Quello che so di lei

 

Il cinema francese regala ruoli di spessore alle donne, non più ragazze, come nessun altra cinematografia. L’ennesima conferma arriva con un nuovo ruolo di rara intelligenza e consapevolezza di Catherine Deneuve, nel film di Martin Provost Quello che so di lei. Un autore da sempre interessato all’universo femminile, basti pensare a Séraphine e Violette.

Il titolo originale (Sage femme) rimanda al nome con cui in Francia sono tradizionalmente chiamate le ostetriche, il cui antico sapere ha aiutato a nascere milioni di bambini e che Claire (Catherine Frot) nel film porta avanti con orgoglio. Le tecnologie moderne premono per un avvio alla vita meno legato all’esperienza, a quel metodo che privilegia l’elemento umano che per Claire è il senso stesso del lavoro e per molti anni della sua vita stessa. Il reparto maternità di un ospedale della periferia parigina in cui lavora sta chiudendo, e mentre deve decidere se passare a un nuovo fiammante sforna pargoli da 4000 nascite all’anno, riceve la telefonata di una donna, Béatrice (Catherine Deneuve), che arriva dritta dal suo passato. Sono trent’anni da quando è sparita, dalla vita di Claire e del padre, con cui aveva una relazione. Tutti e tre hanno vissuto per alcuni anni in allegria in una casa della rive gauche parigina. Ora ritorna perché malata, lei che ha sempre affrontato la vita con sfrontatezza bohemienne, vivendo in pieno senza rimpianti e godendo di ogni possibile gioia, pronta a sopportare le inevitabili cadute.

Quello che so di lei regala un ritratto di due donne completamente diverse: una rigorosa e sempre razionale, tutta dedita alla missione di far nascere nuove creature; l’altra irresponsabile, senza aver mai lavorato un giorno, pronta a giocarsi tutto al tavolo da gioco. La vita e la morte si affacciano continuamente nel film, crocevia di cambiamento per due donne e due grandi interpreti del cinema francese, alle prese con un rapporto prima diffidente e poi sempre più intimo, legato alla nostalgia di un passato d’amore per lo stesso uomo, padre o amante che fosse. Claire si fa convincere da Béatrice a prendere la vita meno sul serio, a colorarla di un sorriso infantile o di un bicchiere di troppo. Elogio dell’edonismo del buon vivere, della sigaretta come sinonimo di libertà, della carne rossa e del buon vino, si fa apprezzare soprattutto per le due grandi performance che ne sono il cuore pulsante, senza dimenticare il risveglio sensoriale per Claire rappresentato dal sanguigno camionista Olivier Gourmet.

Voto: 3,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Vivere pienamente ogni giorno trascende dal semplice respirare e dal venire al mondo. Accontentarsi di un’esistenza abitudinaria rinunciando alle emozioni è vita solo a metà, ma Claire, che per lavoro assiste le partorienti facendo nascere i loro bambini, sembra essere a suo agio con la solitudine e conduce le giornate con un’apparente e inesorabile compostezza. Claire (interpretata da Catherine Frot) è un’ostetrica nel film francese di Martin Provost e il titolo della pellicola “Sage Femme” (Quello che so di lei) rimanda al nome con cui d’oltralpe sono tradizionalmente chiamate le levatrici.Sagefemme4

Il regista di “Seraphine” (2008) conferma di essere molto attento all’universo femminile dando spessore ai personaggi, accompagnandoli nella struttura narrativa verso un’evoluzione efficace. Dal passato della protagonista riaffiora un “fantasma”, una donna che ha sconvolto la sua famiglia. Con una telefonata Claire, infatti, si riappropria di un tassello del mosaico di quel vissuto che ha riposto nei meandri della memoria con la stessa facilità con cui ha nascosto le sue vecchie foto in garage. Dopo più di trent’anni si trova faccia a faccia con Béatrice (Catherine Deneuve), l’amante del suo compianto padre e la causa del suo suicidio. Le due donne incarnano due opposte filosofie di vita e i loro ritratti sono agli antipodi. Una è rigorosa e sempre razionale, con uno sguardo impassibile che si addolcisce soltanto quando porta alla luce i neonati per poi adagiarli tra le braccia delle loro madri; l’altra è irresponsabile, inarrestabile bohemienne piena di vizi e pronta a giocarsi tutto al tavolo da gioco.

Il lungometraggio, in uscita l’11 maggio, ha aperto a Roma la settima edizione del Festival “Rendez Vous”, la rassegna cinematografica lente d’ingrandimento sulla produzione francese e sulle donne. Le sue straordinarie interpreti rendono verosimigliante il crocevia del cambiamento sollecitando una riflessione sulla vita e sulla morte. Il personaggio di Catherine Deneuve torna perché è gravemente malata e spera di ricostruire un rapporto con la figlia del suo grande amore. La stessa Claire presagisce un futuro poco rassicurante per se stessa perché il reparto maternità dove lavora è in procinto di chiudere, la sua professionalità sta per essere soppiantata dalle moderne tecnologie e il suo equilibrio di madre vacilla. Quest’ultima dovrà rivedere il suo modo di affrontare la quotidianità risvegliando le sue pulsioni e iniziando una sorta di seconda giovinezza. Claire si fa convincere da Béatrice a prendere la vita meno sul serio, a colorarla di un sorriso infantile e a gustarla con un bicchiere di vino. Lo spirito libero di Béatrice, invece, si scontra con la realtà, scopre con l’età di non essere invincibile, si aggrappa alla vita con tutte le sue forze e si tinge delle fosche sfumature del rimpianto e del rimorso: per inseguire i suoi piaceri, infatti, ha sempre sacrificato gli affetti.

Sagefemme2Il tipo di relazione che intercorre tra le due è nuova sul grande schermo ed è tratteggiata in ogni battuta, espressione e silenzio, dai primi istanti di diffidenza fino a una sempre più intima complicità. Provost con uno stile raffinato e lineare mette in risalto gli aspetti contrastanti delle protagoniste, li incornicia per destinarli a una pinacoteca e non solo all’obbiettivo della macchina da presa. Il risultato è una commedia agrodolce che a dispetto della precarietà celebra la vita.

Silvia Natella, da “recensito.net”

 

Il regista Martin Provost con “Quello che so di lei” è riuscito a realizzare un film decisamente unico nel suo genere. Ciò che colpisce è il modo delicato ma profondamente vero con cui ha deciso di raccontare la storia di Béatrice, una donna di una certa età malata di cancro che, dopo anni di assenza, decide di ricontattare Claire, la figlia del suo unico amore che aveva abbandonato un po’ per egoismo un po’ per paura della felicità. Quella che poteva presentarsi come la classica pellicola incentrata  su due personaggi che, ritrovandosi dopo un lungo periodo, decidono di  recuperare il tempo perduto, in realtà si sviluppa in un modo del tutto inaspettato.

Accanto al dolore, al rancore e alle difficoltà Provost aggiunge un tocco di leggerezza, né superficiale né frivola, che rende il tutto più vicino alla vita comune, distaccandosi sapientemente dai grandi drammi troppo spesso esaltati sul grande schermo. Il director francese ci permette di entrare in punta di piedi nella vita delle due protagoniste e riesce a coinvolgere emotivamente lo spettatore che non può fare a meno di sorridere per le pungenti battute dell’eccentrica Béatrice o per la bontà e la tenerezza di Claire.

In “Quello che so di lei”, inoltre, ci viene mostrato un volto di Parigi che non corrisponde allo scenario da cartolina che spesso si vuole dare della città: Provost ha scelto di usare scenari semplici come la campagna, le rive della Senna, luoghi nascosti, periferici, a volte degradati che servono a mostrare il lato più comune della capitale francese. Le ambientazioni sono semplici perché unicamente funzionali alla narrazione e molto spesso ricorrono gli stessi luoghi per rappresentare il cambiamento interiore dei personaggi che, tornando lì, cambiano il loro punto di vista e agiscono in maniera diversa.

La storia di un intimo legame fra due donne

Quello che so di lei Catherine Deneuve e Catherine FrotIl punto di forza del film, però, è senza dubbio rappresentato dal legame che si viene a creare fra Béatrice e Claire. Il loro rapporto inizialmente è difficile perché incontra l’ostilità e la diffidenza dell’ostetrica che si sente tradita e ferita da quella che per un po’ è stata la fidanzata di suo padre Antoine. Con la sua simpatia e la sua esuberanza, Béatrice riesce con il tempo a conquistare l’affetto e la fiducia di Claire, dando vita a un’amicizia che si tramuterà quasi in un complicità fra madre e figlia, rappresentata in scene dalla grande forza comunicativa.

Catherine Deneuve e Catherine Frot sono sono riuscite a interpretare magistralmente due donne completamente diverse, dando ancora una volta prova del loro indiscusso talento. “Quello che so di lei” mette in luce l’intimità che si viene a creare fra le protagoniste che, nonostante il loro essere diametralmente opposte, riescono a completarsi e a darsi forza a vicenda. Claire è una quarantanovenne che ha dedicato la sua vita al servizio degli altri e al suo lavoro: schiacciata dai suoi doveri, pacata, responsabile, astemia, non si dedica mai un momento per se stessa se non coltivare il suo amato orto. Béatrice è, invece, un vulcano pieno di energia e ha sempre condotto una vita all’insegna dei piaceri e dell’indipendenza: ama il vino, il cibo spazzatura, le sigarette e non si sente minimamente a disagio in una bisca clandestina frequentata da soli uomini.

Contro ogni aspettativa, il loro incontro si rivela la cosa migliore che potesse capitare a entrambe. Claire riesce finalmente a divertirsi, a sciogliersi, a bere un bicchierino di vino: accanto all’amica si sente più viva che mai e diventa consapevole dei suoi punti di forza e della sua femminilità. La folle Béatrice, una bambina bisognosa di tenerezza e protezione, trova finalmente una persona che sceglie di prendersi cura di lei: abituata a costruire una maschera di ironia per nascondere rimpianti e paure, riesce a mostrare le sue fragilità proprio a Claire. Le due donne non si sentono più sole, si trovano e si capiscono come se non si fossero mai lasciate.

Quello che so di lei: una critica al sistema medico moderno

Il regista di “Quello che so di lei”, oltre a celebrare la difficile e sottovalutata professione dell’ostetrica (in francese “sage femme”), vuole velatamente denunciare la condizione del sistema ospedaliero moderno. Claire rifiuta l’offerta di lavoro in un tecnologico ospedale che vuole diventare una sorta di fabbrica di bambini: preferisce mettere al servizio delle donne la sua esperienza e la sua dolcezza, trattando il momento della nascita come un atto d’amore, raccontato da Provost con estrema poeticità.

Il film è sicuramente ben riuscito, frizzante e profondo al tempo stesso, mette a nudo l’anima di due donne non più giovanissime che affrontano due tappe opposte della loro vita: Claire, ritrovando se stessa e l’amore, viene nuovamente alla luce, mentre Béatrice si trova a fare i conti con la morte e con le sue debolezze. Provost ha dato prova di grande sensibilità ed è riuscito a trasportare sullo schermo, con estrema cura, una storia che esprime il punto di vista di due anime femminili, intente ad affrontare una sorta di fase di passaggio ma, soprattutto, a fare i conti con se stesse e la propria interiorità.

Ludovica Attenni, da “ecodelcinema.com”

 

 

 

Film di sole donne ne abbiamo visti tanti, ma un racconto di una sorellanza atipica come quella mostrata in  Quello che so di lei, ultima pellicola diretta da Martin Provost , è qualcosa di molto più raro.
Claire (Catherine Frot) è un’ostetrica da sempre. Portare la vita nelle mani delle persone è il suo lavoro e lo fa con grande dedizione ed estrema passione. Ha un figlio, ma non ha una famiglia. A Béatrice (Catherine Deneuve) è stato diagnosticato un tumore al cervello in stadio avanzato; anche lei non ha una famiglia, ma è stata la frivola amante del compianto padre di Claire.
Le scene che non vedono le due donne insieme si possono contare sulle dita di una mano: il film è un resoconto di una relazione non convenzionale che, proprio per questo, risulta ancora più intima e profonda. Due caratteri e due stili di vita agli antipodi che trasformeranno un’iniziale opposizione in un più equilibrato scambio di opinioni e idee. Nel loro rapporto, Claire e Béatrice ricercano qualcosa che la vita non gli ha ancora concesso: guardando le foto di un uomo del loro passato, entrambe si emozionano, piangono, ma solo conoscendosi saranno in grado di affrontare il presente e non voltarsi indietro.
Curiosamente, gli uomini non hanno voce in capitolo: mariti e padri sono totalmente assenti, i figli sono alla ricerca di soldi e di un futuro e un amante passionale serve a molto poco per i problemi di tutti i giorni. Sono donne che non si lasciano dare dei consigli e preferiscono scegliere, e anche sbagliare, per conto loro. Un altro tipo di cinema direbbe che sono delle tipe toste, ma qui siamo in uno stile orgogliosamente francese.
Costruito su una narrazione interamente parlata in cui i dialoghi tra le due protagoniste si susseguono a una velocità che lascia quasi senza fiato, Quello che so di lei rafforza i suoi personaggi dai tratti malinconici con un’ironia pungente tipicamente francese (la comicità di Quasi Amici è sicuramente l’esempio più conosciuto degli ultimi anni).
Nonostante il film tocchi temi più personali che collettivi, la narrazione si lascia attraversare dalla crisi e da una critica (neanche troppo velata) alla società moderna; in un estremismo un po’ macchinoso si arriva a esaltare la vita bucolica dei campi in contrapposizione alle fabbriche della società moderna. Nel finale, la pellicola decide di percorrere una strada efficace ma sicuramente la più facile, lasciando i personaggi con più di qualche punto irrisolto.
L’inconsueto rapporto tra Claire e Beatrice  sorprende e regala emozioni proprio per la sua capacità di essere quotidiano e straordinario senza sembrare artificioso. Talmente particolare che ogni madre, sorella, figlia e, perché no, uomo potranno ritrovarcisi.

Matteo Illiano, da “anonimacinefili.it”

 

 

Claire è un’ostetrica che nel corso della sua vita professionale ha fatto nascere innumerevoli bambini amando la propria professione. Proprio in un momento difficile per il suo lavoro (si sta per chiudere il reparto maternità) ricompare dal passato una donna che l’aveva fatta soffrire quando era giovane. Si tratta di Béatrice, colei per cui suo padre aveva lasciato la famiglia. Béatrice è malata e ha bisogno di aiuto anche se non ha perso del tutto la vitalità di un tempo. Claire, che ha anche un figlio ormai grande e anche lui in una fase di svolta della propria vita, deve decidere cosa fare.

A volte fortunatamente i film nascono non da esigenze produttive o di mercato ma da spinte interiori. Martin Provost deve la vita a un’ostetrica che al momento della nascita non solo gli donò il suo sangue vedendolo in grave pericolo di vita ma fu lei e non il padre ad andare a denunciare all’anagrafe la sua venuta in questo mondo.

Con Sage femme ha voluto renderle omaggio costruendo su questa persona una storia di invenzione che però conserva una base di osservazione acuta sul piano sociale. Perché una delle caratteristiche del cinema francese è quella di saper spesso affrontare i generi non dimenticando però di mettere in luce il contesto sociale (forse è questo il motivo per cui Virzì piace Oltralpe). Perché la sceneggiatura di Provost non si limita a disegnare due personaggi che richiamano nel loro rapportarsi con la vita le esopiane cicala e formica.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

“(…) seconda bella sorpresa della giornata berlinese, ‘Sage femme’, cioè ostetrica, scritto e diretto da Martin Provost addosso alle misure mattatoriali di Catherine Deneuve. Un pezzo di storia del cinema che gioca di continuo con la memoria dei suoi ruoli duettando con la non meno straordinaria Catherine Frot nel ruolo di due donne opposte ma in certo modo complementari. (…) Provost, grande scultore di personaggi femminili, dosa con maestria rivelazioni, colpi di scena, affondi sentimentali. Grazie a una sceneggiatura così perfetta da concedersi anche deviazioni improvvise e feconde (quel ragazzo che nuota come un campione nella Senna, scena bella visivamente quanto imprevista), che danno a questo film ipertradizionale un vigore e un’emozione inaspettati. Puro ‘cinéma de papa’, come si diceva una volta, anzi ‘de maman’, ma che attori (da premio Olivier Gourmet, camionista e poeta inconsapevole) e che divertimento. Uno di quei film generosi e per tutti che oggi non sa fare quasi più nessuno. E proprio per questo, triste paradosso, rischia di essere sottovalutato.”

Fabio Ferzetti, da ‘Il Messaggero’

 

 

Les choses de la vie. Con il loro fluire naturale. La nascita, la malattia e la morte. Tutto collegato. Senza soluzione di continuità. Quello che so di lei cattura col cinema la gestualità della vita di tutti i giorni. Contatti tentati. La paura di un abbraccio oppure invece un abbandono. Il cinema di Martin Provost, svincolato dalle ambientazioni di costume di Séraphine e Violettenon è mai stato così d’impatto, se non in qualche squarcio in Le ventre de Juliette. Stavolta con Quello che so di lei, decisamente il suo film più bello, appare come una specie di Sautet incazzato, che con la macchina da presa quasi si scontra con i corpi. Il quadro formale non è composto ma balla e vuole trascinare con sé. Si sentono tutti i tremiti e le paure delle due protagoniste, un’intensa Catherine Frot e Catherine Deneuve ispiratissima. La prima è Claire, madre single che ha cresciuto da sola suo figlio. È un’ottima ostetrica e ha dedicato tutta la sua vita al lavoro. i suoi metodi però rischiano di essere superati dalle cliniche più moderne. Un giorno riceve una strana telefonata. E qui entra in gioco la Deneuve nei panni di Béatrice. È una specie di voce che arriva dal passato; era infatti l’amante del padre ed era sparita molti anni prima. Donna dal carattere stravagante ha ora bisogno d’aiuto perché è malata di cancro. Le due donne si trovano così a confrontarsi dopo molto tempo.

quello che so di lei catherine frot olivier gourmetAltre due donne. Come in Violette. Lì c’erano Viollette Leduc e Simone de Beauvoir in un’altra relazione complessa. Qui si sfilano i contorti legami del passato e se ne creano di nuovi. Provost filma con naturale complicità i parti e ha il merito di non forzare mai, dal punto di vista drammaturgico, la malattia. Solo qualche soggettiva sfocata, in un film tutto sul movimento, che cattura l’energia nelle inquadrature da dietro, la nostalgia in un ballo da una calzone di Serge Reggiani. E poi, il terzo personaggio, Olivier Gourmet, che partecipa senza invadere mai la storia tra le due donne.

Quello che so di lei è un cinema a cuore aperto, che ha bisogno di parlare, di confessarsi, di rivelarsi le cose mai dette. Come nella potente scena della ragazza che sta per partorire e poi si scopre essere la stessa che Claire aveva aiutato a venire al mondo 28 anni prima. Oppure in quel passato. Altro cinema. Con le foto delle diapositive del padre di Claire sulle pareti. Come se per un attimo potesse ritornare in vita a tenere unite le due donne. A disegnare un altro passato. Ora che stanno cercando insieme la propria strada.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

La leggerezza del perdono, la prepotente presenza di un passato messo in un angolo chiuso del cuore. La vita, tutto ciò che la segna, che l’accende, che la rende una dura e amabile maestra. È di questo che ci parla Martin Provost con Quello che so di lei, in uscita nelle sale italiane l’1 giugno.

Claire (Catherine Frot) è una donna inflessibile, dedita a uno stile di vita nel rispetto dell’essere umano e della terra. Il suo modo di essere si sposa bene con la sua scelta nel campo lavorativo: è un’ostetrica esperta e devota a una professione che è a un punto cruciale di trasformazione. Le cliniche, infatti, si trasformano sempre più in vere e proprie “fabbriche di bambini” e le macchine sostituiscono il gesto umano che dona la vita.
Béatrice (Catherine Deneuve) si avvia alla fine della sua vita. Avventurosa, spregiudicata, viziosa e frivola, è il perfetto opposto di Claire della quale è stata, 30 anni prima, la venerata matrigna, colei che ne aveva amato e poi abbandonato il compianto padre.

Il racconto del loro ritrovarsi non riserva particolari sorprese. Non è il cinema del colpo di scena o dei facili sentimentalismi. Martin Provost è accanto alle due protagoniste e guarda da una finestra il naturale risolversi dei conflitti generati da un amore deluso ma mai cessato. Quello che so di lei scorre così come potrebbe scorrere la vita di qualsiasi persona, con gli abbandoni e i ritorni, e gli ennesimi nuovi inizi di percorsi interrotti che, con naturalezza, vengono ripresi esattamente dal punto in cui erano rimasti.

Naturale come lo scorrere dell’acqua del lago dove il figlio di Claire è solito nuotare, naturale come la nascita delle vite che passano dalle mani dell’ostetrica, naturale come la morte di Béatrice, che affronta la malattia come ha affrontato la vita: sprezzante del pericolo, incurante delle conseguenze.

Il regista ci tiene particolarmente a incidere il concetto di naturalezza in tutte le fasi del suo film. Nella scrittura, così come nella fotografia non c’è tentativo di abbellire o romanzare, e così vengono percepite vere tutte le emozioni che attraversano i volti delle due straordinarie protagoniste. La delusione, la paura, la vitalità, la rabbia che è in realtà malcelata impazienza di cedere al perdono, all’affetto, alla tenerezza.

Quello che so di lei è perfetto quando non si sa bene di che “genere di film” si abbia più bisogno, perché è in grado di parlare a tutti, in qualunque periodo della vita ci si possa trovare, in qualsiasi stato d’animo si possa essere intrappolati.

Dalila Orefice, da “cinefilos.it”

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