L’altro volto della speranza

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Khaled è un rifugiato siriano che ha raggiunto Helsinki dove ha presentato una domanda di asilo che non ha molte prospettive di ottenimento. Wilkström è un commesso viaggiatore che vende cravatte e camicie da uomo il quale decide di lasciare la moglie e, vincendo al gioco, rileva un ristorante in periferia. I due si incontreranno e Khaled riceverà aiuto da Wilkström ricambiando il favore. Nella società che li circonda non mancano però i rappresentanti del razzismo più becero.

L’insoddisfazione esistenziale sembra essere ormai connaturata con la vita dell’uomo occidentale. Non è un caso che il film ci mostri all’inizio Wilkström che se ne va da casa lasciando sul tavolo la fede nuziale.

Kaurismaki ha già però provveduto a metterci sull’avviso: ci sono ben altre tensioni che attraversano il mondo e il volto di Khaled, nero del carbone in cui si è nascosto, ce lo testimonia. Il Maestro finlandese continua a visitare il suo mondo di emarginati ed autoemarginati dalla vita ai quali non è concesso di mostrarsi troppo malinconici (anche se lo sono) e che a buon diritto possono provare gli stessi sentimenti dello Shylock shakespeariano.

A partire da Miracolo a Le Havre in questo universo si è però inserito, con la forza dirompente di un estremo bisogno di solidarietà, il tema dell’immigrazione. Kaurismaki non crede in una religione ed esonera da questo compito anche il suo protagonista siriano, liberandolo così da quel marchio che l’ISIS gli ha imposto e che l’Occidente più retrivo è stato ben lieto di potergli indiscriminatamente applicare. Crede però nell’umanità e i suoi personaggi, a differenza di sacerdoti e leviti, sono buoni samaritani in cui l’egoismo cerca magari di farsi strada ma senza troppe possibilità di successo.

Voto: 4 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

L’altro volto della speranza, l’ultimo film di Aki Kaurismäki, non sembra arrivare casualmente nel panorama del cinema contemporaneo. Anzi, giunge quasi corme il coronamento di un discorso.

Wikström, un uomo alle soglie della pensione, lascia la moglie e decide di aprire un ristorante nella periferia di Helsinki. Nello stesso momento Khaled, giovane rifugiato siriano in fuga da Aleppo, chiede asilo politico al governo finlandese. Quando si vede negare l’accoglienza Khaled fugge e, incontrato per caso Wikström, inizia a lavorare nel ristorante come inserviente. Wikström, con l’aiuto dei tre dipendenti del locale procura al ragazzo dei documenti falsi e cerca di aiutarlo a rintracciare la sorella di cui ha perso le tracce dopo la fuga dalla Siria.

Ripartendo da dove era arrivato con Miracolo a Le Havre, il regista finlandese ribadisce le proprie idee sull’Europa e sulle politiche dell’accoglienza e della gestione di rifugiati e richiedenti asilo che arrivano dall’Asia e dall’Africa, opponendo alla visione profondamente negativa – anche se sarebbe meglio dire disillusa – che ha del vecchio continente, quella positiva di comunità. La intende come  gruppo ristretto di persone che include, condivide e accoglie senza dare giudizi, senza chiedere spiegazioni e che se ne frega se deve infrangere qualche legge che ritiene ingiusta. Questa forma di comunismo immaginaria, racchiusa dentro un microcosmo di periferia e disegnata con la consueta forma minimalista e a metà strada fra oggettività e fantastico, non deve però trarre in inganno. Kaurismäki non vuole fare un cinema di buoni sentimenti o costruire un ipotetico mondo migliore. Ma descrivere piuttosto una sorta di società possibile e all’interno della quale non si agisce contro qualcosa o qualcuno, ma semplicemente per il bene proprio e degli altri. Senza tirate morali o lezioni di buonismo.

Mai, nemmeno una volta, il regista dà l’illusione che le persone – e di riflesso le cose – possano cambiare, migliorare, progredire. Il neonazista che giura la morte a Khaled è e rimane uguale a se stesso dall’inizio alla fine. Così come il governo finlandese, che ritiene Aleppo una zona sicura o comunque non così “bollente” da giustificare la concessione di un visto da rifugiato. E così i muri e le frontiere: che vengono alzati di continuo in Serbia, Grecia e Ungheria. Con buona pace dei legislatori della comunità europea che predicano una libera circolazione che, laddove applicata, coincide perlopiù con l’indifferenza: «non fanno caso a noi, fingono di non vederci» dice Khaled parlando con la funzionaria dell’immigrazione.

No, lo spazio sociale che Kaurismäki dipinge è un luogo sempre uguale a se stesso dove andare a cercare l’eccezione, scovare l’anomalia che, nel suo piccolo, può fare la differenza. E la differenza la fanno, ancora una volta, gli ultimi. Non solo i rifugiati che scappano dall’inferno della guerra, ma anche il solito corollario di tipi umani che stanno ai margini della società. Musicisti di strada, camerieri, cuochi, edicolanti di bar e chioschi di periferia, portuali, camionisti, spazzini. Tutte persone che popolano da sempre i film del regista e che oltre ad avere in comune il fatto di essere degli spiantati e di bere e fumare più del dovuto, si somigliano anche per il  posto che occupano nel mondo (o fuori da esso). Ovvero sempre un po’ fuori dal centro (della città e metaforicamente da tutto il resto). Persone che iniziano a vivere e lavorare quando smettono gli altri, che abitano la notte per dovere e non per divertimento e che forse proprio perché abituati al buio, dove tutto appare ugualmente scuro, non fanno caso ai colori, tantomeno a quello della pelle.

E questa omogeneizzazione di corpi, che è di riflesso una condivisone di idee, Kaurismäki ce la mostra e ce la fa avvertire, come sempre, anche attraverso la costruzione formale. Non rinuncia nemmeno questa volta al 35mm e con il consueto uso morbido della fotografia riesce a mettere in scena un mondo fuori dal tempo, sospeso fra le tinte olivastre degli interni e la desaturazione fredda degli esterni. Sottolineando l’impressione che i personaggi vivano in un universo costantemente in bilico fra speranza e rassegnazione. L’equilibrio simmetrico delle inquadrature e l’uso geometrico degli spazi, tende a costruire, inoltre, un estremo senso di oppressione, accentuato dalla reiterata presenza di elementi che definiscono lo spazio e incorniciano i personaggi: una porta, un oblò, un finestrino oppure lo schermo di una macchina fotografica, il bagagliaio di un camion o l’interno asettico di una cella di detenzione. Ed è forse in questo senso della misura, in questa strutturazione in levare degli elementi enunciativi, che sta la forza del cinema di Kaurismäki. Dare voce e dire la propria su un emergenza talmente abnorme che è impossibile da ignorare, ma farlo stando sempre un passo indietro, senza perdere la calma e la ragione. Laddove anche le fughe, le scazzottate e i litigi sono modulati dalla lentezza e da un agire quasi imperturbabile. Perché a volte le cose, a guardarle con freddezza, si può sperare di comprenderle meglio.

Voto: 4 / 5

Lorenzo Rossi, da “cineforum.it”

 

 

A volte, il modo migliore di trattare un problema serio è quello di utilizzare toni poco seri. O che sembrano tali.
A volte, per far fronte ai colpi duri della vita, bisogna tenere la bocca chiusa e il cuore aperto: niente recriminazioni, niente polemiche, niente giudizi, ma la capacità di accettare sé stessi e gli altri.
Pare facile, ma non lo è. Aki Kaurismäki è uno di quelli che lo sa fare, e bene.
Che lo sa fare bene, e lo fa sembrare la cosa più naturale e lineare del mondo.

Come tutti i film del finlandese, anche The Other Side of Hope dà l’impressione di sgorgare così com’è dalla mente del suo autore, a dispetto dell’evidente costruzione, dello stile antinaturalista, dell’intreccio della trama.
E possiede un calore umano e una forza politica che non solo non vengono mai ostentati, ma che anzi vengono trattati con quell’atteggiamento quasi distratto e casuale che fa sembrare il cinema del finlandese e le vita dei suoi personaggi un succedersi di eventi paradossali e surreali che però non potrebbero essere altrimenti.

La straordinaria capacità che ha Kaurismäki di raccontare con questa impassibile naturalezza l’assurdità delle cose e del mondo si sposa perfettamente con l’assurdità dei nostri tempi, con la follia delle guerre, la crisi dei rifugiati, quella economica, e la loro sconsiderata gestione da parte delle istituzioni politiche e non.
E  lo sguardo del regista è sempre imperturbabile: tanto di fronte alla storia di un rifugiato siriano sbarcato quasi per caso a Helsinki, al suo chiedere asilo, raccontare la sua storia, vivere una condizione di clandestino, quanto davanti a quella di un uomo che cerca di cambiar vita e lo fa vincendo una somma enorme a poker come fosse una cosa ovvia, e comprando uno squinternato ristorante.
Bocca chiusa, cuore aperto: nessuno svolazzo retorico, puro racconto di un’umanità che è  fatta delle stesse cose, che ha le stesse esigenze.

Nell’universo cinematografico fuori dal tempo che gli è proprio, dove il presente fonde con col passato, gli anni Cinquanta con gli Ottanta, la musica (onnipresente e salvifica, rigorosamente blues e rock) col le parole o coi silenzi, Kaurismäki racconta un mondo dove le persone buone si aiutano fra di loro (magari dopo essersi presi a pugni, senza chiedere poi tanto in cambio e senza mettere manifesti, perché sono i gesti piccoli, quasi impercettibili, che contano, anche quelli di un sopracciglio: anche al cinema), ma dove le strade si possono comunque separare, e il male che ci circonda non è destinato di certo a sparire facilmente.

Tutto quello che possiamo fare, dice The Other Side of Hope, è fare del nostro meglio.
Anche quando i nostri sforzi si traducono i gesti assurdi e paradossali, e i risultati sono comici e demenziali, irresistibili come certe scene e certe battute ambientate in un ristorante indimenticabile che si chiama “La pinta dorata”. Anche quando un nazista ci accoltella, ma c’è nostra sorella da aiutare, e quindi andiamo avanti.

Voto: 4 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Toglieteci tutto, ma non il nostro Aki Kaurismaki. Il regista finlandese giunto al suo 17esimo film lascia ancora a bocca aperta per quel suo ironico e peculiare mettere in scena gli ultimi, in modo sempre identico, con una lucidità morale e un rigore formale come si diceva anni fa ‘bressoniano’. L’altro volto della speranza è un ulteriore slittamento verso una storia minima, particolare, che sa poeticamente riassumere il valore di un tutto. Khaled (Sherwan Haji) è un ragazzo siriano in fuga da Aleppo, emerso da un carico di carbone di una nave finlandese. Wikström (Sakari Kuosmanen) è un maturo commesso viaggiatore che molla professione, magazzino di camicie, cravatte e moglie, vince al poker, e rileva un ristorantino di ultima categoria. Khaled, vessato da un gruppo di naziskin e in attesa di ritrovare la sorella unica superstite della famiglia massacrata sotto le bombe, incontra casualmente Wikstrom. Un paio di (fasulli) pugni in faccia l’uno all’altro  alla John Wayne vicino a un bidone del pattume, e il ragazzo viene subito nascosto, assunto e regolarizzato dal neo ristoratore, quindi aggiunto alla strampalata truppa di dipendenti di lunga data del locale, uno dei quali fumacchia imbalsamato in cucina avvolto nelle ragnatele.

Kaurismaki, produttore e sceneggiature di ogni suo film, gioca felicemente la carta della tragicommedia, esplorando la dolorosa quotidianità del migrante che chiede asilo senza perdere la dignità, come l’elegante e onorevole tentativo dell’uomo quasi da pensione che si reinventa piccolo imprenditore con quell’allure triste da finlandese silente. Entrambi i personaggi sono intrisi di quell’umorismo dissacrante tipico del Kaurismaki touch: stralunati e disincantati verso le storture del mondo, troppo intelligenti per prendersi hollywoodianamente sul serio nel contrastarle da eroi, uniti da un cuore d’oro che porta perfino al salvataggio austero e irreprensibile, oltreché straordinariamente inspiegabile, di un bellissimo cagnetto. Il 59enne autore finlandese lanciato almeno in Italia nel 1990 da Ho affittato un killer, prosegue la sua idea di cinema basata su quell’inquadratura essenziale, macchina da presa sempre fissa che mai si muove, mai carrella o stringe su un dettaglio. Quel che accade rimane sempre dentro ai bordi del quadro, alle cornici dello schermo, quasi come una confessione di realismo estremo nell’atto totale della falsificazione/invenzione del racconto, gioiosamente cucito tra una sequenza e l’altra da alcuni veri e propri performer alla chitarra che irrompo diegeticamente nel set del film.

Con questo film, cerco di fare del mio meglio per mandare in frantumi l’atteggiamento europeo di considerare i profughi o come delle vittime che meritano compassione o come degli arroganti immigrati clandestini a scopo economico che invadono le nostre società con il mero intento di rubarci il lavoro, la moglie, la casa e l’automobile”, ha spiegato Kaurismaki. “Nella storia del continente europeo, la creazione e l’applicazione di pregiudizi stereotipati contiene un eco sinistro. Ammetto serenamente che L’altro volto della speranza è per certi versi un cosiddetto film di tendenza che tenta senza alcuno scrupolo di influenzare le visioni e le opinioni dei suoi spettatori, cercando al tempo stesso di manipolare le loro emozioni al fine di raggiungere questo scopo – conclude ironicamente il regista -, “Dal momento che tali sforzi falliranno immancabilmente, quello che ne resterà è, mi auguro, una storia onesta e venata di malinconia trainata dal senso dell’umorismo, ma per altri aspetti anche un film quasi realistico sui destini di certi esseri umani qui, oggi, in questo nostro mondo”.

Davide Turrini, da “ilfattoquotidiano.it”

 

 

Con questo film Aki Kaurismäki cerca di scardinare gli ipocriti preconcetti europei riguardante il discusso – tra l’altro contemporaneo – esodo migratorio  ; nella storia del vecchio continente, la creazione e l’applicazione di pregiudizi stereotipati contiene fondamentalmente un eco sinistro. L’altro volto della speranza è per certi versi un cosiddetto film di tendenza che tenta senza alcuno scrupolo di influenzare le visioni e le opinioni dei suoi spettatori, cercando al tempo stesso di manipolare – nel senso buono del termine – le loro emozioni al fine di raggiungere questo scopo. L’altro volto della speranza vede una storia onesta, con una stratificata malinconia trainata da un salace umorismo che sotto certi aspetti adultera – in maniera morigerata – il concetto realistico dell’individualismo.

Il chiaro ritorno ad una metrica stilistica già conosciuta, adottata in passata e profondamente amata …. Il solito umorismo – connotato caratteristico di Kaurismäki – che converge la naturalezza di un film in un qualcosa di inusuale. Eloquio minimo con una scelta stilistica fondata principalmente sulle espressioni, sospese in un abbattimento esistenziale che assomiglia ad una quasi amoralità. La capacità di deviare una storia offrendo non uno ma ben due protagonisti. Fondamentale l’apporto musicale capace di accompagnare una storia tanto controversa quanto stabile. Kaurismaki esegue un vero e proprio scomponimento di categorie con insana irregolarità; il regista finlandese ha come premura quella di attuare una critica sociale – del tutto soft – a vari fenomeni connessi all’immigrazione – dal caporalato alla disuguaglianza razziale – cercando di sensibilizzare nel modo giusto il pubblico spettatore. Assoggettare la globalizzazione rendendola vulnerabile attraverso un semplicismo sopraffino. Poco fruibile sotto certi versi ma L’altro volto della speranza mira ad ironizzare con incisività l’apparato multietnico “sbeffeggiando” al tempo stesso l’ignoranza. Un umorismo secco, del tutto laconico, seducente, a suo modo dolce con un’irriverenza fuori dal comune … questo è L’altro volto della speranza ….

Voto: 7 / 10

Alessio Giuffrida, da “storiadeifilm.it”

I film di Kaurismäki sono un po’ tutti uguali. Vero, ma sono anche incredibilmente diversi da tutto il resto in circolazione. In oltre 30 anni di carriera, il regista che viene dal Nord ha costruito un universo immaginifico tutto suo, unico non solo per il fascino esotico che una cinematografia periferica e piccola come quella finlandese può suscitare, quanto per la poesia surreale e dolce-amara con cui parla di problemi universali quali disoccupazione e immigrazione.

Attraverso i suoi anti-eroi radicali, i suoi pittori squattrinati dall’animo troppo puro, i suoi operai generosi dalle scarpe bucate, i suoi rockettari fuori tempo massimo, i suoi cuochi alcolizzati, i suoi cagnolini dallo sguardo compassionevole, Kaurismäki ci porta in viaggio sempre per lo stesso mondo.
Un mondo congelato in un tempo che fu, in un vago passato prossimo dalla mobìlia retrò, macchine da scrivere al posto dei computer, giradischi al posto di Spotify, Cadillac anni ’60 al posto dei Suv (del resto «le macchine odierne sono prive di personalità»).
Un mondo dipinto dalla splendida fotografia del sodale Timo Salminen che, quando non usa un raffinato bianco e nero, si nutre di cromatismi netti, di un’inconfondibile palette di rossi porpora, bianchi perla, verdi petrolio, arancioni ruggine, blu cobalto. Il tutto “sporcato” dal perenne fumo di sigarette.
Un mondo dove la macchina da presa è quasi sempre ferma, frontale, con una marcata predilezione per primi piani immobili come fototessere.
Un mondo dove si beve tanto, troppo, fino a cadere a peso morto sul tappeto di casa.
Un mondo dove non si parla (il suo Juha nel 1999 è stato proclamato con orgoglio “l’ultimo film muto del XX secolo”) o si parla poco, con dialoghi radi e asincroni, più che altro pause di silenzio intervallate da parole, perché solo gli occhi sanno dire la verità.
Un mondo dove i personaggi non ridono mai apertamente, e dove eppure l’umorismo traspira quasi in ogni inquadratura. Un’ironia raffreddata tipica di quelle latitudini, uno white humor acuto e ridotto ai minimi termini dove la risata pare una superflua stravaganza.
Un mondo intriso di musica: il tango finlandese, il folle folk finnico-sovietico-americano dei Leningrad Cowboys, il blues anni ’60 e il rock di quella terra.

A sei anni da Miracolo a Le Havre, possiamo finalmente tornare nel Kaurismäki-mondo con L’altro volto della speranza (in sala dal 6 aprile). E ovviamente, dal porto della città francese a quello di Helsinki, poco cambia. Nello stesso scenario urbano desolato e invecchiato di qualche decennio, incontriamo così un altro degli ultimi kaurismakiani: un rifugiato siriano sbarcato quasi per caso nella capitale finlandese e che vediamo per la prima volta col volto annerito dal carbone, quasi a voler segnare una sorta di continuità col bambino di colore del precedente film. La sua storia si intersecherà con quella di un venditore di camicie che, abbandonata la fede nuziale sul tavolo e vinta una bella somma a poker, decide di cambiare vita aprendo un ristorante: La pinta dorata. Un locale scalcinato dall’arredamento vintage, dove si servono sardine in scatola, con un estemporaneo poster di Jimi Hendrix alle pareti, che non può che riecheggiare l’altrettanto salvifico Ristorante Lavoro di Nuvole in viaggio (1996). Ma sono tantissimi i rimandi alla cinematografia di Kaurismäki, ai suoi luoghi, ai suoi personaggi (compresa un’apparizione dell’attrice feticcio Kati Outinen a cui viene offerto un lavoro da capo-cameriera come in Nuvole in viaggio; lavoro che lei rifiuta per andare in Messico, chissà, forse, per raggiungere Taisto, Irmeli e il loro piccolo bambino conosciuti in Ariel). Dunque sì, film di Kaurismäki sono un po’ tutti uguali perché si incrociano l’un l’altro, e in questo fanno da cassa di risonanza alla sua originalissima poetica e al suo inno alla solidarietà tra uomini.

E sì, perché una società più umana è l’unica risposta alla deriva del mondo, alle guerre, alla disoccupazione, alle ingiustizie. Lo era 30 anni fa e lo è in quest’ultimo film, dove l’altro volto della speranza è, appunto, un povero che è disposto ad aiutare un altro povero. Perché siamo un po’ tutti Khaled, così siamo un po’ tutti Daniel Blake. Tutto questo Kaurismäki lo dice senza alcuna retorica, e infatti prima di aiutarsi ci si prende letteralmente a pugni. L’altro volto della felicità è insomma una favola amara che, sotto l’umorismo raggelato (la gag del sushi è geniale), lascia trasparire un grande calore. Un film puro, cristallino nella sua sincerità, che si è meritatamente aggiudicato l’Orso d’argento all’ultimo Festival di Berlino dove è stato presentato in anteprima lo scorso febbraio.

Definito da tanti come l’ultimo erede di Chaplin, Kaurismäki può essere altresì accostato ai fratelli Dardenne e al già citato Loach per la coerenza estrema, quasi talebana, di tematiche e stile. «L’unica cosa che resta a un uomo è il proprio stile. Fino a quando ne avrà uno potrà mantenere almeno intatta la propria dignità» ha detto il regista. Be’, in L’altro volto della speranza, ancora una volta, lo stile è rimasto, inconfondibilmente, lo stesso.
E ancora una volta ci troviamo davanti il solito, magnifico, film di Kaurismäki.

Nota finale: il film è dedicato alla memoria di Peter von Bagh, critico e studioso finlandese morto nel 2014, il primo a scoprire il talento di Kaurismäki diventandone, manco a dirlo, grande amico e compagno instancabile di dialoghi sul cinema, la vita e la vodka (per citare il bel titolo di un suo preziosissimo libro).

Valentina Torlaschi, da “bestmovie.it”

Wilkstrom, rappresentante di camicie, lascia la moglie e decide di cambiare vita tentando la sorte. Khaled, giovane profugo siriano si ritrova quasi per caso a Helsinki. Le vite di questi due personaggi sono destinate a incrociarsi.

L’altro volto della speranza – vincitore dell’Orso di Argento per la Miglior Regia alla Berlinale 67 – è l’ultimo film del regista finlandese Aki Kaurismäki. Investito di una tragica attualità,  per un’ora e quaranta lo spettatore si trova comunque catapultato in uno strano mondo lontano, quasi irreale, illuminato da luci fioche. Spesso e volentieri è il buio a prevalere, e quando la luce riesce, rischiara colori spenti, tappezzerie e moquette dall’aria malconcia, tessuti lisi che ricordano spesso la pessima qualità del poliestere. Ma niente di tutto ciò trascina chi guarda in una dimensione di tristezza o di compatimento, al contrario, in ogni inquadratura del regista ci si sente protetti come in una favola, con il risultato che come bambini ne vogliamo sempre di più.

Forse è proprio questo perfetto e splendido squallore l’altro volto della speranza, l’altra facciata di cui intende parlarci Kaurismäki. Quell’altro lato privo di sdolcinatezza e buonismo, di false parole e di fredda rassicurazione. Qui si sta narrando la speranza che cresce dal basso e dall’infimo e va di pari passo con la disperazione e la malinconia. La speranza vera che non ha dimora nelle parole dei potenti o degli stupidi, usate  per rabbonire.

In fondo questa è una storia che parla di un profugo, che affronta una realtà dura e più che reale, su cui è facile fare retorica da due soldi come i peggiori notiziari. Kaurismäki invece non cade mai nel pietismo, forte di un uso sapiente della potente arma dell’ironia. Perché qui l’ironia si nutre del paradossale, si fonde ad esso perfettamente e tutto ciò che c’è di folle e crudele in questa realtà  viene smascherato e denudato da un Kaurismäki monello in aria di scherzi, che sfregia con la macchina da presa la stupidità cieca e gretta, gettandola a capofitto nella dimensione del ridicolo. Così i nazistelli che tormentano Khaled sono folli all’ennesima potenza, loro e le loro giacchette di pelle con su scritto in modo sghembo e con qualche stupida vernice Liberation Army Finland. Il messaggio politico che il regista vuole lanciare arriva evitando ogni schema buonista, ma bensì librandosi sulle ali dello strambo e del buffo in grado di tenere conto di ciò che realmente succede.

Tutto è un po’ strambo e buffo, laddove i volti dei personaggi  sembrano essere stati scelti per il loro disegno pieno di rughe e linee, vero da incutere quasi timore, come una poesia. Una poesia addolorata come un paio di occhi neri silenziosi. Musiche finlandesi narrano storie di contadini in lotta contro l’aridità della terra e intanto il fumo delle sigarette pervade quasi sempre la scena. Kaurismäki non nasconde le brutture della vita, anzi fa in modo che investano la scena cantando quelle magiche e salvifiche e denunciando quelle che non meritano di far parte del mondo. E alla fine di tutto è impossibile non rimanere estasiati.

Alice Catucci, da “vertigo24.net”

 

 

 

Il finlandese Aki Kaurismäki è un cineasta fumantino, facile alle scenate. Per dire: due mesi fa, alla Berlinale, non è neanche voluto salire sul palco per ritirare l’Orso d’argento per la migliore regia, da lui considerato un premio minore, quasi un’offesa. Non sta bene comportarsi così, e tuttavia un po’ si può capirlo: “L’altro volto della speranza”, nelle sale da giovedì 6 aprile con Distribuzione Cinema, è davvero un film straordinario per come intreccia le risorse del “fattore umano” con la denuncia di una certa xenofobia crescente, senza rinunciare all’ironia “fredda” che molti hanno provato a copiare. Kaurismäki ne parla come del secondo capitolo, dopo “Miracolo a Le Havre”, di una trilogia possibile sui temi della solidarietà, del rispetto e della curiosità. “È una storia onesta e venata di malinconia, ma trainata dal senso dell’umorismo” la definisce l’autore, e dice bene. Anche qui succede un piccolo “miracolo”. In una Helsinki tipicamente “alla Kaurismäki”, dove gli oggetti della contemporaneità elettronica o digitale convivono con arredi, abiti, acconciature e automobili degli anni Sessanta o giù di lì, avviene l’incontro cruciale tra i due personaggi centrali della vicenda.
Khaled, ovvero Sherwan Haji, è un giovane rifugiato siriano che vediamo affiorare dal carbone, dentro la stiva di una nave mercantile. Ad Aleppo ha perso tutta la famiglia, tranne la sorella, di cui però si sono perse le tracce, l’uomo avrebbe diritto all’asilo politico, ma, dopo un’indagine sommaria, le autorità decidono di rimpatriarlo in Siria. Non gli resta che scappare, con l’aiuto di una finlandese, dal centro di prima accoglienza dove attende l’arrivo della polizia.
Wilkström, ovvero Sakari Kuosmanen, è un maturo rappresentante di camicie. Ha appena mollato la moglie che beve troppo, vende la merce in giacenza, con quei soldi si avventura in una rischiosa partita a poker, vince un nutrito gruzzolo di euro col quale acquista un ristorante triste e con pochi clienti, “La pinta d’oro”. L’idea è di rilanciarlo, di inventarsi, a 60 anni, una nuova vita.
Avrete capito che Khaled, pure braccato dai naziskin locali, finisce per caso nei paraggi della trattoria; il taciturno Wilkström lo raccoglie, lo sfama, gli dà un lavoro e un rifugio per dormire. Il resto vale la pena di scoprirlo strada facendo.
Kaurismäki chiama a raccolta alcuni dei suoi attori prediletti, anche in ruoli minori, ma lo sguardo non è mai artificioso, cinefilo in senso stretto. Il tono squisitamente surreale, che poi consiste nell’osservazione arguta di un certo mondo scandinavo, si mischia ad affondi realistici, di taglio quasi politico. Non per niente il regista spiega: “Con questo film faccio del mio meglio per mandare in frantumi l’atteggiamento europeo di considerare i profughi o come vittime che meritano compassione o come arroganti immigrati che invadono le nostre società”.
Ma naturalmente la bellezza del film non sta nell’accusa in senso stretto, bensì nel delicato, quasi miracoloso, equilibrio estetico della favola semi-realistica. Dietro il tono imperturbabile, in bilico tra stupore e sarcasmo, si cela uno sguardo partecipe sulla condizione proletaria, anche un rigore morale che fa tutt’uno con uno stile solo apparentemente semplice e lineare.
Kaurismäki ci ricorda insomma che il calore della solidarietà produce benessere, contagio salutare, perfino guarigioni inattese. Crederci? Dipende dallo stato d’animo dello spettatore, di sicuro “L’altro volto della speranza” racconta una bizzarra catena della bontà senza scorciatoie, sempre sorvegliando il clima e le facce, mostrando il lato meschino e burocratico delle istituzioni, e insieme il lato buffo dell’esistenza.
La frase clou? “Le persone bevono se le cose vanno male e ancora di più se vanno bene”. Non saprei dire se sia vero. Ma il film, ad alta gradazione alcolica e bassa intensità retorica, è divertente, spiazzante, inanella alcune trovate spassose legate alle trasformazioni del ristorante (da “Imperial Sushi” a “La Mecca del gourmet”) e offre, in una cornice quasi da musical live, una decine di rock-blues d’antan rigorosamente cantati in finlandese. Grazie a Dio.

Michele Anselmi, da “cinemonitor.it”

 

 

Aki Kaurismäki torna a realizzare un lungometraggio a sei anni di distanza dal bellissimo “Miracolo a Le Havre”. In “L’altro volto della speranza” c’è tutto il suo cinema, la poesia che sa infondere ai suoi racconti, le sue ambientazioni a tratti surreali, a tratti minimaliste, il grande rispetto per le storie narrate e la cura con cui delinea i suoi personaggi.

Il film è l’incontro casuale di due uomini in fuga dalla propria vita, alla ricerca di un futuro migliore: Khaled è un profugo siriano che chiede asilo in Finlandia, nella speranza di sfuggire dalla sanguinosa guerra che sta devastando il proprio paese, mentre Wilkström è un rappresentante di camice con la passione del gioco d’azzardo, stanco delle sue giornate e determinato a cambiare per sempre la sua vita.

Secondo film di una trilogia che il regista vuole dedicare ai porti, è ambientato ad Helsinki dove, in una scena iniziale di rara bellezza, Khaled prende vita dal carbone stivato in una nave appena attraccata in porto, dove il minerale che gli si è talmente appiccicato addosso da far appena percepire le sue fattezze, esaltandone la ‘diversità’.

L’altro volto della speranza: un film di gran classe dove i contenuti sono esaltati dal ‘saper raccontare’ del regista

In un film in cui il desiderio di uguaglianza tra le persone è uno dei motori propulsivi che anima la mano del regista, autore anche della sceneggiatura, i momenti surreali, caratteristica comune ai suoi lavori, non impediscono al cineasta di permeare la storia di un certo realismo ‘emotivo’ e non solo. Con “L’altro volto della speranza” Kaurismäki afferma la propria coerenza intellettuale, dimostrandosi sempre paladino della giustizia e dell’eguaglianza sociale. Il racconto in modo buffo e divertente di situazioni complicate e dolorose, spiazzano lo spettatore che si trova sopraffatto da un mix di battute esilaranti inserite in una struttura narrativa sostanzialmente drammatica.

Tutt’attorno personaggi stralunati e fuori da un ben preciso contesto spazio-temporale, che vanno dai musicisti naif che affollano la pellicola, regalandole una strepitosa colonna sonora, ai collaboratori del malinconico ‘La Pinta Dorada‘, il ristorante su cui Wilkström fonda la sua rinascita, palcoscenico questo in cui il regista mette in scena le situazioni più divertenti.

L’altro volto della speranza: il regista dipinge con amore un’umanità periferica

A dar vita a questo singolare teatro della vita dove i buoni sono buoni per davvero e i cattivi sono stupidi, attori talentuosi, come Sherwan Haji, che impersona il giovane Khaled, o Sakari Kuosmanen, che interpreta egregiamente il nostro ex rappresentante di camicie, già con Kaurismäki in “L’uomo senza passato”. E’ presente con un cameo anche l’attrice feticcio del regista, Kati Outinen.

L’inadeguatezza dei nostri protagonisti nel tentare di risolvere le proprie vite e il gran cuore di Wilkström sono commoventi, e la cifra stilistica di Kaurismäki è eccelsa. I momenti esilaranti spezzano la tensione di un film che mostra in modo decisamente singolare il dramma dei profughi, la stupidità dell’intolleranza, la cecità della burocrazia.

Orso d’Argento a Berlino 2017 per la regia (cosa che ha contrariato il regista, quasi certo di ricevere l’Orso d’Oro, dato il calore e l’apprezzamento col quale è stata accolta la pellicola), “L’altro volto della speranza” è cinema della diversità, sia umana che espressiva.

Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

 

 

 

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