L’altra metà della storia – “The sense of an Ending”

Tony Webster è un settantenne divorziato che possiede un negozietto in cui si vendono e riparano vecchia macchine fotografiche. È divorziato e ha una figlia che sta per partorire in seguito a un’inseminazione artificiale perché non vuole aver un partner. Un giorno Tony riceve una lettera da uno studio notarile che l’informa che la madre di Veronica, una sua fiamma dei tempi del liceo, gli ha lasciato un diario in eredità. Il lascito è ora nelle mani della donna. Il passato torna ad affacciarsi nella vita dell’uomo.

Ritesh Batra, dopo il successo ottenuto con l’acuto e sentimentale Lunchbox, realizza un film decisamente molto british ma non per questo meno interessante.

Se nel film precedente utilizzava il cibo come trait d’union tra due persone che non si conoscevano ma finivano con il desiderare di incontrarsi, qui mette il suo protagonista a confronto con un passato che di fatto non conosce avendo voluto relegarlo in quella terra oscura che è il rimosso. Il film si basa su un romanzo di Julian Barnes del 2011 e si muove costantemente su un doppio binario tra presente e passato. Nell’oggi c’è la vita immersa nella quotidianità e nella prevedibilità più assolute in cui anche la figlia madre in proprio viene vista da Tony come parte di un quadro senza tinte accese. Finché non arriva una lettera che sposta i termini della questione. Vedere entrare in gioco Charlotte Rampling nel ruolo di Veronica anziana fa scattare un quasi inevitabile rimando a 45 anni di Andrew Haighperché anche in quel caso una lettera rimetteva in discussione degli equilibri apparentemente ormai acquisiti in via definitiva.

Il punto di forza di questo film dalla struttura e dalla recitazione che potremmo definire ‘classiche’ è dato dal continuo confronto tra l’esplorazione a tentoni del mondo compiuta nell’adolescenza e lo sforzo di garantirsi un modus viventi privo di scosse nell’età matura. Dalla gabbia delle scuole superiori gli studenti sono pronti per entrare nella più grande gabbia dell’università e intanto si guardano intorno cercando di trovare un filo di Arianna nel labirinto dei sentimenti e del rapporto con la Cultura e con la Storia (quella dei singoli e quella dei popoli). Ma i sentimenti accesi e le frustrazioni altrettanto difficili da controllare anche (e soprattutto) sul piano della sessualità possono produrre reazioni tanto aspre da lasciare segni indelebili a cui non è facile attribuire quel ‘senso di una fine’ a cui fa riferimento il titolo originale.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Tony Webster, un uomo sulla settantina da tempo divorziato, con una figlia che sta per partorire, conduce una vita da tranquillo pensionato nel suo negozietto di macchine fotografiche rare. La sua vita cambia quando la madre di Veronica, una sua ex di gioventù, gli lascia una misteriosa eredità. Per venire a capo di cosa si tratta e del motivo per cui l’ha ricevuta dovrà imbarcarsi in una quest dolorosa nel suo passato.

“Il passato è una terra straniera. Fanno le cose in modo diverso laggiù” era l’incipit folgorante di Messaggero d’amore, romanzo e film. Nel nostro passato siamo spesso viandanti sperduti, perché quello che ne sappiamo e su cui abbiamo costruito la nostra identità è quello che ricordiamo. E i ricordi col tempo vengono filtrati, falsati e cancellati, per aggiustarli alla nostra coscienza. Invecchiare significa anche fare i conti con la propria capacità di essere onesti e confrontare la nostra memoria con quella degli altri, che può essere dissonante e costringerci ad affrontare azioni e parole che abbiamo convenientemente rimosso. Sono questi alcuni degli affascinanti temi su cui è incentrato il film L’altra metà della storia, tratto dal romanzo breve “Il senso di una fine”, vincitore nel 2011 del prestigioso Booker Prize e scritto da uno degli autori inglesi contemporanei più importanti, Julian Barnes.

Un libro, come molti, narrato in prima persona e diviso in due parti distinte tra passato e presente, e perciò difficilmente trasferibile in immagini. Riescono ad aggirare in parte l’ostacolo il regista Ritesh Batra e lo sceneggiatore Nick Payne, commediografo, che tradiscono la fonte solo in un finale che – contrariamente al romanzo – è più ottimistico e concede la redenzione al protagonista. Ma il cinema ha le sue ragioni che la letteratura, nel suo approccio al singolo lettore e alla sua immaginazione, può bellamente ignorare, per cui è il film che ne nasce che siamo chiamati a giudicare.

La necessità di eliminare la voce narrante costringe gli autori a ricorrere a continui e non sempre organici flashback, via via che il protagonista racconta alla ex moglie la sua versione della vicenda o ricorda episodi avvenuti nel passato. Jim Broadbent, uno dei migliori caratteristi del cinema britannico, riesce ad infondere simpatia al personaggio di un uomo chiuso, isolato e testardo, che si riapre solo quando scopre che una sua lettera di rabbiosa reazione ha avuto conseguenze che hanno cambiato in modo irreversibile la vita di un amico e della ragazza che amava. Certo, non tutto è chiaro nella storia e il colpo di scena – la costruzione del racconto ricalca quella di un thriller psicologico – è troppo improvviso per essere assimilato quando accade e lascia aperti molti interrogativi.

Basta (ri)conoscere le proprie colpe per essere perdonati e, soprattutto, perdonarsi? Non è mai troppo tardi per aprire gli occhi sugli altri e cambiare una vita egocentrica e chiusa al mondo esterno? Tony sembra il personaggio di una fiaba: al posto del gigante egoista c’è un omino concentrato su stesso, che non ha mantenuto le promesse di gioventù e passa il tempo in una botteghina piccina picciò di macchine fotografiche che non si fanno più e con prezzi tanto alti che probabilmente, e di proposito, non si vendono. Ha una ex moglie che ne sopporta gli sfoghi e una figlia single che sta per partorire, è caparbio e noioso e ignora cellulari e social come modo per restare in contatto col mondo. La tragedia di cui è stato involontariamente causa, a distanza di cinquant’anni, lo rimette in gioco con gli affetti a cui tiene di più. Non altrettanto fortunata è stata la sua ex, che ha dovuto fare i conti – e li fa ancora – con un doppio tradimento.

Anche se la sua partecipazione è limitata a poche scene, colpisce la raffinata capacità di Charlotte Rampling di creare un personaggio credibile, la cui vita è descritta alla perfezione dalle espressioni del volto, i suoi mezzi sorrisi e il linguaggio del corpo. Nell’ottimo cast si affacciano anche dei volti noti di Downton Abbey, come Michelle Dockery e Matthew Goode e l’ottima Harriet Walter nel ruolo della paziente ex moglie. Fa una fuggevole apparizione nella parte della madre anche la Jane Banks del futuro Mary Poppins ReturnsEmily Mortimer. A mancare all’insieme è una coesione di base che un regista più esperto avrebbe sicuramente saputo dare. Come spesso accade con le trasposizioni letterarie al cinema, L’altra metà della storia probabilmente scontenterà i lettori ma incuriosirà una parte del pubblico, spingendolo a leggere il romanzo e a riflettere sui temi che ci accomunano nella nostra vita di fragili e fallibili esseri umani.

Voto: 3 / 5

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

La memoria gioca brutti scherzi. Con l’avanzare del tempo e lo scorrere dell’età si plasma e si modella fino a raggiungere la forma di sfumature che nascondono, senza volerlo, i dettagli della nostra esistenza. Il passato va a intrecciarsi con i sentimenti, si modifica a volte per permettere alla mente di godere della pace degli anni raggiunti. Una protezione per difendersi dal dispiacere degli eventi.

Con il personaggio di Tony Webster, interpretato da Jim Broadbent, il film L’altra metà della storia (qui il trailer) cerca proprio di raccontare attraverso il fluire dei ricordi il cambiamento percettivo assunto per proteggersi dall’amarezza delle scelte errate intraprese in momenti di crisi, la malinconia del periodo adulto che rivive sotto lo spettro di rievocazioni e sfuggevoli reminiscenze.

Adattamento cinematografico del libro Il senso di una fine scritto dal romanziere britannico Julian Barnes (che col romanzo ha vinto il premio Booker Prize), il film diretto da Ritesh Batra è una delicata opera che, senza eccedere nella drammaticità, porta sullo schermo l’incapacità di approcciarsi a ciò che abbiamo veramente vissuto; l’obiettività della storia che viene meno nel nebuloso ripercorrere i ricordi e dalla quale rimaniamo all’oscuro delle drastiche svolte che hanno segnato indelebilmente chi abbiamo avuto attorno.

l'altra metà della storia

Era da tempo che Tony Webster (Jim Broadbent), divorziato e borbottante pensionato, non sentiva il nome di Adrian (Joe Alwyn), di Veronica (Freya Mavor/Charlotte Rampling) e di Sara (Emily Mortimer), persone del tempo universitario che tornano improvvisamente nella sua solitaria vita. Un caro amico, una misteriosa fidanzata, l’affascinante madre di lei ed un diario, lasciato in eredità a Tony, il quale nasconde con certezza taciuti segreti. Ed è questo oggetto lasciatogli da Sara e il quale gli spetta di diritto che Tony persegue nelle sue giornate, tra rimembranze degli anni andati e indagando sulle motivazioni che lo tengono lontano dal cimelio. Sarà così che l’uomo si troverà a dover affrontare le conseguenze della giovinezza, pensieri che come foglie d’autunno erano volate via con il vento, sgombrando le strade dal dolore di disdicevoli accadimenti.

L’altra metà della storia ci metta dinnanzi a una riflessione: la vita che raccontiamo agli altri non è la realmente la nostra vita. È un rifacimento, una versione personale dello svolgersi dell’esistere, che provvede a essere narrato con l’occhio soggettivo del singolo individuo. Procede per rimaneggiamenti, venendo levigata nei punti più rovinosi e allungata nella bellezza di un gesto che ha colpito non solo lo sguardo, ma una corda della nostra anima. E come tendiamo a gonfiare di gioia, di letizia, un particolare fenomeno andato, così stendiamo spessi veli di innocente inganno per non sopperire sotto la gravità per nulla leggera del senso di colpa. Per molto tempo Tony Webster ha difeso la propria giovinezza limando un tormento che con la stagione adulta era andato confondendosi nelle camere della sua memoria, la quale ora reclama un sincero confronto, svincolata dalle diverse interpretazioni dell’uomo.

Un film al pari del diario che il protagonista tanto insegue, una scatola di inconfessate verità che riemergono pian piano nel procedere della narrazione e tingono di nuovi, differenti colori il quadro completo di un’adolescenza che il personaggio principale vede riformarsi nella propria mente, prima con i contorni che egli stesso ha disegnato, i quali diventano sempre più distorti quando maggiormente si avvicinano alla realtà.

l'altra metà della storiaJim Broadbent presta la sua attitudine alla recitazione per dare corpo ad un protagonista ironico nel suo bisbetico approccio alla vita, un uomo che in vecchiaia saprà comprendere e elaborare gli errori della gioventù, mai perdendosi in facili sentimentalismi, ma portando uguale carica seria e umoristica con godibile abilità. Un personaggio in cerca di ristabilire legami persi dovendosi misurare con il proprio bizzoso carattere; relazioni che, sia nel passato che nel presente, gli faranno affrontare i lati più scontrosi della propria personalità.

Con una sceneggiatura di facile scorrevolezza, pur manifestandosi nel proseguire della visione densa di rivelazioni e scoperte, L’altra metà della storia è la riflessione ragionata e dilettevole dell’interpretazione dei ricordi, una lettera che finalmente svela le ingenue rielaborazioni della mente.

Martina Barone, da “cinematographe.it”

 

 

Tratto dal romanzo di Julian Barnes (Il senso di una fine), L’altra metà della storia fa incontrare sul set due grandi nomi del cinema mondiale: Jim Broadbent e Charlotte Rampling. Intervallando la narrazione attuale con flashback che consentono allo spettatore di rivivere e conoscere il passato dei personaggi, Ritesh Batra racconta una storia drammatica e sentimentale, nostalgica ma intinta del tipico humour british, confezionando un lavoro che fa del tempo il vero protagonista.

La trama scorre lentamente, forse a rendere omaggio al fattore temporale di cui sopra, per poi presentare un’escalation di ritmo negli ultimi trenta minuti svelando la componente casualistica e restituendo al girato i toni grigi e freddi della prima metà del film, in perfetta sintonia con la fotografia e la tipica atmosfera locale posta in evidenza attraverso gli esterni.

Tony Webster (Jim Broadbent), divorziato e ormai in pensione, conduce una vita solitaria e relativamente tranquilla. Un giorno viene a sapere che la madre della ragazza con cui stava ai tempi dell’università, Veronica (Freya Mavor), gli ha lasciato, nelle sue volontà testamentarie, il diario tenuto dal suo migliore amico di un tempo che aveva iniziato a frequentare Veronica dopo che lei e Tony si erano lasciati.

Il tentativo di recuperare il diario, ora nelle mani di una Veronica più anziana, ma egualmente enigmatica (Charlotte Rampling), lo costringe a rivisitare i suoi lacunosi ricordi degli anni giovanili e degli amici di allora. Scavando sempre più nel suo passato, iniziano a riaffiorare tutti i dettagli di quel periodo: il primo amore, gli inganni, i rimpianti…

Il film, distanziandosi non poco dal soggetto di partenza, oltre che del tempo, fa suo protagonista il senso di colpa. E se nella prima parte il personaggio di Tony è un padre assente, schivo, brusco e riservato, è proprio nella fase post-conflitto interiore che avrà modo di riscattarsi degli errori commessi in gioventù. Nel complesso, un film che inquadra lo sbaglio quale input a rimediare a quanto di orribile commesso prima che sia troppo tardi. Anche se nel caso di Tony, è già tardi…

Voto: 3 / 5

Nico Parente, da “cinematografo.it”

Quattro anni dopo aver colpito positivamente pubblico e critica con il delizioso Lunchbox, il regista indiano Ritesh Batra torna con L’altra metà della storia (The Sense of an Ending), pellicola delicatamente intimista scritta da Nick Payne e basata sull’omonimo romanzo di Julian Barnes del 2011. Nel cast sono annoverati nomi di spicco quali Jim BroadbentCharlotte RamplingHarriet Walter, Emily Mortimer e Michelle Dockery. Il film, che si dirama su due piani temporali, racconta la storia molto comune di un uomo ormai anziano che non si aspetta nulla dalla vita la cui esistenza viene stravolta improvvisamente dall’arrivo di una lettera che lo riporta indietro ai tempi del college facendolo piombare in una spaventosa spirale di rimorsi e rimpianti. Quanto siamo disposti a scavare nel nostro essere più profondo quando la vita ci mette di fronte a delle responsabilità che pensavamo essere riusciti ad evitare per sempre? Siamo pronti a cambiare noi stessi per sistemare le cose e aggiustare ciò che sembrava rotto e irreparabile? Batra sembra rivolgersi direttamente allo spettatore e instillare in lui il dubbio circa il giusto modo di agire, ma, nel metterlo alla prova, non dimentica mai la dolcezza del racconto, suo marchio di fabbrica.

Tony Webster (Jim Broadbent) ha settant’anni, è divorziato, ha una figlia che sta per avere un bambino con l’inseminazione artificiale perché non vuole avere un partner, e possiede un piccolo negozio in cui si mettono in vendita e si riparano vecchie macchine fotografiche da collezione ormai in disuso. Come gli oggetti che vende, l’uomo si sente ormai fuori posto, un arnese vecchio che nessuno ritiene più importante. Immobile tra passato e presente, Tony un giorno riceve una lettera da uno studio notarile che lo informa che la madre di Veronica (Charlotte Rampling), una ragazza che egli frequentava al college, ha lasciato per lui un diario in eredità. L’oggetto, che ora è nelle mani della sua vecchia fiamma adolescenziale, lo riporta indietro nel tempo scoperchiando un baule fatto di dubbi e di cose non dette che ora lo tormentano e lo spingono ad affrontare una volta per tutte le ombre del passato. Cosa c’è scritto nel diario? Veronica sarà disposta a renderglielo dopo tanti anni di silenzio?

Strutturato come un continuo dialogo tra passato e presente, l’opera di Batra è capace di divertire e commuovere lo spettatore grazie ad uno splendido connubio tra messa in scena e dialoghi. Mai sbilanciato verso il dramma o la commedia, L’altra metà della storia gioca la carta della semplicità ed affida al volto sornione di Jim Broadbent l’andamento della storia. Il protagonista, opaco spettatore della propria vita, viene scosso da un evento imprevedibile e rimette a fuoco tutta la propria esistenza ponendo sotto una lente di ingrandimento un periodo importante del proprio percorso umano. Pur essendo una persona rispettabile, Jim ha commesso da giovane qualcosa di disdicevole che ha influenzato il destino proprio e di chi gli era attorno, in un modo considerevole e di cui solo ora si rende conto. Jim è come noi. È l’essere umano che commette continuamente errori e passa oltre, convinto che ormai quel che è fatto è fatto e che in fondo non è poi così grave. Ma Jim è anche l’uomo comune a cui viene data la possibilità di riscattarsi e di chiedere scusa. La visione ottimista di Batra regala calma allo spettatore e gli scalda il cuore: nessun personaggio è lasciato sullo sfondo, e a tutti è dato modo di dimostrare all’altro la parte migliore di sé dopo aver affrontato un percorso di redenzione a ostacoli. A volte il cinema può essere anche questo, una riflessione sui veri valori della vita e sull’importanza di rimettersi in gioco partendo da una richiesta di perdono.

Gabriele Di Grazia, da “cinemamente.com”

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