autori possiedono.

Alessandro Lanfranchi, da “cineforum.it”

 

 

Di recente Terrence Malick ha dichiarato di voler tornare a girare film basati su un copione strutturato, abbandonando lo stile libero (dai vincoli della sceneggiatura, ma non solo), impressionista e spesso improvvisato che ha caratterizzato praticamente tutta la sua produzione più recente.
A giudicare da questo Song to Song, c’è da credergli.

Intendiamoci, non è che Malick abbia messo da parte di colpo la frammentazione narrativa e dell’immagine, la digressione, la voce fuori campo, la riflessione che qui – più che filosofica – si fa quasi squisitamente religiosa, spirituale. Non è che il regista di The Tree of Life sia tornato improvvisamente quello della Rabbia giovane.
Però Song To Song è innegabilmente il suo film più intellegibile e lineare da molti anni a questa parte.

Nel suo primo atto, quello che racconta lo strutturarsi del rapporto a tre tra i personaggi di Ryan Gosling, Rooney Mara e Michael Fassbender, che sono figure talmente cariche di simboli da risultare quasi allegoriche, Song To Song riesce quasi a mostrare una chiarezza narrativa che sembra rimandare alla classicità di strutture archetipiche shakespeariane, pur rimanendo fedele al suo stile rarefatto, errabondo e meditativo.

Malick non sarebbe Malick, però, se si fosse limitato a raccontare, attraverso questo triangolo, della sua visione dell’amore, o dell’Amore, comunque ben più chiara e strutturata di quella di To the Wonder.
Attraverso la storia dei suoi protagonisti, di un mefistofelico Fassbender che è l’erede mai redento del Bale di Knight of Cups, della luminosissima Mara, e di un Gosling che, forse, è un suo alter ego, il regista ha parlato ancora una volta della vacuità del successo e della fama, e dei pericoli dell’edonismo e della dissolutezza.
E il mondo intenso, ribelle, selvaggio, eternamente giovane e rivoluzionario, ma anche illusorio ed effimero della musica rock era per il lo sfondo ideale per la messa in scena del dilemma di personaggi che vorrebbero tutto (l’amore, la libertà, la sicurezza, il successo) quando tutto – e Lykke Li nel film, da ex di Gosling, lo sa bene – non si può avere.

In maniera coerente e consequenziale a quello spirito quasi monacale e ascetico, infuso di divino mostrato nei suoi film più recenti, Malick trova la soluzione di Song To Song e dei dilemmi morali ed esistenziali degli esseri umani del Terzo Millennio nel downshifting, nella rinuncia, nel ridimensionamento.
Nella consapevolezza che, appunto, tutto non si può avere, e che a volte è necessario ripartire da zero per ritrovare sé stessi e il proprio cammino: per non perdersi, per non perdere i propri valori, per non vendersi e morire.
Perché la libertà, quella vera, si nasconde sempre nell’accettazione dei suoi limiti, così come è per l’amore.

Che questa filosofia malickiana convinca o meno, è difficile rimanere indifferenti alla capacità di Song To Song di rappresentare il sentimento, d’incarnarlo, di avvolgersi attorno ad esso, di accarezzarlo; che sia un sentimento espresso, parlato, o che nascosto nelle pieghe di piccoli gesti e movimenti che di solito passano inosservati, non registrati, oltre le periferie dello sguardo e della ragione.
E se si sintonizza la frequenza del proprio vedere su quella apparentemente immota, ma inesorabile, del racconto, se ne viene trascinati.

Perché, sebbene non manchino gli avvitamenti, le ossessioni, le ripetizioni e gli smarrimenti, e a dispetto dal suo testardo voler volare erratico da un sentimento all’altro, da un personaggio all’altro, da un tema all’altro, come la farfalla che insegue in una scena (e che già inseguiva in Tree of Life) anche Terrence Malick sembra aver finalmente abbracciato, a modo suo, il downshifting e i suoi benefici.

Per una volta, in Song To Song, less is really more. Basta un accordo, uno solo: lo dice anche Patti Smith.
Il risultato è forse un B-Side, ma uno di quelli capaci di graffiare più della hit pompata e troppo arrangiata e troppo prodotta del lato A.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Song to Song è un film del 2017, diretto da Terrence Malick

BV (Ryan Gosling) è un musicista che cerca il successo supportato dalla compagna cantautrice (Rooney Mara) e dal suo produttore Cook (Michael Fassbender); tra i tre si instaura un legame che va oltre il semplice rapporto professionale che, col tempo, coinvolgerà anche la giovane cameriera Rhonda (Natalie Portman). Nasce così una relazione profonda e passionale al contempo, in continuo bilico tra concitato amore e algido tradimento. I tre aggettivi più consoni per descrivere Song To Song di Terrence Malick: sensibile, sensuale, suadente. Un film che suggestiona, “avvolgendo” in un astratto  vortice emozionale; un’intensa storia d’amore che vanta nel cast, nel ruolo di se stessi, numerosi artisti di fama internazionale, tra cui Patti Smith e Iggy Pop. Terrence Malick, da buon narratore puro, riesce a creare una sinergia nel poderoso cast artistico, delizia e fa vivere allo spettatore un’esperienza cinematografica originale, esplorando la capitale della musica live mondiale. L’intento stilistico sta nel girare una storia d’amore contemporanea tra i musicisti di Austin, sfruttando il contesto per ambientare un film così particolareggiato che narrasse una vicenda evanescente.

dentro 1

Un microcosmo perfetto, la tanto decantata Austin; un luogo che per molti anni ha attratto i migliori artisti e spiriti liberi, e che in questo momento sta vivendo un incremento tanto rapido quanto sconvolgente. Un centro di gravità permanente che va contro ogni forma di omologazione, utile ad intraprendere “un nuovo inizio”. I vari personaggi presentati da Malick, infatti, tentano minuto dopo minuto di ritrovare se stessi; di evolversi, di mutare anche, alla ricerca dell’inizio di una nuova esistenza. Il desiderio irrefrenabile – a tratti morboso – è quello di accorpare il cambiamento come unica forma utile di liberazione. Song To Song è un prodotto che delizia, che inebria con la sua fluida fotografia, curata da Lubezki e con la sua suggestiva scenografia , firmata Jack Fisk.  Malick, come supporto, ha richiesto un team specifico di montatori formato da Rehman Ali, Hank Corwin e Keith Fraase.

dentro 2

L’obiettivo del regista sta nell’individuare le scene più vive; Malick preferisce mostrare piuttosto che raccontare, gli piacciono gli sguardi e soprattutto i comportamenti discreti. Il suo intento è catturare i momenti in cui sembra che i personaggi vengano scoperti casualmente dalla mdp, mostrati nella loro completa spontaneità. Avvalendosi di un articolato cast artistico e di interpreti di spessore, Malick crea una forte “trait d’union”  tra musica e cinema, ricamando intorno ad aspetti esistenziali profondi.  Comunque, l’elemento più ineffabile che si percepisce in Song To Song è senza dubbio la spiritualità di Austin. Una conduzione registica quasi sciamanica, versatile, con una città che funge come capsula del tempo di un momento specifico della vita dei personaggi. Malick come sempre cerca di accogliere qualsiasi idea, anche la più folle; Song to Song ha un ritmo eccezionale, molto contemporaneo, e senza dubbio è uno dei film più intimi diretti dal regista.

Voto: 4 / 5

Alessio Giuffrida, da “nocturno.it”

 

 

 

Una porta si apre, una fenditura squarcia il nero dello schermo, un fascio di luce illumina un volto nel buio… e si ricomincia. Davvero, potremmo anche fermarci qui. Fermarci alla primissima inquadratura di questo Song to Song, alla sua potenza di immagine-archetipo, alla sua ambizione consapevolmente teorica, alla sua ferrea credenza nella finestra del cinema aperta ancora sul mistero dell’uomo. Del resto Terrence Malick, almeno da The Tree of Life in poi (ma c’è veramente un poi? Gli ultimi cinque film non sono “pezzi” di un unico grande mosaico che concepisce come fuori campo solo un ciclico viaggio nel tempo?), ha notoriamente frantumato ogni narrazione, trasceso molti canoni linguistici, confinato ogni senso in un fluttuare nelle cose-del-mondo per cercare casuali ed estatici raccordi nel divenire dello stesso.

Malick2

Patti Smith e Rooney Mara

E allora: in questo particolare pezzo del mosaico malickiano incontriamo i personaggi del produttore Cook (Michael Fassbender) e degli aspiranti musicisti Faye (Rooney Mara) e BV (Ryan Gosling), che vivono ad Austin (città natale del regista) e cercano perennemente note musicali che diano un senso al loro stare al mondo, ai loro amori incrociati, ai loro viaggi oltre-confine, ai loro sentimenti in voice over colti nel flusso dalla macchina-da-presa di Emmanuel Lubezki. “È tutto in caduta libera” ci dice apertamente Fassbender, ma anche in questo perenne cadere riconosciamo le tracce di una storia semplice-semplice: l’amore totalizzante di BV per Faye è minacciato dal demone Cook che trascina nel suo vortice anche l’angelica cameriera Rhonda (Natalie Portman), aprendo infiniti link temporali come fossimo in un perenne Jules e Jim suonato al ritmo di un Millennium Mambo. Gli amori nascono e finiscono in un singolo stacco di montaggio, per poi tornare dal passato a riconfigurare il presente in una coalescenza di tempi e spazi che non concepisce mai un ordine. Le situazioni significano di per sé e il montaggio le asseconda, ma le tensioni originarie del cinema di Malick restano comunque le rabbie giovani colte nei fatidici giorni del cielo: si oscilla tra abissi perturbanti (Fassbender è un diabolico costruttore di simulacri tentatori) e purezza spirituale (Gosling e la sua ricerca della vita semplice al di là della musica), tra la discesa agli inferi (la Cenerentola Portman che si spegne come una stella cadente) e l’ascesa al cielo passando per il buio della perdizione (Rooney Mara rinasce in quell’ “è tutto qui?” spogliandosi di ogni ambizione e sfiorando attimi di trascendenza).

Michael Fassbender e Iggy Pop

Song to Song, allora, volteggia liberamente di canzone in canzone – dai notturni di Debussy a Bob Dylan, dal gospel di LaShunPace a Del Shannon, in una colonna sonora travolgente – perché a Malick non interessa minimamente la perfezione della singola song, ma solo il fugace to che tenti di raccordarla alle altre. Perché basta un solo raccordo casuale, uno solo, per trovare l’armonia (come ci insegna Patti Smith in una sequenza del film piazzata chissà quando e chissà dove…). Ed è proprio in questa folle ambizione, in questa totale fiducia nell’immagine come medium ultimo di umanità, che trova senso anche la parata di star che affolla puntualmente i suoi film. Mai come in questo caso le inquadratura sono popolare da icone della musica (Iggy pop, Patti Smith, Likke Li, i Red Hot Chili Peppers), del cinema (oltre ai protagonisti aggiungiamoci anche Val Kilmer, Holly Hunter, Cate Blanchett), addirittura confinate nel fuori campo (Christian Bale è il Knight of Cups “sacrificato” da questo montaggio). Le star sono già corpi-immagine che transitano inconsapevoli da un film all’altro (pensiamo a Cate Blanchett che irrompe di nuovo come il malinconico “amore del passato” per poi svanire nel nulla, proprio lei, la voice over di Voyage of Time…) opponendo un forte statuto iconico all’instabile fluttuare delle cose e riconsegnandoci un passato immaginario che non può essere altro che cinema. Del resto dal 2012 ad oggi l’altalena dei titoli di questo travagliato film segna (in)volontariamente proprio questo intento: da Lawless (senza legge), a Weightless (senza peso), al definitivo Song to Song

Malick5Insomma il cinema di Malick con la sua radicalità formale e le sue star da copertina, la sua irriducibile sincerità e le sue immense fragilità, va visto e ascoltato ben al di là delle ripetitive battaglie di gusto che ultimamente genera. Spostando invece il fuoco del discorso sul valore politico che manifesta in questo nuovo millennio. Perché proprio in un tempo di galoppante perdita referenziale delle immagini e dei sentimenti mediati dalle stesse, Malick è alla disperata ricerca di una “nuova forma” che riconsegni credenza al gesto cinematografico: ogni sua inquadratura viaggia ostinatamente controcorrente, cercando senza sconti quel “qualcosa che deve essere ancora trovato”, un sentimento originario e puro, un singolo raccordo che possa giustificare tutto il caos dei segni di questo mondo. Malick è alla ricerca di un attimo, di un singolo attimo di armonia, che si trasformi in esperienza viva per lo spettatore. E a questo punto parlare ancora di film riuscito o meno, di delirio solipsistico o meno, è veramente secondario… perché la commozione profonda che genera sta tutta nell’abbandonarsi senza riserve a questo coraggioso e sublime tentativo.

Pietro Masciullo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Si fa un gran parlare della condizione del cinema contemporaneo. I commentatori si dividono spesso tra gli apocalittici, i cantori della fine del cinema, e i nostalgici secondo i quali, ogni prodotto visto in sala, non può eguagliare i classici del passato. Gli altri, la maggioranza silenziosa, a cui appartiene una buona fetta di pubblico, prendono il cinema volta per volta, film per film, con cauto ottimismo e con un sano gusto della scoperta. Questi ultimi non hanno però, dalla loro, l’eco mediatico sufficiente per emergere nel rumore di fondo dei ragionamenti da social media.
Con Terrence Malick e in particolare con Song to Song, si è perso di vista il gusto dell’analisi critica. Il metro di giudizio adottato per valutare l’opera del cineasta texano sembra essersi diviso in una dicotomica alternativa tra il fantozziano “cagata pazzesca” e l’esaltazione a capolavoro assoluto (con quel giudizio un po’ snob di chi accusa il pubblico di “non capire”). Ci si diverte molto, non c’è che dire, a commentare, a entrare i drammi o le estasi che la visione può comportare. Questa usanza ormai popolare tra gli avvezzi di cinema, che sembra all’origine di una guerra civile teatrale e farlocca quanto rumorosa, ammazza l’esercizio della ragione e il lavoro critico.
Quello che non si dice è che, il giudizio nei confronti di Song to Song, così come del Malick post The Tree of Life, è quanto mai soggettivo e legato ad un cocktail di aspettative, condizioni emotive pre-visione, e predisposizione ad una fruizione lenta. Non ci sono mezze misure, questo è vero, è un cinema da prendere o lasciare ma indubbiamente capace di suscitare emozioni nettissime (anche il disprezzo è un sentimento) e di porsi al centro del dibattito sulla settima arte.
song to song recensione

Rooney Mara e Ryan Gosling in una foto di Song to Song

Song to Song è, innanzitutto un film di rottura. In un’epoca ritmata dai sequel, dall’estetica uniforme e priva di autorialità, Malick riesce ancora una volta a fare un film totalmente personale, pienamente originale (tranne che nei confronti di sé stesso) e inafferrabile. Da The Tree of Life, la filmografia di Malick si è, letteralmente, diramata in una tetralogia sull’essenza dell’uomo. Il regista si pone come un documentarista dell’umanità. Egli sembra raccontare ad una razza distante dalla nostra, forse aliena, i moti d’animo degli abitanti della terra. Lo stile fluido delle riprese, ancora il punto di vista ad una corrente immateriale, che circonda i protagonisti girandoli intorno, avvicinandosi e ritraendosi, come sballottato da un mare in tempesta. Malick taglia dalla trama qualsiasi elemento lineare, riduce al minimo l’aspetto narrativo, per proporre una rappresentazione visiva del flusso di coscienza. Tutto inizia da una constatazione sull’amore, sulla fiamma della vita, da parte di Faye (Rooney Mara). Quello che segue è una sorta di libero pensiero filmico, che balza nello spazio e nel tempo. Tutto viene mostrato, nulla viene detto. I pensieri, spesso rappresentati come frasi lapidarie del voice over, non sono la chiave di lettura bensì la fiamma che attiva il viaggio psichico. La fotografia di Emmanuel Lubezki, si sofferma sui piccoli dettagli della messa in scena (i piccoli tic, i gesti spontanei come toccarsi i capelli o il grattarsi) per trasmettere una sensazione di autenticità difficilmente ritrovatile su altri set.
Al centro della storia sono le vite di due musicisti e un produttore. I personaggi assomigliano più a tipi umani, che a caratteri scenici, servono come attivatori dell’amore e delle sue distorsioni. Song to Song prende le mosse dall’amore sessuale, disperato e male indirizzato, per passare poi a quello autentico, ma difficilmente riconoscibile. L’amore dell’uomo per l’altro e per sé stesso è origine dell’egoismo e della pietà così come del perdono e della fratellanza. Di canzone in canzone, di anima in anima, la festa della vita si fa amara proprio nel momento di massimo successo. La semplicità dell’esistenza, le piccolezze della quotidianità sono promotori di una bellezza assoluta, sciolta da qualsiasi legame e dalle ragioni.
Song to Song, di Terrence Malick

Rooney Mara, Michael Fassbender e Ryan Gosling in un’immagine di Song to Song

Song to Song è un’opera criptica e, a tratti, difficile da seguire. Il cineasta di Ottawa sembra volere portare all’estremo le potenzialità del mezzo cinema, avvicinandosi all’arte visiva d’avanguardia. Egli frammenta i punti di vista, infrange le regole di campo e di montaggio. Le riprese con il grandangolo deformano le figure, i fotogrammi sgranano. È la possibilità del cinema di conoscere la realtà che si incontra con il limite del pixel. È la forza dell’audiovisivo di superare la rappresentazione del reale con un campo di visione maggiore di quello a disposizione degli occhi umani, con la possibilità di rallentare il tempo o rivivere uno stesso momento da più angolature diverse. La poetica di Malick sembra ammettere l’impossibilità del conoscibile, il limite della rappresentazione, abbracciando quindi l’arte della suggestione.
Song to Song, così come gli ultimi lavori del regista, è un film in contrasto con il nostro tempo frenetico, un’opera che rifugge le spiegazioni e lascia allo spettatore il compito di venire attivato e interrogato dalle suggestioni mostrate sullo schermo. È una pellicola che fa della contemplazione la sua unica porta di accesso. E per “contemplare” significa osservare godendo del mistero, liberare il proprio pensiero sulle immagini, venire stimolati da esse a diventare dei filosofi della nostra stessa vita.
È cinema questo? Anche. Deve piacere a tutti? Ovviamente no, è giusto così. Ma credo che, se si smettesse di riderne cinicamente, e si accettasse senza pregiudizio il film, si potrebbe gustare il piacere di un cinema non servito su un piatto pronto. Nell’era della velocità, della fruizione usa e getta, di interpretazioni guidate da “libretti delle istruzioni”, la libertà di Malick può ancora provocare, a qualcuno, una vertigine indimenticabile.

Voto: 3 / 5

Gabriele Lingiardi, da “cineavatar.it”

 

 

 

Song to Song: Terrence Malick torna in sala dal 10 Maggio 2017, per la distribuzione di Lucky Red, per raccontare la devastante discrasia esistenziale di certe luci della ribalta. 

Avvalendosi di un cast quanto mai stellato (Ryan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender, Natali Portman, Cate BlanchettVal Kilmer) il visionario regista Terrence Malick torna alle atmosfere e alle tematiche affrontate con Knight of Cups, descrivendo nella sua ultima fatica, Song to Song, la devastante discrasia esistenziale nella quale si trovano a vivere alcuni artisti. Da un lato un mondo scintillante e incredibilmente attrattivo, colmo di lusinghe di ogni genere, dall’altro la percezione della vacuità di una esistenza vissuta nel riflesso dello sguardo altrui, la necessità di vivere rapporti umani autenticamente sentiti, una vita percepita come reale.

Song-To-Song-recensione-film-testa

Questo dilemma esistenziale è metaforicamente rappresentato da un triangolo amoroso fra due musicisti (Ryan Gosling e Rooney Mara) e un produttore musicale (Michael Fassbender) perennemente in conflitto ma allo stesso tempo irrimediabilmente attratti gli uni dagli altri per ciò che rappresentano. La vicenda artistico/amorosa si svolge nella cornice artistica di Austin, una delle capitali musicali mondiali, di cui si coglie l’incredibile atmosfera. Da sempre il commento musicale è un elemento imprescindibile della cinematografia di Malick, in particolare quella classica che, ad esempio, ha segnato indelebilmente quella che è la sua pellicola più nota e probabilmente più riuscita degli ultimi anni: Tree of life.

Song-To-Song-recensione-film-centro

Song to song gode quindi dell’irresistibile fermento musicale della città e si svolge all’interno dei suoi celebri festival musicali (Austin City Limits Festival, il South by Southwest, Fun Fun Fun Fest) nei quali ruotano personalità artistiche di primo livello quali Patti Smith, Iggy Pop, John Lyndon dei Sex Pistol, Flea dei Red Hot Chilli Peppers, Lykke Li. Nulla come un festival rock può ben rappresentare l’irresistibile attrazione che si può provare nei confronti di uno stile di vita libero, selvaggio, colmo di lusinghe per un ego artistico. Tuttavia il regista è anche in grado di rappresentare efficacemente l’altro lato della medaglia: la vacuità delle relazioni, il vortice edonistico senza fine, la disgregazione emotiva e l’effetto devastante che può avere il riflesso delle luci della ribalta. La impietosa parabola discendente che si può innescare sulle personalità deboli quando la musica è finita e non si ha nulla con cui distrarre la mente dall’inevitabile ricerca di uno scopo intrinseco.

Song-To-Song-recensione-film-fine

Malick tuttavia costruisce anche in ultima battuta un inno all’amore autentico, una parabola sulla autenticità dei sentimenti e sulla capacità di costruire qualcosa di importante anche su ferite profonde e macerie emotive.

Song-To-Song-recensione-film-centrob

Song to Song è la perfetta rappresentazione del linguaggio, ormai maturo, del regista, costantemente in bilico fra ciò che è sacro e ciò che è profano, ciò che è spirituale e ciò che è terreno, la carne e la psiche. Malick firma l’ennesima splendida opera che non sarà apprezzata da tutti.

Voto: 75 / 100

Elisabetta Prantera, da “darumaview.it”

 

 

 

Ormai lo sappiamo tutti. Quando un film di Terrence Malick esce nelle sale, il pubblico si divide completamente, trasformandolo in un piacevole oggetto di discussione. C’è chi sostiene che il regista texano non sia più quello di un tempo, che i suoi film siano diventati, per citare Fight Club di Fincher, una ”copia di una copia”, ma c’è anche quel tipo di pubblico che continua a farsi ammaliare, trasportare dalla sua poetica e probabilmente molti proveranno le stesse sensazioni anche con questo film.

Difficile descrivere la trama di Song To Song. Considerarla una ”storia d’amore”, significa sbagliare in partenza, perché ci troviamo davanti, come con tutte le opere di Malick, a qualcosa di molto più profondo. La pellicola mette in scena un microcosmo interessante, con dei personaggi alla ricerca costante di se stessi. Una riflessione sull’amore, sul perdono, su come a volte abbiamo bisogno proprio di questi fattori per sentirci pienamente appagati e soddisfatti. L’amore, secondo Malick, è il motore della nostra vita, tema già affrontato in maniera diversa dal regista in To The Wonder, film diretto nel 2012 con protagonista Ben Affleck.

Il metodo di lavoro di Malick è molto particolare e richiede degli attori che abbiano il coraggio di esplorare nuove esperienze. Devono essere disposti a immergersi in un ambiente, e la loro preparazione tecnica può essere messa in discussione”.

I personaggi si lasciano modellare da Malick, esercitando in ogni inquadratura il loro malessere, la loro indecisione nei confronti della vita, reagendo al dolore in maniera completamente disordinata e disperata. Abbiamo il personaggio di Michael Fassbender, una sorta di moderno diavolo, un produttore musicale che crede di poter vivere al di sopra della legge e senza alcuna inibizione. Una figura vuota, ma al tempo stesso seducente, che ha il potere di offrire alle persone uno stile di vita benestante e apparentemente ricco di felicità. Stile di cui si innamorerà Rhonda, una cameriera affascinante interpretata dalla splendida Natalie Portman. Il suo è un ruolo difficile, forse il più complesso da interpretare, una donna generosa e piena di speranza, che rivela, ancora una volta, il talento di questa straordinaria attrice. Ryan Gosling e Rooney Mara dimostrano di lavorare bene insieme. Sono loro i personaggi principali e sin dalle prime inquadrature il regista gli concede il giusto spazio e il dovuto approfondimento psicologico, attraverso uno dei marchi più importanti: La voce fuori campo.

La fotografia di Lubezki, che qui non cerca la perfezione, ma l’intimità e l’immediatezza, funziona meravigliosamente, sottolineando il disagio dei personaggi e spingendosi oltre ogni limite, trovando un perfetto connubio con la regia che questa volta non si concentra principalmente sulle espressioni facciali, ma bensì sui movimenti del corpo, elemento inedito e davvero interessante. Una colonna sonora coraggiosa che spazia da Patti Smith ai Die Antwoord, finendo con delle melodie malinconiche che accentuano, ancora di più, l’atmosfera generale della pellicola.

Risultati immagini per song to song cinematographyMa in fin dei conti Song To Song non piacerà a tutti. Come abbiamo detto prima, molti si sono stancati dello stile di questo regista, che per i prossimi anni ha promesso di tornare a una narrazione più chiara e lineare. Se invece siete dei fan accaniti, probabilmente lo amerete. Una piacevole occasione per lasciarsi trasportare di nuovo e comprendere quanto l’amore sia un tassello importante della nostra vita.

Voto: 4 / 5

Simone Martinelli, da “lascimmiapensa.com”

 

 

 

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog