La tartaruga rossa

locandina

 

Dodici anni fa, grazie al cortometraggio premio Oscar Father and Daughter,Michaël Dudok de Wit ha conosciuto Isao Takahata, celebre produttore nonché penna dello Studio Ghibli. Quell’incontro, dopo quasi 10 anni di lavoro, ha generato La Tartaruga Rossa, capolavoro co-prodotto dalla casa animata giapponese insieme a Vincent Maraval di Wild Bunch.

Presentato al Festival di Cannes 2016 nella sezione Un Certain Regard, The Red Turtleconferma l’unicità produttiva Ghibli nonché l’abilità animata francese, qui elevata a pura poesia cinematografica da parte di un debuttante, in qualità di lungometraggi, pronto probabilmente a vincere il suo secondo premio Oscar. Scarna la trama, che vede un uomo naufragare su un’isola deserta. Solo, affamato, impaurito e debilitato, il naufrago cerca disperatamente di fuggire a bordo di una zattera da lui costruita, se non fosse che una gigantesca tartaruga rossa glielo impedisca continuamente. Un incontro, quello con il misterioso animale, che gli cambierà la vita.

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Non un dialogo per quasi 90 minuti. Basterebbe partire da questa incredibile e coraggiosa scelta di scrittura per soppesare la portata cinematografica di un simile lungometraggio, animato tanto in digitale quanto a mano, a carboncino. Una tecnica mista resa possibile dall’utilizzo della Cintiq, penna grafica da utilizzare su una tavoletta ad hoc che permette di vedere immediatamente il risultato ottenuto, senza dover fare la scansione di ciascun disegno separatamente. Tutt’altra storia con le scenografie, realizzate a mano, in modo artigianale, con zattera e tartaruga rossa animate invece in digitale. Il risultato, straordinario, è folgorante, grazie anche all’incredibile realismo animato dei personaggi principali.

Dudok de Wit, che ha lavorato per oltre 6 anni allo script e all’animatic, ha così dato vita ad un film che parla di vita e di morte, d’amore e magia, lasciando dietro di se’ non pochi non detti a cui lo spettatore potrà affidare mirate risposte. Un ciclo naturale che coinvolge tutti noi, uomini o animali che siano, qui accompagnato dalle meravigliose e fondamentali musiche di Laurent Perez del Mar, costrette di fatto a ‘sostituire’ gli assenti dialoghi, trascinando la narrazione insieme all’ispirato montaggio.

Un luogo lontano dal tempo, quello disegnato dal regista, un Paradiso Terrestre tra sogno e realtà, con assolate giornate dai colori sgargianti e notti monocrome alla luce della luna, mentre la quotidianità della natura segue il suo ciclo, che puntualmente coinvolge insetti, gabbiani, granchietti, pesci, tartarughe. L’uomo senza nome che vive la propria intera esistenza in questa Laguna Blu trova una corrispondenza proprio nel mondo animale, qui rappresentato dalla gigantesca testuggine rossa del titolo, che lo guarda dritto negli occhi e lo segue in spiaggia dopo averlo per l’ennesima volta ‘affondato’ in mare aperto.

Una vita d’amore nella sua assoluta semplicità, tra pesca e nuotate, passeggiate e dormite in spiaggia, mentre la Natura, sempre lei, compie il suo compito. Memorabile la scena di uno tsunami, che travolge tutto e tutti mentre la musica di Perez alimenta drammaticità e ansietà, con l’animazione ‘terrestre’ di de Wit che semina poesia filmica, tra romantici balli di coppia in riva al mare, dolorosi addii e abbracci d’amore. Un’opera dalla bellezza ipnotica e dalla dolcezza infinita, visivamente parlando struggente e narrativamente audace, nonché esplicitamente ‘adulta’. Molto più semplicemente il capolavoro animato di questo 2016.

Voto: 9 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

 

Scampato a una tempesta tropicale e spiaggiato su un’isola deserta, un uomo si organizza per la sopravvivenza. Sotto lo sguardo curioso di granchi insabbiati esplora l’isola alla ricerca di qualcuno e di qualcosa. Qualcosa che gli permetta di rimettersi in mare. Favorito dalla vegetazione rigogliosa costruisce una zattera, una, due, tre volte. Ma i suoi molteplici tentativi sono costantemente impediti da una forza sotto marina e misteriosa che lo rovescia in mare. A sabotarlo è un’enorme tartaruga rossa contro cui sfoga la frustrazione della solitudine e da cui riceve consolazione alla solitudine.
La tartaruga rossa debutta con una tempesta in alto mare. Onde gigantesche frangono con furore lo schermo. Un naufrago è al cuore di quel movimento poderoso. Tra l’uomo e la natura si scatena una guerra ineguale. Il motivo è dato ma il sontuoso film d’animazione di Michaël Dudok de Wit si prende tutto il tempo per rovesciarlo nel suo contrario: un’emozionante storia di riconciliazione e di fusione amorosa. Perché quella che dispiega La tartaruga rossa è una forza misteriosa, qualche volta accogliente e qualche altra riluttante, qualche volta impassibile, qualche altra instabile.
Non siamo davanti all’ennesima storia esotica in cui la natura è mera riserva di accessori a disposizione dell’ingegnosità dell’uomo. Al principio l’uomo fa l’uomo e crede alla chimera di una conquista. Si accanisce, costruisce una zattera di fortuna ma il mare non lo lascia partire. Dieci, cento volte prova a prendere il largo, altrettante è affondato da una presenza enigmatica e invisibile. Ma l’ultimo tentativo gli rivela l’apparenza del suo avversario e la consapevolezza di essere (una) parte del tutto. Frustrati nelle attese e nelle abitudini di spettatori, torniamo a riva, esploriamo col protagonista i luoghi, sperimentiamo la dolcezza dei frutti e la furia brutale delle piogge tropicali, precipitando nel fondo di un crepaccio e rialzandoci perché film e vita possano continuare. Nel modo della natura. Natura con cui il regista stabilisce un legame carnale. Spettatore e protagonista aspettando sulla riva che il tempo scorra, volgendo il punto di vista e scoprendo essenziale quello che credevano ornamentale: i flussi e riflussi della corrente marina, il ritmo dei giorni, il mutare delle stagioni. L’uomo non colonizza quel territorio edenico e selvaggio, niente capanna come avrebbe fatto Robinson Crusoe. Sull’isola tutto resta inviolato, l’uomo è solo di passaggio, una parentesi breve dinanzi all’età dell’universo.
Animato a mano con acquerello e carboncino, La tartaruga rossa respira con la natura e parla la sua lingua. Senza dialoghi, questo racconto contemplativo si esprime attraverso la luce cangiante, il fragore di un temporale, lo schianto di un tuono, lo scroscio di una corrente di acqua dolce, il crepitio del fuoco, l’infrangersi delle onde, il fruscio delle foglie. Il supplemento di animismo giapponese tradisce l’influenza dello Studio Ghibli, l’afflato e la partecipazione di Isao Takahata e Hayao Miyazaki, sedotti dai lavori dell’autore olandese (The Monk and the Fish, Father and Daughter), percorsi da una malinconia tenace che dice della fuga del tempo, degli anni che passano sul bordo del fiume o su un’isola in mezzo al mare.
La tartaruga rossa è un’opera semplice e metaforica che disegna la vita attraverso le sue tappe (ostacoli, scoperte, solitudine, amore, genitorialità, vecchiaia, morte) ed esprime un rispetto profondo per la natura e la natura umana, veicolando un sentimento di pace e ammirazione davanti al suo mistero. Rivelazione sospesa tra terra e mare, tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, La tartaruga rossa è drammatizzato con la sola forza del disegno, dei colori, dei movimenti, della musica che interpreta e amplifica la purezza delle linee.
Tra oriente e occidente si realizza il sogno di un disegnatore solitario che si spinge per la prima volta al di là dei limiti del formato corto, confermando i suoi racconti lineari su cui dispone motivi circolari, l’infinito ripetersi del tempo. Luogo di una vita a due e poi a tre, un bambino nasce da quell’unione, l’isola ospita l’avventura umana eludendo il pamphlet ecologista e sottolineando l’incapacità dell’uomo a vivere da solo. Che si tratti di un’allucinazione del protagonista o della volontà della tartaruga, la metamorfosi dell’animale rinvia al bisogno della vita in comunità, all’esigenza di istituire un sistema sociale, anche elementare come quello della famiglia. L’autore tacita la parola, concentrandosi sul linguaggio dell’azione e del corpo, preponendo i nostri complessi istinti primari. Gli stessi che spingono una tartaruga che nasce sulla spiaggia a dirigersi verso il mare.
Più dalle parti di Rousseau che di Defoe, La tartaruga rossa è poesia meditativa accomodata tra la foresta magica della Principessa Mononoke e l’oceano di Ponyo. Da qualche parte, lungo i tropici del capolavoro.

Voto: 4 / 5

Marzia Gandolfi, da “cineblog.it”

 

 

Poche collaborazioni artistiche sono in grado di produrre la perfetta sintesi di sensibilità che si trova in La Tartaruga Rossa (La Tortue Rouge), un commovente inno animato al ciclo della vita diretto dall’acclamato animatore olandese Michaël Dudok de Wit con l’assistenza dello Studio Ghibli. In sintonia con il cortometraggio premio Oscar Father and Daughter del regista, quest’opera esile e senza dialoghi offre un’altra odissea commovente sulla solitudine e la resilienza dei legami familiari. Allo stesso tempo, mette sul tavolo le modalità migliori con cui le produzioni dello studio giapponese mantengono una certa elegante semplicità che punta a verità più profonde. Questo è un piccolo capolavoro di immagini tranquille, ognuna ricca di significato, che parlano collettivamente a un processo universale.

tartaruga locandinaAl livello più elementare, la premessa di La Tartaruga Rossa potrebbe essere descritta come Robinson Crusoe incontra All is Lost – Tutto è perduto, in quanto segue un naufrago senza nome e dalla provenienza dubbia che ammara su un’isola deserta. Tuttavia, la sceneggiatura di Dudok de Wit – co-scritta insieme a Pascale Ferran, il cui dramma ultraterreno Bird People del 2014 operava su un piano etereo molto simile – costruisce questa iniziale impostazione su una serie di maestosi e fantastici sviluppi che spingono sempre più forte verso il regno dell’allegoria.

Il film mostra fin dalle prime immagini la sua forte connotazione simbolica, quando il caparbio protagonista capitombola tra una serie di violente onde, arrivando alla fine a uno sterile paesaggio di sabbia pieno di rocce e alberi, e poco altro. In breve tempo, la sua situazione va di male in peggio, mentre attraversa un’incerta caverna sottomarina in cerca di sostentamento. I delicati disegni animati a mano impregnano i semplici scenari oro e blu a carboncino, donando loro un tocco da libro delle fiabe che aiuta a preparare il terreno per i colpi più audaci che seguiranno.

Proprio quando il nostro eroe si trova di fronte a uno scenario disperato, avendo allucinazioni nel cuore della notte e urlando al vento, prova a tentare il tutto e per tutto a bordo di una zattera di legno – e qui incontra bruscamente la massiccia creatura del titolo. Ritornato a riva, la tartaruga lo segue fino a casa, regalando un twist magico che complica ancora una volta la narrazione. I dettagli della trama che segue sono così sottili che addentrarsi troppo in un descrizione rischierebbe di rovinare l’intera traiettoria della vicenda. Inutile dire che il naufrago trova la compagnia di una donna e mette su famiglia. Non è più solo, e si adatta a un nuovo senso di sicurezza, solo per affrontare tutta una nuova serie di sviluppi che minacciano il futuro dell’isola nella sua interezza. Anche in questo universo maestoso, la stabilità è un mito.

La Tortue rouge - The Red TurtleIn La Tartaruga Rossa la storia conta decisamente meno dei momenti espressionistici sparsi in tutta la durata. Dudok de Wit non manca mai di ispirazione visiva, arricchendo la sua ambientazione isolana con un coro greco di granchi che si nascondono sotto la sabbia e con una flotta di tartarughe marine che diventano progressivamente le custodi di questo regno auto-costituitosi. Di notte, i colori sbiadiscono in tonalità di grigio, mentre i residenti dell’isola rivolgono lo sguardo verso la Luna; i verdi profondi della foresta nell’interno contrastano invece con i rossi accesi del cielo. Catturando la vita dell’isola sia dagli intimi primi piani sia dall’alto, Dudok de Wit orchestra un orientamento geografico che permette al mondo di aderire ad una meravigliosa logica interna. Persino una serie di colpi di scena che hanno del miracoloso sembrano emergere organicamente da questo mondo strutturato, fondendo la chiarezza del loro simbolismo con una specificità emotiva che non richiede gravose analisi. Il film parla con la sua personalissima voce illuminata.

Il successo di La Tartaruga Rossa segna una vittoria importante per lo Studio Ghibli in un momento storico di transizione piuttosto delicato, avendo raggiunto il completamento non molto tempo dopo l’uscita definitiva dai giochi dei suoi due fondatori, Hayao Miyazaki (che però forse ci ha già ripensato) e Isao Takahata. Pur senza scimmiottare lo stile dei due affermati maestri, questo lungometraggio animato porta sullo schermo un’attenzione molto simile per i gesti profondi, senza un briciolo di esagerazione. Con poco più di una manciata di urla e grugniti, La Tartaruga Rossa suscita potenti riflessioni sulla lotta per l’appagamento oltre ogni difficoltà. Le parole non sono mai abbastanza, ma la pellicola del regista olandese trova il modo di elevarsi al di sopra di esse. Ovviamente gli Oscar non la considereranno nemmeno.

Alessandro Gamma, da “ilcineocchio.it”

 

 

Naufragato su un’isola deserta popolata solamente da tartarughe, granchi e uccelli, un uomo cerca disperatamente di fuggire, finché un giorno incontra una strana tartaruga che cambierà la sua vita. Attraverso la sua storia vengono ripercorse le tappe dell’esistenza di ogni essere umano.

Non c’è molto altro da dire sulla “trama” de La tartaruga rossa. A parlare, piuttosto, mai come stavolta è la fascinazione delle immagini. Quando l’Europa e lo Studio Ghibli si incontrano (per la prima volta) nascono fiori: scritto dalla francese Pascale Ferran e dall’olandese Michael Dudok de Wit, qui alla prima regia di un lungometraggio ma già autore di cinque cortometraggi (tra i quali Father and Daughter, premiato con l’Oscar nel 2001), con Isao Takahata (regista di molti film d’animazione, tra cui Pom Poko nel ’94) produttore artistico, La tortue rouge è un importantissimo trattato (ecologico, ambientalista, umano) sulla poesia dei suoni e delle immagini.

Già dalla prima sequenza, quel mare in tempesta che inghiotte un uomo alla deriva, siamo immediatamente catapultati in una suggestione che, capiremo poco a poco, ci chiamerà sempre più a far parte di questo nuovo incontro, quello tra uomo e natura. Che si fa ciclico, anche attraverso le dinamiche proprie del sogno, trovando nelle musiche di Laurent Perez del Mar la perfetta sottolineatura dei vari momenti del racconto.

Muto per la sua interezza, anche perché come detto non servono parole, o dialoghi, quando la forma-cinema riesce ad esprimersi con questa potenza, lasciando solo alle immagini e ai suoni della natura il compito di parlarciLa tartaruga rossa (allo scorso Festival di Cannes in Un Certain Regard) sarà nelle sale – con uscita evento – da lunedì 27 a mercoledì 29 marzo. Non perdetelo.

Voto: 4,5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

La storia di un uomo che naufraga e si risveglia su un’isola deserta: il primo film di un regista talentuoso, Michael Dudok de Wit, prodotto tra gli altri dallo Studio Ghibli, è un’esperienza lirica e avvolgente in cui ci si deve tuffare arrendevoli e seguirne la corrente

Il regista olandese Michael Dudok de Wit firma un poetico film animato sotto l’egida del prestigioso Studio Ghibli di Miyazaki. La pellicola aveva partecipato in concorso al Festival di Cannes 2016 nella sezione Un Certain Regard e si era aggiudicato il Premio Speciale della Giuria.
La tartaruga rossa è un’opera matura di un regista maturo, ma è anche il primo film non giapponese commissionato e prodotto dallo Studio Ghibli ed è il primo lungometraggio di de Wit che debutta in questa categoria dopo aver vinto nel 2001 un Oscar e un BAFTA per il migliore cortometraggio di animazione con Father and Daughter, una tenera parabola di vita tratteggiata con stile elegante e un po’ retrò.
Il film comincia in mare dove una terribile bufera si sta scatenando e un uomo è scagliato lontano dalla sua barchetta. A bufera passata, l’uomo si risveglia su una spiaggia e ben presto realizza di essere stato portato dalle onde e dalla corrente su una piccola isola ricoperta da una rigogliosa vegetazione tropicale. È il solo essere umano sull’isola che sembra essere abitata esclusivamente da piccole creature amichevoli come granchietti, insetti e uccelli. Sull’isola c’è acqua dolce, vegetazione e tutto ciò che permetterebbe all’uomo di sopravvivere ma il suo unico pensiero è quello fuggire. Subito si costruisce una zattera di canne e abbandona l’isola. Ma non lontano dalla riva una misteriosa creatura marina gli distrugge l’imbarcazione obbligandolo alla ritirata. Testardamente, l’uomo ci riprova più di una volta, sempre senza successo fino a che la creatura che gli impedisce di lasciare l’isola si rivela. È una grande tartaruga rossa con cui il naufrago si confronta con rabbia e violenza, ma che in un modo misterioso e del tutto inaspettato cambierà il corso della sua vita. Niente paura di spoiler, questi sono solo i primi minuti del film che ha ancora tanto da regalare in termini di emozioni e splendide immagini.
La storia è sospesa, non ha epoca anche se il tempo ne è lo scheletro fondamentale, e non ha paese anche se ha un luogo, un bellissimo luogo. Non ha dialoghi, solo i rumori della natura e una emozionante colonna sonora orchestrale nella tradizione Studio Ghibli. Lo stile dei disegni di La tartaruga rossa è molto vicino alla grande tradizione europea del fumetto: non è necessario essere esperti per riconoscere a prima vista negli occhi a puntini e il naso affilato, i tratti dei personaggi delle graphic novels francesi e belghe, ma se, come me, si è cresciuti con i fumetti europei questo film è un’esilarante immersione, quasi un’esperienza di Virtual Reality. Ma anche l’influenza giapponese si fa sentire con forza nel respiro ampio e universale della storia e nella presenza imprescindibile della natura e dei suoi spiriti che pervadono la vita e i sogni del protagonista.
La tartaruga rossa è una grande allegoria della vita dove l’isola è il microcosmo dell’uomo, il suo nucleo d’affetti, cullato e strapazzato dall’ineluttabilità del mare e della natura che lo avvolge. E’ un film sulla pura gioia di vivere e sulla vita intesa come un nuotare lento nella corrente della natura, sull’accettazione dei suoi cicli benigni di notti e giorni, di disastri e di miracoli, di separazioni e incontri. Un lavoro delicato e sicuramente adatto anche ai bambini, ma l’esperienza di vita dello spettatore più maturo sicuramente aiuta a dare una chiave di lettura più ricca e articolata.

La tartaruga rossa è un’esperienza lirica e avvolgente in cui ci si deve tuffare arrendevoli e seguirne la corrente. Ma è anche un rassicurante segnale di apertura dello Studio Ghibli a commissioni esterne di gran prestigio e qualità.

Adriana Rosati, da “linkinmovies.it”

 

 

 

Da oriente ad occidente il vento della grande animazione attraversa i continenti muovendosi sulle ali del vento, scrosciando sulle onde del mare, soffiando sulla steppa russa. La grande onda di Kanagawa, xilografia di Hokusai, è l’emblema della contaminazione di due stili, o scuole, la pittura paesaggistica tradizionale, nata dall’unione dell’originario stile cinese shan shui (per quanto concerne la tematica filosofica della rappresentazione) e dello stile edonistico giapponese yamato-e, con la dottrina realistica occidentale, soprattutto di matrice olandese. Su queste rotte commerciali, nonché rette di contaminazioni artistiche e culturali tra due società così distanti e differenti (considerando che all’epoca lo shogun Tokugawa Iemitsu aveva intrapreso una politica autarchica sakoku), si è mossa una contaminazione pittorica che ancora oggi non smettiamo di apprezzare. Ed ancora oggi, su questa medesima rotta, si muove l’animazione contemporanea. Lo studio Ghibli, affascinato dai lavori corti del regista olandese Michaël Dudok de Wit – in coproduzione con la francese Wild Bunch – arriva a produrre il suo primo lungometraggio: La tartaruga rossa. L’alchimia che si viene a creare tra lo stile occidentale e quello orientale fa nascere una miracolosa prova d’animazione d’autore che narra la storia di un naufrago, che sospinto dalla stessa forza ed imperiosità dell’onda hokusaiana, approda su una non ben identificabile isola deserta. Tutti gli sforzi saranno vani per abbandonarla finché, dopo una lunga e snervante lotta tra il naufrago ed una enorme tartaruga rossa – che ricorda la stessa sfida già vista nel precedente suo lavoro corto The Monk e the Fish – quest’ultima si trasforma in una bellissima donna dai capelli rossi che diverrà madre di un giovane ragazzo nato dalla loro unione.

La malinconia e la ciclicità di un destino inevitabile in quanto percorso umano e biologico, racchiuso nel rapporto nascita crescita e morte, è il carattere distintivo del cinema d’animazione di Michaël Dudok de Wit. Non è un caso che la gentilezza dell’animazione e la profondità, nonché semplicità comunicativa, dei temi trattati dalla sua cinematografia abbiano affascinato una coppia come Miyazaki e, come soprattutto, Takahata. La tartaruga rossa è un condensato dell’animazione del suo stesso autore capace di raccogliere in un’unica forma narrativa la struggente malinconia contenuta già in Father and Daughter, la semplicità comunicativa attraverso la quale il contenuto veniva veicolato dall’animazione nei mini spot realizzati per la compagnia di telefonia AT&T, il grado zero del disegno e del condotto gnoseologico rappresentato in The Aroma of Tea. Il film è una’opera prima che riesce nel sublimare l’empatia già contenuta prcedentemente nei corti del regista, arrivando a definire una weltanschauung già suggerita, molto autoriale e comunicativa. Un film che non parla ma che risuona armonico come un lavoro di Tati, che non definisce una morale ma che suggerisce un’emozione, un’empatia in segni grafici, in disegni dal tratto essenziale che suggeriscono un percorso alla fantasia, come in un’animazione di Jurij Norštejn. Una parabola per grandi più che per piccini, che parla al cuore, che comunica con chi ha anni da spendere, da vendere, ancora da conquistare, con chi cerca di conoscere la vita, le sue evoluzioni, le sue cadute, i suoi abbandoni. Un film che ti accarezza l’anima, che ti ricorda che la vita e l’amore vanno sempre vissuti per dare un’ulteriore spinta alla vita stessa, un film che sprona a far superare l’abbandono, che ricorda all’umanità la sua forza e la sua fragilità, come quel monte in prospettiva che sta per essere annegato dalla Grande Onda.

Giorgio Sedona, da “pointblank.it”

 

 

Il campo dell’animazione è sempre un’ottima occasione per stupire, mandare un messaggio forte e chiaro allo spettatore. Fra le tante case di produzione esistenti e che hanno fatto la storia, è impossibile non citare la Pixar, che con i suoi capolavori ha saputo rinnovarsi di continuo, mettendosi alla prova ad ogni lungometraggio e cercando metodi nuovi per raccontare le proprie storie. Basti pensare a quel meraviglioso film che è Wall-E, diretto da Andrew Stanton, privo di dialoghi, ma assolutamente comunicativo attraverso le immagini. Cosa che ha voluto fare anche lo Studio Ghibli, in collaborazione con la Wild Bunch, presentando al pubblico la sua nuova creatura: La Tartaruga Rossa.

Diretto da Michael Dudok de Wit, il film narra le vicende di un uomo, che durante una tempesta, viene trasportato su un’isola tropicale deserta, popolata da uccelli, granchi e tartarughe. I tentavi di andarsene saranno numerosi, ma una tartaruga di colore rosso gli impedirà di portare a terminare il suo piano. Attraverso questo concept semplice, ma di grande impatto, la pellicola rivela la sua vera essenza, ovvero, quello di raccontare le tappe della vita di un essere umano. Con una tecnica mista, divisa tra il digitale e il carboncino, possiamo notare l’incredibile impegno, che il regista, decide di rivelare sin dalle prime sequenze. Non abbiamo bisogno di dialoghi, la storia riesce a regalare momenti intensi e a ipnotizzare lo spettatore dall’inizio alla fine, solamente con l’ausilio delle immagini, poetiche in ogni inquadratura e che ci mostrano, ancora una volta, l’importanza del tempo, che possiamo percepire grazie alla scena di un albero in movimento, un cielo limpido pronto a diventare scuro. Un film che non si dimentica anche di sottolineare la bellezza delle piccole cose, del crescere un figlio, dell’innamorarsi. Dei temi che si mischiano perfettamente e che trovano il giusto in spazio.

Una colonna sonora che diventa di vitale importanza, un elemento fondamentale, capace di costruire sequenze che rimarranno impresse per molto tempo. Ci troviamo davanti ad un’animazione adulta, autoriale, una vera e propria poesia trasposta sul grande schermo, che purtroppo, potrebbe risultare noiosa per un pubblico minorile, complice anche una poca maturità nell’affrontare i vari messaggi della pellicola, come quello della morte. Come dice Du Wit, la morte è una realtà. L’essere umano tende a contrastare la morte, ad averne paura, a lottare per scagionarla e si tratta di un atteggiamento molto sano e naturale. Eppure si può avere nello stesso momento una bellissima comprensione intuitiva del fatto che siamo pura vita e non abbiamo bisogno di opporci alla morte.

Simone Martinelli, da “lascimmiapensa.com”

 

 

Un naufrago su un’isola deserta prova più volte a salpare con la sua zattera, ma una strana forza lo spinge sempre a tornare a terra.

Ci chiediamo spesso: cosa porteremmo con noi su un’isola deserta? Eppure quasi mai ci fermiamo a pensare a come potrebbe essere la nostra vita se fossimo dei naufraghi senza niente con noi. Il protagonista del film La tartaruga rossa non ha nulla di materiale con sé della nostra civiltà, eppure nel paradiso terrestre in cui è costretto a vivere, dove tutto gli manca, arriva ad avere l’unica cosa di cui veramente non possiamo fare a meno: la compagnia di un nostro simile.

L’uomo, del quale non conosciamo neanche il nome, non è infatti solo. Quella straordinaria e misteriosa forza che lo costringe a rimanere a terra è una tartaruga che nella sua metamorfosi diventa sua compagna di vita, e dal loro legame nasce un bambino. Ogni stadio dell’esistenza prende forma: vita, crescita e morte, passando anche per l’adolescenza e il distacco dei figli dai genitori.

Il tema della famiglia diventa centrale tanto quanto quello ambientale. Perché se da una parte abbiamo la rappresentazione familiare tipica anche se in un luogo atipico, dall’altra è proprio l’ambiente a essere protagonista, con le sue estese spiagge bianche, il mare cristallino, i granchi che giocano sulla riva, il bambù altissimo e anche loro, le tartarughe.

E infatti ne La tartaruga rossa non si parla (in tutto il film vengono emessi circa una decina di suoni) perché non ce n’è bisogno: bastano le immagini, la gestualità dei personaggi, la luce delle scene e la musica di Laurent Perez Del Mar, degna sostituta delle parole. Un mix di elementi che creano poesia, in un lungometraggio che diventa metafora dell’esistenza umana e del puro rapporto uomo-natura. Un rapporto che si basa soprattutto sul rispetto: la coppia vive in simbiosi con l’ambiente al punto di non costruire nemmeno un riparo, ma di dormire distesa a terra sotto l’infinito cielo stellato.

L’uomo, abbronzato e barbuto, la donna, dalla folta chioma rossa, e il figliolo conducono una vita tranquilla e semplice, e non necessitano di nulla se non l’uno dell’altro, soprattutto nel momento di maggior bisogno, ossia quando uno tsunami stravolge il loro habitat, mettendoli di fronte all’immensità della natura e alla loro infinita piccolezza.

Il film, presentato a Cannes e alla Festa del cinema di Roma e in corsa agli Oscar, diretto da Michael Dudok de Wit e co-prodotto dalla Studio Ghibli, è animato in digitale e a mano. La tartaruga rossa è qualcosa che fa bene agli occhi e al cuore, assolutamente particolare e unico, poetico e dal messaggio universale: rispettiamo quello che abbiamo e ammiriamone l’incredibile bellezza.

Voto: 3,5 / 5

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

 

 

 

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