Sole, cuore, amore

Le note jazz, un ballo, colori che si destrutturano in una inquadratura che tiene insieme corpo, spirito e sguardo. Te ne accorgi subito che Sole cuore amore – la canzone di Valeria Rossi è in una scena illuminante nel suo stridere, così come fanno titolo e film – è un’opera diversa, spiazzante, altra.

Un lungometraggio che ti trasmette l’inquietudine quotidiana degli eroi silenziosi che non vorrebbero esserlo, dei martiri che non conoscono il loro destino e gli vanno incontro convinti di sfidarlo. Dalle prime scene senti la paura indefinita che ti attraversa, insieme alla voglia di vivere. E succede, in ogni momento del film, che è una sinfonia nella sua impietosa lucidità.

Daniele Vicari ha sempre avuto un approccio etico ed estetico diverso dai suoi colleghi: il suo è un cinema che affonda nella realtà, senza scorciatoie. Non la giudica, ma non l’asseconda neanche, la scava, la indaga, la scarnifica. Ha il coraggio di mostrarci il nostro mondo, senza smettere di fare cinema, anche con una storia vera.

Lo senti nell’interpretazione quasi insopportabile nella sua perfezione di Isabella Ragonese, che presta i suoi lineamenti raffinati a un volto proletario, accetta di invecchiarsi e “stancarsi” per diventare Eli. Moglie innamorata, madre instancabile, lavoratrice indefessa. La sua vita è troppo difficile: si sveglia alle 4 per raggiungere il bar in cui lavora, sostiene turni massacranti e a casa la colonna rimane lei, con maschi inadeguati – Montanari, splendido nella sua impotenza dolente; Acquaroli sconvolgente nel suo essere inconsapevole ingranaggio di un sistema cannibale – a farle da contorno.

La sua generosità la consuma, eppure vive. Nel ballo con Eva Grieco sul pianerottolo e in quel loro cercarsi, starsi a fianco, sempre e comunque; nell’amore, per la sua famiglia, mai banale e tanto dolce quanto estenuante; nel gioco al bar per strappare mance, nello stare vicina alla collega. Vicari usa la macchina da presa come se fosse un pennello, ci immerge in questo mondo infame, ce lo fa toccare, non rinuncia alla visione, ma la riempie di senso e significato, anche grazie a importanti scelte di fotografia e montaggio.

Isabella Ragonese, squassante nella sua bravura, ce lo fa vivere, con una mostruosa capacità di indossare una storia maledettamente vera. E capisci che è proprio il suo sorriso, il granello di sabbia nell’ingranaggio. Il suo principale non è cattivo, suo marito non è debole: qui non ci sono colpevoli, solo vittime. E lei soccombe, perché davanti a questo sistema non vuole piegare la testa. E così si spezza.

Voto: 5 / 5

Boris Sollazzo, da “rollingstone.it”

 

 

Sole cuore amore è un film del 2016 scritto e diretto da Daniele Vicari

La storia è quella di Eli (Isabella Ragonese), moglie di Mario (Francesco Montanari) e madre di quattro figli. Insieme vivono ad Ostia. Mario è senza lavoro ed Eli è costretta ad accettare un impiego da barista in una caffetteria di Roma. Questo lavoro, per giunta mal pagato, la impegna sette giorni su sette e per raggiungerlo è costretta ad una biblica traversata di due ore sui mezzi pubblici della capitale. Eli è costantemente in lotta con Nicola (Francesco Acquaroli), suo datore di lavoro. La sua migliore amiche e vicina di casa è Vale (Eva Grieco), ballerina e performer, con l’animo tormentato dell’artista e una madre borghesotta e troppo bigotta per accettare il suo stile di vita. Sole cuore amore gode di una potenza irruenta, drammaticamente reale e lucidamente intimidatoria. Vicari ce l’ha comunicato più volte: a lui non interessano i grandi eroi e le vicende extra-ordinarie, il suo focus sono i piccoli eroi, quelli silenti, quelli di cui nessuno conoscerà mai la vera storia. La storia che si imbatte nella scomoda e graffiante realtà. E la sua realtà non è mai melodrammatica, non c’è pietismo. Eli è l’inconsapevole e anonima eroina di Sole cuore amore, dotata di un’inesauribile senso del dovere, che, nonostante i suoi problemi di salute, nonostante la stanchezza, nonostante lasci tutti i giorni i suoi figli ancora a letto e li ritrovi a letto rientrando la sera, con stoico coraggio non si concede il tempo di pensare se può farcela o meno. Lo fa.

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Impeccabili le performance degli attori protagonisti, trascinati dalla dirompente sensibilità artistica della Ragonesi, forse nella sua migliore – fino ad ora –interpretazione. Ma l’attenzione sulle due storie è mal distribuita. Le vicende di Vale, più che essere una vera storia da raccontare sembrano  un espediente cinematografico volto a un duplice scopo: fungere da potenti intermezzi dotati di un semplice ma lodevole influsso scenico-fotografico; ed esemplificare il concetto di assenza, quella di Eli nella vita della sua migliore amica. Sappiamo ciò che accade nella vita di Vale, ma solo nelle poche volte in cui incontra Eli comprendiamo cosa la sua amica stia provando. È come se l’autore volesse fornirci un punto di vista interno, più che onnisciente. In questo modo lo spettatore ha davvero la possibilità di scoprire tutto ciò che Eli si sta perdendo della vita di Vale, dei suoi figli, di suo marito, della propria. I suoi occhi sono il filo conduttore dell’intera storia, instancabilmente indagati; così lo spettatore dimora nello sguardo di Vale ed è attraverso quest’ultimo che percepisce il decadimento della protagonista e avverte il suo spirito che va lentamente estinguendosi. Vicari non concede altri primi piani se non quelli di Eli, non appaiono i volti dei bambini, raramente quello del marito, il pubblico è ostaggio di una intelligibile coercizione ad empatizzare con il lento distaccarsi di Eli dalla sua stessa vita.

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L’autore osa nel conferire a Sole cuore amore l’andamento ciclico della vita di Eli e forse forza la mano con il finale, anche se questa volta il finale non coincide con l’ultimo minuto di ripresa, ma con qualche istante prima. Quando la donna finalmente realizza che la sua vita non le appartiene più, quando decide di non salire sul treno che la riporterebbe a casa, in quel momento – per la prima volta – ritorna in se stessa: non è più moglie, né madre, né dipendente, cede alla sua debolezza psico-fisica e con un coraggio dalle sfumature nichilistiche, non più stoiche, prende l’ineluttabile decisione di abbandonarsi, esausta, sulla banchina della metropolitana. Il risultato è l’impressione che Daniele Vicari non abbia cercato una storia da raccontare e che non sia sia preoccupato di fare un film impeccabile. È come se avesse sentito l’urgenza di doversi assumere la responsabilità di allertare il mondo e di inviare un messaggio forte e chiaro, lasciandolo giacere su una panchina della metro Lucio Sestio.

Voto: 4 / 5

Alessandra Coiro, da “nocturno.it”

 

 

Ci sono situazioni paradigmatiche. Notizie e fatti, che si leggono sul giornale e che riescono più di altri a raccontare una realtà. Molte di queste si svolgono in metropolitana: Alessio Bortone, per esempio, che ammazzò con un pugno una signora, o Doina Matei che ha ammazzato una ragazza con un ombrello. Anche la storia di Isabella Viola era una di queste. Madre di quattro figli, ogni giorno si svegliava alle quattro di mattina per andare dalla sua casa di Torvaianica al suo bar in via Appia. Un autobus, due metro, scale mobili e poi i clienti, la casa, i figli e il marito. Isabella lo avrebbe potuto pure reggere tutto questo, ma era il suo corpo che non ce la faceva. Ed è morta, morta di fatica, una domenica mattina, da sola, nella metropolitana di Termini. Il giorno dopo la saracinesca del suo bar era sommersa dai fiori portati dai clienti che hanno anche organizzato una colletta per sostenere i bambini rimasti soli.
Da questa storia prende spunto Vicari per Sole cuore amore, Isabella Ragonese nei panni di Eli, la giovane donna con il cappottino rosso, Francesco Montanari fa il marito, Francesco Acquaroli il padrone cattivo, Eva Grieco è Vale, ballerina, più una sorella che una amica. Tutti insieme per raccontare un mondo periferico, tra Nettuno e il lavoro di barista in un quartiere piccolo borghese romano, senza sabato o domenica, con mille doveri ma nessun diritto, gratificazione o riconoscimento.
Contrappuntata dal jazz di Stefano Di Battista, è una lunga suite, quella messa in scena da Vicari. Il disegno di un mondo tragico nel quale non c’è possibilità di salvezza, il racconto di una vita nella quale non succede nulla e nulla di bello può succedere, dove è impossibile essere se stessi, dove oltre il sole, l’amore e qualche sporadica canna, tutto il resto è orrore. E dove non c’è un Dio da pregare, voglia di fuggire, parole di rabbia o il sogno di un mondo più giusto.
Non succede nulla, dicevamo, ma Vicari mette in scena una sorta di catalogo di tutto quello che non va, dall’autoritarismo insulso del padrone del bar, al discorso razzista della cliente. Passando per l’amore lesbico non corrisposto della amica ballerina, la disoccupazione, i rapporti madre figli, il convivere con i sensi di colpa, la violenza dell’uomo sulla donna, il menarca, i valori stravolti, e Roma, una città egoista che non rispetta chi la abita.
Il percorso di Eli è segnato, anche se lei non ne sembra consapevole. Non c’è spazio per la poesia, tutto è concreto e reale. Lo sguardo è lo sguardo del Vicari documentarista, con più voglia di far capire e di spiegare che di farsi sorprendere da storia e personaggi. E noi che guardiamo non abbiamo libertà di scelta, e non possiamo che aderire al suo sguardo, essere vicini ad Eli, alla bambina che odia la vita della mamma, alla ballerina, al marito che non trova lavoro, ad un mondo raccontato come un mondo troppo perfetto per essere vero.

Voto: 4 / 5

Antonio Pezzuto, da “close-up.it”

 

 

Dal 4 maggio 2017, Koch Media distribuisce nelle nostre sale il film scritto e diretto da Daniele Vicari, Sole Cuore Amore, già presentato lo scorso anno in occasione della Festa del Cinema di Roma.

Il film prende il nome dalla ‘canzonetta’ del 2001 di Valeria Rossi, proprio ad indicare la semplicità in esso rappresentata. Vicari, infatti, mette in scena il quotidiano, lontano dai​ “luoghi” comuni all’intrattenimento che possono affascinare più facilmente lo spettatore, attraverso la storia di due amiche, che rappresentano la doppia faccia della stessa medaglia. Da una parte, Eli (Isabella Ragonese), sposata con un uomo disoccupato, quattro figli a carico, un posto di lavoro lontano ore da casa propria; dall’altra, Vale (Eva Grieco), performer presso locali e discoteche.

Sole Cuore Amore si mostra carico di un contenuto sociale, perfino politico, non indifferente: la storia di Eli o quella di Vale potrebbero essere la storia di chiunque, così come quella di Mario (Francesco Montanari), il marito disoccupato di Eli, impotente di fronte all’impossibilità di trovare un posto di lavoro e mantenere la propria famiglia come invece, disperatamente, fa’ già sua moglie.

Anche i luoghi nel film di Vicari, perfino le situazioni in essi collocate, sono quelli appartenenti alla quotidianità, particolarmente famigliari a chi vive a Roma: fermate della metro lontane dalle aree monumentali, i bus guasti che danno luogo a ritardi, i locali notturni – riconosciamo il noto Qube. Lo stile, dunque, rappresentativo della realtà, si accosta al genere documentaristico del sociale, pur restando nel contesto narrativo.

Isabella Ragonese ci regala un personaggio tra i più riusciti nella sua carriera cinematografica, difficile da dimenticare per quanto ci ricordi un’esistenza più vicina allo spettatore o al nostro prossimo.

Il lavoro di Daniele Vicari è dunque promosso a pieni voti.

Luca Lobuono, da “darksidecinema.it”

 

 

Una città, Roma, e due donne: Eli, orfana, quattro figli, un marito disoccupato e due ore per andare e due per venire sette giorni su sette dal posto di lavoro, un bar; Vale, danzatrice e performer, un rapporto difficile con la madre, un’attrazione per la partner di ballo che salva, o forse no, da un compagno violento. E la loro amicizia, una sorellanza, che non ha tempo, ma empatia, sostegno e comprensione: sono Eli, interpretata alla grande da Isabella Ragonese, e Vale, Eva Grieco, le protagoniste del viaggio di Daniele Vicari in una nuova vita agra, quella di chi lavorando o non lavorando comunque non ce la fa più a vivere. E, forse, nemmeno a sopravvivere. Glielo dice la figlia più grande a Eli, “se diventare donna significa fare la vita che fai te meglio morire”, o giù di lì, e la madre può solo arrabbiarsi, sgridarla, ma non darle torto: che fare?

Un film, scritto e diretto da Vicari, che ruba il titolo alla canzone che diede fugace notorietà a Valeria Rossi, Tre Parole, ovvero Sole Cuore Amore: se la prima e la terza non mancano a Eli – il marito affettuoso e premuroso Mario è ben interpretato da Francesco Montanari – la seconda è un problema, che il lavoro massacrante, già causa, non le permette nemmeno di curare.

Non è un film perfetto, ma necessario, persino urgente. E’ una guerra là fuori, senza nemici eccetto l’ineluttabilità, e solo i sentimenti possono fare resistenza: Vale e Mario si amano, amano i propri bambini, e non si perdono nelle difficoltà. Sono loro il cuore pulsante del film, quello in cui stanno le cose migliori, seguiti dal bar dove Eli lavora.

Funzionano anche due dei contrappunti formali alla muta e non piagnona disperazione di Eli, ovvero la fotografia curatissima dell’abituale Gherardo Gossi e la colonna sonora jazz di Stefano di Battista, ma non il principale messo in atto da Vicari: le coreografie della stessa Eva Grieco, inteso ma sterile controcanto plastico e figurativo della via crucis laica di Eli.

Eppure, Sole Cuore Amore rimane negli occhi: c’è un po’ della fatica di tutti noi, dovrebbe esserci anche la nostra solidarietà. Perché questi ultimi, questa maggioranza silenziata, possano avere voce: oltre il grande schermo, a partire dalla politica.

Voto: 3 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

 

“Il motivo per cui siamo tutti incazzati? Nasce dal fatto che conduciamo una vita che non ci piace ma non perché siamo viziati, semplicemente perché nella maggioranza dei casi siamo onesti cittadini che cercano di fare al meglio il proprio lavoro, quando ne abbiamo uno”. Daniele Vicari è ben consapevole che il suo Sole cuore amore sia l’espressione di uno scontento contemporaneo, quasi all’unanimità partecipato, almeno sulla base della comprensione.

Presentato in anteprima mondiale lo scorso ottobre alla Festa del Cinema di Roma e in uscita il prossimo 4 maggio in circa 50 copie per conto della Koch Media, il film è stato prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci che – a detta del regista “ha capito immediatamente la portata del discorso contenuto nella sceneggiatura, che mi è nata di getto in 48 ore come uno sfogo emotivo, quasi in stato di trance“. Opera indubbiamente necessaria, lavora sui tessuti rappresentativi del neorealismomescolati a quelli della narrazione post moderna, laddove alterna il racconto della vita della giovane barista Eli, madre di 4 figli e moglie di un disoccupato, a quella della coetanea Vale, performer sua vicina di casa, che ha rinunciato alla vita borghese suggeritale dalla madre pur di tentare di soddisfare i propri sogni. Due esistenze in parallelo suggellate dal sacrificio in nome della sopravvivenza (la prima) e della dignità (la seconda). Ma è soprattutto la tragedia quotidiana di Eli, interpretata da un’intensa Isabella Ragonese, a destare la partecipazione emotiva: una donna che si alza ogni giorno alle 4.30 del mattino percorrendo un viaggio di due ore (almeno) per recarsi dalla località di Nettuno sul litorale laziale a Roma, dove è barista full time e 7/7 giorni per 800 euro mensili, in nero. La sua esistenza si traduce nel “teniamo duro” di andare avanti, esplicitato al marito quando si accorge di non avere alternative. “Eli – spiega Vicari- non vede la possibilità di ribellarsi perché ha il problema di portarsi a casa lo stipendio, e sa perfettamente che se si ribellasse perderebbe l’unica possibilità realistica che ha al momento”.

Il punto di Sole cuore amore – desunto dal pop refrain anni ’80 di Dammi tre parole per la voce di Valeria Rossi – sta nel suo voler essere una risposta “sentimentale” alla tragedia sociale esibita. Per Vicari, infatti, l’ispirazione è arrivata essenzialmente dalle figure femminili che ama di più, dalla madre, dalle sorelle, da alcune amiche, oltre che a basarsi su una storia realmente accaduta. In tal senso il suo desiderio non era fare un film ideologico e sulla “rivoluzione” bensì sulla vittoria dei sentimenti rispetto a tutto il resto: il personaggio di Eli rinuncia a tutto ma non all’Amore in senso pieno, consapevole di aver fatto la scelta che desiderava, ovvero sposarsi e avere (molti) figli. “Il paesaggio che ho descritto – aggiunge ancora l’autore nato e cresciuto nella provincia di Rieti – è quella che io definisco “interzona”, ovvero non la periferia sfigata governata da spacciatori e tossici e neppure il centro borghese: piuttosto è quella situazione ambientale media, “normale” in cui vive la maggioranza delle persone. Il vero problema è che questo luogo è diventato sintomatico di un mondo che abbiamo reso inadatto agli esseri umani. E questo è un paradosso”. Le conseguenze sono più che evidenti nella discesa agli inferi esemplificata nella vicenda di Eli, costretta come moltissime persone, “a negoziare i propri diritti per qualche euro in più. Credo questa sia la vera tragedia contemporanea”. Da un punto di vista formale, Sole cuore amore organizza il proprio dispositivo semantico attorno alla danza quale metafora corporea di un agire/essere agiti quasi esclusivamente sul piano emozionale: una struttura rischiosa per un film non privo di difetti ma senza dubbio tra i più necessari degli ultimi tempi.

Anna Maria Pasetti, da “ilfattoquotidiano.it”

 

 

Dietro il titolo di una canzonetta spensierata di alcuni anni fa si svolge la narrazione del crudo trascorrere delle giornate di Eli e Vale, due vecchie amiche che vivono nello stesso palazzo a Nettuno La cittadina a pochi chilometri da Roma, è diventata negli anni, come tutti i centri dell’hinterland urbano, una sorta di dormitorio per quella larga fascia della popolazione che, non potendo permettersi un alloggio nella capitale, è costretta a lunghi ed estenuanti trasferimenti giornalieri per raggiungere il posto di lavoro.

Eli, madre di quattro figli e moglie di un marito disoccupato, è costretta dalle circostanze a caricarsi sulle spalle il peso della famiglia. Trovato un duro lavoro a Roma, la donna non sa fino a quando potrà reggere gli impegni sempre crescenti dell’impiego, dei viaggi quotidiani e della famiglia.

Vale rappresenta l’altra faccia della medaglia della femminilità: single, artista, indipendente, lavora come danzatrice/performer. Spesso si incontra con Eli che rientra distrutta a casa quando lei esce per eseguire le sue serate. In nome della vecchia amicizia Vale qualche volta di giorno dà una mano a Eli e al marito Marco,f curandosi dei bambini.

Dietro l’apparente sicurezza della ragazza si celano, però, fragilità interiori legate a questioni non risolte con se stessa e con la famiglia d’origine.

Sole cuore amore: Vicari dipinge, senza censure, la fatica di chi vive una vita ordinaria

Sole Cuore Amore attori

Il film, ideato, scritto e diretto da Daniele Vicari, è un prodotto ben realizzato, che ha il grande pregio di non scadere mai nel patetico, mantenendo dall’inizio alla fine un rigore estetico costante e di buonissimo livello. Con poche selezionate inquadrature il regista descrive l’alienazione che subisce ogni giorno chi trascorre ore e ore sui mezzi pubblici, non abbellendo nulla dell’ambiente circostante: i pullman, le carrozze della metropolitana, le fermate della stessa, sono filmate così come sono, col degrado reale che accompagna i reali protagonisti della fatica quotidiana, i pendolari.

Notevoli anche le rappresentazioni delle varie performances in cui si esibisce Vale; i momenti di musica e di danza vengono utilizzati per intervallare e creare delle pause tra i vari momenti della narrazione. Insomma, un film ben fatto e curato nei particolari. Un applauso, oltre al regista/ideatore della pellicola, anche alle due attrici protagoniste, una bravissima e sempre misurata Isabella Ragonese nei difficili panni di Eli, e la strepitosa danzatrice Eva Grieco, che dà alla sua Vale un’intensità sorprendente.

Daniele Battistoni, da “ecodelcinema.com”

 

 

La folla senza volto delle periferie.
Quella che si leva presto al mattino e rientra la sera tardi, che viaggia sui mezzi pubblici, che subisce il datore di lavoro quando il lavoro ce l’ha ed è già qualcosa, che ovviamente non arriva alla fine del mese. Ecco la gente che mulina attorno a Sole Cuore Amore (uscita il 4 maggio) di Daniele Vicari, cinquant’anni e quinto film oltre diversi corti e documentari, del quale sempre molto volentieri si ricordano – fra l’altro –  l’esordio con Velocità massima (2002) e il successivo, penetrante, seduttivo e ingiustamente sottostimato L’orizzonte degli eventi (2005).

La periferia è quella romana.  Più che periferia, anzi, un agglomerato costiero – presumibilmente i paraggi di Ostia o Nettuno – che rientra in quella che si definisce, già tristemente, “area metropolitana”. E di tristezza, la vicenda che colà si sviluppa, oscillando come un pendolo implacabile tra un’abitazione iperperiferica  e un bar semplicemente periferico, ne ha da vendere.

Come la sua protagonista Eli (Isabella Ragonese), che non ha molte buone ragioni per essere allegra, quattro figli piccoli, un marito disoccupato, sveglia alle quattro e mezzo del mattino, viaggi interminabili tra autobus che si guastano e metropolitane gremite, ritardi inevitabili come i rimbrotti, pure bonarii, di Nicola(Francesco Acquaroli), padrone del bar dove lavora tra caffè, cappuccini, aperitivi e sorrisi stampati.

Le viaggiatrici dell’hinterland
Vale (Eva Grieco), al contrario di Eli, si alza dal letto tardi e ci ritorna all’alba perché fa la ballerina. O, più correttamente, la performer che, con movimenti plastici e lente volute danzanti, si esibisce qua e là tra discoteche, circoli culturali, gallerie d’arte. Anche lei, come Eli della quale è vicina di casa, viaggiatrice dell’hinterland.

Solo che lo fa in orari diversi. Si può dire che quando l’una esce di casa l’altra vi ritorna. E viceversa. Nonostante queste opposte dinamiche le due donne sono “amiche”. Nel senso che si frequentano poco ma  s’aiutano quando càpita,  s’incrociano di tanto in tanto – sotto casa, a una stazione del metró, a una fermata d’autobus – scambiandosi sguardi e segrete complicità provenienti anche dalla passione comune per il ballo che anche Eli avrebbe voluto praticare.

Il ballo come specchio di emozioni
La vita, a suo modo drammatica e sessualmente perplessa di Vale la si segue attraverso il moto del ballo, nella pantomima attraverso la quale ella comunica, prevalentemente, le proprie emozioni.  Eli, invece, ha un’esistenza  più semplice e diretta, ancorché tosta e indigeribile tra orari schiantanti, lavoro al bar, traversate interminabili e accidentate, pochi soldi nella cassa di famiglia.

Uno sfinimento che l’amore attento e morbido di suo marito Mario(Francesco Montanari) non basta a mitigare. E neppure è sufficiente a fermare la malattia al cuore che prima la lambisce poi, a poco a poco, la sfianca: lasciandola appesa ad un filo oltre ogni ragionevole possibilità di resistenza.

Il film vive su queste storie paralleleDue donne, due percorsi. Dominante quello di Eli, sia nei volumi narrativi, sia nell’approfondimento di quelle tematiche sociali che il cinema di Vicari tende sempre ad evocare con una certa energia. Qua, addirittura, con aspirazioni pure “sociologiche” riposte non solo nei casi della protagonista ma anche in quelli degli altri personaggi, tutti alla mercé di una ingovernabile défaillance dell’equilibrio collettivo in contesto (sub)urbano. Una umanità infetta, contaminata da un virus espropriante e pauperizzante capace di marchiare ogni possibile status con il “de” prefisso privativo: dunque destabilizzata, delocalizzata, destrutturata. Infine demoralizzata.

Rappresentazione della quotidianità
Realismo, a tratti naturalismo e minimalismo. Nei dialoghi scarni, spontanei ed elementari, nelle immagini dense e cromaticamente calde, nello processo lineare del racconto e nei ritmi regolari del suo montaggio alternato su Eli e Vale  (soggetto e sceneggiatura sono dello stesso Vicari, la fotografia è di Gherardo Gossi).

In questa rappresentazione del quotidiano, in alcuni passaggi spoglia e quasi di cronaca nella ripetitività che insegue e incatena i suoi personaggi, Sole Cuore Amore non si nega qualche simbolismo che proprio lo scorrere della quotidianità e le forzate abitudini suggeriscono: il più evidente e significativo nell’iterazione angosciosa e quasi fobica delle rotte in metropolitana, vagoni intasati, sguardi perduti, stazioni gelide di cemento e luci al neon. Una replica infinita, un ritorno ciclico a passo veloce che scandisce nei tempi e nei modi la dimensione sotterranea di quella umanità invisibile.

Alla ricerca della leggerezza
Certo, il quadro è livido, ansiogeno, angosciante. La speranza, insomma, è chiusa a chiave nel cassetto.

E la mano di Vicari è un po’ pesante, negandosi quell’atomo di leggerezza (penso a Virzì) che potrebbe regalare alla storia di Eli e del suo cappottino rosso come i cromatismi dominanti della visione – delicata, dolente e sofferta la recitazione di Isabella Ragonese – un tono meno mesto e più incline a sottolineare, anche poeticamente, i sentimenti e le interiorizzazioni.

Senza, con questo, togliere spessore ai necessari accenti drammatici e ai suoi risvolti emotivi.

Restano comunque bene incise quelle figure femminili e la loro sostanza solidale plasmate da una regìa maschile singolarmente ma abitualmente sensibile ai percorsi dell’affinità  nei mondi di donne. Il popolo della periferia romana (ma potrebbe appartenere a qualsiasi altrove) è accompagnato nel suo incedere cinereo da grumi musicali jazz – alternati a sonorità elettroniche – distribuiti dal sax vivido ed elegante di Stefano di Battista.

Voto: 3 / 5

Claudio Trionfera, da “panorama.it”

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