La vendetta di un uomo tranquillo

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Per l’attore Raúl Arévalo si tratta dell’esordio alla regia, ma già a questa prima prova il trentasettenne dimostra di conoscere i mezzi per raccontare una storia e di saperli usare davvero molto bene. La vendetta di un uomo tranquillo raggiunge un’autorevolezza artistica che alcuni registi non toccano prima di aver girato tre o quattro film e che resta miraggio per molti altri. L’encomiabile lavoro di questo film sta nel seminare quelle tre o quattro informazioni, peraltro a una certa distanza una dall’altra, lasciandole germogliare lentamente. E il raccolto non ha nemmeno un frutto bacato.

Sarebbe un danno approfondire la trama. Per certi versi anche lo stesso titolo italiano può essere visto a posteriori come fin troppo rivelatore, mentre quello originale Tarde para la ira, traducibile in Lento ad arrabbiarsi o In ritardo con la rabbia, è nettamente più calzante. Il film inizia presentando i personaggi senza timore di fermarsi all’essenzialità di quanto è necessario sapere ai fini della storia e, soprattutto, è svizzera la precisione con la quale sono collocati successivamente gli snodi narrativi. La storia in sé è talmente asciutta che chiamarli snodi è persino esagerato, si tratta piuttosto di sussurri all’orecchio che fanno gelare la schiena e prolungano la tensione

Il regista conquista l’attenzione del pubblico con parsimonia narrativa, a contrasto con il grezzo e spontaneo, quasi impulsivo, stile di ripresa. I colori sbiaditi settano il mood in cui si percepisce sottopelle qualcosa di corrotto, la tensione attecchisce allo stomaco e l’asprezza del film si fa sentire con crescita graduale. Un uomo, una donna, un altro uomo, un episodio criminoso, dolore e un sanguigno desiderio di vendetta. Ci sono una innumerevole quantità di thriller con questi elementi e il film di Raúl Alévaro va a ribadire quanto sia diverso il cinema a seconda di come si racconti una storia, e quale delicatezza sia necessaria per permettere al pubblico di vivere un’esperienza significativa.

Voto: 4 / 5

Antonio Bracco, da “comingsoon.it”

 

 

 

Curro guidava l’auto della fuga e faceva il palo davanti alla gioielleria in cui i suoi compari stavano compiendo una rapina, ma qualcosa è andato storto e a pagare si è ritrovato solo lui. Fuori dal carcere lo aspetta la compagna Ana insieme al loro bambino, e non sono i soli ad attenderlo al varco. José è un uomo ricco e pacato che da qualche tempo frequenta i quartieri poveri della città. Un ricordo lo tormenta, e farà il possibile per affrontarlo nel modo che gli pare adeguato.
Sono gli unici elementi narrativi che si possono offrire senza rivelare le sorprese di un thriller che ne ha parecchie (meno attento agli spolier il titolo italiano del film, che in originale si chiamava “Tarde para la ira”, cioè “Tardi per la rabbia”).

La vendetta di un uomo tranquillo segna l’esordio alla regia del 36enne Raúl Arévalo, attore molto noto in Spagna, che in Italia abbiamo visto in Ballata dell’odio e dell’amore e ne Gli amanti passeggeri, ma soprattutto in quel La isla minima, di cui era coprotagonista, predecessore evidente del suo debutto dietro la cinepresa: stesso rigore, stessa tensione noir, stesso sguardo rivolto al cinema americano ma anche stesso radicamento nel territorio e nella cultura spagnoli.

C’è anche un altro precedente recente, La notte dei girasoli: questi tre film (e un altro pugno di titoli ancora) segnano una rinascita del genere in Spagna che può essere di esempio e ispirazione in tutta Europa, perché si attiene rigorosamente ai codici internazionali del thriller ma imbeve la narrazione di un’identità locale forte e chiara.

Ne La vendetta di un uomo tranquillo è la regia a fare da padrone, impossessandosi di ogni scena senza mai abbandonare un realismo di fondo che ci fa riconoscere, ad esempio, un incidente stradale filmato dall’interno di un’automobile, e che riporta la violenza al suo vero impatto emotivo senza “tarantinizzarla” (nonostante i titoli di testa del film sembrino presi a prestito da Kill Bill). Quella di Arévalo è una regia intima, sensuale, sempre pertinente all’evoluzione della storia e dei personaggi. Una regia che spia attraverso stipiti e spiragli, o “spara” in primissimo piano i volti nudi degli interpreti, modulando la propria scelta stilistica a seconda delle necessità di ciascuna scena.

Voto: 3,5 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Ci sono due film in uno dentro La Vendetta Di Un Uomo Tranquillo e la maniera in cui dialogano è ciò che anima l’atmosfera di una vita vissuta senza poterla mai godere.
Il cinema di vendetta, quello classico, è fatto di tensione e rilascio, cioè di una terribile vendetta perpetrata, cercata e bramata lungo tutto il film che ha senso in virtù di una tensione solitamente accumulata in anni. Tra l’atto che motiva la vendetta e il tentativo di perpetrarla che seguiamo c’è sempre un’interruzione, del tempo che è passato e in cui è stato covato rancore. Quel tempo è spesso saltato, suggerito, implicato, La Vendetta di Un Uomo Tranquillo invece lo rende esplicito e lo indaga.

Dopo una rapina andata male (ma il pianosequenza che la mostra è bellissimo) in cui muore la moglie del protagonista, questi tenta di rifarsi una vita, lasciando però che dentro di lui monti la rabbia per l’evento. Questo periodo in cui vagare, cercare altre persone con cui poter stare, altre vite possibili da vivere e una specie di scampo dalla persecuzione di quegli eventi tragici, è il corpo principale del film, prima che tutto, inevitabilmente (lo sappiamo da subito che accadrà) precipiti di nuovo. Il thriller e la violenza si annidano in agguato lungo tutto il dramma, in attesa di tornare inevitabilmente, e la maniera in cui esiste la latente sensazione di un mondo violento in agguato è una conquista filmica meravigliosa. Impressionante per un esordiente.

Perché per il resto La Vendetta Di Un Uomo Tranquillo sa essere convenzionale con stile, recitato benissimo (Raul Arévalo è al primo lungometraggio da regista dopo una carriera da attore a ottimi livelli) e dotato di quella sintesi di scrittura indispensabile per un racconto audiovisivo godibile. Smarcandosi dalla scansione naturale del thriller di vendetta come lo conosciamo, Arévalo scopre un anfratto nella sua storia che solitamente rimane in ombra. Il suo film non manca nemmeno un clichè ma scambia l’ordine di importanza degli elementi della storia e così facendo cambia sguardo, sui soliti eventi. Come se potesse vedere tutto da un’altra prospettiva, crea un ambiente e un mondo in cui la vendetta non è più una radicale scelta morale, o un modo molto cool di indirizzare la propria vita, ma diventa un atto di vigliaccheria e autoflagellazione.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

Presentato nella sezione Orizzonti della Mostra di Venezia 2016 – dove ha ricevuto una standing ovation di 8 minuti – e selezionato nella sezione Discovery al Film Festival Internazionale di Toronto 2016, La vendetta di un uomo tranquillo (più adeguato alla storia il titolo originale Tarde para la ira), esordio alla regia dell’attore/sceneggiatore/regista Raúl Arévalo (noto per la sua interpretazione in La isla mínima), arriva nelle sale italiane con un’ottima critica ed il fiore all’occhiello di quattro premi Goya appena vinti: thriller solido con una sceneggiatura di ferro, attori magnifici che ben incarnano i sofferti protagonisti del film ed i loro vissuti, una regia che coinvolge lo spettatore inchiodandolo alla poltrona e trascinandolo senza mezzi termini – volente o nolente – nel bel mezzo dell’azione, del sudore e del sangue dei personaggi, nel susseguirsi incalzante degli eventi, in un coinvolgimento viscerale che non lascia scampo. Fin dalla prima scena, l’inseguimento dei rapinatori da parte della polizia che finisce in un vero incidente, ripreso dall’interno della macchina del fuggitivo, l’impatto è così forte che connette subito chi guarda il film a chi lo realizza, chiamandolo quasi a partecipare, giudicare, vivere le stesse emozioni ed angosce dei protagonisti in scena.

Ho sempre desiderato dirigere un film – afferma Raúl Arévalo – anche se fino ad oggi ho avuto una carriera da attore, ogni film a cui ho preso parte è stato per me una lezione di regia e con Tarde para la ira esaudisco finalmente il mio sogno. L’odio, l’amarezza, la rabbia manifesta e quella repressa, sono temi che mi hanno da sempre interessato e che ho voluto rappresentare con la maggior dose di realismo possibile in un thriller. Credo che il cinema debba avere un’identità e per tale ragione ho ambientato la vicenda in luoghi a me estremamente familiari, in cui sono cresciuto e ho vissuto da bambino: quartieri di periferia, piccoli centri nella Castiglia, bar con pavimenti ricoperti di segatura, alberghi di passaggio.”

Così Raúl Arévalo si è conquistato quattro meritatissimi Goya con il suo primo lungometraggio, fra cui miglior regia, miglior sceneggiatura e miglior opera prima. Il film, oltre allo stile narrativo e fotografico altamente realistico e drammatico, evidenzia aspetti ‘tradizionali’ della cultura popolare spagnola – tra città, campagna e bassifondi – nella mescolanza atavica di passione/morte/vendetta/desiderio. La trama è semplice ed efficace: Curro, un piccolo malvivente di periferia, si becca otto anni di galera per aver fatto il palo in una rapina andata male; lo aspetta Ana, la sua fidanzata, che ha avuto un bambino da lui. Ma i fantasmi del passato torneranno a galla quando José, un uomo misterioso e di poche parole che ha frequentato il bar di Ana negli ultimi anni, rivela la sua vera identità e pretende qualcosa per lasciarli in pace: vendicarsi. Il resto è tutto da vedere, intuire, scoprire. Il regista ha impiegato 8 anni per riuscire a realizzare il suo progetto, che è divenuto realtà grazie alla produttrice Beatriz Bodegas (La Canica Films), insieme con Agosto a Película AIE, e con la partecipazione di TVE e Movistar +, in associazione con Film Factory e Palomar,  e in collaborazione con ICAA e AUDIOVISUAL SGR. Nel cast attori di cui non si dimenticano facilmente i volti e le espressioni: Antonio de la TorreLuis CallejoAlicia RubioManolo SoloRuth Díaz.

Elisabetta Colla, da “taxidrivers.it”

 

La capacità del cinema spagnolo di dialogare con i generi è sotto gli occhi di tutti. Commedia, dramma, horror, thriller, non c’è filone lasciato insondato sebbene a dare i migliori risultati siano spesso le incursioni nei territori più cupi. Quelli grazie ai quali la Spagna approda frequentemente nei festival internazionali. Non rappresenta dunque un’eccezione La vendetta di un uomo tranquillo, opera d’esordio dell’attore Raùl Arévalo, revenge movie con  pochi personaggi sufficienti però a dar vita a una ronde diabolica. Ognuno di loro a suo modo ha peccato a cominciare dal detenuto appena uscito di prigione, che ha pagato per tutti, per finire con la sua compagna e gli ex complici. E non ce n’è uno che non sia pronto a tradire ancora pur di aver salva la pelle. Quando finalmente il gioco si scopre, pure allora niente è come sembra.

Raùl Arévalo costruisce con cattiveria e precisione un thriller dal ritmo serrato e dai toni violenti, dove ogni tassello trova la giusta collocazione e non lascia punti di domanda. La vendetta di un uomo tranquillo rivela il suo già solido mestiere nella direzione degli attori e nella scelta di tempi e inquadrature, e poco importano i debiti evidenti con il cinema di Peckinpah per quanto filtrati attraverso una sensibilità cinematografica tutta spagnola.  Non a caso gli eccessi di brutalità e le situazioni di tensione sono spesso venati da un forte senso del grottesco, come dimostra la bella sequenza all’interno della palestra di pugilato. Neppure  manca il lato mélo, frutto palese dell’amore del regista per Almodovar e Saura, incarnato dalla figura di Ana. Un carattere sfaccettato e intenso, che a Venezia ha regalato ad Alicia Rubio il premio come miglior attrice della Sezione Orizzonti, il cui spessore risiede nell’essere costruito sul capovolgimento dei canoni classici della femme fatale. Dopotutto il ribaltamento è una delle chiavi dell’intera narrazione: laddove si pensa di trovare odio si scopre umana comprensione e dove brilla la pietas  arriva un rancore implacabile a oscurare la luce.

Voto: 3,5 / 5

Angela Prudenzi, da “cinematografo.it”

È un non troppo lungo pianosequenza ad immetterci con veemenza nella vicenda di La vendetta di un uomo tranquillo. Siamo all’interno di un’auto, il cui conducente, Curro (Luis Callejo), fa da autista ad un gruppo che sta compiendo una rapina presso una gioielleria. Qualcosa va storto, lo vediamo, e Curro è costretto a sgommare lontano dalla zona, solo, mentre gli altri criminali si sono già dileguati. Il tentativo di fuga però e vano e si conclude con un rocambolesco incidente a seguito del quale l’autista viene prelevato dalla polizia.

Otto anni dopo siamo nel bar di un piccolo centro. Raúl Arévalo non vuole svelarci subito quale sia la relazione tra quanto avviene otto anni dopo e quella rapina e lo fa assecondano il genere, snocciolando con buon tempismo informazioni/rivelazioni, senza però consentire che ci si smarrisca in corso d’opera. Qui conosciamo José (Antonio de la Torre), uomo di poche parole e di cui non si conosce un granché, sebbene sia amico stretto del proprietario del bar. In questo stesso bar lavora anche la bella Ana (Ruth Diaz), la quale si trova in una situazione piuttosto complicata col suo uomo, in procinto di uscire di galera dopo otto anni di detenzione. Insomma, avete capito.È pressoché impossibile aggiungere altro in merito alla trama del film senza compromettere in qualche modo le grandi e piccole svolte, i colpi di scena che ne costituiscono l’ossatura. Perché La vendetta di un uomo tranquillo è un thriller che gioca molto proprio su quanto viene gradualmente rivelato, sulle pieghe di un racconto contrassegnato da depistaggi, malgrado le svolte più significative siano probabilmente due. Poco importa: come già ravvisato, tocca allo spettatore scoprire tutto ciò.

Quanto a noi, a ciò che si può e si deve dire in merito a questo debutto di Arévalo, è che quest’ultimo riesce a portare a casa il risultato a fronte di poche decisioni azzeccate. In primis quella di abbracciare il genere, discostandosene il giusto e là dove può risultare funzionale alla vicenda che sta raccontando: una padronanza dei codici ai quali dunque non si sottomette passivamente, ritagliandosi al contrario degli spazi, fossero pure meri interstizi, da riempire con un approccio più personale, sebbene non per forza di cose autoriale. Specie se per “autorialità” s’intende qui il tentativo di prevaricare sui personaggi, sulle situazioni, imponendo uno stile o che so io; niente di più sbagliato, ed è anche per questo che La vendetta di un uomo tranquillo scivola via piuttosto bene, trattandosi perciò di un prodotto mainstream che non sfigura affatto pure se considerato nell’alveo di un cinema meno «di cassetta», come si diceva un tempo a torto o a ragione.

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Altro elemento vincente sta nella scelta del cast: si guardino le foto dei vari attori e li si confronti con i personaggi che interpretano così per come appaiono. Stravolti non meno che centrati, con particolare riferimento a José, di cui già nel film si ha modo di apprezzarne la “trasformazione” per via di alcuni filmati di famiglia che riguardano il suo personaggio. In ultimo luogo c’è la scelta della fotografia, un evocativo Super 16 la cui grana, appena percettibile, contribuisce in maniera determinante alla creazione di quel mood specifico che impreziosisce ciò a cui assistiamo.

Di più è davvero difficile dire, se non che questa sorta di viaggio on the road che si stabilisce da un certo punto in avanti diventa anche occasione per sondare, per quanto superficialmente, l’anima di un popolo, quello spagnolo, soffermandosi sulla provincia, ben lontana dall’euforia e progressismo tanto sbandierato e veicolato non solo tra i media ma pure da coloro che bazzicano i grandi centri iberici. Un clima saturo, opprimente finanche, su cui Arévalo impianta bene la sua storia, attraverso la quale ci conduce senza asfissiarci ma al tempo stesso senza mollare la presa.

Voto: 7,5 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

Ormai il cinema di genere spagnolo è uscito fuori dai confini, sdoganato ai festival e in piena conquista del mercato europeo. Prima l’horror, ovviamente, poi il carcerario ad alta tensione, come Cella 211, e, infine, i thriller cupi e serrati, gli hard boiled, sul tipo de La isla mínima di Alberto Rodríguez. Chissà che un domani non si parlerà di una vera e propria stagione del poliziesco iberico, con i suoi cantori, i suoi volti, i suoi paesaggi… Comunque è proprio da lì, da quel contesto, che arriva Raúl Arévalo, attore dalla carriera ormai affermata, interprete tra l’altro proprio del film di Rodríguez. Per la prima volta si cimenta con la scrittura e la regia e decide di tenersi strettamente legato alle atmosfere e alle coordinate del genere. La vendetta di un uomo tranquillo è un film in continua tensione, senza pause narrative o segni di cedimento strutturale. Solido come una costruzione in calcestruzzo e tagliente come una lama. La storia è la più classica delle vendette, seppur orchestrata in un gioco a carte coperte, in una specie di partita condotta sul bluff, sull’abilità nel nascondersi e nell’ingannare l’avversario. La premessa è una rapina in una gioielliera finita male: i rapinatori fuggono a rotta di collo per l’arrivo della polizia, ma l’unico ad essere arrestato è l’autista della banda, Curro, condannato a otto anni di prigione. Ed ecco che la vicenda prende corpo proprio alla viglia del suo rilascio. Nel bar gestito dalla sua fidanzata storica, Ana, si aggira un cliente abituale, José, uomo riservato, timido e silenzioso. È chiaro che è innamorato della donna, senza grandi speranze in apparenza. Ma la perseveranza premia. Eppure, a poco a poco, si scopre che il vero obiettivo di José è un altro.

la vendetta di un uomo tranquillo luis callejoArévalo entra nella sua storia stando addosso ai personaggi, con un’insistenza quasi dardenniana. La scena della rapina, tutta vissuta dall’abitacolo dell’auto di Curro, assomiglia a una dichiarazione di principio. Lo spettacolo è quasi escluso dalla traiettoria chiusa e opprimente del punto di vista. Una specie di poetica di nudo realismo, che prova a scavare dentro le espressioni e le impressioni, e in cui gli atteggiamenti dei corpi e dei volti hanno più valore delle situazioni e delle linee dell’azione. Ma questo pedinamento costante è più un depistaggio, che un’ossessione. Ben presto, quando il plot comincia a mostrare le sue tortuose volute, lo spazio tra la macchina da presa e i personaggi si apre e in questa distanza cominciano a inserirsi e a prendere piede le esigenze narrative del genere. Il punto di svolta è più o meno la scena del primo scontro tra Curro e
José. Da quel momento, accompagnato da una musica cupa e martellante, il ritmo prende quota. E dal bar di periferia, l’azione si apre in una specie di road movie polveroso e fatale. Lo sguardo di Arévalo abbandona definitivamente la città, per stare sui percorsi tangenziali, le campagne desolate, i motel sul ciglio delle strade, le cittadine di provincia, i vecchi casolari, gli allevamenti di maiale, le cascine. Salvo poi ritornare al punto di partenza, per portare a compimento l’ultimo atto della tragedia. E, forse, è proprio nella scelta e nell’adesione a questi scenari che Tarde para la ira, riesce a smarcarsi dalla scrittura e dalle sue invenzioni, fin troppo serrate e implacabili. Se gli umori non vengono fuori, se nell’odio muto, glaciale di José e nella disperazione rabbiosa di Curro non ci riconosciamo, resta comunque un’atmosfera definita, netta, pungente. Fatta di polvere e morte.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Presentato alla 73esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti, e vincitore del Premio per la Migliore Attrice (Ruth Diaz), Tarde para la ira (La vendetta di un uomo tranquillo) arriverà nelle sale italiane il prossimo 30 Marzo, grazie a BIM Distribuzione. Il film segna il debutto alla regia di Raul Arevalo, già noto al pubblico spagnolo per Ballata dell’odio e dell’amore di Alex de la Iglesia, Gli amanti passeggeri di Pedro Almodovar e, soprattutto, per La isla minima di Alberto Rodriguez, thriller teso e asciutto a cui La vendetta di un uomo tranquillo deve molto in termini di atmosfere. Ambientato a Madrid dopo una rapina che è costata a Curro otto anni di galera, il lungometraggio è diviso in capitoli: El bar, La familia, Ana, Curro, La ira. La costruzione perseguita è quella della forma diaristica. Si inizia, infatti, da una rapina in una gioielleria finita male per un gruppo di rapinatori. La messa in scena della sequenza funge da manifesto programmatico dell’intero film: il punto di vista della macchina da presa relega lo spettatore in una posizione di inferiorità rispetto ai personaggi. Nei minuti successivi, Arevalo ci immerge nelle atmosfere di un bar di periferia gestito da Ana, la donna di Curro, e frequentato abitualmente da Jose, un uomo scostante e pacato apparentemente interessato ad Ana. Ma qualcosa, che ancora non è noto, collega Jose a Curro. La caratteristica che rende molto buono questo revenge-movie è situata nell’asciuttezza dello sguardo di Arevalo e nel modo in cui si chiude completamente sui personaggi del suo racconto. Man mano che la narrazione si sviluppa, assistiamo, tuttavia, ad un cambiamento di paradigma che trasforma ed innalza ulteriormente La vendetta di un uomo tranquillo. Quanto più ci avviciniamo ai personaggi e veniamo a conoscenza del loro passato, tanto più gli ambienti esterni si aprono, lasciando spazio ad un motel sul ciglio di una strada polverosa, luogo della resa dei conti che consente al film di divenire altro da sé. E allora le traiettorie si incurvano, permettendo ai sentimenti la possibilità di infiltrarsi e allo spettatore di penetrare in profondità il tessuto filmico per palpare con mano il cuore pulsante dei personaggi. Quello che sarebbe potuto essere un semplice noir/thriller del panorama spagnolo contemporaneo si trasforma. E la tragedia termina come una missione inevitabile da perseguire per ratificare la propria esperienza di vita. Ma quando tutto sembra perduto, c’è ancora spazio per un ultimo abbraccio, la promessa di un cambiamento necessario per una nuova esistenza.

Matteo Marescalco, da “cinema4stelle.it”

 

 

Mai ferire un cuore pacifico, mai strappargli dalle braccia la sua placida serenità. Attraverso il suo film – una visitazione artisticamente ruvida dell’ira umana che racchiude una forza narrativa e violenta dall’impatto quanto mai potente – il regista spagnolo Raúl Arévalo trasporta nella dimensione cinematografica con istinto immediato il dolore iracondo, frustrato, intrappolato in un corpo pronto a scoppiare nella sua ottima opera prima La vendetta di un uomo tranquillo, storia di un segreto tenuto sulla bocca dello stomaco per troppo tempo e pronto ad assalire con forza selvaggia i suoi esecutori di morte.

Quieto, raccolto nel proprio riservato mondo, José (Antonio de la Torre) si avvicina con lento interesse all’instabile Ana (Ruth Díaz), incapace oramai di ricongiungersi con il compagno di una vita, il carcerato Curro (Luís Callejo). Uscito dopo otto anni di reclusione avendo scontato le pena per una rapina in cui è stato l’unico ad esser finito catturato, Curro si mostrerà impreparato nell’affrontare la quotidianità e si ritroverà nuovamente immerso in una spirale di crimini dove ancora una volta ricoprirà il ruolo di spettatore aiutando contro voglia il mite José, il quale deve rintracciare i vecchi collaboratori dell’ex detenuto e consumare così una sua personale vendetta.

la vendetta di un uomo tranquillo

Mai sottovalutare gli insospettabili. Le persone calme, quelle apparentemente rilassate, quasi prive allo sguardo di sentimenti contrastanti con la loro figura perpetuamente pacata. Mai sottovalutare un buono che ha sofferto, che ha visto morire la sua vita pur rimanendo sempre con gli occhi aperti, sopravvivendo per anni legato a una fitta di dolore talmente acuta da generare nel tempo una crudeltà fredda per nessun verso reversibile. Mai sottovalutare un’opera prima, perché il lavoro realizzato da Raúl Arévalo si presenta con un impatto travolgente e spiazzante, mentre con calcolata precisione si sposta tra le fessure di una rabbia inesplosa che, pronta a ruggire, inforca macchina e fucile per andare ad appagare la sua affamata sofferenza con lo scorrere di molto, colpevole sangue.

Un passo indietro rispetto ai protagonisti a seguire con curiosa bramosia il loro disfatto cammino, ad incastrare in primi e primissimi piani i loro volti come a esplicitare il segnato destino nella quale fatalmente sono intrappolati: la macchina da presa vive, pedina, si intromette ne La vendetta di un uomo tranquillo per rubare ogni minima ruga, ogni minima espressione, ogni minimo segnale di un prossimo futuro marchiato dalle irrequietezze di uno spirito corrotto dall’amaro ricordo che ha determinato il suo infausto disegno di rivendicazione.

La vendetta di un uomo tranquillo è l’aggressività incredibile nello sguardo disteso di Antonio de la Torre, il quale si acciglia sempre più impercettibilmente nel trascorrere della pellicola; un’emotività che fa uso soltanto di un viso e della sua ingannevole inespressività in cui nascondere una carica brutale e aggressiva, iniettata di un’invisibile cortina di ferocità tangibile nella prova recitativa del grande attore principale, che con misurato spessore utilizza gli unici mezzi che in tutto il film sono chiamati a comunicare: gli occhi del protagonista.

Con tamburi di sottofondo che crescono tanto da far ammontare nel pubblico quel sano fremito di trasporto, forte a tal punto da coinvolgere a livello sensoriale colui che attende di scoprire le sorti di José e delle sue vittime, l’opera – vincitrice del Premio Goya per il Miglior Film – mantiene alta la tensione per vedere fin dove la vendetta può spingere un uomo perbene, ma interiormente disperato. Il ricorso a una violenza che risanerà solo superficialmente una mancanza che non potrà mai dissolversi.

Martina Barone, da “cinematographe.it”

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