L’inganno

 

 

Stupefacente Sofia Coppola. Un cinema magnificamente senza più luogo e tempo, che galleggia nella sua apparente immobilità che è in realtà un classicismo pop, con le tracce-western sentimentali della canzone Lorena, l’hit romantica più popolare della guerra civile. Era davvero rischioso fare un remake di uno dei Siegel più feroci, La notte brava del soldato Jonathan (1971) e basarsi ancora sul romanzo A Painted Devil (1966) di Thomas P. Cullinan. Ma il cinema della Coppola è andato ben oltre l’operazone remake, come aveva fatto in maniera ugualmente azzardata con Lost in Translation nei confronti di Breve incontro (1945) di David Lean. Sono due letture/rifacimenti completamente diversi. Nello stile, nel metodo. E The Beguiledpossiede delle manipolazioni meno evidenti ma sensibili, come in Marie Antoinette. Anzi, i due film sono come le due facce opposte e insieme convergenti dello stesso cinema. Soprattutto sull’effetto manipolatorio della luce. In Marie Antoinette la fotografia era di Lance Acord mentre qui è di Philippe Le Sourd, lo stesso di Un’ottima annata di Ridley Scott e The Grandmaster di Wong Kar-wai. In ogni inquadratura c’è un movimento interno. Dai fasci cromatici indefiniti della nebbia sul viale, all’uso sistematico di una luce naturale. Quella che penetra dalle finestre e ridefinisce ogni volta i contrasti nei chiaroscuri (l’immagine delle protagoniste affacciate appare già un elemento di unicità, subito quell’immagin si ricollega quell’immagine al cinema della Coppola). L’illuminazione delle candele a cena o la luce nascosta durante le preghiere.

the beguiled colin farrell kirsten dunst1864. In piena guerra di Secessione nel profondo Sud degli Stati Uniti, c’è un collegio femminile tenuto da Miss Martha (Nicole Kidman) che è completamente isolato dal mondo esterno. Un giorno viene trovato nei paraggi un soldato ferito, il caporale John McBurney (Colin Farrell). Viene soccorso e condotto al riparo. La sua presenza altera però ben presto tutti i rapporti tra le protagoniste e scatena rivalità che non ci metteranno molto ad emergere.

La tensione sessuale del capolavoro di Siegel si trasforma nella Coppola in un film malato sul desiderio. Con delle accensioni erotiche fatte di sguardi, di mani che si sfiorano, accensioni che diventano abbaglianti come nella scena in cui Martha lava McGrady o anche nei semplici primi piani su Edwina (Kirsten Dunst). Gli occhi hanno un centro gravitazionale che è McGrady, che appare ancora il doppio di Maria Antoinette proprio per il modo in cui le protagoniste convergono, a turno o insieme, su di lui. Ci sono timidi e poi sempre più convinti avvicinamenti. La sua figura viene guardata da fuori. Ma anche nei campi lunghi, dove c’è quella breve ma sensibile distanza tra il Caporale e le ragazze, c’è proprio la continua spinta, l’insopprimibile tentazione ad annullarla.

the beguiled nicole kidmanIn The Beguiled c’è ancora una casa nel cinema della Coppola. Che richiama istintivamente quella impermeabile, fuori dal mondo di Il giardino delle vergini suicide (1999). Ma è ancora il centro della scena, il mondo incantato di Marie Antoinette, quello illusorio di The Bling Ring che qui assume anche dei contorni horror. Una chiusura verso l’esterno (il cancello esterno è l’oggetto netto della separazione). C’è il bosco che apre un mondo sotterraneo come The Village di Shyamalan. E poi ci sono i rumori dell’esterno. Quello degli spari, degli uccelli, delle cicale. È un film di guerra senza vedere mai la guerra. Rimando diretto ancora a Siegel che richiama a sua volta La regola del gioco (1939) di Jean Renoir. Ma è anche l’illusorietà di un mondo incontaminato. Che subisce un’improvvisa frattura. Quello femminile del film della Coppola va anche nelle direzione di un altro magnifico film galleggiante, Picnic ad Hanging Rock (1975) di Peter Weir. Altro film di amore e orrore dove ogni personaggio è a fuoco. Con Colin Farrell nel ruolo che è stato di Clint the beguiled elle fanningEastwood e una gelida Nicole Kidman (il suo ‘bon appetit’ già vale tutto il film) in quello di Geraldine Page. Con in più Kirsten Dunst (al suo terzo film con la regista dopo Il giardino delle vergini suicide e Marie Antoinette) che appare come la figura che subisce la maggiore mutazione, che crea labirinti a vuoto dentro la casa come la Ferrari di Somewhere(2010). E la sensualità di Elle Fanning che ha qualcosa di fortemente inquietante.

Tutte le variazioni di un film che nella sua falsa immobilità, continua ad essere una continua rivelazione. Con un’idea di cinema ben precisa. Che molto spesso divide anche in fazioni molto nette. La cineasta non ha mai tradito nulla dopo Lost in Translation. Ha inventato ogni volta un film diverso, come se fosse il primo, come Quentin Tarantino. Ma, come si è visto, si rialimenta delle sue visioni precedenti. E far suo un film come quello di Don Siegel è una vittoria senza precedenti. Non ci sono compromessi. Noi siamo dalla sua parte. E amiamo tutto il suo cinema. E The Beguiled alla follia.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Se il segreto di un buon remake (ammesso che questo segreto esista) sta nel riuscire a rimanere fedele al testo originale attraverso la capacità di tradirlo, Sofia Coppola l’ha capito.
In L’inganno c’è praticamente tutto quello che c’era in La notte brava del soldato Jonathan – anzi, casomai ci sono cose in meno – e tutto il lavoro della regista americana è stato fatto sui toni e sulle atmosfere, capaci di trasformare il testo in un film del tutto diverso: anche nei temi

Splendido esempio di southern gothic figlio del suo tempo (era il 1971), il film di Siegel (a sua volta basato sul romanzo di Thomas Cullinan da cui anche L’inganno è partito) flirtava in maniera abbastanza esplicita con la libertà sessuale, lasciava emergere il tumulto ideologico di quegli anni, trasudava una vitalità gioiosa nonostante i dettagli più crudi e la macabra risoluzione della storia.
In quello di Sofia Coppola, invece, a dominare sono atmosfere cupe e vagamente opprimenti, l’intricato gioco di pulsioni sessuali è molto più morboso che spensierato, e tutto il film è ammantato da una sensazione funebre, quasi mortuaria, che fa risaltare maggiormente l’ironia di situazioni e dialoghi.
Se quello di Siegel era un film di pancia (o più in basso), quello della Coppola è tutto di testa.

Non cede a nessuna tentazione pop, la Coppola, nemmeno nella colonna sonora, lasciando che del Sud degli Stati Uniti nel quale è ambientato L’inganno prenda lo spirito più decadente.
Fin dalle primissime inquadrature, è la natura a dominare, gli alberi del bosco dove il soldato ferito di Colin Farrell viene trovato da Oona Lawrence, alberi, rampicanti e erbacce che si sta mangiando il giardino della villa teatro dell’azione, e la casa stessa.
Una vegetazione che, non a caso, lo stesso Farrell tenterà, invano, di controllare quando si propone come giardiniere al gruppo di donne che lo salvato e lo sta ospitando.

Una chiara metafora, perché col procedere degli avvenimenti sarà la natura più istintuale e perfino primordiale degli esseri umani, delle donne e degli uomini, del maschile e del femminile, a prendere il sopravvento. Sempre però mediata e raggelata dalle buone maniere d’un tempo che la Miss Farmsworth di Nicole Kidman, la direttrice della collegio femminile in cui finisce Farrell: da una razionalità esasperata e cinica che darà vita a un sottile e perverso gioco di ruoli e potere che finirà in un educatissimo massacro.
La vera forza di L’inganno e della regia della Coppola – che guarda dritta al Giardino delle vergini suicide, anche nella forma – sta in questa capacità di gestire i toni e gli equibri,  in un film al lume di candela, minimalista e di notevole intelligenza.

Il risultato allora è quello di un thriller psicologico che ammicca alla black comedy, fatto di attenzione a dettagli, parole e piccoli gesti, con battute fulminanti e un’ironia crudele affilata come un rasoio.
Magari anche un esercizio di stile: ma di quelli che hanno senso, divertono e si fanno vedere con gran piacere, e che parla di rapporti di genere, solidarietà e rivalità femminile, esuberanze maschili, senza inutili lungaggini o pedanterie.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

In piena Guerra di Secessione, nel profondo Sud, le donne di diverse età che sono rimaste in un internato per ragazze di buona famiglia danno ricovero ad un soldato ferito. Dopo averlo curato e rifocillato costui resta confinato nella sua camera attraendo però, in vario modo e misura, l’attenzione di tutte. La tensione aumenterà mutando profondamente i rapporti tra loro e l’ospite.

Quando Sofia Coppola ha annunciato di aver deciso di realizzare il remake de La notte brava del soldato Jonathan e quando, successivamente, se ne sono viste le prime immagini tutto faceva pensare a una nuova incursione creativamente innovativa in un passato storicamente ormai ben definito dal cinema come accadde per Marie Antoinette.

Spiace quindi un po’ dover constatare che, questa volta, il miracolo non si è verificato. Ovviamente non ci troviamo davanti a un brutto film e sarebbe anche poco produttivo andare a indagare su cosa è conservato dell’originale e quanto sia invece stato mutato. Il problema risiede nella scelta di un soggetto che all’epoca rappresentò un punto fermo nell’ambito di un cinema che rileggeva il passato guardando al presente rimanendo tuttora un film valido nonostante il flop al box office. I tempi sono ovviamente mutati così Sofia Coppola decide di privilegiare, ancora una volta, l’analisi delle reazioni in un microcosmo femminile.

È questo ‘ancora una volta’ che finisce con l’indebolire l’assunto complessivo. Il caporale McBurney non ha più la valenza simbolica di un corpo (all’epoca quello di un giovane Clint Eastwood) che da oggetto del desiderio viene a configurarsi come oggetto di martirio rimandando a un Cristo crocifisso e deposto. Coppola preferisce indagare sugli sguardi e le posture di donne che hanno interiorizzato le buone maniere e cercano di trasmetterle alle giovani generazioni mentre sotto la pelle e le crinoline covano pulsioni che la società del tempo non può loro riconoscere. Come le vergini suicide, come la regina di Francia… come i personaggi e le storie che ama. Questo non le impedisce di passare da un genere all’altro nell’arco di novanta minuti e di farlo con l’acutezza ma, in questo caso, anche con una leggerezza accattivante. Però si conclude la proiezione con la sensazione che la sceneggiatura, così come l’arto del caporale McBurney, abbia subito un trattamento al contempo suadente ma troppo drastico. 

Vitalità di un mito o mancanza di immaginazione del cinema popolare? La mania hollywoodiana di produrre remake è inesauribile. Si comprano i diritti di un successo straniero e lo si ri-gira in inglese con star americane, o più semplicemente si getta un occhio al retrovisore per guardare quello che ha funzionato ieri e si risuona da capo oggi. I risultati sono quasi sempre scadenti ma si sa ogni regola ha la sua eccezione. Ed eccezione è quasi sicuramente il prossimo progetto di Sofia Coppola. Intanto perché non si tratta di riprodurre una formula vincente, ragione d’essere sovente di un remake. Nonostante il suo valore artistico e la presenza di Clint Eastwood, che non attese troppo a contraddire il suo statuto di eroe monolitico e resistente, La notte brava del soldato Jonathan fu di fatto un flop. A guardarlo da vicino, sono altrove le ragioni che muovono la Coppola. Remake del film, il più singolare, di Don Siegel (La notte brava del soldato Jonathan), L’inganno ha davvero tutto per calamitare l’attenzione dell’autrice: il simbolismo esacerbato e le connotazioni psicanalitiche, la cronaca onirica e le reminiscenze di sogni, l’adolescenza evanescente e bionda e il rigorismo morale degli adulti, i fantasmi sfuocati e la memoria plurale del mistero femminile di cui gli uomini non avranno mai la chiave.

Chiuso in un collegio per fanciulle, sprofondato nel Sud degli Stati Uniti e dentro la Guerra di Secessione, L’inganno implode la frustrazione e l’isteria di nove donne sudiste di età differenti attraverso l’intrusione di un caporale nordista ferito a una gamba e immobile sul letto.

Come ne Le vergini suicide, il film di Siegel (rin)chiude un gruppo di donne in un interno su uno sfondo storico preciso e di un preciso momento di squilibrio. Là gli anni Settanta, qui la guerra civile, un tempo dove il vecchio, che rifiuta di lasciare il passo, è minacciato dal nuovo. Là le sollecitazioni libertarie dell’era psichedelica, qui la spinta di emancipazione del Nord incarnata nel corpo virile di un soldato. Soldato che diventa oggetto di desiderio e di contesa in un mondo separato in cui ogni sessualità è repressa. A cambiare sono il gesto e la vittima. Se ne Le vergini suicide le sorelle Lisbon si uccidono per sfuggire il supplizio della perfezione, frustando l’esaltazione puberale dei compagni di gioco, ne L’inganno le dee si fanno accessibili e riaccendono la fiamma (e l’appetito) del guerriero spenta in battaglia. Se il primo, ancora, esplorava la libido maschile che s’infiammava nel ricordo ‘immobile’ intorno al vuoto ontologico causato dal suicidio di cinque sorelle, il secondo indaga la pulsione erotica femminile in faccia all’immobilità maschile.
Le emozioni suicidate si convertono in desiderio incontrollato e permettono a Sofia Coppola di avanzare nella sua ricerca sul coriaceo mistero femminile. La versione di Siegel tradisce in questo senso una certa misoginia. La dimora sinistra, satura di nevrosi, desideri e gelosie che volgono rapidamente in drammi, è a immagine di una donna unica e inevitabilmente mostruosa. Fragilità e purezza (Elizabeth Hartman), calcolo e ipocrisia (Geraldine Page), tentazione e sfrontatezza (Jo Ann Harris), Siegel incarna tre stagioni diverse del femminile e tre maniere differenti di approcciare il sesso e il sentimento.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

Un collegio femminile in Virginia, durante la Guerra di Secessione Americana nell’anno 1864, sembra offrire un rifugio sicuro dalle cose spaventose che stanno succedendo fuori. È quello che, in L’inganno di Sofia Coppola, scopre un soldato ferito gravemente a una gamba (Colin Farrell) e trovato nelle immediate vicinanze della tenuta dell’istituto da una giovane studentessa; ma quando l’uomo viene portato all’interno della scuola per essere curato,  la vita di educande ed educatrici, ordinata e piena di rigide regole, va letteralmente in tilt. In un tempo molto breve tutte cedono al fascino del soldato John, che con il raggiro cerca di aprirsi un varco nel cuore di ognuna di loro, facendo sì che gelosie e intrighi avvelenino subdolamente la tranquilla convivenza di una volta e dando l’avvio a un gioco carico di erotismo con svolte inattese che mieterà vittime da entrambe le parti. Per cui la definizione di “beguiled”del titolo originale, ben reso in italiano con il sostantativo “inganno” che mantiene il mistero sul  genere sessuale di chi viene ingannato, può essere attribuita a ciascun partecipante al girotondo d’amore.

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L’inganno diretto dalla Coppola è un remake dell’omonimo film del 1971 di Don Siegel – in Italia: La notte brava del soldato Jonathan. È un film costituito spesso da quadri di gruppo, scenografie stupende in cui, ancora una volta, nella filmografia della regista, un gineceo diventa il luogo della narrazione. E sono bellissime, tutte queste donne appartenenti a diverse fasce di età quando vengono immortalate in scene corali nei loro abiti e pettinature d’epoca, mentre suonano, stendono il bucato o, semplicemente, siedono insieme intorno a una tavola imbandita. Ma dietro la loro apparente innocenza si celano altre caratteristiche: la Guerra le ha forse temprate e rese pronte a tutto. Siamo ben lontani dalle languide debolezze e dagli svenimenti  di Il giardino delle vergini suicide, opera prima della Coppola a cui non si può non pensare guardando The Beguiled, con la presenza di Kirsten Dunst (Ewina) che fa da richiamo, essendo stata lei la protagonista, Lux, nel film del 1999. Qui, però, la splendida casa, il castello delle principesse, è diventata una prigione in cui le recluse non sono più le donne, ma il loro malcapitato ospite: non ci sono più vergini o aspiranti tali, e il suicidio ha fatto posto semmai all’omicidio.

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Nella rappresentazione dei tira e molla carichi di tensione sessuale prevale spesso l’ironia sulla drammaticità, una chiara scelta della regista che sembra aver epurato L’inganno dai temi troppo gotici, attraverso un’opera di centrifuga. La dimensione estetica del film resta invece la  più convincente: ad essa la Coppola attribuisce una forte connotazione semantica, con l’attenzione rivolta a preziosi particolari che conferiscono autenticità alla storia e ricchezza alle scene (L’età dell’innocenza  docet). Alle quali si unisce un appropriato commento musicale molto ben integrato nella visione, la rivisitazione del Magnificat di  Monteverdi ad opera del  duo musicale  elettronico francese Phoenix (uno dei due componenti è marito della Coppola).

Maria Capozzi, da “nocturno.it”

 

 

Dimenticate il Don Siegel di La notte brava del soldato Jonathan. Non siamo da quelle parti, non ci vuole e non ci prova neanche a stare lì, accanto al The Beguiled del 1971 (titolo originale anche del film di Siegel, tratto anch’esso dal romanzo omonimo di Thomas Cullinan), Sofia Coppola. Come era prevedibile e auspicabile. Siamo invece, in pieno, nel suo cinema. Alienazione, annullamento della realtà, ripiegamento su una dimensione ombelicale completamente priva di orizzonte e una prigione come luogo.

Lo era la reggia di Versailles in Marie Antoinette come lo era lo sfarzoso Chateau Marmont di Somewhere, uno spazio altro, un mondo artificiale in cui i personaggi si trovano confinati. Il reale fuori. E, come è chiaro fin dall’inizio, quando la mdp si blocca al di qua del cancello che separa la grande casa in stile neogreco dal mondo, lo è anche il convitto gestito da Miss Martha. Il cancello si chiude. Tutto il resto sta fuori.

La guerra, i caduti, la causa, il coraggio, la codardia, Nord, Sud… non esiste nulla al Miss Martha Farnsworth Seminary for Young Ladies, universo autoriferito in cui non c’è negoziazione tra esterno e interno ma solo calma, tranquillità, riparo, ubbidienza all’autorità di Miss Martha, alle regole, alle buone maniere, alla carità cristiana.

Un universo immobile che solo la materializzazione del reale può rimettere in moto. Nel momento stesso in cui il corpo del caporale John McBurney varca quella soglia è evidente infatti che l’equilibrio dello spazio chiuso della casa sarà per sempre perturbato. L’infrazione è compiuta. In quel preciso istante tutte le occupanti della casa prendono coscienza della possibilità di riappropriarsi del proprio spazio e del proprio tempo, di confrontarsi con il sé. Continuano a ricomporsi come gruppo nelle tante inquadrature che le mettono insieme, che le “posano” come in un dagherrotipo, ma subito il quadro è costretto a cedere per lasciarle andare.

La sotterranea tensione verso l’esterno affiora infatti in superficie e si deposita sui vestiti, sui bottoni, sui nastri per i capelli, sulle spille del giorno di festa improvvisamente riscoperte, sui pendenti di perle sottratti goffamente, sul profumo spruzzato timidamente. Per il caporale? No, per se stesse. Irrilevante chi egli sia (e per questo è perfetta la scelta di Colin Farrell mollemente abbandonato al suo stesso cieco narcisismo), semplice mezzo arrivato – in stato di incoscienza – solo per innescare la riappropriazione.

Un processo tutt’altro che superficiale, ma che sta appunto tutto sulla superficie; su superfici che esplodono e che si ricompongono come la pelle lacerata di McBurney abilmente ricucita da Miss Martha, come la tela cucita intorno al suo cadavere prima di espellerlo. I punti ben stretti. E il cancello che si richiude.

Chiara Borroni, da “cineforum.it”

 

 

Dopo il flop di pubblico e critica avvenuto con The Bling Ring, Sofia Coppola si prende una pausa di ben cinque anni, il tempo necessario per tornare sul grande schermo con un cast stellare, composto da grandi attrici come Nicole Kidman e Kirsten Dunst. Con L’inganno non solo ha saputo stupire nuovamente il pubblico, ma è riuscita a portarsi a casa il premio come ”Miglior Regia”, ottenuto con grandi applausi all’ultima edizione del Festival Di Cannes. Dopo essere già stato distribuito nelle sale statunitensi, la pellicola è pronta a fare il suo ingresso anche in Italia, precisamente il 14 settembre.

La trama narra le vicende di un soldato dell’Unione (interpretato da Colin Farell) che, durante la Guerra di Secessione, trova rifugio preso un collegio femminile dei Mississipi. Un uomo che risveglierà gli istinti primordiali (sensuali e più nascosti) di tre donne che vivono nel collegio, causando diversi problemi all’interno del gruppo.

Tornano nuovamente i personaggi creati da Sofia Coppola. Come quasi in tutti i film della regista, i personaggi si fanno condizionare sempre di più dalla monotonia giornaliera ed è sempre un evento speciale a mostrare la loro vera natura. Qui abbiamo delle donne divise tra loro, pronte a tutto per un po’ di novità. Ciò che sorprende, sin dai primi minuti, è il modo in cui vengono caratterizzate. Figure differenti, che con poche battute riescono a definire la loro tenacia e debolezza, fondamentale per la comprensione dell’intera storia. Un gruppo formato da grandi attrici che con grande equilibrio riesce a rendere inquietante e al tempo stesso sensuale, la cosiddetta alchimia con la figura maschile. Un soldato furbo, spaventato e intrappolato in una situazione più grande di lui. Un Colin Farrell credibile e che non sente per nulla il peso del suo predecessore, ovvero Clint Eastwood, che come ben sappiamo, interpretò lo stesso ruolo nel film diretto daDon Seigel nel 1971. La regia della Coppola si dimostra abile nell’uso delle luci e dei colori. Inquadrature che scandiscono il tempo, ma che destano qualche perplessità davanti alla loro ripetizione. Una scelta, quella del premio per la ”Miglior Regia”, che può sinceramente dividere lo spettatore, ma che tutto sommato funziona, grazie anche a una fotografia limpida e ben definita.

Tuttavia manca qualcosa. La pellicola, per quanto sia ben fatta e affascinante, non sfrutta appieno la sue potenzialità. Una cattiveria maggiore, sopratutto nella parte finale, avrebbe potuto sicuramente dare quel tocco in più, ma alla fin fine stiamo parlando di difetti di poco conto.

Perché L’inganno è davvero un buon film. Una rappresentazione affascinante, in costante crescita, che oltre a divertire lo spettatore, riesce, attraverso le emozioni femminili, a comporre un ritratto psicologico di tutto rispetto.

Simone Martinelli, da “lascimmiapensa.com”

 

 

In principio fu il gotico sudista, di cui fa parte il libro ispiratore dei due film, quello originale e il remake di Sofia Coppola. Violenza, pratiche hoodoo, personaggi ambigui ed edifici in rovina erano i requisiti minimi. Non un genere inizialmente visto di buon occhio: come tutte le cose scabrose e macabre, era stato inventato più per piacere ai lettori che per guadagnarsi un posto tra i libri indimenticabili. Il libro che ha ispirato i film, scritto da Thomas P. Cullinan e fresco di ristampa in vista dell’uscita del film del 2017, deve molto al genere e poco alla bravura dello scrittore. Nel ’71 Don Siegel ne trasse un film con Clint Eastwood, galvanizzato per un ruolo in cui finalmente “non accendevo i cannoni con i sigari”. Ne uscì un film profondamente gotico in cui veniva lasciato ben poco all’immaginazione dello spettatore, sia in termini di sesso che in termini di violenza. Il remake di Sofia Coppola rimpiazza Clint Eastwood con Colin Farrell, altro bel manzo salvato da morte certa e accolto in un collegio per ragazze, che dichiarano di accogliere il nemico – l’uomo è uno yankee feritosi in zona sudista – mosse da autentica pietà cristiana. In realtà non vedono un uomo da anni, e la presenza di un maschio accende in loro desideri poco pudichi e atroci rivalità.

Rispetto a La notte brava del soldato Jonathan – questo l’infelice titolo italiano – il film di Sofia Coppola è innegabilmente più moderno, anche perché l’originale abusava delle dissolvenze incrociate e degli a partedei personaggi. La regista riscrive la sceneggiatura e la rende più agile e accattivante, taglia due personaggi – la schiava nera scompare, il fratello di Miss Martha, con cui la direttrice aveva un rapporto incestuoso, pure – e mette a tacere alcuni aspetti della storia. Il film ci guadagna in termini di agevolezza, risultando meno pesante dell’originale, anche se alcuni punti nevralgici, su cui Coppola sorvola, servirebbero per comprendere meglio le dinamiche tra i personaggi, che pertanto risultano molto più ambigui rispetto a quelli dell’originale. A parte questo, Nicole Kidman è impeccabile, e il resto del cast ben scelto. La luce soffusa della fotografia rende il tutto più scabroso ed elusivo.

Francesca Sordini, da “cinemamente.com”

 

 

 

 

 

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