Moonlight

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Nel 2008 il fenomeno indie chiamato Mumblecore stava già ormai perdendo la sua carica modaiola, nonostante fosse all’apice della produzione in termini numerici. Si sarebbe comunque trasformato in altro, e avrebbe lanciato diversi giovani registi americani che tuttora oggi lavorano come registi di film e serie TV.

Chi più chi meno, ognuno ha dimostrato di avere una voce propria pur lavorando sulle stesse cose e con stile obiettivamente simile. Uno dei pochi film che è stato iscritto di dovere nel ‘genere’ ma che si è distinto per essere andato oltre le regole e gli stilemi anche piuttosto ammuffiti del Mumblecore fu Medicine for Melancholy.

Era un boy-meets-girl ambientato a San Francisco con protagonisti un ragazzo e una ragazza afro-americani. Era la prima volta che in un film del Mumblecore i protagonisti non erano bianchi. Ci voleva infatti un regista nero per raccontare una storia strettamente di persone dalla pelle nera, o per farle almeno vedere sul grande schermo.

Il regista era Barry Jenkins, e per dirigere Moonlight, il suo secondo film, ci ha messo circa otto anni. Sono cambiati i tempi: siamo in un momento finalmente adatto perché ora certe storie vengano finanziate e le diverse voices trovino modo di vedere i loro progetti prodotti. Siamo nel periodo post-12 Anni Schiavo, di #BlackLivesMatter, e di A24, che dopo essersi costruita un curriculum distributivo da far invidia si è buttata nella produzione per la prima volta proprio con Moonlight, annusando l’andazzo e facendo centro.

Si capisce subito che Moonlight è il progetto di una vita per Jenkins, che chiede allo spettatore di investire tutto il suo cuore, cervello e stomaco in questa esperienza. La prima cosa tra le molte, persino troppe che si possono dire del film è che è incentrato sull’accettazione dell’identità, sia di sessualità che di razza. Il film lavora sulla costruzione di questa identit attraverso la consapevolezza del protagonista di sé stesso e di cosa sta diventando, mentre le condizioni esterne fanno il loro sporco lavoro.

Ma Moonlight fa anche una cosa che non si è mai vista al cinema prima d’ora, o almeno non così: de-costruisce e ri-costruisce la figura maschile, e lo fa attraverso una riappropriazione di un immaginario (in questo caso black e addirittura gay) che viene restituito in una forma, ed è quasi paradossale notarlo, inedita nel cinema che conosciamo.

Siamo nella periferia di Miami. Un ragazzino soprannominato Little vive con una madre assente, una prostituta dipendente da droga, ed è vittima di bullismo tra i suoi compagni di scuola. Trova un inaspettato punto di riferimento in un uomo e nella sua compagna, disposti ad accoglierlo in casa e a dargli più attenzioni di sua madre.

Ritroviamo il ragazzino cresciuto: il suo vero nome è Chiron, ed è ancora vittima di bulli a scuola. Solo l’amico Kevin gli dà le giuste attenzioni e gli è vicino. Ma la legge della giungla non si fa attendere: l’ultima versione di Chiron – che anni dopo si fa chiamare Black – è decisamente diversa da quella che ci si poteva aspettare, anche se il cerchio in qualche modo si chiude…

Jenkins lavora innanzitutto di cliché, di stereotipi che poi sono intrinseche linee guida delle comunità che rappresenta. È un film sulla Storia, perché è nel tempo che certe idee e certe modalità di vita si sono cementificate, e nella Storia, perché è arrivato il momento di sovvertirle, quelle idee e quelle modalità. Lavorando sul concetto di identità che muta e si costruisce, Jenkins descrive tre momenti cruciali nella vita del protagonista, e mentre lo fa il film cambia e si trasforma assieme al suo protagonista.

Prima più virato sul dramma familiare, poi più tipicamente coming of age LGBT, Moonlight più di ogni altro film fino a oggi cattura con una forza spettacolare e un impeto che scuote le budella cosa significa essere nero e gay negli States. Sotto la luce della luna, la pelle dei ragazzi neri sembra blu: pare una frase da colonialismo rampante, e invece lo ribadisce con orgoglio Jenkins stesso nel film.

Lo ribadisce perché è orgoglioso della propria pelle, ma allo stesso tempo non ha paura di denunciare le problematiche e le contraddizioni interne alla propria comunità. Il destino di molti afro-americani è già per molti segnato, perché il loro percorso passa esattamente per gli stessi punti: droga, genitori assenti, bullismo e violenza. Bisogna sopravvivere, in questa America maschilista e machista, altrimenti si muore. E questa situazione fortifica i cliché di cui prima e intrappola la sessualità secondo modalità brutali.

Jenkins descrive tutto questo in Moonlight, e la vita di Chiron ha tutte le carte per stonare e risultare un po’ un piagnisteo sul grande schermo. Ma è regista di sensibilità acuta, e tra scene potentissime (la ‘vendetta’ di Chiron) e dettagli che non passano inosservati (l’urlo della madre ripetuto due volte, prima ‘silenziato’ e poi fatto sentire in tutta la sua spaventosa potenza), arriva lì dove una traiettoria del genere non faceva prevedere.

Se Moonlight riesce appunto a decostruire e ricostruzione la figura maschile, lo fa innanzitutto con un romanticismo purissimo. Dramma familiare, coming of age, tematiche razziali: tutto vero e tutto utile per farci vivere la vita di Little/Chiron in prima persona. Ma è nell’ultimo atto, con l’apparizione di Black, che Jenkins fa il miracolo, tirando fuori un segmento che è un puro concentrato di sentimenti (e persino attesa, e flirt…) così come lo era Medicine for Melancholy.

Moonlight è sì un ritratto doloroso e a tratti crudele di cosa voglia dire nascere afro-americani negli States, certo. Ma alla fin fine ci dice anche qualcosa di importante sull’amore, sulla ‘prima volta’, e sui ricordi e l’impatto che tutto ciò può avere sulle persone. Anche per questo Moonlight riesce ad essere davvero specifico e radicato nella terra in cui è ambientato e allo stesso tempo ad avere una risonanza universale e commovente, a cui ci si relaziona a prescindere da tutto. Il film dell’anno, senza se e senza ma.

Voto: 10 / 10

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

Da quando a partire dall’inizio del nuovo millennio  il cinema afroamericano ha cominciato a presidiare in pianta stabile la programmazione del circuito ufficiale la preoccupazione dei suoi esponenti più importanti e celebrati è stata quella di preservarne il vitalismo che in larga parte coincideva con l’orgoglio di razza e i richiami alle proprie origini presenti nei lavori di registi come Spike Lee, John Singleton e Mario Van Peebles che seppur con risultati tra loro non paragonabili possiamo oggi considerare i precursori di questo movimento. Tutt’altro che scontate le preoccupazioni del regista di “Fai la cosa giusta” si riferivano soprattutto al rischio di sudditanza derivata dalla volontà di farsi accettare dall’establishment come in parte è avvenuto con il fiorire di un filone più commerciale perfettamente sovrapponibile alla produzioni di genere (soprattutto commedie) hollywoodiana. La festa del cinema di Roma prova a dare un contributo alla discussione animandola con la presenza di due titoli come “The Birth of the Nation” di Nate Parker e soprattutto di “Moonlight” diretto da Barry Jenkins destinati ad animare il dibattito. E se il film di Parker di cui parliamo in altra sede si inserisce nella maniera più classica nel filone dei titoli che rileggono la storia per denunciare gli orrori della schiavitù quello di Jenkins ha le carte in regola per figurare tra i titoli capaci di segnare uno scarto rispetto a ciò che l’ha preceduto.

La trama, divisa in tre atti ognuno dei quali corrispondenti a una diversa fase della vita del protagonista (infanzia, adolescenza ed età adulta) ci propone uno degli scenari più tipici rappresentato dal getto nero (di Miami) in cui tra violenza emarginazione e degrado sociale vive il giovane Chiron che trova conforto nell’amicizia con il boss del quartiere e della sua compagna presso i quali si rifugia per supplire all’assenza della madre tossicodipendente e per trovare un’alternativa al bullismo dei compagni di scuola. Dalla tradizione non si discosta neanche l’iconografia della fauna sociale regolata da una legge della strada uguale a quella che faceva da sfondo alle storie di “Boys on the Hood” e “Training Days”, solo per citare due dei lungometraggi più emblematici, ne quella urbanistica, dominata dal degrado e dalla decadente fatiscenza del quartiere natale. Ad essere diversa è però la sensibilità del regista e il suo punto di vista sulle vite dei personaggi. Jenkins infatti non rinuncia ai temi della droga, della violenza e della discriminazione sociale ma li filtra attraverso un intimismo che serve alla storia per mettere in scena una formazione esistenziale segnata dalla diversità sessuale che Chiron scoprirà innamorandosi dell’ amico del cuore. In questo maniera il modello del gangsta movie viene svuotato degli stilemi tipici del genere per essere riempito da una poetica rivolta a trasfigura i turbamenti dell’anima e le ragioni del cuore; con la dicotomia tra realtà e apparenza enfatizzata dalla trasformazione fisica e caratteriale di Chiron, uscito dal carcere trasformato nel corpo e nello spirito per difendersi dal peso delle antiche fragilità. Tratto da “Moonlight Black Boys Look Blue”, opera teatrale di Tarell Alvin McCraney il film di Jenkins tradisce la sua matrice con immagini che non si limitano ad accompagnare la narrazione ma che si incaricano di inventarla quando la vicenda riflette sulla condizione umana del protagonista e sulle molte rinascite (famigliare, sessuale, sociale) della sua esistenza, ogni volta associate alla presenza dell’acqua, elemento psicanalitico destinato a fungere da fonte battesimale nella sequenza del bagno con Juan che suggella responsabilità genitoriale assunta dall’uomo nei confronti del suo piccolo amico.

Voto: 8 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

Moonlight narra la storia Chiron nel corso di due decadi. Una vita difficile, condizionata fortemente dall’ambiente svantaggiato, un ghetto di Miami, in cui la droga e lo spaccio sembra siano le due risposte ai problemi esistenziali ed economici. La narrazione è suddivisa in tre capitoli: infanzia, giovinezza, età adulta, ricalcando le suddivisioni dei romanzi di formazione, questa segmentazione però è resa fortemente fluida e seducente dalla scrittura dei personaggi. Dialoghi ridotti all’osso, tutto viene comunicato dalla fotografia e dalla forte espressività degli attori coinvolti. Riprese lunghe e fisse, comunicano intimamente allo spettatore le sensazioni, anche sfumate, dei protagonisti.

Chiron lotta per trovare un posto nel mondo e mentre attraversa un’adolescenza -già per definizione dura – travagliata a causa del bullismo cui è soggetto, scopre l’amore; con estrema delicatezza e poesia, vediamo come Chiron s’innamora inconsapevolmente di Kevin. L’amico che quando era Little – piccolo e diverso- lo proteggeva spingendolo a reagire alle angherie che gli veniva riservate.
Sarà Black, soprannome del quale si è appropriato per definirsi nell’età adulta, a trovare il suo posto nel mondo.
L’esperienza del riformatorio, trasforma Chiron in un uomo ancora più silenzioso, fisicamente forte fuori, ma ancora molto debole dentro, sarà la telefonata di Kevin, dopo dieci anni di silenzio, a riportare a galla dei nodi non risolti di Chiron.

Definire Moonlight un film coming of age, sarebbe riduttivo e ingiusto, perchè se è vero che questo è il cammino di un uomo nell’accettazione della propria omosessualità, inizialmente sconosciuta, poi rifiutata, celata e infine vissuta, non è solo questo. Moonlight è un mosaico di personaggi vivi, intensi che colpiscono al cuore lo spettatore con poche battute.

Moonlight

Una scena di Moonlight con Mahershala Ali e Alex R. Hibbert

Il primo capitolo si apre, infatti, con l’introduzione di Juan, uno dei personaggi più memorabili del film che segneranno profondamente la vita di Chiron e ne definiranno le tappe del lungo e doloroso cammino personale.

Moonlight è senza dubbio un film coraggioso che sono certa cambierà la vita di tante persone così come accadde con Brokeback Mountain; il paragone non è causale perché la cultura afro-americana, così come quella texana, è fortemente radicata nell’immagine dell’uomo rude, virile, fortemente maschile; essere afroamericani e gay è una sfida doppia. Così come lo era all’inizio del 2006 essere cowboy gay.

C’è però molto di più del coraggio, c’è l’originalità della sceneggiatura, della regia e della fotografia, così vivida e poco artificiosa, c’è una recitazione compassata ed emozionante; tutti e tre gli attori che interpretano Chiron nelle tre fasi della vita sono tutti allo stesso modo, eccezionali. Spicca, forse anche per la giovane età, Alex R. Hibbert. Le scene che lo riguardano, i suoi silenzi, la sua paura, quando chiede il significato di faggot a Juan, sono veramente struggenti ed emozionanti. La società, infatti, ha etichettato, in questo caso in modo dispregiativo, Chiron. Ha scelto prima di lui.

Barry Jenkins, al suo secondo lungometraggio, ci regala un film poetico e una lunga meditazione sull’identità, sull’amore e sulla famiglia; quella in cui nasciamo e quella che ci scegliamo. La violenza, che fa parte della vita, è ben dosata con l’amore. L’amore e la connessione che Chiron instaura con Juan, Teresa e Kevin, rappresentano la speranza e regalano allo spettatore una sensazione finale di sollievo.

Voto: 4,4 / 5

Maura Pistello, da “telefilm-central.org”

 

 

Chiron, soprannominato Piccolo, è un ragazzo perseguitato dai suoi coetanei, sempre costretto a fuggire da loro e a nascondersi per non essere malmenato. Un giorno, durante una delle sue fughe, incontra Juan, spacciatore della zona, che inizia a prendersi cura di lui insieme alla fidanzata Teresa. Ma Chiron ha una madre con la quale vive, tossicodipendente, che gli fa pesare questo legame senza però colmare il suo bisogno di attenzioni, protezione e affetto.

Scritto e diretto da Barry Jenkins, Moonlight è stato scelto come film d’apertura per questa edizione della Festa del Cinema di Roma numero 11. Una scelta coraggiosa con cui è stata portata sul grande schermo una storia di emarginazione, bullismo e violenza, e ancora una volta il tema della diversità, che qui si costruisce non solo sul piano della razza ma anche su quello della sessualità: perché il protagonista, Chiron, è “Black” e “frocio”, preso di mira fin da piccolo dai compagni e insultato perché un presunto omosessuale. Quando da adolescente si scopre innamorato di un suo amico, col quale in età adulta si ritrova (l’unico che lo abbia mai toccato e che lui abbia mai sfiorato, dirà), sembra che tutti i pezzi del puzzle stiano tornando al loro posto, e lui inizi finalmente a prendere coscienza di chi è. Ma poi quella violenza che ha sempre cercato di evitare e dalla quale si è costantemente tirato indietro lo divora, cambiando per sempre la sua vita e destinandolo a ciò che ha finora rifuggito.

Basato sull’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney, titolo che riprende una battuta in cui si dice come i neri alla luce della luna sembrino blu, Moonlight segue il protagonista attraverso l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta: tre capitoli che ci mostrano una metamorfosi del personaggio non solo esteriore, ma soprattutto interiore, una crescita dettata dalle condizioni di vita e dai soprusi a cui è stato fin da piccolo sottoposto.

Inizia come un dramma famigliare sul complicato rapporto di Chiron con la figura materna. Lui, che cerca un rapporto madre-figlio normale, trova solo in Teresa l’incarnazione di questo equilibrio (è lei che vediamo preparagli la cena e rifargli il letto, tranquillizzarlo e difenderlo). Ma non può stare con lei: la madre è morbosamente gelosa di un figlio che non accudisce e che a tratti aggredisce; un comportamento traumatico che perseguiterà Chiron anche da adulto. Poi il film vira verso le tematiche razziali, mostra il disagio giovanile, e arriva ad approfondire la sessualità del protagonista. Lui mai riesce, per paura delle ripercussioni esterne, a fare coming out, rifiutando così in qualche modo l’insegnamento di Juan (“Non lasciare che gli altri ti dicano chi devi essere”). Il vero cambiamento di Chiron si ha nel terzo e ultimo capitolo (iii. Black): è un uomo ma non è più lui, profondamente diverso nell’aspetto e negli atteggiamenti, almeno finché non ritroviamo nei suoi occhi che seguono Kevin (l’amico di scuola) la sua innocenza di ragazzo.

Moonlight è un film duro soprattutto emotivamente, in cui la violenza è esasperata dallele parole, dai gesti e dalle intenzioni. Ma è anche un film estremamente romantico, come dimostra la scena finale, che difficilmente lo spettatore potrà dimenticare, proprio come indimenticabile è il primo amore.

Voto: 3,5 / 5

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

 

 

 

Il secondo film di Barry Jenkins, a otto anni di distanza dall’esordio, Medicine for Melancholy, ha suscitato enorme clamore, sin dal suo esordio a Telluride, lo scorso mese di settembre.

Prodotto da Adele Romanski per la Plan B di Brad Pitt, Moonlight nasce dalla pièce di Tarell Alvin McCraney, In Moonlight Black Boys Look Blue.

Sia Jenkins che McCraney sono cresciuti nelle case popolari di Liberty Square e intendevano raccontare l’educazione alla vita di un ragazzino di South Miami, costretto a fare i conti con una madre protettiva, ma fragile, lo spaccio di droga a cielo aperto, il contesto scolastico penalizzante e la costruzione dell’identità sessuale.

Jenkins ha scelto tre momenti significativi nella vita del protagonista, nel corso degli anni, dall’infanzia alla maturità.

Nella prima parte, Little, Chiron è un ragazzino solitario e silenzioso. Vessato dai compagni, si rifugia in una casa abbandonata, dove viene scoperto da Juan, uno spacciatore di crack, che lo prende sotto la sua ala, lo ospita dalla sua ragazza Teresa e cerca di stargli vicino, quando la madre, Paula, non è in grado di badare a lui.

Il rapporto di Chiron con Paula e con Juan è centrale. La madre è possessiva e iperprotettiva, non vuole che il figlio frequenti Juan, ma è sola e debole alle lusinghe della droga.

Mentre Chiron passa sempre più tempo con Juan, si affeziona a Kevin, uno dei pochi compagni di classe con il quale riesce ad instaurare un dialogo.

Nella seconda parte, Chiron è un adolescente che frequenta la high school: viene preso di mira da Tarrel e dalla sua banda, mentre Kevin continua a rimanere il suo unico amico. Anche Juan è scomparso dalla sua vita, nonostante Teresa lo ospiti sempre più spesso: la madre Paula è entrata in un tunnel di autodistruzione e miseria.

Una sera sulla spiaggia, Kevin e Chiron finiscono per baciarsi. L’indomani però Tarrel pretende che Kevin picchi a sangue Chiron, in una sorta di rito d’iniziazione.

Nella terza parte, Black, Chiron si è trasferito ad Atlanta ed è diventato uno spacciatore come Juan: lo stesso copricapo, lo stesso fisico muscoloso, gli stessi denti d’argento e la consueta reticenza a parlare di sè. Quando una notte Kevin – dopo molti anni di silenzio – gli telefona, per invitarlo a Miami al suo ristorante, le certezze di Chiron vacillano di nuovo.

Il film di Berry Jenkins è un racconto di formazione che si nutre di atmosfere, di parole non dette, di una sorta di realismo magico, capace di trascendere il contesto, grazie alla forza del cinema e di un romanticismo purissimo.

Jenkins ispirandosi anche alla libertà formale e alla malinconia dei primi film di Wong Kar Wai, ricostruisce con grande precisione psicologica un percorso fatto di dolore e accettazione di sè.

La divisione in tre atti, il fatto che Chiron sia interpretato da tre attori diversi, contribuisce a decostruire l’unità narrativa, arricchendola di digressioni e personaggi solo apparentemente secondari.

Aiutato dal fidato direttore della fotografia James Laxton, che ha girato il film in digitale e in cinemascope, evitando ogni realismo documentarista, Jenkins ha lavorato in post produzione per caratterizzare ogni segmento in modo differente, saturando i colori nel primo, aggiungendo una dominante blu nel secondo e aumentando i contrasti e la luminosità nel terzo.

Il lavoro sulla colonna sonora è stato altrettanto prezioso, unendo alle musiche originali di Nicholas Britell, brani di Mozart, Aretha Franklin, Caetano Veloso, in un pastiche indovinatissimo, che cerca l’elemento poetico della vita, anche dove meno ci si aspetterebbe di trovarlo.

Moonlight è un viaggio nella memoria, alla ricerca delle radici della propria identità, personale e sociale, nei sentimenti più intimi, forgiati in un contesto drammatico. Eppure quello che resta è comunque un’impressione di malinconica tenerezza, che avvolge anche i ricordi più feroci.

Sarebbe sbagliato usare delle etichette semplici, per raccontarlo: perchè Moonlight è molto più interessante dei temi e delle suggestioni, che pure arricchiscono la storia, ma che Jenkins lascia sempre sullo sfondo.

Non c’è nessuna volontà documentaristica nel suo lavoro e neppure la pretesa di raccontare l’orrore di nascere orfani nella Miami più povera e degradata. Qualcuno ha rimproverato a Jenkins di aver emendato il suo film da tutto ciò che sarebbe potuto apparire sgradevole, crudo.

Ma basterebbe la scena meravigliosa in cui Juan insegna a Chiron a nuotare o quella in cui Kevin cucina per lui, molti anni dopo, per capire cosa interessa davvero a Jenkins e dimenticare tutto il resto – la droga, il carcere, la violenza nelle istituzioni scolastiche, la povertà dei quartieri popolari.

Il regista rivolta i clichè del coming of age afro-americano, svuotandoli dall’interno, mostrando il meccanismo con cui si auto-alimentano, in una spirale segnata da una cultura di strada fatta di machismo, violenza e rassegnazione.

Eppure la dimensione onirica, notturna, del racconto di Jenkins, la sua sensibilità nella costruzione dei personaggi, trascendono i limiti di genere, facendo di Moonlight un film capace di parlare a tutti, allontanandolo dagli stereotipi di molto cinema nero di questi anni.

Da non perdere.

Marco Albanese, da “stanzedicinema.com”

 

 

Restare fedeli a se stessi e trovare il proprio posto nel mondo, anche quando il mondo da cui provieni fa di tutto per decidere chi sei. “Moonlight”, secondo lungometraggio di Barry Jenkins, racconta la storia di Chiron, ragazzo afroamericano, e la sua crescita fisica e personale a Miami, stretto fra la difficile convivenza con una madre tossicodipendente e la scoperta della propria omosessualità. Tratto dalla pièce teatrale “In Moonlight Black Boys Look Blue” di Tarell Alvin McCraney, il film è suddiviso in tre atti, tre capitoli che fotografano momenti cruciali dell’infanzia, dell’adolescenza e dell’età adulta del protagonista. Attraverso inquadrature strettissime e primi piani, il regista – qui anche sceneggiatore – ci trasporta in una sorta di album dei ricordi del protagonista, dove ogni episodio portato sullo schermo plasma e modella la personalità (e il corpo) di Chiron. Si parte con Little (Alex Hibbert), bambino taciturno, occhi grandi e sguardo fermo, che nel fuggire da una banda di compagni di scuola si imbatte in Juan (Mahershala Ali), a capo dello spaccio nella comunità in cui vive il protagonista. Un incontro fondamentale, il loro, che segnerà in modo inevitabile l’esistenza di Chiron, ridefinendo – per entrambi – il concetto di famiglia, amore, appartenenza e riconoscimento di sé. Da adolescente, Chiron ha l’espressione impaurita e la figura fragile di Ashton Sanders, stretto fa una madre ormai persa nella propria tossicodipendenza (Naomi Harris), l’amore per il suo amico Kevin e la costante minaccia dei bulli della scuola. Ormai adulto, la trasformazione di Black (Trevante Rhodes), come si fa chiamare ora, è totale e spiazzante, sebbene lo sguardo tradisca la stessa tristezza e lo stesso dolore visto negli atti precedenti. Con “Moonlight”, Jenkins realizza un’opera coraggiosa e commovente, introspettiva senza essere pesante, universale nel raccontare lo spaesamento che tutti, prima o poi, sperimentiamo crescendo, qualunque sia la nostra condizione di vita o la comunità d’appartenenza. La macchina da presa è talmente vicina ai volti e ai corpi dei personaggi da risultare quasi ossessiva, ma è capace così di restituire una dimensione di intimità che ci avvicina e ci porta dentro il racconto, fin sotto la pelle e nel cuore del protagonista. Corona il tutto la scelta della musica, precisa e di senso per ogni momento del film. Presentato in anteprima mondiale al Telluride Film Festival e, in seguito, al Toronto International film Festival, “Moonlight” ha aperto l’edizione 2016 della Festa del Cinema di Roma. Un film da non perdere.

Giulia Mazza, da “cinema4stelle.it”

 

 

Moonlight è un film del 2016 scritto e diretto da Barry Jenkins, basato sull’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney. Nel cast: Mahershala Ali, Shariff Earp, Alex Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes, Janelle Monáe, Naomie Harris, Jaden Piner, Jharrel Jerome, André Holland.

Il film è stato scelto come film d’apertura all’Undicesima edizione della Festa della Cinema di Roma.

Il ritratto vitale sulla giovinezza nel South Florida di Berry Jenkins rivisita la vita di un personaggio dividendola in tre atti importanti, offrendo così una molteplicità di approfondimenti sull’esperienza contemporanea di un afroamericano.

Cosa vuol dire essere un afroamericano oggi? Davvero difficile riassumere una possibile risposta a una domanda così ampia e complessa in un film. Berry Jenkins questo lo sa bene, perché l’intimo ritratto che dipinge nel suo film non vuole essere esaustivo, ma sicuramente vuole rifuggire dalla stereotipizzazione che molta filmografia ha creato sull’identità afroamericana.

La parola “Nero” in Moonlight non indica una razza, un’identità, un colore, ma uno dei tre nomi con cui un giovane ragazzo (Mahershala Ali) sessualmente confuso si lascia chiamare dagli altri in un film che prima di tutto si appoggia sul tema della ricerca della propria identità.

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Con estrema coscienza ed eleganza, Jenkins mescola la questione identitaria e l’omosessualità con le visual arts in un montaggio efficace e galvanizzante. I tre atti coprono un arco di tempo di circa 16 anni e, ognuno, è intitolato con i nomi con cui si/viene identificato il protagonista. Si inizia con Chiron, bambino di 10 anni che trascorre una difficile infanzia per poi passare a Little, adolescente delle superiori fino ad approdare a Black, l’uomo che è diventato, nonostante fino alla fine si percepisca come una persona ancora incompleta.

 

Moonlight

 

Sebbene alcune inquadrature risultino tagliate in modo snervante, la camera a mano del primo atto ci permette di respirare un’ondata di freschezza e di libertà, se non altro dal flow che tanto cinema sta seguendo riguardo la composizione dell’immagine. Allo stesso tempo, durante i 110 minuti prendono vita immagini anti-realistiche, girate con la lente deformante del cinemascope e l’uso di filtri colorati trasognati rispecchiando la tendenza contemporanea di portare sullo schermo non un film semplicemente da guardare, ma un’esperienza immersiva da vivere.

Anna Pennella, da “cinemamente.com”

 

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