Life Animated

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Nell’agguerrita competizione che dovrà affrontare Fuocoammare di Gianfranco Rosi per la conquista dell’Oscar c’è anche Life, Animated, una toccante storia vera diretta da Roger Ross Williams, già premio Oscar nel 2011 per il cortometraggio documentario Music by Prudence. Preceduto dal premio per la miglior regia di documentario al Sundance, da quello del pubblico a Telluride, San Francisco e altri festival in tutto il mondo, arriva anche in Italia questo film sull’esperienza di una malattia terribile come l’autismo, da cui non si può guarire del tutto ma che si può in qualche modo curare, nella storia eccezionale e piena di speranza di Owen Suskind, raccontata in un libro omonmo dal giornalista del New York Times Ron Suskind, premio Pulitzer e documentata poi in questo film.

Come nella maggior parte dei bambini, anche in Owen l’autismo si manifesta intorno ai tre anni. Prima di quel terribile momento, il bambino parla e interagisce normalmente e all’improvviso si spegne come se qualcuno avesse girato un interruttore, inizia ad avere problemi motori e soprattutto perde la capacità di parlare e comunicare col mondo. Nel film, il padre paragona l’accaduto a un rapimento, come se il figlio con cui hai parlato, giocato e scherzato fino a poco tempo prima (come si vede nei filmini famigliari girati prima del manifestarsi della malattia) ti fosse stato portato via. Da lì inizia la consueta, terribile e disperante trafila di molte famiglie (e i Suskind, che sono benestanti, sono comunque favoriti rispetto ad altri nuclei famigliari), con i responsi negativi di medici e psichiatri, fino al tentativo di mandare il figlio in una scuola per ragazzi con bisogni speciali, per scoprire che proprio lì è stato oggetto di bullismo.

A un certo punto, un giorno, si apre uno spiraglio di luce quando Owen, come molti bambini appassionato dei cartoon Disney, ripete una frase de La sirenetta come se volesse effettivamente comunicare qualcosa (la frase, non casuale, è “solo la tua voce”). Il medico però gela le speranze dei genitori, spiegando che spesso gli autistici ripetono semplicemente “a pappagallo” quello che sentono, senza capirne il senso. Solo dopo qualche anno, grazie alla costanza dei genitori e a una marionetta di Jago, la maligna spalla di Jafar in Aladdin (che, per ironia della sorte, è proprio un pappagallo), il padre, calandosi nel personaggio, riesce ad avere uno scambio più lungo col figlio e pian piano, attraverso i film che conosce interamente a memoria, Owen impara di nuovo a parlare e a comunicare, fino a riacquistare l’uso del linguaggio e una certa autonomia.

Nel film lo vediamo diplomarsi a 23 anni, andare a vivere “da solo” in una struttura assistita e lavorare in un cinema, anche se è angosciosa la preoccupazione dei genitori, comune ai molti che hanno figli non autonomi: cosa ne sarà di lui quando non ci saremo più? Owen ha un fratello più grande di 3 anni, Walter, che a suo modo cerca di prendersi cura di lui, renderlo autonomi e insegnargli qualcosa della vita reale, come l’amore per esempio, visto che nel mondo Disney ci sono solo baci a fior di labbra e niente sesso. E quando Owen viene lasciato dalla sua fidanzatina è commovente assistere alla sua disperazione, convinto com’è che, se non si può vivere per sempre felici e contenti, si sarà per sempre infelici.

Dopo gli episodi di bullismo subiti a scuola, il padre scopre in cantina un blocco interamente ricoperto di disegni di Owen: erano tutti “sidekick”, le classiche spalle degli eroi Disney, quelli che fanno ridere e che li aiutano a conquistare i loro obiettivi. Ai disegni era poi seguita una storia (bellissima), La terra degli aiutanti perduti”, dove un bambino in una foresta li difendeva dal malvagio Fuzzburch, diventando loro protettore. È con gli indifesi, i piccoli, i deboli che Owen si identifica, promettendo di non lasciarli mai da soli. La macchina da presa di Ross Williams è molto discreta, quasi invisibile, e lascia il posto a tratti alle bellissime animazioni che Mac Guff fa della storia inventata da Owen. Colpisce – e va a merito della funzione educativa e della conoscenza della psicologia infantile dei cartoon della Disney – il fatto che per ogni stato d’animo, ogni momento della vita, bello o brutto, Owen trovi una scena e un personaggio di riferimento in film come Bambi, Dumbo, La sirenetta, Aladdin, Peter Pan, Il gobbo di Notre Dame, La bella e la bestia e Il re Leone.

La grande paura di Owen, in fondo, è comune a molti altri ragazzi, solo che nel suo caso, per la sua nuda sensibilità, è moltiplicata per mille: è la paura di crescere e di perdere la magia dell’infanzia. Il suo attaccamento alle vecchie videocassette Disney, il riprodurne i dialoghi e le voci è il suo modo per non cadere nel baratro della solitudine che spesso caratterizza la vita adulta, alla quale vuole però ardentemente partecipare. È un percorso di crescita quello di Owen Suskind, raccontato con passione e gioia, che dimostra come un autistico, anche se non può guarire, può comunque vivere nel mondo reale e che, come lui stesso dichiara nel suo bellissimo discorso al convegno di Rennes, ha gli stessi desideri e timori di tutti gli (altri) esseri umani.

Voto: 3,5 / 5

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

Owen Suskind è un bambino vivace, gioca e si diverte, ride e scherza con il fratello, i genitori e gli amici, come ci viene mostrato dai filmati di famiglia. All’età di tre anni, tuttavia, la sua vita cambia, così come quella delle persone che gli stanno accanto. Gli viene diagnosticato l’autismo, un disturbo del neuro-sviluppo i cui sintomi, inizialmente latenti, si possono manifestare in maniera esplicita nei primi trenta mesi di vita del bambino. Da quel momento e per i successivi sei anni Owen ha un deficit della comunicazione verbale e un deficit di interazione sociale, vive di fatto in una bolla di vetro, incapace di comprendere e comunicare con altri individui. I genitori si rivolgono a specialisti, mandano Owen in una scuola per bambini con bisogni speciali, ma il suo disturbo procede costante. Raramente è possibile ottenere la remissione totale dei sintoni e inoltre il trattamento terapeutico varia caso per caso.

Owen passa tutta l’infanzia davanti ai cartoni Disney e in quell’universo, in quel mondo magico, trova uno spiraglio di luce. Sviluppa una straordinaria capacità di memorizzazione e attraverso le avventure di Dumbo, Peter Pan, Aladdin e Il Re Leone, che vede e segue senza sosta, ritrova un proprio linguaggio, una forma di espressione. Utilizzando le linee di dialogo dei personaggi che ormai conosce a memoria, riesce ad esprimere i propri sentimenti ed emozioni, riconoscendosi nelle situazioni che vivono gli eroi del mondo animato.

Roger Ross Williams, vincitore dell’Oscar per il miglior cortometraggio documentario con Music By Prudence (2010), segue il giovane Owen, ormai ventitreenne, cogliendo un momento cruciale del suo percorso di crescita. Il ragazzo infatti sta per lasciare casa, una volta diplomato, per trasferirsi da solo, in cerca della propria indipendenza e di un lavoro, seppur sia supervisionato da psicologi e assistenti sociali. Anche se basterebbe una storia incredibile come questa per far breccia nel cuore dello spettatore, Life, Animated non ricorre al pietismo o alla commiserazione. Nonostante esplori, sottolinei e getti luce su particolari aspetti sicuramente poco noti della malattia, il film non si focalizza esclusivamente nel raccontare in maniera didascalica o educativa l’autismo, le sue forme, le difficoltà quotidiane e le terapie.

Alternando testimonianze e racconti dei genitori e del fratello con inserti di cartoni Disney, realtà e finzione, il film dà spazio alla visione e alla fantasia (animata e non) del mondo di Owen, dando vita al suo racconto, “Il protettore dei sidekicks perduti” (ovvero gli aiutanti dei protagonisti, le spalle). A differenza dei personaggi secondari, che l’hanno accompagnato nel suo viaggio di formazione, nel suo percorso di crescita fino a quel momento, figure che riempivano i suoi quaderni da disegno come Iago, Sebastian, il Grillo Parlante, Rafiki e Baloo, Owen diventa il vero protagonista di questa storia, la sua storia.

Il film rende meravigliosamente questo passaggio, questa crescita, inserendo frammenti animati che ripercorrono la storia scritta da Owen stesso e di cui lui diventa protagonista. Consapevole ormai del suo ruolo nel mondo, dopo tutte le difficoltà e ostacoli che ha trovato lungo la strada, sceglie di ricoprire la figura dell’eroe, diventando un simbolo ed un esempio per altri ragazzi come lui. Dal Disney Club ai discorsi all’Università, Owen decide di rendere reale tutto quanto quello pensava potesse essere solo un cartone animato o un frutto della propria fantasia. Il passo decisivo per un bambino che si pensava non potesse crescere.

Samuel Antichida “paperstreet.it”

 

 

Peter Pan? Un ragazzino che non voleva crescere. La Sirenetta? Una fanciulla che desiderava tanto qualcosa che non poteva avere. Il Gobbo di Notre Dame? Un diverso che sognava di essere accettato. I personaggi dei classici Disney da più di 80 anni aiutano i bambini di tutto il mondo a collocare esperienze, incontri, difficoltà in un mondo più semplice da capire rispetto a quello reale, esattamente come da sempre fanno le favole a cui quei cartoon sono ispirati. Ma per un bambino in particolare quei film d’animazione sono diventati l’unico passe-partout per la realtà. Life, animated, il documentario di Roger Ross Williams candidato agli Oscar e nelle sale a partire dal 2 febbraio, racconta la storia di Owen Suskind, un giovane di 23 anni che da quando ne aveva 3 è affetto da una forma grave di autismo.

Con uno stile allo stesso tempo semplice ed emozionante, il regista già premio Oscar per il corto doc Music by Prudence ripercorre la storia di Owen da quando improvvisamente la sua vita è cambiata, dal giorno in cui i suoi genitori si sono resi conto che qualcosa di grave stava succedendo: Owen che era stato un bambino gioioso e sereno non dormiva più bene, era sempre nervoso, chiuso in sé stesso, parlava sempre meno e non cercava il contatto dello sguardo degli altri, era sempre triste. Dopo aver consultato pediatri ed esperti ed aver avuto la diagnosi di autismo, i genitori di Owen erano completamente devastati. L’unico momento di gioia, l’unico spazio di vita familiare che era loro rimasto – racconta il padre di Owen Ron Suskind, giornalista del Wall Street Journal – era la visione dei cartoon Disney. Un giorno per caso guardando uno di questi film Owen, che praticamente non aveva più parlato, aprì bocca e disse ai genitori che “non voleva crescere come Mowgli o Peter Pan”. Fu una rivelazione. Ben lontano dal risolvere tutti i problemi dell’autismo quella scoperta, con l’aiuto degli psicologi, ha permesso a Owen di diventare un giovane uomo che – a dispetto delle sue difficoltà – si è laureato, ha trovato un lavoro (lavora neanche a dirlo in una multisala cinematografica), è riuscito a crearsi delle relazioni e oggi vive in una comunità assistita a duecento chilometri dai suoi genitori.

Tratto dal libro premio Pulitzer di Ron Suskind Life, Animated: a story of sidekicks, heroes, and autism, il film di Ross è apparentemente l’unico film nella cinquina dei documentari candidati agli Oscar che non tratta il tema degli africani (I’m Your Negro, 13th e OJ: made in America riguarda la comunità nera, Fuocoammare i migranti) eppure ha in comune molto con i suoi contendenti. “Mi attraggono le storie su chi è fuori dal coro – dice il regista nelle sue note –  Del resto mi sento anche io così: sono un uomo di colore gay. Spesso cerco di dare una voce a coloro che nel mondo non ne hanno una. Lotto anche perché tutti possiamo trovare strade per vivere insieme e comprenderci l’un l’altro. Come Owen Suskind mi sono sentito disconnesso da ragazzino e me ne stavo seduto immerso nelle mie fantasie, creando storie nella mia testa. Ho dovuto trovare un modo per connettermi al resto del mondo e come i protagonisti di tutti i miei film devono fare in un modo o nell’altro”.

Ross conosceva Ron Suskind da quindici anni, avendo lavorato insieme per alcuni canali televisivi americani, quando ha avuto l’idea di trasformare il libro di Ron in un film. Ross ha seguito per due anni Owen e la sua famiglia raccontando un momento particolarmente delicato della sua vita: il passaggio all’età adulta, il momento della laurea, la decisione di andare a vivere da solo, il rapporto con la fidanzata Emily. Per il regista questa è stata un’occasione da cogliere al volo perché gli interessava “raccontare la storia di Owen dalla sua prospettiva, ma raccontarla anche come la più classica storia di formazione e di catturare cosa era inespresso. Naturalmente, per un autistico, tutte queste transizioni così drammatiche nella vita avvengono in un modo molto più intenso che in altri”. E se da un punto di vista narrativo il passaggio dall’età infantile a quella adulta era uno snodo essenziale del racconto, dal punto di vista visivo la storia di Owen offriva l’opportunità di mescolare i linguaggi. Così al materiale di archivio della famiglia Suskind, alle riprese di Ross, alle sequenze dei film che la Disney ha fornito gratuitamente aderendo al progetto, si è aggiunta una produzione di animazione che è frutto proprio della personalità creativa di Ron, che fin da bambino è stato un appassionato disegnatore. “Il cattivo che Owen ha inventato per questo mondo sembra il corrispettivo delle difficoltà che lui ha dovuto affrontare nella sua vita – spiega Ross – Finisce con il simbolizzare l’autismo nei poteri di questa creatura, che sono in grado di far diventare la mente di una persona annebbiata o confusa. Mentre Owen stava creando questa storia, stava in qualche modo scrivendo in modo narrativo la sua biografia, perciò ho desiderato ardentemente animarla sullo schermo”.

Uno dei momenti più emozionanti del film (ce ne sono molti) è verso la fine quando Owen viene invitato a Rennes, in Francia, a parlare in un convegno sull’autismo. Di fronte e centinaia di esperti e psicologi Owen, dopo un minuto di silenzio che sembra infinito, prende la parola e dice: “Bonjour madames e messieurs. Il mio nome è Owen Suskind e amo i film d’animazione. Il mio amico Connor ama i supereroi e il mio amico Brian è un esperto nella storia dei comici ebrei, e ce ne sono moltissimi. La gente pensa che quelli con l’autismo non vogliano stare insieme alle altre persone. È sbagliato. La verità è che noi persone autistiche vogliamo quello che vogliono tutti. Ma qualche volta siamo maldestri e non sappiamo come comunicare con gli altri. Sono stato vittima di bullismo a scuola, il futuro mi sembrava spaventoso e incerto. Non volevo crescere. Mi limitavo a guardare il mondo dal mio campanile, come il Gobbo di Notre Dame. Il Gobbo di Notre Dame non finisce come gli altri film, Quasimodo non conquista la ragazza ma viene accolto con gioia nella società dopo un lungo e duro viaggio. Alla fine non è più un emarginato. Questo, più o meno, è quello che è successo a me. Oggi quando mi guardo allo specchio vedo un fiero uomo autistico, forte, coraggioso e pronto ad andare incontro ad un futuro luminoso e pieno di meraviglia. Merci beaucoup”.

Chiara Ugolini, da “repubblica.it”

 

 

L’autismo al cinema non è un argomento facile da affrontare: se pensiamo ad alcuni film del passato, l’esempio più infelice in tal senso potrebbe essere Rain Man, è possibile individuare una distorsione nella percezione di un disturbo complesso che presenta numerose sfaccettature spesso ricondotte a stereotipi. Eppure cinema e autismo hanno molto in comune, costituiscono entrambi un canale particolare e preferenziale di espressione e pertanto l’uno può influenzare l’altro, contaminarlo e creare qualcosa di unico. Arrival esprime bene questo concetto, quello cioè del linguaggio come fattore determinante nel modo di percepire il reale: in Life, Animated, documentario di Roger Ross Williams candidato agli Oscar, il problema principale del protagonista Owen, ragazzo autistico prossimo al diploma, è proprio la comunicazione; il fatto che quando aveva tre anni non è stato più in grado di dire una parola, nonostante i tentativi da parte dei medici e della famiglia. Cosa gli ha permesso di abbattere il muro dell’isolamento? La pura magia in technicolor chiamata Disney.

Il re leone, Il libro della giungla, La sirenetta rappresentano in fondo visioni semplificate della vita, situazioni che non serve decodificare e che sono universalmente comprese. Per Owen diviene quindi immediato e naturale parlare prendendo in prestito quelle immagini, quelle battute che in qualche modo riflettono la vita di ognuno di noi: chi non si è mai sentito come Peter Pan, che si rifiuta di crescere, o chi non spera un giorno di trovare il suo principe azzurro? Il documentario, basato sul best life_animated_disneyseller del giornalista premio Pulitzer Ron Suskind (padre di Owen), ripercorre così in maniera a volte didascalica eppure necessaria, le diverse fasi della vita del ragazzo, il suo percorso verso la maturità, verso una consapevolezza di indipendenza e verso l’accettazione che esiste anche il non happy end.

Quella di Owen è comunque una favola a lieto fine, che purtroppo non tutte le persone autistiche hanno il privilegio di poter ottenere. Del resto il potere taumaturgico del cinema è anche di far sognare attraverso le sue storie e Williams ci riesce senza presunzione: accanto a vecchi filmini di famiglia e interviste contemporanee, il regista utilizza splendide animazioni ad acquarello che stabiliscono il legame mancante tra Owen e l’esterno, con i vari personaggi che popolano la sua fantasia. La vittoria di Life, Animated agli Oscar non è certa, alcune dinamiche di scelta restano ancora ignote; comunque l’urgenza sembra essere un’altra (e non si tratta di campanilismo). Sicuramente questo documentario ha il merito di avere un approccio più emotivo che scientifico, anche se non mancano contributi di esperti, e grazie all’apporto disneyano si trasforma in un buon veicolo di sensibilizzazione.

Marco Bolsi, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Roger Ross Williams, regista degli outsiders (God loves Uganda, Music by Prudence) racconta una storia vera di amore famigliare, di eroismo e di consapevolezza.
Life, Animated è l’incredibile racconto di come un bambino autistico, grazie all’animazione dei film Disney, sia riuscito trovare il modo di decifrare il mondo intorno a lui e dare voce alle sue emozioni.
Owen Suskind a tre anni improvvisamente cambia. O come raccontano i suoi genitori “scompare”. Non dorme più e la sua capacità motoria peggiora. Il linguaggio si interrompe, o meglio, si tramuta in monosillabi incomprensibili. Nella sua testa c’è solo un ronzio.

“E’ come se qualcuno avesse rapito nostro figlio”. Il pediatra lo manda da uno specialista che pronuncia una parola fatidica: autismo. L’unica cosa che lo rende calmo e felice è guardare i film d’animazione Disney insieme al fratello maggiore.
“Guardare i film Disney era l’unica opportunità per fare qualcosa insieme” racconta il fratello.
Un giorno, durante la visione de La Sirenetta, Owen ripete tre parole del film “just your voice”. Le prime parole dopo più di un anno. Gli specialisti diminuiscono l’entusiasmo dei genitori…
Ma loro non si scoraggiano e decidono di
scendere nella prigione dell’autismo e spingerlo su, spronarlo. E la strada è ardua e in salita. Ma con enorme sorpresa dei genitori, Ron e Cornelia, Owen ha memorizzato tutti i dialoghi dei film Disney e scoprono che è in grado di comunicare attraverso quelli.
Una finestra aperta sulla luce: Peter Pan, Il Gobbo di Notre Dame, Il Re leone… Un patrimonio che aiuta Owen, non senza momenti bui, come il bullismo a scuola, a sopravvivere alla malinconia e alla paura. Attraverso i disegni, tanti più di cento, durante le elementari, sviluppa una relazione amichevole con i comprimari, gli amici degli eroi. Facendo suo il motto “nessun amico è lasciato indietro”.

Il regista documenta senza manierismi e melodrammi le gioie e le paure di Owen, che a 23 anni si sta diplomando e quindi andrà a vivere da solo, consapevole di sé stesso. Un lavoro intuitivo e originale, che affronta di petto la vita quotidiana di un giovane uomo ancorato alla vita grazie a storie di fantasia.

Il film è basato sul libro scritto da Ron, padre di Owen e giornalista Premio Pulitzer. Life, Animated è giustamente candidato all’Oscar ed è il primo appuntamento del 2017 con Biografilm. Un documentario emozionante raccontato in prima persona da Owen, dai suoi genitori e dal fratello, intervallato non solo da spezzoni dei film preferiti del protagonista, ma anche da un’animazione che assume le sembianze dei protagonisti stessi, perché la loro vita è un continuum tra fantasia e dura realtà.

Certo le storie della Casa di Topolino non gli hanno insegnato tutto, come ad esempio baciare con la lingua o affrontare la tristezza delle delusioni o un amore che finisce, ma lo hanno accompagnato nel mondo. E il regista trova il giusto linguaggio per raccontare questo inno di libertà: dare priorità al punto di vista di Owen.

Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

 

All’età di tre anni, Owen Suskind, anziché progredire col naturale sviluppo delle abilità motorie e cognitive, cominciò a subire una sorta di regressione, smise di parlare, se non attraverso un borbottio continuo e incomprensibile, e si chiuse sempre più in se stesso, con la sola compagnia dei classici Disney, fino a rendersi del tutto irraggiungibile dai suoi stessi genitori. La diagnosi di autismo, che dopo un tour di specialisti venne appuntata definitivamente al caso di Owen, gettò la famiglia nella disperazione, finché un giorno, il padre non si accorse che c’era un modo di comunicare col piccolo, parlando il linguaggio dei personaggi dei film.
Si apre così una breccia nel muro fatto di una sostanza sconosciuta ma apparentemente inscalfibile che relega Owen fuori dalla società e da una prospettiva di futuro. Appare sempre più chiaro che, conoscendo ogni battuta a memoria, il ragazzo è in grado di utilizzare i film d’animazione e le avventure che interessano i loro personaggi per orientarsi nei fatti della vita e dare un nome alle proprie emozioni.

Roger Ross Williams, che ha già esplorato un territorio contiguo con Music by Prudence, un cortometraggio di trenta minuti su un gruppo di giovani disabili africani che hanno saputo superare le barriere imposte dalla disabilità attraverso la musica, con Life, Animated fa un passo più lungo, non solo in termini di minutaggio.

Colpito dal memoir redatto da Ron Suskind sulla vicenda del suo secondogenito, dopo averne riassunto con immagini e filmati di repertorio l’infanzia, decide di raccontare un momento di passaggio, quello in cui il ventitreenne Owen sta per lasciare il nido famigliare per prendere possesso di un appartamento in cui vivrà, per la prima volta, in totale autonoma. Ed è commovente vedere come ciò che preme di più al protagonista del documentario, tra gli scatoloni del trasloco che lo ha portato a 120 chilometri da dove è cresciuto, è quello che contiene le videocassette della Sirenetta, di Alladin, Pinocchio e degli altri film della sua vita. Come si trattasse di dizionari, necessari in un paese straniero, o di manuali per la vita, con le istruzioni per l’uso.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Diretto concorrente di Fuocoammare ai prossimi Oscar, naturalmente nella categoria documentari, Life, animated di Roger Ross Williams racconta la storia vera di Owen Suskind, giovane statunitense affetto sin dall’età di tre anni da disturbi dell’apprendimento, successivamente classificati come una forma di autismo. Condannato dalle diagnosi a una totale incomunicabilità con il mondo circostante, Owen scopre pian piano, tramite la visione dei film classici d’animazione della Disney, un modo per entrare in relazione con la realtà. Peter Pan, Aladdin, la Sirenetta e il loro coloratissimo universo divengono, agli occhi del piccolo, la chiave per entrare nel mondo, gli strumenti attraverso cui decifrare le proprie emozioni e tornare a comunicare con la propria famiglia. Vivendo in prima persona i sentimenti, le azioni, le battute di personaggi di finzione, Owen e altri giovani affetti da simili disturbi dell’apprendimento riescono, ciascuno a suo modo, a superare l’isolamento di una realtà che sembra opprimere anche i normodotati con il suo brulicare inconcepibile di stimoli.

Più pertinente alla variante del documentario televisivo, con tanto d’interviste, che al documentario d’arte o cinema del reale che dir si voglia (Fuocoammare docet), l’opera del regista americano possiede, nonostante tutto, l’ammirevole solidità del romanzo di formazione e la leggerezza di approccio, e di ritmo, dei classici Disney che tanta parte rivestono nella vita e nella storia di Owen. Efficaci infine, benché minimali, le sequenze animate che s’innestano in alcuni momenti topici per accompagnare il mondo interiore del protagonista. 

Di riflesso, un omaggio sommesso ma non per questo meno coinvolto, al cinema di animazione o, meglio, al cinema tout court. A ennesima riconferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di come anche il cinema e l’arte, qualche volta, riescano a cambiare la vita. Quella di una singola esistenza, almeno. Ne sia testimone l’augurio espresso nel finale dai genitori di un Owen ormai adulto, augurio che è poi quello di ogni genitore, e cioè che i propri figli possano crescere indipendenti, anche quando rimarranno soli, e invecchiare serenamente.

Voto: 3 / 5

Gianfrancesco Iacono, da “cinematografo.it”
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