Libere, disobbedienti, innamorate

 

 

È un film pieno di vita, Libere, disobbedienti, innamorate, la sorprendente opera prima di Maysaloun Hamoud, regista ungherese ma cresciuta vicino Israele.

Il titolo italiano è alquanto imbarazzante e fuorviante rispetto all’originale In between, che rappresenta al meglio il contenuto della pellicola ambientata a Tel Aviv. Protagoniste sono tre donne, alle prese con la costruzione della propria identità nonostante le rigide regole della società in cui vivono.

Laila (Mouna Hawa) è un’avvocatessa emancipata, beve, fuma, ama ballare e sedurre; Salma (Sana Jammelieh) è una dj lesbica che di giorno lavora in un bar, con genitori fortemente devoti alla tradizione; Nour (Shaden Kanboura), la loro nuova coinquilina, è una studentessa modello, vittima della sopraffazione maschilista.

Tre giovani donne arabe, tre amiche e coinquiline in bilico tra Oriente e Occidente, in una città piena di stimoli e tensioni, che trasuda sesso, voglia di vivere e cultura underground. Ognuna in modo diverso cercano di vivere la quotidianità e affermare se stesse, in un mondo maschilista che le vorrebbe solo mogli e madri.

Vincitore di numerosi premi a festival internazionali, Libere, disobbedienti, innamorate racconta la società palestinese in modo inedito per il cinema, senza fare riferimenti a guerre e conflitti, che pure fanno perennemente parte della vita quotidiana di chi vive in quei luoghi.

Attraverso le storie delle tre amiche, la regista cerca di mostrare il percorso di emancipazione delle donne nonostante le numerose limitazioni alle libertà femminili e i giudizi della gente, in una metropoli circondata da usanze e tradizioni islamiche. Infatti, Tel Aviv è solo apparentemente moderna e liberale, in quanto ci sono ancora uomini che non approvano l’evoluzione della donna e che non si impegnano seriamente con ragazze considerate troppo libere. E ci sono anche famiglie che cercano di combinare matrimoni e minacciano di rinchiudere la propria figlia in manicomio, dopo la scoperta della sua omosessualità.

La pellicola può certamente essere interpretata come un invito rivolto alle donne di tutto il mondo di pretendere la propria libertà, di essere emancipata e indipendente nella creazione della propria esistenza.

Le donne di Libere, disobbedienti, innamorate, lontane dagli stereotipi della donna araba, pagano a caro prezzo la loro indipendenza. Saranno picchiate, derise, mortificate, stuprate e tradite: dalle loro famiglie, dal loro fidanzato e da parte della società. Ma nonostante questo non chinano il loro capo. Con il cuore infranto e il volto rigato dalle lacrime proseguono per la loro strada, alla conquista del loro posto nel mondo.

L’opera prima di Maysaloun Hamoud rappresenta un bell’esordio per la regista, che pone una particolare attenzione alla colonna sonora, portando sullo schermo un universo femminile con il quale non si può fare a meno di solidarizzare.

Voto: 4 / 5

Krizia Ricupero, da “filmforlife.org”

Arriva dal 6 aprile nelle sale, distribuito da Tucker Film, Libere, Disobbedienti, Innamorate (in originale Bar Bahr, che in arabo sta per tra terra e mare, ed in ebraico né qui né altrove; anche in questo caso il titolo nostrano è fuorviante), film manifesto di straordinario interesse ed opera prima della regista Maysaloun Hamoud, nata a Budapest, ma cresciuta in un villaggio a nord di Israele.

Laila (Mouna Hawa), Salma (Sana Jammelieh) e Nour (Shaden Kanboura) sono tre ragazze palestinesi e condividono un appartamento a Tel Aviv, al riparo dallo sguardo della società araba patriarcale. Fumano, ballano, bevono, ridono e amano.

“Libere, Disobbedienti, Innamorate presenta storie che conosco e per questo motivo – racconta la regista – [il film] è nato in maniera istintiva, necessaria. Fa parte della mia vita di donna palestinese e descrive la realtà della mia generazione, che il mondo conosce troppo poco. Un underground che le donne stanno conquistando con determinazione. La sceneggiatura nasce direttamente dalla mia esperienza”.

Le tre coinquiline scelgono di non voltarsi mai indietro e di proseguire il viaggio verso il futuro, lontano da ogni certezza. Scelgono di vivere e non sopravvivere. Intraprendono un percorso che presenta un prezzo da pagare altissimo e che passa anche attraverso la solitudine, tappa necessaria per raggiungere lo status quo. Un itinerario emozionale, mentale e fisico, che le trasforma in vere a proprie combattenti della vita, tra terra e mare.

La pellicola, già premiata all’Haifa International Film Festival, è a tutti gli effetti un manifesto: una dichiarazione pubblica che definisce ed espone principi ed obiettivi in maniera pulita, innovativa e vera. Le tre protagoniste potrebbero essere una. Tre vite profondamente diverse, ma allo stesso tempo incredibilmente simili. Tre modi di ribellarsi al sistema opprimente e maschilista che le circonda, le giudica, le tradisce e le umilia. Tre amiche rese gemelle dalla necessità di essere forti.

Ci si immedesima con Laila, Salma e Nour. L’empatia diviene strumento necessario per comprendere la situazione delle donne nel mondo mediorientale. Attraverso la loro potente voglia di vivere ed il loro anticonformismo, emerge una realtà troppo spesso nascosta, che porta lo spettatore a riflettere e a sgretolare preconcetti e stereotipi, sullo stile di vita delle giovani donne arabe in Israele.

L’uscita del film ha suscitato reazioni diverse tra i palestinesi e la società ebraica. La regista e le attrici sono state addirittura minacciate di morte e una fatwa pende sulla testa della Hamoud.

I palestinesi sono rimasti “confusi”, non capivano se si trattasse di un documentario o di finzione, proprio perchè totalmente ineducati alla visione di determinate tematiche – spiega la Homoud – e all’esternazione di temi ritenuti tabù. I fondamentalisti ci hanno attaccate in maniera estrema”.

Ma qualcosa si è smosso. Decine di donne le hanno scritto lettere di consenso e testimonianze. Si è sollevato un dibattito femminista, talmente auspicato, desiderato e necessario, che le minacce stesse perdono di senso, al cospetto del risultato ottenuto. Centinaia di donne si sono rispecchiate nelle protagoniste. Anche ciò fa del film un manifesto. La pellicola regala una sterzata importante al cinema palestinese, relegato troppo spesso all’esclusiva documentazione del conflitto, delle vittime e degli eroi. Ma la vita degli individui va avanti, nonostante tutto, e la Homoud crede fortemente che il cinema debba rappresentare la società contemporanea, puntando la lente di ingrandimento anche sull’individuo. Sulla persona che combattere la sua guerra quotidiana.

Libere, Disobbedienti, Innamorate non fa il verso a Sex and The City (al quale, purtroppo, è stato già fin troppo accostato), perchè non è quello l’intento del progetto. Se Sex and The City ha saputo raccontare, straordinariamente bene, l’emancipazione femminile degli anni ’90, questo diventa un vero e proprio invito alla stessa, rivolto a tutte le donne, non solo alle palestinesi. Insensati quindi tutti gli eccessivi rimandi alla serie newyorkese, che si sono letti in giro. Non aspettatevi shopping sfrenato, lustrini e Manolo Blahnik.

Libere, Disobbedienti, Innamorate è il primo capitolo di una trilogia, che come tema centrale descrive il prezzo da pagare per l’emancipazione, ma non vedremo il seguito delle storie delle tre “combattenti”. Conosceremo altre vite. Ascolteremo altre storie.

Punta di diamante del film è l’uso della colonna sonora. L’elettronica e l’indie electro folk arabo descrivono e invadono la scena in maniera profonda, creando una rottura, uno squarcio, dal quale, sembra di riuscire a sbirciare meglio nelle vite delle protagoniste.

In sintesi: Maysaloun Hamoud, brillante promessa del cinema mediorientale, presenta un film potente, sincero, asciutto, umoristico e molto rock! Da non perdere.

Ilaria Berlingeri, da “darksidecinema.it”

 

 

 

Tre ragazze palestinesi condividono un appartamento a Tel Aviv, al riparo dallo sguardo della società araba patriarcale. Leila è un avvocato penalista che preferisce la singletudine al fidanzato, rivelatosi presto ottuso e conservatore, Salma è una DJ stigmatizzata dalla famiglia cristiana per la sua omosessualità, Noor è una studentessa musulmana osservante originaria di Umm al-Fahm, città conservatrice e bastione in Israele del Movimento islamico. Noor è fidanzata con Wissam, fanatico religioso anaffettivo che non apprezza l’emancipazione delle coinquiline della futura sposa. Ostinate e ribelli, Leila, Salma e Noor faranno fronte comune contro le discriminazioni.

C’è un’onda nuova che muove dalle spiagge di Israele e abbatte i tabù arabo-israeliani. Cinema israeliano in lingua araba, In Between fa intendere la voce femminile e rimanda la società alle sue contraddizioni. Per voltare pagina, per avanzare.

Premiata all’Haifa International Film Festival, l’opera prima di Maysaloun Hamoud si nutre di un contesto reale e segue il destino di tre donne che vogliono vivere dove gli è concesso soltanto sopravvivere. Fuggite alle origini e approdate a Tel Aviv, considerata dagli israeliani liberale e aperta alle alterità, le protagoniste scopriranno a loro spese il conto della libertà. A confronto con una doppia discriminazione, sono donne e sono palestinesi, Leila, Salma e Noor procedono a testa alta dentro un film che non risparmia nulla, nemmeno lo stupro, e nessuno.

Israeliani ebrei e israeliani arabi, laici e religiosi, cristiani e musulmani, nessuno si senta escluso. Lo spettro del patriarcato, dal simbolico al doloso, si incarna progressivamente nei padri come nei fidanzati, predatori frustrati imprevedibili. Colte tra due mondi, la cultura araba musulmana tradizionale e quella ebraico israeliana, le protagoniste si sono lasciate alle spalle interdizioni familiari, comunità religiose e società conservatrici per ritagliarsi un’esistenza nuova e costruirsi una vita sociale a misura dei loro desideri e delle loro volontà. Bar Bahr, il titolo originale, in arabo tra terra e mare, in ebraico né qui né altrove, traduce il disorientamento (meta)fisico di una generazione, quella dei giovani arabo-israeliani che in Israele sono uno su cinque, emancipata dalla propria cultura per adottarne una occidentale. Una generazione che non sa più se appartiene al mare o alla terra. Una generazione, ancora, alla ricerca di libertà che prova a preservare il cuore della propria identità.

Voto: 3 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Un esordio alla regia sorprendente, quello dell’ungherese cresciuta vicino Israele Maysaloun Hamoud. Presentato al Toronto Film Festival, In Between arriva ora nelle sale d’Italia grazie alla Tucker Film con il titolo ‘Libere disobbedienti innamorate‘. Una storia d’amicizia tutta al femminile con protagoniste tre donne, tre co-inquiline nel cuore di Tel Aviv che lottano quotidianamente per rivendicare quell’indipendenza ancora oggi frenata dagli arcaici codici della società patriarcale.

Laila è un’emancipata avvocatessa che ostenta la propria bellezza, con fierezza, fumando canne, bevendo birra e drogandosi quanto e quando ne ha voglia, tirando fino a tardi tutti i weekend; Salmaè una dj che di giorno lavora tra bar e cucine, è lesbica e figlia di genitori che da tempo le cercano marito; Nour, studentessa modello timida e con la hijab sempre in testa, è invece la predestinata vittima della peggiore sopraffazione maschilista. Tre donne in bilico tra oriente ed occidente, tra un passato che continua a far danni e un futuro che appare lontanissimo. Nel mezzo di mondi apparentemente inconciliabili, Laila, Salma e Nour si conoscono, si aiutano, si sorreggono (la scena della doccia è straordinaria), reagendo a chi le tradisce, a chi le umilia, a chi le giudica, a chi le ferisce.

Maysaloun Hamoud abbatte stereotipi legati alla donna araba mostrandoci una Tel Aviv che pulsa di cultura underground, una città che trasuda sesso e voglia di vivere, anche se frenata da tradizioni che limitano la libertà femminile. ‘Mangia quello che vuoi ma vestiti come vuole la gente‘, recita un detto arabo, qui perfettamente rappresentato da uomini che con fastidio digeriscono l’emancipazione di una donna che vuole lavorare, fare festa, bere, fumare, drogarsi, scopare, ballare. Una donna moderna in una metropoli che si può definire ‘oasi protetta’ di Israele, mentre tutto attorno sopravvivono usanze che fanno a cazzotti con l’apparente cultura moderna d’occidente della città.

La Hamoud, che immette ritmo a suon di musica tra hip hop ed elettronica, realizza un’opera che si fa presto manifesto femminista, denunciando l’arretratezza culturale di un Paese in cui sopravvive un patriottismo esasperato, sciovinista. Uomini che vivono nella menzogna di una contemporaneità solo apparentemente accettata, tra donne anticonformiste che non vorrebbero far altro che vivere liberamente le proprie esistenze. Laila, Salma e Nour pagano a caro prezzo ogni traccia d’indipendenza afferrata, senza però mai guardarsi indietro. Picchiate, tradite, stuprate e mortificate ma sempre a testa alta, con il cuore infranto e le lacrime a solcare il viso, proseguono per la loro strada.

La Hamoud non le giudica, mai, costruendo un’amicizia apparentemente impossibile, perché così diverse ma al tempo stesso facce di un’identica e malinconica medaglia che le obbliga ad esser forti, unite, sorelle, in fuga da uomini oppressivi, in fuga verso la libertà di essere quello che sono. Semplicemente donne, che vogliono amare ed essere amate senza alcun tipo di compromesso.

Voto: 7 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

Una terra di mezzo – per questo il titolo inglese In between è assai appropriato – è quella in cui vivono Laila, Salma e Nour. Sono arabe, lavorano, studiano e amano a Tel Aviv, portano incise sulle loro vite le difficoltà delle origini e quelle di un presente poco chiaro, appannato come il loro futuro. Libere, disobbedienti e innamorate è l’opera prima di Maysaloun Hamud, che vive a Jaffa, ma ha scelto una città cosmopolita e aperta per ambientare questa sua storia molto femminile. Le tre diventano amiche e giocoforza sono costrette a condividere le loro esperienze, professionali e sentimentali, che non lasciano spazio proprio alla libertà, alla autonomia e all’amore del titolo italiano. Leila è una avvocatessa assai emancipata (Mouna Hawa), Salma (Sana Jammelieh) una dj omosessuale e trasgressiva, Nour (Shaden Kamboura) una studentessa che accetta il velo e i codici di un tradizionalismo che stride con tutto ciò che le gira intorno. Condividono un appartamento in cui amanti e pretendenti entrano ed escono, in cui si beve e fuma, e i discorsi sono senza il diaframma delle convenzioni sociali e delle imposizioni politiche. Cercano una stabilità impossibile, che includa anche le loro necessità, quelle dell’anima e del corpo, del cuore e della propria affermazione – leggi indipendenza – trovando però continui ostacoli, se non peggio. Leila si butta nella vita con un entusiasmo eccessivo (fumo, alcol e droga), quasi a rimpiazzare un uomo che ancora non appare, e quando incontrerà Zaid lui la costringerà a confrontarsi con il grimaldello dell’opinione pubblica; Salma si comporta con sicurezza, ma nasconde, invece, una fragilità emotiva e relazionale alla quale può sfuggire proprio rifiutando la sua terra e ribellandosi a una famiglia che la minaccia pesantemente rifiutando di accettarla; Nour si culla nella tradizione, ostenta sicurezza e docilità, ha un fidanzato altrettanto sicuro e tradizionalista, che però espellerà le sue tossine dimostrando di essere un uomo violento e imprevedibile.

Sgorgano lacrime, in queste vite, ma ci sono anche sorrisi e coraggio. E quella importante solidarietà che spesso diventa una diga agli eccessi e un farmaco nelle possibili cadute. La regista giustamente non si sofferma in spiegazioni didascaliche o sottotesti esplicativi: registra soltanto una condizione – quella femminile e araba in un Paese difficilissimo –  che si scontra con una spigolosa modernità. Quella cui guardano, spaventate e incerte, ma coraggiose, le tre amiche, nella bella inquadratura finale, avvolte dalla notte.

Voto: 3,5 / 5

Luca Pellegrini, da “cinematografo.it”

Libere, disobbedienti, innamorate – In Between, opera prima della palestinese Maysaloun Hamound, si apre con un gioco di montaggio che, collocando i titoli di testa come spartiacque tra una breve sequenza introduttiva e l’inizio vero e proprio del film, suddivide l’opera in due parti, anticipando quel dualismo tematico che verrà poi sviluppato nel corso del film: tradizione/innovazione, genere maschile/genere femminile.

La breve sequenza introduttiva presenta una signora anziana che, rivolgendosi a una ragazza più giovane in procinto di sposarsi, dispensa consigli sul comportamento corretto di una moglie nei confronti del marito, evidenziando un’idea di subordinazione della donna all’uomo: «Non dimenticare, dice, di avere sempre il corpo liscio, così, quando lui ti desidererà, saprà dove trovarti. A letto fai quello che ti dice. Non fargli capire che sai il fatto tuo».

A questi trentacinque secondi introduttivi segue una scena in cui Laila (una delle tre protagoniste del film) parla e balla con alcuni amici consumando droga leggera e alcool, opponendosi ovviamente alla condizione di assoggettamento espressa dall’anziana signora e affermando fin da subito il desiderio suo e delle sue amiche di perseguire un’idea di libertà e indipendenza.

Laila, Nour e Salma sono tre ragazze che condividono lo stesso appartamento nel centro di Tel Aviv. Laila è avvocato, lavora in tribunale e conduce uno stile di vita libertino condiviso anche da Salma, ragazza politicamente orientata, che ama i tatuaggi e fare la Dj per i rave. Nour, al contrario delle amiche, studia informatica, è più religiosa rispetto alle due coinquiline (prega e indossa l’Hijab, velo musulmano) e meno incline alle serate in festa.

Per ognuna delle tre ragazze si contrapporrà una figura maschile con la quale entreranno in conflitto a livello sentimentale e familiare. Le ragazze, infatti, rappresentano ciascuna uno spaccato della realtà femminile all’interno della cultura palestinese, apparentemente moderna, in realtà ancora legata un tipo di oppressione, se non patriarcale, sicuramente familiare e religiosa.

Per questo motivo Salma si scontrerà con il padre a causa della sua omosessualità; Nour litigherà con il suo promesso sposo perché colpevole agli occhi dell’uomo di essersi fatta corrompere dallo stile di vita delle coinquiline; e Laila si confronterà con il suo compagno, il quale si rivelerà meno aperto e cosmopolita di quanto inizialmente amasse definirsi.

Quello di Maysaloun Hamound è un film fortemente immerso nel panorama storico-politico della società israelo-palestinese. Al tempo stesso, nonostante la forte connotazione geografica e identitaria, non esclude ma integra elementi tipici del mondo occidentale (la copia di Alice nel paese delle meraviglie che Nour trova in camera, accanto a un libro del poeta e politico palestinese Tawfiq Ziyad, oppure le birre di esplicita provenienza europea o i riferimenti alle scuole di cinema negli Stati Uniti), annullando le distanze tra culture con radici differenti eppure immerse – per fortuna o loro malgrado – in unico contesto globale.

Ilaria Dellisanti, da “cineforum.it”

 

 

Leila (Mouna Hawa), Salma (Sana Jammelieh) e Noor (Shaden Kanboura), tutte palestinesi, dividono un appartamento a TelAviv. Lontane dalla loro gente, ma soprattutto dalla loro cultura patriarcale, che stigmatizza ogni forma di libertà che non rispetti i canoni valoriali della morigerata donna araba, le tre ragazze vogliono vivere come meglio credono la propria esistenza. Leila è avvocato penalista. Salma è una DJ ed è omosessuale. Noor è una studentessa musulmana osservante di Umm-al-Fahm, città israeliana che si trova nel distretto di Haifa e abitata quasi totalmente da cittadini arabi d’Israele. Leila e Salma sprigionano una forza di libertà audace e non hanno remore di scivolare nella trasgressione. Compatte si oppongono, con il loro dissacrante comportamento, ad una società che le vuole sottomesse. Wissan (Mahmud Shalaby), fidanzato di Noor, che fa del fanatismo religioso il suo credo, vede in Leila e Salma solo la strada della perdizione per la sua Noor, che tratta come una “cosa” di sua proprietà. Opera prima di Maysaloun Hamoud nata a Budapest ma cresciuta in un villaggio a nord di Israele, “In Between”, premiato all’Haifa International Film Festival, apre ad un respiro di rivalsa e di affermazione di scelte di vita non conformi ai dettami di una società buia, integralista e sciovinista. La libertà non solo non è gratuita, ma lo scotto da pagare a volte è doloroso ed umiliante. Le tre giovani donne, nel rifugio di Tel Aviv, città israeliana a quanto pare più aperta al confronto con “l’altro” si rendono conto che la cultura discriminante è un muro quasi impossibile da abbattere e loro sono prima di tutto donne ed anche palestinesi. Ma qui, Maysaloun Hamoud, delinea un quadro dominante di una società patriarcale che include ebrei ed arabi, cristiani e musulmani, una società che si nutre di forme e valori discriminanti verso figlie, mogli, fidanzate, combattute e disorientate dall’incedere di valori occidentali portatori di nuove forme di affermazione. Quando i dettami valoriali di una cultura si percepiscono talmente stretti, da soffocare persino il respiro, i comportamenti degli “oppressi” diventano delle vere forme di ribellione, giudicate ed attaccate dalla cultura dominante. Questo in sintesi è il messaggio di Maysaloun Hamoud, che non esclude le stesse donne che sostengono l’ipocrisia della cultura maschilista e richiama un po’ il messaggio anticonformista proposto già in “Caramel” di Nadine Labaki. Stile asciutto, nel racconto audace di una cultura undergrund, “In Between” coniuga lo spaesamento di una discrasia identitaria giovanile arabo-israeliana con un’invitante colonna sonora, la musica hip hop dei Dam e la melodia suadente dalla voce di Yasmine Amdan.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

 

 

 

 

Ricordati di essere sempre gentile, agli uomini non piacciono le donne che alzano la voce. Fai quello che ti dice così, quando lui ti desidererà, sarai pronta“. Con queste parole inizia Libere, disobbedienti, innamorate – In Between, opera prima di Maysaloun Hamoud (regista nata a Budapest ma cresciuta in un villaggio a nord di Israele), che racconta la storia di tre giovani ragazze che vivono a Tel Aviv, diverse tra loro ma unite nel da un’amara consapevolezza.

Tre ragazze a Tel Aviv tra tradizione e modernità

Laila (una bravissima Mouna Hawa), avvocato penalista, fumatrice accanita, look femminile e una sincerità diretta e senza fronzoli; Salma (Sana Jammelieh), barista, dj, lesbica, dolce e sensibile ma anche ribelle e Nour (Shaden Kamboura), tranquilla studentessa modello, perfetta donna di casa sopraffatta da un maschilismo svilente e pericoloso. Cosa hanno in comune? Sono tre giovani donne che vivono a Tel Aviv, una città moderna e innovativa, in cui i ragazzi adottano uno stile di vita più occidentale, diverso dalla tradizione; ma le protagoniste sono femmine e quindi ogni loro atteggiamento è posto in discussione.

Nour arriva nel palazzo dove abitano Laila e Salma

Il titolo originale Bar BaharTra terra e mare, identifica la situazione di impasse delle tre ragazze che si trovano a combattere tra modernità e consuetudini, tra voglia di sincerità (verso loro stesse prima di tutto e verso gli altri) e necessità di essere comprese. Laila si innamora di un ragazzo che sembra davvero preso da questa donna così bella, così in gamba e così schietta, ma quando la sorella di lui entra in gioco le cose cambiano; non bisogna fumare in pubblico, non è consono vestirsi in modo femminile, non si può pensare di cambiare il mondo in un giorno. “Tu vivi in una bugia, io non cambierò mai il mio stile di vita“, risponde una Laila con il cuore spezzato ma con la consapevolezza della propria anima.

La critica della regista Hamoud all’ipocrisia della propria società: ritratto femminista o tristemente realista?

Così Salma tace di fronte a un padre e una madre che si professano cristiani ma che umiliano la figlia per il solo fatto di essere gay e sceglie una strada diversa, non senza dolore. Nour, infine, privata della propria innocenza da un uomo che la ritiene una sua proprietà, non cede la propria integrità e lotta per ottenere ciò che desidera.

La mia generazione non può convivere ancora a lungo con i codici obsoleti della società patriarcale e dello sciovinismo: è tempo di mettere le carte in tavola. Se continuiamo a nascondere le nostre paure sotto il tappeto, finiremo per inciamparci sopra e sarà troppo tardi“.

Così la regista commenta la sua pellicola, un’opera prima coraggiosa e registicamente efficace: lodevoli le inquadrature che ritraggono le protagoniste in auto, un piccolo scudo che le protegge e al contempo gli dona quell’indipendenza vitale per il contesto sociale in cui vivono; ottime le caratterizzazioni dei personaggi, inclusi quelli maschili che non vengono denigrati a prescindere ma anzi se ne offre un dipinto variegato ma sempre realistico.

Salma, Nour e Laila sulla terrazza del loro appartamento

Libere, disobbedienti, innamorate: una colonna sonora travolgente e un cast magnetico per un’opera prima coraggiosa e promettente

La colonna sonora coinvolge lo spettatore, con l’hip pop della band palestinese Dam e con il brano Aziza di una bravissima e acclamata Yasmine Hamdan, regina dell’indie electro folk arabo e musa di Jim Jarmusch per cui ha interpretato un cameo nel meraviglioso Solo gli amanti sopravvivono, 2013. Il cast è senz’altro uno dei punti forti della pellicola: le tre protagoniste incarnano perfettamente tre realtà di donna diverse fra loro ma con unico destino, tre ragazze che trovano nell’unione la forza per guardare avanti, nonostante un’amaro che non abbandona il cuore.

Più che a serie come Sex and the City o Girls con cui la pellicola viene paragonata, non può non venire in mente il film che creò scandalo durante la sua composizione al punto che il produttore, dopo il rifiuto di ben due coppie di attrici e senza neanche una proposta di regia, decise di dirigerlo lui stesso (Ridley Scott) e di affidare i ruoli principali a Susan Sarandon e Geena Davis, uniche e indimenticabili Thelma e Louise, 1991.

Cristina Tenca, da “cinematographe.it”

 

 

 

Con le sue scelte la Tucker Film si sta dimostrando nel tempo una delle realtà distributive più incoraggianti del nostro paese. Adesso fa uscire questo “Libere, disobbedienti, innamorate”, coproduzione franco-israeliana, già accolta con favore in festival internazionali come Toronto e San Sebastian. Opera prima della regista palestinese Maysaloun Hamoud, il film vede fra i produttori Shlomi Elkabetz, una delle nuove voci del cinema israeliano, nonché fratello di Ronit, famosa attrice, prematuramente scomparsa. La pellicola è dedicata a lei, come a tutte le persone che in Medio Oriente cercano, in mezzo a tante difficoltà, di vivere la propria vita senza i condizionamenti delle tradizioni secolari. Naturalmente quando si racconta di individui per i quali vivere a modo proprio è difficile in certe realtà si parla soprattutto della condizione femminile, e infatti “In Between” (titolo che riprende l’originale “Bar Bahar”) racconta appunto di tre giovani donne palestinesi che vivono a Tel Aviv e che nella più occidentale delle città mediorientali si trovano nel mezzo, appunto, fra i dettami della propria cultura e gli stimoli di una società che aspira a essere più contemporanea.

Le libere (fino a un certo punto), disobbedienti (ma con un prezzo da pagare) e innamorate (ma non fortunate in amore) del titolo italiano si chiamano Layla, Salma e Noor. Sono, rispettivamente, un’avvocatessa molto disinibita e apparentemente sicura di sé, una dj lesbica che i genitori sognano di vedere ammogliata quanto prima e una studentessa islamica che sta per laurearsi in informatica. Dividono l’appartamento e condividono gioie e dolori, anche con Noor che si unisce più tardi e inizialmente sembra così diversa dalle altre due. E’ fidanzata da più di un anno con un giovanotto di buona famiglia molto religioso e, pur non provando per lui un grande trasporto, sa che una volta finiti gli studi lo dovrà sposare. Le altre, invece, hanno meno legami: Layla ha molti corteggiatori ma preferisce spassarsela con gli amici la sera, fumando, bevendo e concedendosi qualche avventura, senza troppe remore. Almeno fino all’incontro con Zayd, un giovane aspirante regista di ritorno dagli Stati Uniti. Per lui il cuore della donna comincia a battere più forte, ma sfortunatamente il ragazzo non è così di larghe vedute da accettare una fidanzata ufficiale tanto emancipata e per Layla nessun amore è così importante da rinnegare il proprio modo di essere e quindi se stessa. Salma sembrerebbe più fortunata perché incontra una dottoressa molto carina di nome Dunya che si innamora di lei, ma i genitori quando scoprono la loro storia reagiscono malissimo e per la dj non resterà che la scelta di ricominciare altrove. Dal canto suo, Noor scoprirà che il suo religiosissimo fidanzato è in realtà un prevaricatore ipocrita e alla fine romperà il fidanzamento, incoraggiata anche dalle sue compagne di sventure. Il film si conclude con una festa, che invece di essere l’occasione di divertirsi e celebrare il superamento dei momenti più duri, finisce col diventare a sua volta un momento di dolore.

Film che sente soprattutto l’urgenza del messaggio che vuole lanciare senza pretendere di costituire il nuovo spartiacque della cinematografia mondiale, “In Between” si colloca brillantemente nel filone in cui precedentemente potevano essere inseriti “Caramel” di Nadine Labaki, “Mustang” di Deniz Gamze Ergüven e “Much Loved” di Nabil Ayouch. Se la sceneggiatura e i dialoghi a volte risultano didascalici, la storia ha comunque una sua forza e soprattutto può contare su tre personaggi centrali coi quali lo spettatore non fatica minimamente a entrare in empatia, anche grazie al contributo considerevole delle tre interpreti, Mouna Hawa/Layla, Sana Jammelieh/Salma e Shaden Kanboura/Noor.
Maysaloun Hamoud chiaramente ama e ammira le sue donne anticonformiste e coraggiose. Come probabilmente ammira le persone che sanno essere dalla loro parte vedendo il buono che c’è in loro, malgrado le loro abitudini non propriamente convenzionali, almeno per quanto riguarda le comunità arabe. Mentre hanno coloriture negative i fidanzati che voltano loro le spalle, quelli che usano la violenza o i familiari che non le capiscono o comunque non le accettano. Le tre “eroine” possono contare sull’amicizia e solidarietà di alcuni amici gay, anche loro in Israele per vivere una vita che nei luoghi d’origine sicuramente sarebbe ardua (e sarebbe bello che qualcuno raccontasse la storia di questi uomini), ma è anche significativa la scelta di mostrare il padre di Noor, uomo devoto che sceglie di stare dalla parte della figlia, a suggerire che la religione non è solo per persone di vedute ristrette.
Chi scrive non ama particolarmente il finale coi fermi immagine ma bisogna ammettere che difficilmente un film così poteva scegliere una conclusione simbolicamente altrettanto forte come quella di Layla, Salma e Noor con le lacrime agli occhi, provate ma non sconfitte. Andare avanti è difficile ma tornare indietro ormai sarebbe impossibile.

Voto: 7 / 10

Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

 

 

 

Interessante esordio della regista israelo-palestinese Maysaloun Hamoud, Libere disobbedienti innamorate mette in scena una Tel Aviv che è spazio di confine tra culture, comunque problematico da abitare per le tre giovani protagoniste.

Vivere i confini

Laila, Salma e Noor sono tre giovani israelo-palestinesi che faticano ad affermare la propria individualità di donne arabe in un contesto come quello della moderna Tel Aviv. Combattivo avvocato la prima, barista e dj lesbica la seconda, timida studentessa la terza, le tre trovano nell’amicizia la spinta per la rivendicazione dei propri diritti, strette tra due mondi che sembrano parimenti tesi ad escluderle. [sinossi]

Che venga distribuito in sala un film come Libere disobbedienti innamorate, già discusso esordio della regista israelo-palestinese Maysaloun Hamoud, è in sé un fatto importante. L’opera prima della Hamoud, avversata da alcune personalità dell’ambiente cinematografico palestinese (a causa del finanziamento ricevuto dallo stato di Israele), bersaglio di una fatwa dagli ambienti dell’integralismo islamico, ma anche insignita di alcuni importanti premi (tra questi, il NETPAC Award al Festival di Toronto) è infatti un film che rompe alcune importanti consuetudini, ma soprattutto molti perduranti stereotipi sulle cinematografie mediorientali. Come spiega il più pertinente titolo internazionale In Between (quello originale, Bar Bahr, significa in arabo Tra terra e mare), quello dell’esordiente Hamoud è infatti un film che vive in un territorio di mezzo, in uno spazio di confine tra culture (ma anche tra modi diversi di intendere il cinema) che lo rendono un’opera preziosa (anche) al di là della sua concreta riuscita. Una co-produzione internazionale (i capitali sono anche francesi), per un’opera che è appunto al confine, nella concezione e nei temi: se questi possono riassumersi, semplicisticamente, nell’emancipazione di tre donne arabe in un contesto contraddittorio come la moderna Tel Aviv, il modo di trattarli risulta volutamente refrattario (per fortuna) a qualsiasi classificazione.

La Tel Aviv messa in scena dalla regista (apprezzabile la sua capacità di utilizzare, in chiave più che meramente ornativa, le peculiarità dello spazio urbano) è in sé un contesto mutevole e cangiante, dalla superficie di appariscente modernità a celare perduranti e problematiche pulsioni tradizionaliste. Un territorio che le tre protagoniste abitano due volte da straniere: tali risultano, di fatto, sia rispetto al macrocosmo urbano, sia in rapporto al più ristretto contesto della propria comunità di appartenenza. Donne israelo-palestinesi intenzionate (in modo più o meno manifesto) ad affermare un’individualità, ma anche più genericamente un senso di cittadinanza, che le pongono invariabilmente nella marginalità. La multietnica e “occidentale” metropoli israeliana, con le sue frenetiche giornate e la sua mondanità notturna smaccatamente esibita, non fa che accentuarne il sentore di isolamento. Il senso di spaesamento e di estraneità mentale (tanto più forte, quanto più ridotta è la distanza geografica dal proprio luogo di origine), palese nelle figure di Laila e Salma, emerge con più gradualità nel personaggio di Nour, pennellato dallo script nel segno dell’understatement, di una (ri)definizione personale che si precisa e si solidifica a contatto con le nuove amiche. L’apparente modernità della metropoli non accoglierà le istanze delle tre donne, anzi: nel ristorante in cui lavora Salma è bandita la lingua araba, mentre il meschino, futuro marito di Nour è un rispettato membro della comunità.

Dall’enfasi sul confronto religione/laicismo di molti prodotti analoghi (la famiglia di Salma è cristiana) Libere disobbedienti innamorate amplia il suo sguardo sulle più generali dinamiche dello stigma sociale, evidenziando come i punti di contatto tra culture risultino spesso (disgraziatamente) proprio quelli che tendono ad estromettere, più che a includere, intere parti del corpo sociale. Lo fa, il film di Maysaloun Hamoud, con equilibrio e buon vigore narrativo, evitando di calcare la mano sui momenti a più elevato contenuto emotivo (il confronto di Salma con la sua famiglia, quello di Nour col promesso sposo) ma senza dimenticare gli strumenti offerti dal cinema per generare empatia. In questo, va segnalato un uso parco, ma sempre efficace, del commento musicale extradiegetico, inserito unicamente laddove la sua presenza offra un reale valore aggiunto. In uno sguardo che vuole muoversi all’insegna dell’equilibrio, e che tenta di penetrare finanche i punti di vista più respingenti (quelli di uomini meschini, violenti o semplicemente inconsapevoli) non tutto è sempre gestito con armonia: l’uso dell’ellissi narrativa è a volte troppo spregiudicato, mentre alcuni subplot (la love story di Laila, e soprattutto la sua crisi) non trovano adeguato approfondimento. Tuttavia, è da rimarcare il buon equilibrio raggiunto dal film tra l’approccio più esplicito e viscerale (riassunto nella sequenza dello stupro) e quello che ricerca i segni della sofferenza nel non detto, nei volti e nei corpi delle tre protagoniste.

Dramma intimo che ambisce a fotografare lo spazio di confine espresso dal titolo originale, spazio poco frequentato dal cinema quanto narrativamente fecondo, Libere disobbedienti innamorate si regge sulle sue tre ottime protagoniste, ma anche su una regia che fa già mostra di sicurezza e padronanza tecnica, non avendo paura a rivelarsi (e a utilizzare i suoi strumenti) laddove le esigenze del racconto lo richiedano. Il suo equilibrio e la sua lucidità di sguardo, che non cede alle scorciatoie retoriche di certo cinema prodotto nelle sue latitudini, restano un pregio da non sottovalutare.

Marco Minniti, da “quinlan.it”2222

 

 

È un po’ fuorviante il titolo italiano di questo film, di produzione franco-israeliana ma scritto e diretto da una palestinese, Libere disobbedienti innamorate (con o senza virgole, non s’è ben capito) che ha echi di commedia e ricorda, per assonanza, quel Giovani, carini e disoccupati con cui nel 1994 venne tradotto il più incisivo Reality Bites di Ben Stiller. In realtà l’originale In Between, “nel mezzo”, è sicuramente più coerente col contenuto di un film che racconta un mondo – quello femminile e giovanile dell’odierna Tel Aviv – che sta a metà tra un passato di sottomissione e un presente di ribellione ed emancipazione. Ancora meno sensati sono i rimandi a Sex and the City, citato da più fonti: l’opera prima della regista Mayasaloun Hamoud racconta – senza particolari pruriginosi e nessuna frenesia dello shopping  – la vita quotidiana di tre giovani coinquiline in una città ribollente di stimoli e tensioni, tutte e tre in modo molto diverso impegnate ad affermare se stesse. Se qualche strizzata d’occhio al cinema americano c’è, è inserita in un contesto che non potrebbe essere più lontano dalle metropoli statunitensi, New York inclusa.

Stavolta non si parla di guerre, conflitti e di tutto quello che il cinema palestinese e israeliano che arriva in Occidente in genere ci racconta, ma l’attenzione è incentrata su tre ragazze che lottano per affermare il proprio diritto di scelta in un mondo maschilista: la disinibita avvocata Leila, bella, fumatrice e consumatrice di droga ma in fondo inguaribile romantica, che si innamora a prima vista di un bel ragazzo conosciuto a una festa; la dj omosessuale Salma e la tradizionalista Noor, fidanzata con un uomo molto religioso e in procinto di laurearsi in informatica, che subentra nell’appartamento alla cugina che si è sposata.

Se in qualcosa questo film militante rivela la sua natura di opera prima è nella necessità di metterci dentro di tutto, per far vedere quanti e quali ostacoli le donne si trovino ad affrontare nel loro percorso di emancipazione e come solo la solidarietà femminile riesca a salvarne l’integrità. Tutte cose vere e lodevoli, ma che richiedono a volte per essere dimostrate qualche espediente narrativo un po’ forzato, come la trappola messa in atto ai danni dell’ipocrita e lascivo fidanzato di Noor.

Da un lato c’è il fondamentalismo islamico, dall’altro uomini in apparenza moderni e liberali che non si impegnano seriamente con donne “troppo” libere pur dicendo di amarle e famiglie che cercano di combinare improbabili matrimoni a beneficio del proprio status sociale e che minacciano di mandare la figlia in manicomio alla scoperta del suo orientamento sessuale. Un macrocosmo che si concentra in tre personaggi simbolo e in una città vivace e piena di opportunità di studio e lavoro nonché di divertimento, che non a caso attira un’immigrazione interna da tutte le zone di Israele. Una città accogliente e moderna, però, secondo Hamoud, solo in apparenza, dove vive bene chi si sottomette alla morale dominante e viene punito chi cerca la libertà di essere se stesso.

Al di là di certi eventi orchestrati un po’ meccanicamente, In Between è comunque un bell’esordio e dipinge con vividi colori (molto bella la fotografia) e una attenzione particolare alla colonna sonora una realtà giovanile e femminile di estremo interesse e con la quale è impossibile non solidarizzare. Sicuramente è un film in grado di colpire e affascinare anche il pubblico occidentale, pur se gli manca quello scarto autoriale in grado di creare un’empatia totale con le sue belle e brave protagoniste, a cominciare dal personaggio di Leila (Mouna Hawa), dedita agli stupefacenti e con una sigaretta perennemente tra le dita. Comportamenti estremi e autolesionisti (anche) attraverso i quali, nel film, sembra passare la liberazione femminile, a ennesima dimostrazione, forse, che c’è ancora molta strada da fare.

Voto: 3 / 5

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

E’ possibile che la liberazione femminista delle donne palestinesi consista nel fumare canne a gogò, tirare coca, bere birra come fosse acqua e in certi rendez-vous vino rosso ?
E’ possibile che passino il tempo in locali o a casa a fumare a ripetizione accompagnate spesso da giovani gay alquanto spensierati. Anche se credibile a noi sembra poco credibile un concentrato del genere.
Certo tre giovani donne di Tel Aviv possono cercare un’idea di libertà, di felicità e l’amore alle loro condizioni, devono divertirsi ma non avere alcuna traccia per i loro fratelli più sfortunati rinchiusi dietro a un muro o ai cancelli sorvegliati ci sembra un punto di vista fine a se stesso e fa perdere di credibilità la storia.
Cosa c’è di diverso, allora, in Laila ( Mouna Hawa ), Salma ( Sana Jammelieh ) e Nour ( Shaden Kanboura ) dalle ragazze israeliane ? Solo un sentire della società araba ancora arretrata a confronto dell’Occidente. In realtà Tel Aviv è una città metropoli tollerante, non è certo Ramallah né tantomeno Haifa né tantomeno la provincia israeliana, e la vita è certamente più aperta e tollerante ma sembra che queste tre ragazze vivano in una specie di eden dove almeno due delle tre fanno tutto ciò di cui hanno voglia senza compromessi e senza mediazioni sociali, mentre la terza – la più giovane e la più credibile in fondo – vive un equilibrio instabile tra tradizione, accettazione e desiderio. La regista trentacinquenne ungherese Maysaloun Hamoud sembra quasi voglia raccontare alla mediorientale, una specie di Sex and the City, ma il ritratto che fa non è quasi mai leggero o spensierato ma intriso di malinconia e l’inquadratura finale ci mostra le tre amiche con una birra in mano ad una festa e lo sguardo perso nel vuoto.
In una piccola casa nel centro di Tel Aviv vivono due amiche, Laila ( la più emancipata, un’avvocatessa in carriera, una donna decisa e con le idee chiare ) e Salma ( lavora come cameriera in un bar, rifiuta mariti che la famiglia cristiana le propone e prova attrazione per le donne ). Una sera giunge Nour ( studentessa e ragazza ‘modello’ che veste nella tradizione e fra poco si sposerà ), l’incontro tra le tre è freddo e formale, ma in qualche maniera trovano un equilibrio e lentamente anche un rapporto d’amicizia e di solidarietà. Tra il lavoro e una festa, Laila si innamora di un bravo ragazzo ma che ben presto mostra di essere legato a certe tradizioni familiari, inizia a chiederle di non fumare e a comportarsi in modo più contenuto.
Salma incontra nel bar una ragazza di cui si innamora ricambiata e in modo quasi di sfida la porta a casa dai genitori a cena proprio quando c’è un pretendente con la sua famiglia.
Nour è la ragazza che vive con maggiore difficoltà la storia d’amore con Wissam, un uomo possessivo, rigido religiosamente e anaffettivo, che non apprezza che la sua futura moglie abiti con due donne del genere e per giunta al centro della città.
Tra momenti di felicità e momenti di tristezza, tra una caduta e una risalita, le tre ragazze cercano la loro strada nonostante le difficoltà.
Un film riuscito a metà, sincero nell’analisi ma con un punto di vista troppo occidentale. Probabilmente l’inesperienza della Hamound ha qualcosa di positivo ( la genuinità e una certa generosità ) ma rende il film un’occasione un po’ sprecata.
Il film è stato premiato a vari festival tra cui quello di Toronto, di San Sebastian e all’Haifa Film Festival.

Voto: 6,5 / 10

Domenico Astuti, da “cinemalia.it”

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