Paterson

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Che Jim Jarmusch fosse un grande regista con lo spirito e il look di un rocker e l’animo di un poeta, lo sapevamo già da tempo. E che in Paterson la poesia sia tirata in ballo in maniera esplicita, non è né un’inutile sottolineatura né dettaglio fondante: è solo una delle tante, piccole, importantissime, esiziali tessere di un mosaico splendido.
Uno dei mattoncini di un film-mondo che è tanto più universale quanto più particolare, tanto più collettivo quanto più singolare.

Non a caso il mondo di Paterson – cioè il mondo del film di Jarmush, quello dell’omonima cittadina del New Jersey teatro delle vicende, dove abita un protagonista che si chiama anche lui allo stesso modo, autista di autobus legato a doppio filo alla sua città a alla sua storia: e a questo punto che il suo interprete faccia di cognome Driver è più che una semplice coincidenza – è un mondo di contrasti che trovano sempre una sintesi.
Ci sono le coppie unite da un grande amore, e quelle che non potranno mai formarsi per la mancanza dello stesso; ci sono i silenzi di Paterson e le parole in libertà della sua fidanzata Laura; ci sono le routine più regolari e ansiogene, e gli imprevisti più imprevedibili e bizzarri; ci sono il bianco e il nero (l’ossessione formale di Laura), e ci sono le coppie di gemelli che il personaggio di Driver incontra di continuo lungo il suo cammino. Ci sono, quindi, gli opposti estremi, e l’identità totale e fraterna, l’intero spettro di una vita e di un mondo.
Paterson è il luogo che tutto comprende, la città dove, attraverso la sua storia ricordata e conservata da baristi e cittadini, collassa l’identità di tutta una nazione e di tutta una cultura.

La placida implosione di tutti questi elementi, come dello stile di Jarmusch, e di un personaggio tutto ripiegato nella sua interiorità, nel quaderno segreto dei suoi poemi, nei desideri e le pulsioni che evidentemente mantiene sotto stretto controllo, non stanno però a significare pacificazione, spianamento delle tensioni e dei conflitti. Che difatti ribollono sommessamente sotto la superficie, arrivando a intaccarne il tranquillo scorrere: senza terremoti, senza rivoluzioni, ma con quei piccoli disallineamenti che sono il colore e il sangue della vita.
Nonostante la regolare linearità delle giornate di Paterson – e qui mi riferisco al personaggio – , nonostante la sua tranquillità, quel modo morbido e rilassato di scorrere lungo le sue giornate e la sua vita, sotto cova sempre qualcosa che assomiglia non tanto all’irrequietudine, quanto al calore tranquillo della curiosità, e al desiderio di una ricerca che è di conoscenza (di sé, del mondo) e di espressione. Compresso nella sua routine, il personaggio di Driver cerca di scrivere poemi per poter descrivere e capire la sua vita, le sue direzioni, i suoi sentimenti.
Per dare ulteriore ordine alle cose.

Ma il mondo non è ordinato: per fortuna, non lo è. Sono i suoi piccoli disordini, a dargli senso, i piccoli imprevisti come un bus che si rompe mentre è in servizio, l’incontro casuale con un rapper solitario o una bambina che scrive poesie, le irregolarità di una cassetta della posta che non ne vuole sapere di star dritta, o di un cane che distrugge il tuo prezioso quaderno segreto. E in fondo è disordine anche il contrasto tra bianco e nero, o l’eccezione genetica della gemellarità.
È così, solo così, che Paterson trova il suo equilibrio, capendo che destinazione ci si arriva non tramite la routine di una linea retta, ma tramite le impercettibili deviazioni di un’incontro casuale, o di un orario sballato di pochi minuti.
Ci vuole un pizzico d’anarchia (l’anarchia del Gaetano Bresci citato dalla stessa coppia d’interpreti di Moonrise Kingdom, e per Paterson realmente passato), per trovare l’equilibrio; di disordine per dare ordine.
E lo sguardo migliore sulle cose è sempre quello un po’ disassato che ci fornisce magari uno che viene dall’altra parte del mondo, e che ci dimostra quasi senza parole, con solo un “Ah ah” di commento, come sotto a quello che consideriamo normale e ordinario ci può essere la forza potente e irregolare dell’arte. Che è vita, che è mondo.
Il mondo di Paterson, città universale sommessamente borgesiana dove si trova il bar più bello e invidiabile che abbiate mai visto al cinema.

Voto: 5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

You tell me that silence
is nearer to peace than poems
but if for my gift
I brought you silence
(for I know silence)
you would say
“This is not silence
this is another poem”
and you would hand it back to me.

Paterson vive a Paterson, tranquilla cittadina del New Jersey nota per aver dato i natali al poeta William Carlos Williams che alla sua città dedicò l’omonimo poema. Paterson fa l’autista di autobus di linea e ogni mattina si alza tra le sei e le sei e un quarto (sei e mezza quando fa tardi) senza che nessuna sveglia suoni, solo aprendo gli occhi sull’orologio che segna l’ora buona per cominciare una nuova giornata. Si gira verso la moglie per baciarla dolcemente, lei gli racconta il sogno della notte, e può andare a fare colazione; poi si dirige al lavoro e seduto sulla sua poltroncina, da solo, in silenzio, scrive. Scrive sul suo taccuino segreto poesie che nessun altro, se non la moglie, talvolta, leggerà.
Scrive per se stesso, Paterson, e procrastina la promessa di farne delle copie per poterle, magari, pubblicare. Nei suoi giri quotidiani ascolta e osserva i passeggeri che chiacchierano, bambini che ricordano il pugile Rubin “Hurricane” Carter, operai che raccontano di quella ragazza che sì, si capiva cosa volesse, ma loro erano troppo stanchi per darglielo, studenti (la coppia protagonista di “Moonrise Kingdom“) che disquisiscono di anarchia e di Gaetano Bresci che viveva proprio a Paterson, per poi andare a morire in Italia dopo aver assassinato il re Umberto I. Si ferma a pranzo in un punto panoramico del Parco Nazionale che dà sulle grandi cascate del fiume Passaic la cui immagine lo ispira per scrivere qualche altro verso. Dopo il lavoro rientra a casa, non prima di aggiustare la cassetta delle lettere perennemente storta, stupirsi della creatività della sua donna, mangiare un boccone e andare a portare fuori Marvin, il loro bulldog inglese. Durante il tragitto si ferma allo stesso bar dove beve una birra, scambiando due chiacchiere con Doc, il padrone, o con gli altri avventori. Per ricominciare da capo il giorno dopo.
Jim Jarmusch realizza con “Paterson” una delle sue opere più ambiziose, un road movie che fa dell’immobilità l’elemento attivo che reagisce in combinazione con i microscopici avvenimenti della settimana del suo protagonista. Quasi azzerando la narrazione orizzontale, la trama che si srotola ogni giorno offre poche vette emozionali – prima di un infausto sabato sera – ossia il guasto dell’autobus di Paterson ed Everett, uno degli habitué del bar, che minaccia di uccidere l’amata che l’ha lasciato e di uccidersi, prontamente steso dal protagonista – forse la reazione automatica del soldato che era – anche se Doc dimostrerà come la pistola avrebbe sparato solo pallini di polistirolo.
I pannelli si avvicendano in un loop di immagini e suoni, in cui la ripetizione non lavora sulla graduale aggregazione di elementi ma su impercettibili variazioni che nulla spostano in una quotidianità fatta di routine e monotonia. Jarmusch combina astrazione e concretezza nel mettere in scena non solo i gesti del quotidiano ma anche una rappresentazione in cui la fissità delle inquadrature, una recitazione al confine con lo straniamento e sottile comicità deadpan costruiscono un quadro onirico della città di Paterson. Il regista, che modella la narrazione su una serie di isotopie che rimandano l’una all’altra sul piano strutturale, lavora nello stesso modo all’interno delle singole sequenze, con dialoghi e immagini che rimano e si richiamano: battute uguali che passano di bocca in bocca sui vari personaggi, come se Paterson facesse il medesimo dialogo con tutti; la figura dei gemelli che Laura, la moglie, sogna all’inizio del film e che Paterson vede per strada o sul proprio autobus: una coppia di bambine, una coppia di anziane, una coppia che gioca a biliardo, ancora una coppia di bambine. Una di queste è una poetessa in erba e scrive una poesia che sembra proprio una di quelle che abbiamo visto realizzare al protagonista. E chi è la bambina se non il doppelgänger di Paterson e cosa la cittadina se non l’estensione che cartografa il suo spirito?
Se il cinema di Jarmusch è una continua variazione sul road movie di stampo wendersiano, “Paterson” raggiunge un radicalismo fatto intravedere in “The Limits of Control” che seguiva la monotona quotidianità di un killer in attesa, in attesa di dispensare la morte. La morte o la consapevolezza della caducità della vita è il binario parallelo al tema del viaggio che Jarmusch ha esplorato variamente, esplicitando tale connubio in “Dead Man“. L’esperienza empirica del nulla eterno dell’essere non sembra però causare alcun imbarazzo ai personaggi che, semplicemente, esistono. In una delle serate al bar, Paterson è solo al bancone a bere la sua birra, Doc sta parlando in disparte con una donna raccontando una barzelletta, in un angolo due uomini giocano a scacchi: intorno a lui il vuoto e il silenzio, davanti a lui solo un bicchiere. Dissolvenza in nero.
In una sua poesia l’autista scrive che i bambini scoprono con stupore l’esistenza della quarta dimensione, quella del tempo, e il tempo o la sua assenza è l’altro grande protagonista della pellicola: in una trama organizzata intorno al vuoto di senso, il tempo sembra non andare da nessuna parte, è solo tempo che passa. Paterson si sveglia ogni mattina guardando un orologio che non segna mai la stessa ora, ma quasi la stessa ora; ogni giornata si svolge quasi esattamente nello stesso modo e, durante il turno dell’autista, Jarmusch monta in sovrimpressione una serie di immagini che riflettono sul parabrezza e sul volto di un Adam Driver mai così compunto l’idea cinematica del tempo che scorre, come il fiume che tanto ama il protagonista o come le lancette dell’orologio che, in una singola e significativa inquadratura, si muovono rapide fino alla conclusione del turno lavorativo.
Jarmusch realizza qui il suo capolavoro concettuale, riuscendo a rendere tramite un linguaggio cinematografico ridotto all’essenziale l’idea di uno spazio-tempo rarefatto in una paralisi che avrebbe fatto la gioia di James Joyce. Paterson è morto, la città di Paterson è forse popolata da soli fantasmi: la pellicola risolve l’orizzonte di attesa in un cul-de-sac, poiché ogni pannello non tende verso quello successivo, non confluisce ma si dissolve su schermo nero, come ogni giorno muore nella notte, finché il sole non torna a sorgere (come dice Everett a un cupo Paterson). Eppure, questo affresco, venato di inquietudine, non è necessariamente negativo.
Se la poesia che omaggia il film di Jarmusch è quella di William Carlos Williams e degli altri minimalisti, poeti della quotidianità e forse della mediocrità, la forma cinematografica assunta da “Paterson” è quella peculiare dell’haiku, un componimento tradizionale giapponese che in soli tre versi racchiude spesso un’opposizione semantica conclusa in se stessa. Il massimo autore che ha fatto di questa forma quasi trascendentale una pratica cinematografica è naturalmente Yasujiro Ozu: ed è l’ultimo Ozu, quello che gioca con le rispondenze cromatiche come il rosso di “Tardo autunno” , le simmetrie, le ripetizioni inquadrate con la fissità del rito che contempla la vita ammantata di spiritualità Zen, ad apparire quale stella polare di “Paterson”. In modo non dissimile anche Jarmusch sembra fotografare tutte le gradazioni di azzurro, sottili e a volte impercettibili variazioni sul colore del cielo e dell’acqua che vediamo scorrere, ogni giorno, durante le sovrimpressioni poco prima accennate; le inquadrature sono cesellate attorno a una medesima formula estetica in cui varia solo la disposizione di oggetti e persone. Fermo nella delicata posizione di chi osserva mosso solo dall’inerzia della vita, Paterson ha un punto di vista privilegiato per cogliere anche degli scampoli di bellezza e di felicità. Non lo disturba nemmeno la volubilità della moglie, che ogni mattina ha sognato qualcosa di diverso e ogni sera dichiara di voler realizzare i propri sogni, ora con l’apertura di una pasticceria, ora diventando una cantante country, sempre cambiando le decorazione di tappeti e tendaggi e spingendosi in esperimenti culinari non sempre graditi dal marito che mai, però, si permette di muoverle una critica. La moglie, rappresentando una forma in continuo movimento e trasformazione, completa un(a) Paterson sempre uguale a se stesso.
Oltre a scrivere, l’autista è un avido lettore e tra le sue mani passano grandi scrittori, tra cui Frank O’Hara nel cui libro “Meditations in an Emergency” vi è la poesia “Mayakovsky” che Don Draper leggeva nella seconda stagione di “Mad Men”: “Now I am quietly waiting for/ the catastrophe of my personality/ to seem beautiful again/ and interesting, and modern”. E l’attesa di una catastrofe (forse rigenerante) rappresenta esattamente la sensazione di inquietudine e angoscia che ogni giorno si spande a Paterson, amplificata dalle composizioni degli Sqürl, perché ogni giorno è uguale a quello precedente e apparentemente identico a quello successivo. La catastrofe arriva senza alcuna esplosione, solo la perdita materiale di quel momento di ascesi, in cui Paterson può immergersi nei suoi più reconditi pensieri e trarne una poesia.
L’ultimo incontro, quello fatto di domenica con un uomo giapponese di fronte alla cascata tanto amata dal protagonista, dovrebbe essere un momento risolutore, l’epifania attesa. L’uomo giapponese che non ha paura di definirsi “poeta”, al contrario del nostro Paterson, sembra rivelare l’influenza della cultura Zen sul film: per la cultura Zen, il poetico e il religioso sono identici stati mentali e se per il religioso tutte le cose sono poetiche, per il poetico tutte le cose sono religiose. L’uomo, donando all’austista un nuovo taccuino pieno di pagine bianche, permette la sua rinascita. Eppure il risultato si incastra perfettamente nel fluire della vita di Paterson che, il lunedì successivo, ricomincia come tutti i giorni.
Jarmusch non è ironicamente distaccato o emotivamente coinvolto in quest’apocalittico limbo, ma ironico e coinvolto, poiché l’angoscia dell’insensatezza della vita e la perenne ricerca di bellezza coincidono, concedendo a Paterson ciò che Paterson desidera. Una forma di metafisica invisibile, come la luce che illumina un momento qualsiasi nelle figure umane ritratte dal grande Edward Hopper. Una luce che accende di bellezza una solitudine per poi rimandarla all’oblio di tutti i giorni. Tutto scorre sì, immobile e silenzioso come Paterson seduto a scrivere sul suo autobus.

Voto: 8,5 / 10
Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”
Puntualmente, ogni mattina, Paterson (Adam Driver) si sveglia intorno alle 6:10; non ha bisogno di alcuna suoneria o pedante canzoncina. Così, semplicemente, a quell’ora apre gli occhi e prende atto che da dieci minuti sono passate le sei. Dà un bacio alla sua bella, guarda storto il cane (Palm Dog assicurata) e si dirige a lavoro. Qui un tizio di origine indiana, nonché suo collega, lo incalza coi suoi problemi, a cui Paterson sembra però non essere particolarmente interessato. Anche perché, prima che venga sistematicamente interrotto dal collega, Paterson è davvero sé stesso, non un conducente d’autobus. Scrive poesie.

Il mondo visto da Jim Jarmusch si arricchisce di un nuovo tassello, ancora intatto nel suo rifiutare compromessi, ancora sublime nel suo raccontarci l’esistenza attraverso la poesia. Perché questo è Paterson, una poesia visiva che segue l’ordinaria esistenza di un giovane indeciso sul da farsi. È inevitabile accostare il protagonista a Jarmusch stesso: poesie come quella sulla scatola di fiammiferi potrebbe recitarla benissimo lui, così come sempre lui potrebbe essere quello che ingoia a forza una torta a base di cheddar pressoché immangiabile.

E dire che, come sempre, il regista di Only Lover Left Alive, si serve di pochi elementi; quanto alla struttura, Paterson descrive una settimana del suo protagonista, i cui giorni si avvicendano in maniera ciclica, a tratti ripetitiva. È la quotidianità di buona parte delle persone che sono vive in questo momento, per lo più chiamati a non fare nulla se non trascinarsi fino al giorno successivo, e così via. Una sola cosa riscatta questo incedere così triste e francamente insostenibile, ovvero la poesia: «per metà sono qui, l’altra metà di me scrive poesie».

Jarmusch ci vuole dire che la cosa più difficile da fare rimane sempre una, ossia restare fedeli a sé stessi, o per meglio dire, a ciò che si deve essere. Non urla, non si sbraccia. Paterson vive ciò che gli accade in un atteggiamento di abbandono che è di per sé poetico; non rassegnazione, perché le contrarietà le abbraccia anziché sbatterci la testa. Potremmo addirittura rinominarlo Patternson, in quanto film di pattern, modelli che si ripetono, sempre uguali ma mai identici. Riferimenti che spaziano da un settore all’altro, taluni sfuggenti, ambigui, tutt’altro che immediati, come dev’essere la poesia. L’ossessione per l’accostamento del bianco e del nero da parte della sua ragazza, le coppie di gemelli nelle quali incappa, l’odio del suo cane verso di lui, l’indiano pieno di problemi; sono tutte misure che non hanno un senso in ottica strettamente narrativa ma che eppure contribuiscono a creare senso.

Un’ode alla vita di tutti i giorni, nei suoi più minuscoli ed apparentemente insignificanti risvolti; quante volte Paterson ascolta le conversazioni dei suoi passeggeri, per dirne una? E a quale funzione dovrebbe mai assolvere una discussione sul primo anarchico di Paterson (New Jersey), un immigrato italiano, tale Bresci? L’Italia ricorre più volte nel film, con un’immagine di Dante o una menzione di Petrarca; riferimenti che, come tutti gli altri, alti o bassi che siano, hanno funzione di contorno, senza il quale però la portata principale non avrebbe il medesimo sapore.

VI è pure qualcosa di vagamente coeniano nell’assurdità di certi passaggi, che non sono mai forzati, fermi a un passo dal divenire surreali. Ma è Jarmusch proprio in ragione dell’essere, questo film, così personale, unico. Quello che vediamo è ciò che vive quella parte di Paterson dedita alla poesia, che in certi casi deve mescolare immagini, oppure sovrapporvi le parole. I versi che di tanto in tanto possiamo leggere servono a questo, non a caso vengono sempre integrati in quei frangenti in cui non sta accadendo nulla; e se qualcosa accade è perché viene evocata proprio da quei versi.

Qualcuno potrebbe perciò avere da ridire sull’assenza di dramma, sul fatto che in Paterson non si voglia stravolgere alcunché: il suo protagonista è spettatore quanto noi, non coltiva alcuna ambizione specifica, non deve risolvere alcun conflitto, niente di tutto questo. Il punto è che la poesia è sentimento, sensazioni, idea, intuizioni; non è mai definita, come invece accade col racconto. Ecco perché, a differenza di quest’ultimo, non può essere vincolata da regole di struttura ma va lasciata fluire. Ed il modo che ha questo cineasta di vedere le cose è talmente peculiare che lasciarvisi andare apporta una piacere rigenerante.

Voto: 9 / 10
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

Voglio svegliarmi presto, solo per amarti.

Paterson, Stato del New Jersey. Piccola città di 149000 abitanti, fiorente centro di lavorazione della seta nell’800, patria misconosciuta di poeti, comici, anarchici regicidi. Oggi una città come tante altre, piantata in un punto tranquillo del mappamondo. È come in quel gioco di parole crociate de La settimana enigmistica, “Una gita a…”. Punti di interesse e incroci, parole che si materializzano nello spazio bianco e si intersecano tra le caselle nere. Case basse, il fiume, un ponte, una cascata, strade di provincia, ordinate costruzioni di mattoni rossi, che assomigliano ai resti di mura e glorie antiche. Il passato, probabilmente, ma senza più un grande futuro da immaginare. Se non fosse per le meteore, sempre in agguato.

Paterson, autista di autobus, nato e cresciuto a Paterson. Perfetta fusione tra luogo e personaggio. Una sveglia magica, che suona nella sua testa ogni giorno, tra le 6:10 e le 6:30. Al fianco una splendida e dolcissima ragazza, Laura. Colazione, lavoro, ritorno a casa, cena, passeggiata col cane, birra al bar di Doc prima di andare a dormire. E poi la poesia, quasi una al giorno, scritta e ordinata in un quaderno privato, custodito in silenzio. Variazioni minime. Senza un futuro da inseguire. Paterson di Paterson. Paterson al quadrato.

paterson-adam-driver-golshifteh-farahaniLa vita è un mistero.Si vive ogni giorno come se il tempo non avesse peso reale, come se fosse solo un segno d’agenda, lancette in moto circolare, che regolano i momenti e scandiscono le azioni. Per lo più le stesse. Ma il tempo esiste. Tra la vita e la morte c’è una cavolo di parabola che descrive una differenza. Eppure proviamo a moltiplicare questa vita (e questa morte) per due, per tre, per quattro, eleviamola al quadrato, al terza potenza, a un milionesimo di potenza. Non sono un matematico. Ma forse non rimarrebbe più che il semplice giro di lancette. L’infinita ripetizione circolare.

Paterson ripete ogni giorno lo stesso percorso, col suo vecchio autobus. E, alla fine, visto dall’alto, da quella prospettiva perpendicolare che lo sorprende a letto, il suo cammino assomiglia a un muoversi in tondo. Come il giradischi che continuava a ruotare, indifferente, in Only Lovers Left Alive. Al fondo, c’è un senso di tristezza difficilmente digeribile, ben dipinto sul volto di Adam Driver.Addirittura di angoscia, come pare suggerire la musica degli Sqürl, il gruppo di Jarmusch e Carter Logan. Perché è come se nulla avesse più senso, una direzione di marcia capace di distinguere le traiettorie individuali. L’ambizione non ha senso. Neppure l’amore, che sembra promettere la felicità, ma poi è tutto un patteggiare. Patteggiare la solitudine del nostro spazio interiore, la nostra ritrosia con l’entusiasmo invadente, ingenuo di lei. Patteggiare i nostri gusti con la quinoa e la torta ai cavoletti di Bruxelles. Rinunciare al nostro odio per il cane per la gioia di lei. I don’t like you, Marvin. E Marvin ricambia. Accettare l’idea folla di costruire qualcosa, un interesse comune, un’impresa commerciale, una casa, una famiglia. Fare finta che ci sia uno scopo. E poi fare i conti, calcolare, limare qui per aggiungere altrove. Far quadrare il cerchio. Ancora una volta. Sempre cerchi, come quelli che Laura dipinge, in nero, sulla sua bella tenda bianca. Hai un talento per i cerchi. Quest’amore assomiglia a un’apnea. Eppure, senza amore, avrebbe senso qualcosa?

paterson-adam-driverIl fatto è che, vista dalla prospettiva bianca della schiuma, la birra sembra ferma, immobile. Eppure, sotto, i gas si aprono in bolle che salgono verso la superficie (e non scendono, come nel paese di Spielberg del grande gigante gentile). Anche il cinema di Jarmusch sembra immobile. Assomiglia a un deposito, in cui trovi Dante Alighieri e Petrarca, Iggy Popp e Lou Costello Pinotto, i versi di William Carlos Williams e la Questione Sociale di Gateano Bresci, la mano che uccise Umberto I di Savoia. Tutti i riferimenti sono le tracce di strati e strati di cose e saperi accatastati gli uni sugli altri, alla rinfusa. E per il resto, qui come non mai, succede poco e niente. Non c’è un plot da raccontare. E le regole sono diventate minime. Campo, controcampo, fuoricampo, interno e esterno. Sembra cinema in bianco e nero, come L’isola dell’amante perduta. Privato del colore. Eppure il colore c’è, la sfumatura, la differenza. La poesia, quell’atto di creazione inutile, senza scopo, a cui è tanto legato Paterson e che si materializza nei versi di Ron Padgett, serve proprio a questo. A scavare nel deposito, a trovare la rima interna tra le cose, a far uscire un segno da esse e a ridonare a esse un nome. Jarmusch dà alla poesia il pane della sua immagine quotidiana. Probabilmente non trova altro senso che il vuoto, ma come in un pensiero zen, riconosce in questo vuoto la precaria e magnifica bellezza. Le infinite possibilità di una pagina bianca. E la forza di ricominciare, ogni giorno, preparandosi alla morte.

L’esistenza è rugiada lo so,

è davvero solo rugiada.

Eppure, eppure…  

Tradurre una poesia è come farsi la doccia con l’impermeabile. Eppure io ci provo. Questo è quel poco che ho capito e che ho scritto. Avrei dovuto lasciare la pagina bianca. Ma è quel che ho vissuto. Non è molto, lo so. Ha ha.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Paterson (Adam Driver) fa il conducente di autobus a Patterson, New Jersey. E’ un abitudinario: ogni giorno raggiunge la stazione dei bus a piedi, guida osservando la cittadina e ascoltando i discorsi dei passeggeri, nelle pause scrive poesie su un libricino. Tornato a casa, lo attendono la moglie Laura (Golshifteh Farahani), che si diletta a dipingere di bianco e nero indumenti, pareti e oggetti, infornare deliziose cupcakes e, new entry, a suonare la chitarra. Se il suo mondo è in costane evoluzione, la routine di Paterson è anche casalinga: parla con la moglie, cena, porta fuori il cane, il bulldog Marvin (meraviglioso!), e prima di rientrare si ferma al solito bar, dove prende la solita birra.

In Concorso a Cannes 69 è Paterson di Jim Jarmusch, che ritorna a competere per la Palma d’Oro dopo lo splendido Only Lovers Left Alive del 2013. Ed è Jarmusch 100%, quello idiosincratico di Coffee & Cigarettes e Broken Flowers, che stavolta con sensibilità carveriana realizza un piccolo perfetto film intorno a una domanda: Di che viviamo quando viviamo di poesia? La risposta nell’idillio, ritratto in chiave ironico-minimalista senza concessioni al mélo, di Paterson e Laura, che danno al loro matrimonio la calma felicità che fuori dallo schermo è merce rara: si amano, lei vorrebbe lui pubblicasse le sue poesie, lui si ripromette, entrambi godono della loro vita quotidiana, un tapis roulant di premure, empatia e sinergia, che uno humour arguto e pudico non rende mai stucchevole.

Paterson origlia sul bus il ritratto di Gaetano Bresci, l’anarchico regicida italiano che a Paterson visse, legge alla petrarchiana Laura i propri componimenti, che sono la loro stessa esistenza: senza rima, ma accordata. I versi eletti sono per le prugne, il poeta modello William Carlos Williams (sugli scaffali anche DFW), la parafrasi, al contrario, non c’è, ed è questa la lucida, inappigliabile e inappuntabile bellezza del film: la sua poesia non ha bisogno di note, esplicazioni e traduzioni (“Tradurre un poesia è come fare la doccia con l’impermeabile”), solo una sospensione dal giudizio, o meglio dal nostro cinismo.

Superbi gli attori: Driver si candida sin d’ora per un premio sulla Croisette e per gli Oscar et similia che verranno; la Farahani offre la sua sorridente, piana e fascinosa bellezza. Le poesie possono andare distrutte, la poesia no: ha bisogno solo di un foglio bianco, ovvero, di una possibilità. Jarmusch ha saputo coglierla: alla grande.

Voto: 4 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

Non è la prima volta che Jim Jarmusch usa il reaction shot di un cane (Ghost Dog – Il codice del samurai). Ma in Paterson ce ne sono tanti, insistiti. E sono reazioni che appartengono allo sguardo di un bulldog brontolone e geloso, pigro ma non disattento: la reazione di fronte all’obliquità della realtà.

Un fuori asse ostinato, il centro scentrato: Jarmusch ne ha sempre fatto la sua ideologia. In Paterson, che sembra tornare all’aneddotica del Jarmusch dei primi anni Novanta (ma senza dimenticare Coffee and Cigarettes) e che invece prosegue la geografia dei sentimenti del capolavoro Solo gli amanti sopravvivono, stare ai margini della vita, su una poltrona, fra uno sbadiglio e un pisolino, non significa non farne parte: a tal punto che la rottura della coerenza e della prevedibilità parte da lui, dal bulldog protagonista, Marvin, il responsabile della “non correttezza” della cassetta delle lettere della casa in cui vive, e di altro ancora. È Marvin il primo testimone dei dialoghi fra i suoi padroni Paterson (Adam Driver) e Laura (Golshifteh Farahani), il primo osservatore privilegiato delle invenzioni artistiche della donna, il colpevole di un “azzeramento” conclusivo che obbliga a voltare letteralmente pagina (e la pagina nuova è bianca, vergine, in attesa di inchiostro): i cani di Jarmusch osservano il corso delle cose ma fanno qualcosa di più, intervengono.

Jarmusch, che è nato artisticamente negli anni Ottanta e che nell’indipendenza senza coordinate e senza padroni ha costruito la sua forza punk, cerca in Paterson la simmetria di una visione equilibrata ma è costretto ad abdicare in favore dell’irregolarità: la perfezione di un verso poetico lascia il posto a un’espressione onomatopeica di sorpresa. Che è come dire: ha ragione Marvin quando “grugnisce”. In un film che si sviluppa sempre due volte (i gemelli e le gemelle, gli eventi che prima accadono e che poi vengono raccontati sul divano, sempre di fronte – guarda caso – alla cuccia di Marvin), la vita non appartiene solo alla parete di un pub con le celebrità locali, ma forma a poco a poco un dissesto: Marvin fa a pezzi il libro delle poesie di Paterson mentre la coppia è al cinema a vedere L’isola delle anime perdurte, il primo film sonoro sulle gesta del dottor Moreau, che crea freak umanoidi dalla vivisezione sugli animali. La blasfemia di Moreau è la stessa che subisce Paterson ad opera del suo cane, una blasfemia che interrompe l’ordinario e che fa emergere lo straordinario.

Per Jarmusch quest’ultimo è la vera ragione per ricominciare la settimana, un nuovo lunedì, cambiare pagina. Lo straordinario, dunque, quale fenomeno deforme, di traverso, fuori dal consueto. Gli amanti di Solo gli amanti sopravvivono decidevano in conclusione di dar retta a un ultimo slancio vitale, per non soccombere al nichilismo e alla morte; Paterson, dal canto suo, dopo che tutto è cambiato, si ritrova su una panchina con un poeta giapponese che gli offre come reaction shot un elementare “ah ah!”. Un po‘ come il cinema di Jim Jarmusch, che continua ad essere uno dei più straordinari gesti disomogenei nella conformità del mercato, coerente solo con se stesso e con la rinuncia di un’omologazione alla proporzione e alla regolarità. Vertigo: il regista che continua a guardare il mondo con la vertigine di un semplice sguardo storto.

Voto: 4 / 5

Pier Maria Bocchi, da “cineforum.it”

 

Paterson vive a Paterson, New Jersey, con la moglie Laura e il cane Marvin. Ogni giorno guida l’autobus per le vie della città, ogni sera porta fuori il cane e beve una birra nel pub dell’isolato. Mentre la moglie colleziona progetti fantasiosi e fuori portata, e decora ininterrottamente la loro casa, Paterson appunta umilmente le sue poesie su un taccuino, che porta sempre con sé. Nei suoi versi si fondono la passione per William Carlos Williams, nativo di Paterson, Ginsberg, O’Hara, ma anche il suo orizzonte quotidiano. Proprio il dono di uno sguardo poetico sembra essere ciò che lo eleva da una routine di luoghi e azioni uguali a se stesse e sottilmente angoscianti.
Sono pochi davvero i film che trattano la poesia riuscendo a fare di essa la propria sostanza e questo lavoro di Jarmusch si colloca immediatamente tra i primi della lista. Tutt’altro che un film sulla poesia delle piccole cose, Paterson è, al contrario, un poema in sé, oltre che un viaggio nei meccanismi stessi della scrittura in versi e nel rapporto tra la parola e l’immagine, che chiama intrinsecamente in causa il cinema.
Il viaggio comincia da subito e dal nulla, da quel primo richiamo ai fiammiferi, protagonisti della più nota e banalizzata poesia d’amore prévertiana, per poi contemplare la sorpresa, elemento imprescindibile, che qui s’affaccia nell’apparizione della prima coppia di gemelli, generata da un sogno della moglie e trasformata in ripetizione, che punteggerà tutto il film. E poi il cane, la sua immagine reale e quella nel quadro, che ha attraversato un processo di interpretazione di astrazione eppure ne conserva, riconoscibilissima, la fisionomia. E l’ironia buona della lettera, per cui il nome del protagonista coincide con quello della città così come il nome dell’attore, Adam Driver, con quello del suo mestiere nel film.
Facendo dialogare con rimandi continui il mondo delle cose e quello delle parole, e usando sistematicamente la figura delll’anafora (anche qui, tanto nella ripetizione dei versi in voice over quanto nella ripetizione di situazioni e comportamenti) Jarmusch costruisce un’opera che prende senso nel suo insieme, e non nel singolo passo, per quanto riuscito.
Come Dante, citato non a caso, Paterson ci mostra ciò che vede durante la sua corsa, attraverso la città e l’esistenza, ci mette a parte degli stralci di conversazione che sente (bello il dialogo su Gaetano Bresci e la pena di morte affidato ai due protagonisti di Moonrise Kingdom, ancora in coppia, trasfigurati in anarchici neo romantici), degli incontri che fa, della natura irrompente del piccolo imprevisto.
Jarmusch non racconta qui la storia di un genio incompreso, tant’è vero che la poesia di una ragazzina incrociata per caso è buona quanto quelle del protagonista o quasi: racconta di un dono che ha il potere di cambiare ogni cosa, perché è il dono di uno sguardo particolare sul mondo.

Voto: 4 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

 

L’ultima brillante opera di Jim Jarmusch racconta 7 giorni della vita del giovane Paterson e della sua consorte Laura, insieme conducono una vita semplice: lui guida gli autobus per la compagnia di trasporti pubblici della città, adora la poesia e in ogni momento di pausa si rinchiude per comporre versi nel suo personale taccuino; lei è una casalinga affaccendata fra fornelli, squisiti cupcakes e velleità artistiche. Lui è più disilluso, lei più sognatrice; tra di loro un piccolo bulldog tanto simpatico quanto dispettoso, più che mai parte integrante della famiglia.
Paterson è il titolo del film, Paterson è il nome della piccola città del New Jersey in cui si svolge tutta la storia e Paterson è il nome del protagonista interpretato da Adam Driver: un film sulla semplicità della quotidianità, sullo straordinario dell’ordinario che rappresenta con equilibrio e lirismo l’amore di due fidanzati.

Jim Jarmusch lascia le atmosfere dark del precedente “Only lovers left alive” per portarci a quelle luminose della cittadina di Paterson. Il ritmo dell’opera viene scandito dalla routine, dagli episodi e dagli incontri che Paterson fa nell’arco delle sue giornate: la sveglia silenziosa del suo orologio che la mattina lo desta senza disturbare, il percorso, sempre lo stesso, che compie ogni giorno attraversando la città con il suo autobus, la passeggiatina con il cane e la solita birra serale al bar. Non succede nulla di drammatico, non ci sono eroi e non c’è nessuno da salvare; uno degli elementi cardine è il tempo, la sua ciclicità con il reiterarsi delle cose che riempiono la trama di un film misurato, lineare, scorrevole che si nutre di dettagli. Piccoli grandi elementi che si amplificano con la poesia, con le parole dette o scritte, con quei versi fugaci ed interrotti, scritti la mattina prima di muovere il bus o nella pausa pranzo ispirati dal paesaggio dinanzi alla panchina dove ogni giorno troviamo ristoro. Versi che rendono evidenza e peso specifico all’interno del cosmo stesso del protagonista. Perché l’opera di Jarmusch è anche e soprattutto un tributo alla poesia, a quella profondità che possiamo evocare tutti noi amando le cose semplici della vita.

In Paterson ci troviamo a condividere uno sguardo intimo sulla quotidianità del protagonista, a tu per tu con i suoi versi, i suoi sogni e le speranza che rimangono e si rianimano ogni giorno in lui e nella sua ragazza (meritano una particolare menzione i due interpreti Adam Driver e Golshifteh Farahani). Le immagini che ripropone Jarmusch si allineano perfettamente alle parole e alla poetica che viene esplicitata e incisa nel quadro cinematografico, in una sceneggiatura perfetta dove tutto si regge su un file rouge delicato e capace di raccontare con una semplicità non convenzionale il reale.

Un elogio alla semplicità e alla felicità, alla luce che possiamo trovare nelle piccole cose (non a caso c’è sempre il sole nella cittadina di Paterson) che divengono grandi certezze nel reiterarsi del quotidiano. Un film intimo che è anche inno alla poesia, al pensiero creativo e all’atto di vivere e trascrivere le proprie emozioni.

P.S. Le poesie del film sono di Ron Padgett.

Voto: 8 / 10

Lorenzo Ceotto, da “storiadeifilm.it”

 

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