L’arte viva di Julian Schnabel

 

Raccontare Julian Schnabel non è un’impresa difficile: è un personaggio straordinario, prima che un artista. Schnabel che getta colore imprimendolo su tele gigantesche, con le mani o con indumenti intrisi di olio e acrilici, è un’immagine iconica del contemporaneo.

Non sai che cosa sia quella sensazione, quella necessità di fare… ma sei spinto a seguirla
Julian Schnabel

Un’immagine che Pappi Corsicato ha narrato dopo anni di amicizia con l’artista, attraverso un intimo documento che ritrae il personaggio Schanbel partendo dalla sua ossessione per il disegno già da bambino – cresciuto a Brooklyn in una famiglia ebrea molto unita -, passando al racconto dei primi contatti con la gallerista newyorkese Mary Boone e la doppia mostra da Leo Castelli, fino al raggiungimento della notorietà negli anni ’80 con le pitture espressioniste figurative, e gli intramezzi della prima moglie Jaqueline – da cui ha avuto i figli Lola, Stella e Vito.

E poi gli amici: quei personaggi storici della New York creativa come Jean Michel Basquiat – che Julian racconterà nel suo primo film da regista -, Wharol, Keith Haring e Francesco Clemente, grande amico di famiglia. E poi Pacino, Jeff Koons, Laurie Anderson – che vediamo durante il memoriale dedicato all’amico Lou Reed -, Willem Dafoe e Bono degli U2. Una vita intensa, in cui Schnabel si muove con la sua grande stazza e quegli outfits esuberanti tra la casa in stile veneziano di New York, il Palazzo Chupi, costruito in onore della seconda moglie, e gesti di grande generosità nei confronti di chi stima. Perché il Julian ritratto dal documentarista italiano, rappresenta un’esplosione di creatività e un esempio del “self made man” che raggiunge ogni obiettivo che si è preposto.

Voto: 3 / 5

Rossella Farinotti, da “mymovies.it”

 

 

 

Julian Schnabel (New York, 1951) non è mai passato inosservato, se non altro per la sua mole, l’irrefrenabile energia e il fascino contagioso. Sin da subito, a colpire il mondo dell’arte, dei collezionisti e dei galleristi – in prima linea una giovanissima Mary Boone o il mitico Leo Castelli – è stata la sua pittura potente, i formati monumentali dei suoi quadri, la fisicità nel dipingerli, gli originali e sorprendenti plate paintings, opere realizzate con i piatti. La pellicola, prodotta da Buena Onda con Rai Cinema, già presentata al Tribeca Film Festival e che abbiamo visto la scorsa settimana al DART festival di Barcellona, prima manifestazione dedicata al documentario d’arte in Spagna, arriva nelle sale italiane il 12 e 13 dicembre.
Dietro la cinepresa c’è il regista napoletano Pappi Corsicato, che nel 1980 si trasferisce a New York, dove studia danza e coreografia alla Alvin Alley Dance School e recitazione all’Academy of Dramatic Arts e presso l’Actor’s Studio, per poi rientrare in Italia nei primi anni Novanta. Il documentario entra nella vita privata dell’artista, nel suo mondo fatto di incontri importanti con personaggi come Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat, Keith Haring. Moltissime le testimonianze, da quelle toccanti e sincere dei figli, degli amici, come Alba Clemente, moglie di Francesco Clemente, fino a nomi noti del mondo del cinema e della musica come Al Pacino, Bono, Laurie Anderson o di colleghi illustri come Jeff Koons.

UN RITRATTO INTIMO

Pappi Corsicato, grazie alla sua amicizia decennale con l’artista, è riuscito a tracciare un profilo personale, intimo, emozionale. Una testimonianza, frutto di circa due anni di riprese e di uno straordinario lavoro d’archivio, che mescola vita professionale – l’artista mentre viaggia in giro per il mondo, dipinge nel suo studio, allestisce una mostra – e privata – l’artista col suo amato pigiama, la passione per il mare e il surf, la casa di Montauk a Long Island e quella nel palazzo in stile veneziano nel West Village di Manhattan, in vacanza, spesso in Italia, con i familiari e insieme ai suoi amici più stretti. Il documentario dedica anche molto spazio alla sua passione cinematografica che lo porta a girare film come Basquiat nel 1995, oltre al pluripremiato Prima Che Sia Notte (2000, Leone d’argento – Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia) e Lo Scafandro e la Farfalla (2007, Miglior Regia al Festival di Cannes, due Golden Globe e la nomination come miglior regista agli Oscar).
Anticonformista, irrequieto, generoso, autentico, indomabile, ossessivo workaholic, Julian Schnabel, dalla fine degli anni Settanta, passando per il grande successo negli anni Ottanta, è indiscutibilmente tra i più affascinanti, prolifici e originali pittori sulla scena internazionale che dopo quasi quarant’anni di attività continua a dedicare tutta la sua energia e la sua vita all’arte.

– Daniele Perra, da “arttribune.com”

 

 

 

Un edificio di undici piani, in stile veneziano, costruito per sua volontà, che ha pure un nome: Palazzo Chupi. E tele grandissime, enormi, su cui il colore finisce per abitare, senza parsimonia, insieme a piatti rotti e altri materiali inediti. E poi, un grosso uomo, che privilegia abiti da riposo (tipo pigiami di seta o pantaloni larghi con stoffe che riecheggiano l’Oriente). In scena, ritroviamo i suoi molti figli, diverse compagne e una serie di amici che parlano di lui come un inarrestabile fenomeno, personalità debordante e irrequietissima. Non ci si può sbagliare: è il ritratto di Julian Schnabel, l’artista americano che adora il surf e ha cavalcato le onde del mare, della pittura e del cinema (da Basquiat a Lo scafandro e la farfalla), collegando sempre la vita all’arte.

Alla sua presenza vulcanica, che domina e coinvolge anche una famiglia allargata, Pappi Corsicato ha dedicato un documentario, L’arte viva di Julian Schnabel, in uscita nelle sale il 12 e 13 dicembre (distribuito da Nexo Digital).
Due anni di riprese, molte ricerche negli archivi personali e una serie di testimonianze di friends non comuni come Al Pacino, Jeff Koons, Mary Boone (la gallerista che credette in lui quando entrambi erano giovanissimi ed era cool solo il concettuale mentre Julian proponeva una cascata di pittura pura), Laurie Anderson.

Il ciclone Schnabel deve aver travolto pure Corsicato che ha passato mesi a scartabellare foto di famiglia e vecchi filmati per convincersi, a ragione, che davanti a lui c’era un individuo «senza confini». D’altronde, Julian da piccolo dipingeva sotto il tavolo, sognava di diventare un grande artista ed era già benvoluto da tutti. Come racconta sua madre, «otteneva sempre ciò che voleva». Una attitudine che negli anni ha mantenuto intatta, trascinando gli altri nel suo vortice di fiducia cieca (sicuramente in se stesso). Non dev’essere stato difficile bilanciare nelle sequenze l’esistenza privata con quella pubblica di Schnabel: nonostante le molte ore di girato – circa ottanta – i due ambiti confluiscono con naturalezza uno nell’altro. Il cineasta ha scelto questi continui slittamenti tra i due registri come cifra stilistica del suo film, spezzettando il racconto e restituendolo per frammenti. La temporalità è quella dell’arte e delle emozioni, non ha più niente a che vedere con la dimensione reale, ma almeno con questo accorgimento il rischio agiografia è arginato.

Arianna Di Genova, da “ilmanifesto.it”

 

 

 

 

 

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