Loving Vincent

 

Kirk Douglas ha consegnato per primo a Hollywood Vincent Van Gogh. Il film si intitola Lust For Life, è del 1956 e per quella interpretazione notevolmente intensa e drammatica  Douglas è stato pure candidato all’Oscar come migliore attore protagonista. Poi, trentaquattro anni dopo, con Vincent e Theo è arrivato il Van Gogh di Tim Roth, diretto da Robert Altman che ha scelto di delimitare il racconto (delimitare si fa per dire, dal momento che si tratta di quattro ore di film, inizialmente pensate come mini serie tv) al tormentato rapporto tra Vincent e suo fratello Theo. Forte sicuramente anche quello, urlato, ma che lascia segni non troppo profondi, come invece ci si sarebbe potuti aspettare da uno dei lavori del regista americano. Decisamente più controllato, anche perché abbondantemente romanzato, il Van Gogh di Maurice Pialat del 1991.

E via, si potrebbe andare avanti ancora molto con le pellicole, tra documentari e fiction, che hanno portato sullo schermo momenti della vita del pittore olandese. Non si troverebbe, però, niente come quello che abbiamo la possibilità di vedere ora con Loving Vincent, film diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman, nelle sale italiane solo il 16, 17 e 18 ottobre, distribuito da Nexo Digital e Adler Entertainment. A dire la verità, nessun film finora realizzato è paragonabile a questo: quello che, infatti, in sei anni di lavoro è stato creato è il primo lungometraggio interamente dipinto. Un’opera, per rendere semplice quello che semplice non è stato affatto, prima recitata da attori, poi trasformata in film d’animazione da una squadra di centoventicinque artisti che hanno riprodotto su tela ognuna delle 65mila inquadrature. Dipingendo nello stile di Van Gogh, naturalmente. Gli attori, quindi, che hanno assunto i ruoli dei protagonisti dei quadri di Van Gogh sono poi stati ri-trasformati in quadri. Il risultato è che a raccontarci della vita del pittore sono i suoi personaggi. Uno in particolare, Armand Roulin (recitato da Douglas Booth, Jupiter: Il Destino dell’Universo, Noah), figlio del postino barbuto Joseph Roulin (Chris O’Dowd, Le Amiche della Sposa, IT Crowd), con il suo soprabito giallo e il cappello a falda larga, intraprende un viaggio che da Parigi lo porta a Auverse – sur – Oise, (il villaggio dove Van Gogh ha trascorso gli ultimi giorni di vita) deciso a investigare sulle cause che hanno spinto Vincent a suicidarsi.

Se, e non è certo uno spoiler, Armand non ne verrà a capo, quello che ci offre il film, oltre a momenti di meraviglia, come, ad esempio, quando lo stormo di corvi prende davvero il volo dal campo di grano o quando, dopo qualche secondo in cui la ripresa indugia su di lui immobile, il dottor Gachet, medico di Vincent, solleva la testa dalla mano sulla quale era poggiata, è un punto di partenza nuovo nel rapporto tra arte e cinema, tra biografie e grande schermo: “Ci sono tantissimi biopic che raccontano la storia degli artisti prediligendo la sfera personale o scegliendo e insistendo su un aspetto della vita di un pittore – ci racconta Kobiela – È la parte umana che vince su quella artistica”. Con le dovute eccezioni, certo: “Caravaggio, il film di Derek Jarman, mi piace molto. Ma quello che volevamo fare noi era un ulteriore passo avanti rispetto a ciò che è stato fatto finora: servirci dell’arte per narrare la storia del personaggio”.

Già in Mr Turner, il film del 2015 di Mike Leigh, si poteva intravedere un approccio diverso al modo di raccontare l’artista. Già in quella pellicola ci si soffermava di più sulle opere rispetto ai tradizionali biopic. “Ma per un’operazione del genere – continua Kobiela – è Vincent la persona più adatta perché i suoi quadri rappresentano e sono la sua vita”. Anche perché nei suoi dipinti non ci sono personaggi inventati, sono tutti assolutamente veri, sono esistiti e hanno avuto un ruolo, più o meno importante, nella vita dell’artista. Immagini o foto delle opere che si intravedono qua e là durante il film sembrano non essere più sufficienti, sembrano non riuscire a catturare la complessità della persona. E Loving Vincent non vuole dover scegliere una sfaccettatura alla quale aggrapparsi per tutta la durata della narrazione. L’obiettivo è, invece, abbracciare la totalità della figura di Van Gogh. Raccontare quello che raccontano i suoi quadri nei quali c’è spazio tanto per colori violenti, come ad esempio quelli utilizzati nel ritratto di Père Tanguy, il fornitore di pittura di Vincent che nel film è interpretato da John Sessions (Gangs of New York), quanto per i delicati pastelli utilizzati per dipingere l’incarnato del viso di Marguerite Gachet (Saoirse Ronan, nominata all’Oscar per le interpretazioni in Brooklyn e Espiazione), figlia del dottore. Saltare da un quadro all’altro è proprio come passare “dall’essere perfettamente calmo a decidere di suicidarsi, in sei settimane”. È da questo punto di rottura che muove la storia, è con l’obiettivo di comprendere se e come possa succedere una cosa del genere che, a un anno di distanza dalla morte del pittore, Joseph Roulin chiede a suo figlio Armand di partire. “La parte più complessa è stata completare la sceneggiatura, costruire una storia a partire dai quadri”. Per farlo Kobiela e Welchman si sono serviti di circa ottocento lettere scritte e ricevute da Van Gogh “la prima volta che le ho lette – ricorda la regista – avevo sedici anni. Ne sono rimasta subito affascinata e colpita: tutte le sue ansie, le sue preoccupazioni erano lì”. Gli scritti e i dipinti sono dunque ciò che resta, quello che sopravvive all’uomo e che ci racconta dell’uomo. Ed è lo stesso Van Gogh a dircelo: “possiamo parlare soltanto attraverso i nostri quadri”.

Giulia Echites, da “repubblica.it”

 

 

 

Loving Vincent, pellicola anglo-polacca interamente dipinta, è un delicatissimo omaggio alle opere e alla vita di un maestro immortale, di un grandissimo artista, di un uomo dalla sensibilità unica. Vincent Van Gogh, una figura problematica e controversa, non è stato solo il padre dell’arte moderna, ma ha rappresentato per il mondo un eccellente esempio di genialità unica nel proprio genere.

Francia, 1891. Armand Roulin (disegnato sulla fattezze di Douglas Booth) riceve dal padre l’incarico di consegnare a Theo Van Gogh una lettera, scritta dal fratello Vincent (Robert Gulaczyk) poco prima che quest’ultimo decidesse di togliersi la vita.

Appresa anche la notizia della morte di Theo, il testardo Armand intraprende allora un viaggio per la campagna francese, che lo porta a conoscere le persone e i luoghi che hanno ispirato le ultime tele dell’artista olandese. Realizzato a partire da oltre mille dipinti rielaborati ed animati, Loving Vincent colpisce naturalmente per l’affascinante tecnica con la quale è stato realizzato.

In un tripudio di colori, di pennellate forti e di tratti decisi, innumerevoli ritratti prendono concretamente vita

In un tripudio di colori, di pennellate forte e di tratti decisi, innumerevoli ritratti prendono concretamente vita, rendendo tangibile quell’infinita umanità di volti e sguardi che Van Gogh ha regalato al mondo: Marguerite Gachet al pianoIl ritratto di Adeline RavouxGiovane ragazza in piedi in un campo di grano e Ritratto del dottor Gachet dialogano ad esempio tra loro, scontrandosi e confrontandosi in una danza sia pittorica sia cinematografica.

loving vincent

Loving Vincent recensione del primo film interamente dipinto

Accanto ad una sfilati di immagini che amanti e neofiti sicuramente riconosceranno, si stagliano sullo schermo anche luoghi e passaggi che, superando la costrizione della tela, abbracciano gli spettatori, trascinandoli in un mondo dove la campagna brulicante si apre a sterminati campi di grano, sentieri immersi nel verde e piccole locande dalle stanze claustrofobiche.

Come un’enorme cornice, è tuttavia la celebre Notte stellata ad inaugurare e concludere questo grande quadro vivente: il dipinto forse più famoso di Van Gogh si staglia davanti al pubblico che, accolto dalle rincuoranti tonalità di blu del cielo e di giallo delle stelle, non ha più timore ad addentrarsi in un mondo dove l’arte si intreccia con la realtà senza mai sostituirla.

Loving Vincent è un magnificente affresco e un affascinante omaggio che non solo tenta di riportare in vita il grande artista, ma dialoga e si confronta con le sue più celebri opere

Parallelamente ad una tecnica innegabilmente encomiabile e dai tratti particolari, la storia convince ma non eccelle. Gli ultimi giorni di Van Gogh, ricostruiti progressivamente dal giovane Armand, si tingono di giallo e giocano su logiche tipiche del mistery. Nonostante alcuni passaggi non sempre coinvolgenti, l’idea di non presentare un classico biopic ma di coniugare diversi generi appare vincente, anche alla luce delle ottime dinamiche da romanzo di formazione che puntellano l’evoluzione del protagonista.

Film evento disponibile in sala per un periodo limitato di tre giorni, Loving Vincent è dunque un magnificente affresco e un affascinante omaggio che, per merito di un’animazione inconsueta ma straordinaria, non solo tenta di riportare in vita il grande artista, ma dialoga e si confronta con le sue più celebri opere. 

Gabriele Landrini, da “moviestruckers.com”

 

 

Quando il cinema incontra l’arte l’esito non è mai banale ed è sempre un arricchimento. Soprattutto se, come accade in Loving Vincent, ogni singolo fotogramma del film è realizzato a mano.

Dorota Kobiela, pittrice polacca, e il regista inglese Hugh Welchman, hanno intrapreso questa avventura sei anni fa per raccontare, attraverso uno stile da cinema noir, le ultime settimane di vita del pittore olandese trasferitosi ad Arles, in Francia, nel 1888.

Vincent Van Gogh, l’artista più noto al mondo, pioniere dell’arte contemporanea e personaggio tormentato, nel luglio 1890 si spara in un campo di grano nei pressi di Arles. Il giovane Armand Roulin, figlio del postino Roulin, unico amico di Van Gogh -, non convinto del suicidio dell’artista, ripercorre le sue ultime settimane di vita incontrando le persone che, anche nei momenti più drammatici, gli sono state vicine.

Da Adeline, la padrona di casa del pittore, a pére Tanguy, fino al pescatore o il dottore Paul Gachet e la figlia tutti rigorosamente ritratti a olio, restituendo vita all’immediato e riconoscibile stile di Van Gogh. La casa gialla, il campo di grano e i fiori azzurri, la stanza con la sedia… realizzati con pennellate vivide, colori visionari e brillanti, e quel movimento fluido tipico del tocco “vangogghiano”, si alternano al bianco e nero delle parti narrative.

Un film prodotto con tenace e minuzioso lavorìo in cui più di 100 artisti, con la tecnica del Painting Animation Work Station hanno animato un thriller interamente costituito da pittura che coinvolge totalmente lo spettatore.

Voto: 3 / 5

Rossella Farinotti, da “mymovies.it”

 

 

 

Quando si parla di biopic, espressioni come “il regista ha dipinto un ritratto unico” immediatamente saltano alla mente del critico. Nel caso del film d’esordio di Dorota Kobiela e di Hugh Welchman questa sorta di cliché verbale assume un significato inaspettatamente letterale. Loving Vincent [+]è il primo film d’animazione completamente dipinto a mano, preparato da una squadra di 125 pittori ad olio professionisti, che hanno creato 65 000 fotogrammi. I registi hanno dato vita a una speciale sessione di “modellazione” per alcune di quelle tele dirigendo le scene live-action. Ma il film è molto più che una curiosità tecnica. Fortemente ispirato a uno dei classici del cinema, Quarto potere(Citizen Kane) diretto da Orson WellesLoving Vincent offre un viaggio vivido e sinuoso attraverso il mondo di van Gogh.

E’ l’estate del 1891, un anno dopo la morte del pittore. Al giovane Armand Roulin, il cui padre postino era uno degli amici più cari di Vincent, viene assegnato il compito di consegnare una lettera che Vincent scrisse a suo fratello, Theo. Considerando le circostanze tragiche che circondano la morte dell’artista, questa nota potrebbe essere più che poche parole scritte in fretta. Armand all’inizio è riluttante, ma incontrando persone che conobbero van Gogh, in particolare due signore, Adeline Ravoux e Marguerite Gachet, viene trascinato nel mondo di un artista tormentato, il cui amore per il mondo è secondo solo ai suoi dubbi. Come un vero e proprio detective, Roulin inizia a mettere in discussione la teoria che Vincent si sia tolto la vita. Chi ha visto il classico di Welles sa già il risultato di una simile indagine…

Kobiela e Welchman, che hanno studiato i dipinti e le lettere di van Gogh, invitano lo spettatore a dare un’occhiata più profonda non solo alla sua lotta come artista, ma anche a esplorare la natura della creatività. Pongono una domanda sempre attuale: perché alcuni (come Vincent) possono facilmente muovere i cuori e le menti di altre persone con le loro opere, mentre altri (come il dottore Gachet) non ci riusciranno mai?

Il duo di registi offre un’immersione completa nel mondo di van Gogh usando i suoi dipinti iconici e il suo stile inconfondibile. Il viaggio emotivo è fortemente coadiuvato dalla partitura musicale di Clint Mansell e dalle grandi performance degli attori, che “modellano” i personaggi a partire dai dipinti di van Gogh. Se i loro volti sembrano familiari, è perché lo sono. Il cast comprende Saoirse Ronan (Atonement [+]Brooklyn [+]), Chris O’Dowd(Bridesmaids), Helen McCrory (Harry Potter, Skyfall [+]Douglas Booth (NoahJupiter Ascending)e Jerome Flynn (Il trono di spade). Lo stesso van Gogh è interpretato da un esordiente polacco, Robert Gulaczyk.

Loving Vincent è una coproduzione polacco-britannica, prodotta da BreakThru Films di Łódź e coprodotta da Trademark Films. Le vendite internazionali sono gestite da Cinema Management Group. La prima mondiale di Loving Vincent si è tenuta al Festival di Annecy, dove ha vinto il Premio del pubblico. Durante il Festival del cinema polacco di Gdynia, i produttori hanno rivelato che il film è in corsa per una nomination all’Oscar nella categoria del miglior film d’animazione.

Ola Salwa, da “cineuropa.org”

 

 

 

Forse non tutti sanno dell’esistenza di una pagina facebook di grande successo denominata “se i quadri potessero parlare”. Il suo grande appeal (ha più di un milione di like) è dovuto all’ironica e dissacrante interpretazione, attraverso delle didascalie, dei pensieri dei personaggi raffigurati in dipinti famosi.

“Loving Vincent” oltrepassa questa idea, nel suo piccolo geniale, dando proprio vita alle opere di Van Gogh. Miracolo della tecnologia digitale? non proprio: oltre mille dipinti del celebre pittore olandese sono stati rielaborati per un totale di più di 65.000 fotogrammi realizzati da 125 artisti di varie nazionalità, il “rotoscope” (tecnica per la creazioni di animazioni in cui le figure umane risultano realistiche) ha fatto il resto. Facile no? “A parole è tutto facile”: direbbero Dorota Kobiela e Hugh Welchman, i due registi del film, se fossero i protagonisti delle famigerate didascalie di cui facevamo accenno poc’anzi. Il difficile, qualora fosse stato semplice coordinare le pennellate di 125 artisti, è stato riuscire a creare una storia che possa ammaliare il pubblico quanto la vivificazione cinematografica dell’arte di Van Gogh, operazione, quest’ultima, riuscita perfettamente.

L’intelaiatura narrativa trova il suo perno d’appoggio nel giovane Armand Roulin che, nel 1891 in Francia, ha l’incarico dal padre postino di recapitare una lettera a Theo, fratello di Vincent Van Gogh, toltosi la vita da poco. A Parigi, Armand, non riuscendo a trovare Theo, inizia a familiarizzare con le persone fondamentali per la vita e la produzione artistica del pittore; questi incontri generano nell’animo del giovane un terribile dubbio: forse Vincent Van Gogh non si è suicidato come tutti dicono.

Loving Vincent: componente estetica affascinante, ma struttura narrativa debole

“Loving Vincent”, così, si tinge di giallo. In onore, forse, del colore preferito del genio olandese? Fatto sta che è un giallo troppo tenue per poter competere con la spettacolarità delle immagini che ci trasportano piacevolmente da un quadro all’altro, solleticando l’immaginario collettivo dei meno esperti e la curiosità degli appassionati. Il viaggio nell’universo vangoghiano, per quanto sia affascinante nella sua componente estetica, non essendo sorretto da un racconto solido, stenta a trovare la sua destinazione.

L’occhio si perde nelle pennellate che si sovrascrivono incessantemente mentre la cornice, intesa come struttura che sorregge e incastona l’opera, mano a mano, diventa sempre più una vacua entità. In conclusione confermiamo il prevedibile: la magnificenza delle opere di Van Gogh rimarrà ad imperitura memoria mentre per “Loving Vincent” prevediamo un’ esistenza un po’ più transitoria.

da “ecodelcinema.com”

 

 

 

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