Jackie

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“Non ho mai voluto la celebrità. Sono solo diventata una Kennedy”.
Le distorsioni sonore degli archi feriti di Mica Levi provano ad insinuarsi sotto il velo funebre di una donna, tra le più in vista del pianeta in quel periodo, da pochissimo diventata vedova.
E’ Jacqueline Lee Bouvier Kennedy Onassis, detta semplicemente Jackie, il soggetto attraverso il quale, ancora una volta, il cinema di Pablo Larraín insegue i fatti della storia per tentare di rileggerli attraverso differenti prospettive, mostrando come sempre quanto la verità, soprattutto quella del potere, sia il più delle volte frutto di dinamiche molto complesse.

Ma all’indomani della morte di JFK, sulla cui figura e sulla cui fine è stato detto, scritto e raccontato (anche al cinema) di tutto, qualcuno si è mai chiesto che cosa furono quei giorni per Jackie, moglie e madre distrutta dal dolore, oltretutto costretta ad affrontare questioni come l’organizzazione del funerale e il trasloco dalla Casa Bianca? “Regina senza corona, che perse in un colpo solo marito e trono”, come la definisce lo stesso regista cileno, Jackie venne intervistata il 29 novembre 1963 (sette giorni dopo l’omicidio di Dallas) da Theodore H. White per Life: Larraín fa partire il film da lì, dall’incontro tra la sua Jackie (Natalie Portman, sensazionale, l’Oscar 2017 è già nelle sue mani) e il giornalista (Billy Crudup) che portò in superficie la leggenda di “Camelot”, musical preferito di Kennedy e, da quel momento in poi, termine usato per riferirsi al periodo della sua presidenza, considerata come un’epoca idilliaca (la cui fine spesso venne paragonata alla caduta di Artù).

Ed è stato proprio grazie a Jackie, sembra volerci suggerire il film, che la Storia ha potuto comprendere chi fosse realmente “Jack”, un uomo “ordinario capace però di cambiare il corso degli eventi”. Ma è un percorso, quello di Larraín, che naturalmente (e per fortuna) si allontana dalle solite agiografie hollywoodiane, così rassicuranti e asettiche, prevedibili e denaturate nei loro bei barattolini di formaldeide.
Il regista di Tony Manero e Post Mortem, di No, El Club e Neruda (mostrato al mondo solamente qualche mese fa, alla Quinzaine di Cannes), per la prima volta alle prese con un progetto non ambientato in Cile, vuole invece far emergere il caos, soprattutto emotivo, ricostruendo – letteralmente, visto che non viene utilizzata neanche un’immagine di repertorio (anche laddove la grana sfibrata potrebbe far pensare il contrario), ad eccezione di fugaci notiziari televisivi sullo sfondo – quei giorni di tormento e sgomento, di tensioni politiche (con l’investitura lampo di Lindon Johnson a nuovo Presidente USA sull’aereo che avrebbe riportato Jackie da Dallas a Washington) e familiari, con Bobby Kennedy (Peter Sarsgaard) fratello, cognato, zio lacerato dalla perdita, umana e al tempo stesso simbolica: “Passo di fronte alla stanza di Lincoln e sento il peso della storia, quello che quest’uomo è riuscito a fare per l’umanità. E invece la nostra tradizione finisce qui, ancor prima di iniziare”.
Anche per questo, allora, contro i suggerimenti dell’intelligence e di chiunque avesse intorno, Jackie non si arrese all’idea di poter marciare al fianco del carro funebre del marito, consegnando agli sguardi del mondo intero la memoria di una figura politica poi passata alla storia.

Le distorsioni (non solo sonore) continuano così ad alternarsi nel susseguirsi di momenti che ci riportano ad una Jackie più “costruita”, nel chiuso di un bianco e nero difettato, intenta a mostrare ai telespettatori i cambiamenti apportati all’interno della Casa Bianca, in termini di mobilio e arredamento, in un anno di soggiorno (il celebre tour trasmesso dalla CBS nel febbraio del ’62). Per poi mostrarcela sconvolta, nel suo tailleur rosa chiaro sporco di sangue, alle prese con la svestizione da un abito che, però, non potrà levare mai più. Un frammento indelebile, anche nel nostro immaginario, con cui Larraín cerca di riassemblare un puzzle inevitabilmente lontano dall’ordinario, a sua volta composto da ulteriori frammenti di memoria, pezzetti di apparizioni fugaci e discontinue, che fanno di Jackie “la donna famosa più sconosciuta dell’era moderna”. E l’unico modo possibile per “raccontarla”, anche attraverso la cifra emotiva di una solitudine nel dolore che solamente il potere è capace di generare, era con un film di questo tipo. Che, attualmente, per quanto ci riguarda vince il Leone d’Oro (e anche con un certo distacco) di Venezia73.

The rain may never fall till after sundown.
By eight, the morning fog must disappear.
In short, there’s simply not
A more congenial spot
For happily-ever-aftering than here
In Camelot.

Voto: 5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

All’interno della cornice narrativa dell’incontro-intervista tra il giornalista politico Theodore H. White e Jacqueline Kennedy, avvenuto una settimana dopo il tragico attentato di John Fitzgerald Kennedy a Dallas, Jackie ripercorre i quattro giorni della vita della first lady intercorsi tra la morte di JFK e il suo funerale.

I saw myself in the mirror: my whole face spattered with blood and hair. I wiped it off with Kleenex. History! […] Then one second later I thought, why did I wash the blood off? I should have left it there, let them see what they’ve done. If I’d just had the blood and caked hair when they took the picture. Then later I said to Bobby: what’s the line between history and drama? I should have kept the blood on.

[Jacqueline Kennedy – LIFE, 6 December 1963]

Don’t let it be forgot, that once there was a spot, for one brief shining moment that was known as Camelot.

[Camelot – Alan Jay Lerner]

Primo film statunitense di Pablo Larrain e prima escursione del suo sguardo irriducibile, perennemente mutevole, non categorizzabile al di fuori delle coordinate geografiche e storico-sociali della sua nazione, Jackie si innesta senza scorie nello straordinario percorso autoriale inaugurato dal regista cileno nel 2006, configurandosi come una preziosa summa di tutti gli elementi costitutivi del suo cinema.

Nel descrivere – attraverso un frastagliato, elusivo e anti-lineare caleidoscopio di brandelli esistenziali e memoriali – i quattro giorni della vita di Jacqueline Kennedy (una magistrale Natalie Portman) sospesi tra la tragica mattina dell’attentato di Dallas e il funerale di JFK, Larrain ricataloga, rovescia e riplasma tutte le ossessioni tematiche ed estetiche che hanno fatto della sua breve filmografia una delle più indispensabili espressioni del cinema d’autore dell’ultimo decennio.

In Jackie riemerge, in primis, la drammatica consapevolezza del carattere sfuggente, inesprimibile della Storia, il senso profondo della sua ineluttabile oscurità, fil rouge della precedente produzione larrainiana. Pur penetrando per la prima volta in modo diretto luoghi, figure e depositari della storiografia pubblica e “ufficiale”, il regista cileno ne rigetta l’intelligibilità: la Storia appare scalciante, ridotta a brandelli sparsi e fluttuanti, come accadeva nei suoi primi film. Essa si riflette sfocata nei finestrini delle auto e delle vetrine, scorre dietro a porte chiuse, attraversa cornette telefoniche lontane da chi ascolta e schermi televisivi messi a tacere al momento opportuno. La sua unica traccia reale, concreta, ineludibile sembra coincidere così (come accadeva in Post Mortem) con le viscere dei corpi falciati dalla sua scure e, nello specifico, con il sangue di JFK esploso sul volto e la gonna rosa di sua moglie, un significante prezioso che la donna tenta di conservare il più a lungo possibile, in un disperato appiglio alla possibilità di una verità tangibile che lei stessa sarà costretta a negare. First Lady di una nazione e prima donna protagonista del cinema di Larrain, Jackie modula e domina infatti il valore e il senso del vero nell’intervista con Theodore H. White (LIFE) che funge da struttura-contenitore all’interno del quale il film si sviluppa: è lei a ricostruire gli eventi, a selezionare il narrabile, a decretare lo scorrere della temporalità, a negare quanto l’immagine audiovisiva palesa (“I haven’t said that!” diventa uno dei Leitmotive della sua “confessione”), a imporre censure e finzioni, a connotare l’individualità tutta umana di JFK di una commovente tensione epica, nel tentativo di trasformare la sua figura in un’immagine iconica di infallibilità eroica, la sua vita in modello, la sua storia in mito (tracciando peraltro un legame evidentissimo con il Neruda eternamente teso alla narrativizzazione epica del proprio destino, protagonista del precedente film di Larrain).

In questo senso, Jackie si propone, in linea con la generale insofferenza del suo autore alla rigidità delle strutture di genere, come un biopic essenzialmente negato: la strutturazione lineare di un’identità lascia il posto all’esposizione di un contradditorio groviglio di frammenti della stessa, il racconto di una vita cede all’incerto flusso di coscienza di un’anima colta in un momento di crisi non più narrativizzabile, se non nei termini di un caleidoscopio di affermazioni e negazioni costanti. Jackie ammette di aver dimenticato tutto eppure ricorda lo sparo, le grida convulse, il sangue, ogni istante (“I told everyone I can’t remember. I can remember everything”), canalizza le sue energie nella sofferta mitizzazione del defunto Kennedy, idealmente connesso a Lincoln e alle figure del ciclo cavalleresco arturiano, e insieme ripiega egoisticamente quella tensione su sé stessa (“It wasn’t for Jack or his legacy, it was for me”), tende senza soluzione di continuità alla gloria e all’anonimato, alla rinascita e al suicidio, alla vita e alla morte.

La rappresentazione biografica si trasforma così in ossimoro compiuto: la stessa Casa Bianca, grembo primordiale e luogo madre del film, esplode semanticamente nel corto circuito estetico che la vuole simbolico e universale referente del Pubblico e spazio del privato, del nascosto, del rimosso, nella grandiosa tensione costruita da Larrain tra le immagini del suo film, i materiali di repertorio e (in una progressione inarrestabile di ricostruzioni di secondo livello) i frammenti di A Tour of the White House with Mrs. John F. Kennedy (Franklin J. Schaffner, 1962), (ri)creati in una sorta di impossibile remake dal regista cileno.

Proprio la saturazione del filmico, l’uso di fonti eterogenee, la (magistrale) contaminazione del footage con le immagini diegetiche rivendica infine (come accadeva in No) un’attualizzante, sotterranea, parallela riflessione sulle coordinate epistemologiche della società postmoderna, digitale, massmediale, informatizzata. Se, citando Gianni Vattimo, oggi “non appare più possibile parlare della storia come qualcosa di unitario” ma, al massimo, come un campo aperto di molteplicità “in cui radio, televisione, giornali [diventano] elementi di una generale esplosione e moltiplicazione di Weltanschaungen, di visioni del mondo” (“La società trasparente” 1990), Jackie nella sua labirintica struttura di mascheramenti e rovesciamenti, si propone come dramma sull’impossibilità del narrare (il vero) nell’era in cui le dicotomie positivistiche sono crollate, l’immagine e il suo referente oggettivo non sono più distinguibili, il mito si è fatto Storia e la Storia mito.

Voto: 9 / 10

Stefano Oddi, da “storiadeifilm.it”

Biopic che viola molte regole del genere, Jackie è la conferma del talento di Pablo Larraín, e il primo vero colpo al cuore della Mostra del Cinema di Venezia 2016. Con una straordinaria Natalie Portman.

Ricordare Camelot

Il tempo torna indietro agli Stati Uniti degli anni Sessanta, includendo anche filmati originari del 1963, che confondono realtà e finzione, sulle tracce di una donna che è diventata un’icona. Il lungometraggio si distende su un periodo di quattro giorni, a partire da poco prima dell’assassinio del marito e presidente americano John F. Kennedy, lungo i primi dolorosi e concitati giorni che seguirono alla tragedia… [sinossi – labiennale.org]

“Alla gente piacciono le favole, ma non ci sarà più nessuna Camelot”, afferma Jacqueline Bouvier, vedova Kennedy, al giornalista che la sta intervistando. Camelot non è solo il regno mitologico di Re Artù, simbolo di pace e democrazia (prima che le bramosie della carne, con l’amore di Lancillotto e Ginevra, e della fede, con la ricerca del Graal, lo devastino all’interno), ma anche un musical di successo portato in scena a Broadway nel 1960 da Alan Jay Lerner e Frederick Loewe; Jackie racconta che il marito lo ascoltasse tutte le sere prima di mettersi a letto, in particolar modo la parte finale nella quale si canta del “barlume di gloria” da tramandare ai posteri.
È tutto racchiuso nella stessa dicotomia anche Jackie, settimo lungometraggio diretto da Pablo Larraín, il terzo apparso in giro per i festival in appena diciannove mesi, dopo Il club e Neruda: nel ritrarre il lutto della più celebre delle first lady, Larraín pone in un incessante racconto le esigenze del mito e quelle della società dello spettacolo. “È stato uno spettacolo”, confida il giornalista alla donna parlando del funerale di Kennedy, e nell’originale Larraín utilizza il termine spectacle, non show, a rimarcare una ricerca nel linguaggio che dona sempre senso a ciò che sta mettendo in scena.

Uno spettacolo, certo, visto da milioni di persone in televisione, ma anche l’intimo strazio di una donna che ha perso il marito, ma in realtà si accorge di non aver dato senso e struttura a se stessa. Non ha una casa, lei che aveva aperto le porte della White House alla televisione (la casa del popolo, come la chiama), pensa che le promesse fatte all’altare siano state ben presto disattese, e non ha timore di comunicarlo proprio al prete che dovrà celebrare l’ultimo saluto di una nazione a un presidente che ha profondamente amato. Al punto di ucciderlo.

Non è la prima volta che Larraín si trova a tu per tu con il cadavere di un presidente, ma se Salvador Allende fu solo una delle vittime sacrificali della democrazia cilena (insieme al suo popolo, destinato a sofferenze ancora maggiori), Kennedy divenne il simbolo della perdita della purezza di un paese che si considerava al di sopra del bene e del male, nonostante una guerra civile combattuta appena cento anni prima. Per questo l’autopsia del presidente stavolta può rimanere fuori campo, mentre la morte deve essere mostrata in tutta la sua brutale efferatezza, con il lato destro della testa di JFK che esplode sul grembo di Jackie, e il terrore sul volto screziato di sangue di lei.
Larraín mette in scena una volta di più il potere, e le forme umane che esso assume. Jackie Kennedy, che quel potere l’ha visto dormirgli accanto, tradirla (“mio marito è stato nel deserto, per resistere alle tentazioni”, nella creazione del mito si ricorre anche alle citazioni bibliche), e con quel potere si è confrontata ogni giorno, suo malgrado, deve ora esercitarlo, seppur per pochi giorni. Deve organizzare un funerale che tutti ostacolano, ufficialmente per questioni di sicurezza nazionale, e creare il suo Artù personale da donare a un popolo confuso, spaventato, forse ipocrita. Uno sforzo titanico, ma non troppo per una donna giovane che ha già seppellito due figli e ora sta per fare lo stesso col marito.

Con chi prendersela, con un dio assente prima ancora che crudele? Con una nazione ingrata? Con la Birch Society? Come sua abitudine, Larraín fa procedere la narrazione (la sceneggiatura la firma Noah Oppenheim) per un accumulo di schermaglie dialettiche, unico modo non per raggiungere una verità impossibile da conoscere per strenua volontà di chi la detiene (gli sfoghi più sinceri di Jackie al giornalista terminano tutti con una severa auto-censura), ma per stratificare il discorso e provare a scavare in profondità nell’animo dei personaggi. Eppure, con una scelta mirabile, Larraín esclude dalla contesa qualsiasi dialogo tra Kennedy e sua moglie. Il defunto presidente può essere visto solo di sfuggita, ed è sempre lui a porsi al fianco della consorte, e mai il contrario.
La camera d’altro canto è costantemente incollata a Jackie, che stia ripassando a memoria le battute con cui introdurrà la Casa Bianca ai telespettatori o stia discutendo con Bobby, il fratello minore del marito e futuro “martire” della democrazia statunitense. Nelle sue vesti Natalie Portman regala un’interpretazione sontuosa, nel ruolo che potrebbe regalarle l’immortalità cinematografica.

“Per la regalità serve tradizione, e per la tradizione serve tempo”; quel tempo che la Storia non ha concesso a Kennedy Larraín lo deforma, usandolo come elastico avanti e indietro, reiterando e creando corto circuiti narrativi. Questo elemento, insieme a un rigore assoluto nella costruzione del quadro e a un utilizzo mai decorativo della colonna sonora, confermano ulteriormente il talento e il coraggio del regista cileno, che a quarant’anni compiuti da meno di due mesi si confronta con Hollywood senza cedere un millimetro alle lusinghe della Mecca del Cinema. Utilizzando gli stilemi del biopic Larraín li rivolta dall’interno, senza per questo rinunciare a un cast di divi (tra gli altri, oltre la Portman, Greta Gerwig, Perer Sarsgaard, John Hurt e Billy Crudup) eppure donando vita a un oggetto alieno, tragico e politico.
Sempre in indagine, Larraín si interroga piuttosto che declamare, come dimostra la fuggevole inquadratura in cui dalla macchina che la sta portando via dalla Casa Bianca (“tutte le first lady devono prepararsi a fare la valigia”) Jackie vede i manichini in allestimento in un negozio di moda, tutti con i modelli che l’hanno resa celebre.
Conferma di un genio cinematografico fuori dal comune, Jackie è il primo vero colpo al cuore del concorso di Venezia 73.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

Non sta nel lutto la tragedia di Jackie (un’eccezionale Natalie Portman cui Larraín rimane incollato tutto il film), ma nell’ipocrisia in cui è costretta e schiacciata. Di cui è più di tutti consapevole, e ciononostante lei per prima alimenta. Perché solo così è possibile continuare a vivere. Nell’intervista che racchiude il film come una cornice, Jackie afferma che il marito a volte andava “nel deserto per essere tentato” ma poi “tornava sempre dalla sua amata famiglia”. Jackie trasfigura biblicamente i tradimenti del marito pur essendo ben consapevole dell’ipocrisia intrinseca a questa visione delle cose. Lo rivela la lucida e fulminante chiosa “E io non fumo.”, pronunciata sigaretta alla mano.
Il momento che mette a nudo l’ipocrisia è quello in cui Jackie è chiamata a spiegare ai propri due bambini che il padre non c’è più e racconta loro che è andato in cielo a dar compagnia al figlioletto morto. Uno dei figli risponde “ma ci siamo ancora noi qui…”. Le bugie travestite da favole che si raccontano ai bambini sono lo strato superficiale, quello più evidente, di un corpo di “favole” che raccontiamo anzitutto a noi stessi, per renderci più sopportabile la vita. Jackie sembra saperlo bene: in questa consapevolezza risiede la sua tragedia.

La grandezza del ritratto, lontano dai canoni del biopic, fatto da Larraín sulla base di una fenomenale sceneggiatura di Noah Oppenheim (e accompagnato dai toni bassi e distorti delle notevoli musiche di Mica Levi), sta nell’impossibilità di scindere l’autenticità del dolore dalla necessità di aggrapparsi alla menzogna pur di ritrovare una dimensione familiare, domestica, nella disperata solitudine in cui è precipitata la protagonista, in un mondo in cui non possiede più niente. Al sacerdote che officerà le esequie del marito (John Hurt) rivela: “tutto quello che ho fatto per il funerale non è per lui, né per il suo lascito, ma per me”. Larraín smaschera l’ipocrisia nello stesso momento in cui torna continuamente sul lutto e sul dolore, rendendoci partecipi, davvero fino alla commozione, dello smarrimento esistenziale di Jackie.

La protagonista accosta il marito alla figura di Lincoln, presidente assassinato anch’egli durante il proprio mandato: si aggrappa al mito di Lincoln per mitizzare a sua volta il marito e trovare un terreno solido mentre tutto le si sfalda sotto i piedi. Sa benissimo che l’edificazione del mito non potrà che essere l’ennesima messa in scena, l’ennesima ipocrisia, favorita dal contesto mediatico di cui si avvale con abilità e consapevolezza. Nella stratificazione dei diversi piani temporali di cui si compone il film, uno di questi è costituito dalla trasmissione televisiva in b/n (in parte ricostruita, in parte filmati di repertorio) in cui la first lady presentò ai cittadini la Casa Bianca, illustrandone le innovazioni effettuate. Fu un modo di aprire democraticamente al popolo il palazzo del potere, ma anche di renderlo a sé più familiare grazie alle potenzialità reificanti del medium televisivo.

Il mito che Jackie si sforza di edificare sin dalle prime ore del lutto è quello della Casa Bianca come Camelot: la mitologica reggia di Re Artù, titolo di un musical di Broadway che i Kennedy amavano ascoltare su disco appunto alla Casa Bianca (Camelot divenne negli Stati Uniti un appellativo che fu poi esteso, grazie alla riuscita mitizzazione che ne fece l’ex first lady, a tutta la presidenza Kennedy). In psicologia, la casa si lega alla femminilità, ne rappresenta un’estensione. Si percepisce nel film come la Casa Bianca fosse rimasta per Jackie una dimensione domestica presa in prestito, mai interiormente appartenutale. Ricorrono, per tutto il film, scene in cui Jackie si aggira come smarrita, nei vuoti ambienti della Casa Bianca che forse le sono sempre stati unfamiliar. E adesso, da quella che è pur sempre stata una casa, deve all’improvviso uscire.

Jackie è profondamente sola. A parte i figli piccoli, non ha nessuno. Nell’affettuosa vicinanza del cognato Bob Kennedy (Peter Sarsgaard) si avverte l’assenza di un legame di sangue, che amplifica il senso di solitudine. Jackie è sola rispetto alla famiglia Kennedy con cui non mancano divergenze, sola verso il nuovo arrogante presidente Johnson, sola verso chi per motivi di sicurezza le raccomanda di evitare di ispirarsi alle solenni esequie di Lincoln per l’organizzazione dei funerali del marito. La solitudine è il prezzo del potere, su cui son state scritte fior di tragedie: ma qui Larraín la declina, al femminile, con inusuale delicatezza e compartecipazione, sfumature insolite per il suo cinema, che qui si fa meno cinico, ma non meno lucido e sempre più sottilmente feroce.

“Credete di poter controllare tutto, ma gli hanno sparato in carcere!” sbotta Jackie con Bob Kennedy quando scopre che le è stato tenuto nascosto l’assassinio di Lee H. Oswald, il sospetto assassino del marito. Complotti, trame segrete e mai chiarite. Scorgiamo in filigrana la “grande ipocrisia del potere” in cui Jackie è presa in trappola e smarrita. L’unica risposta è procedere all’edificazione del mito: raccontare al mondo una favola per coprire le ombre, facendosi in definitiva attrice della stessa grande ipocrisia che ha messo lei sotto scacco. Nella democrazia già mediatizzata dei primi anni 60, la mitologia che Jackie edifica si appresta ad accompagnarsi all’ipocrisia su cui riposa ancora oggi la versione ufficiale dell’assassinio di JFK: uno shock che rappresentò una perdita di verginità per l’America appena uscita dall’idillio degli anni 50. Una piaga non più rimarginata, in cui l’ambizioso regista cileno non esita oggi ad affondare le mani, nella sua prima trasferta in terra statunitense, dopo averle affondate nella Storia del proprio Paese (dopo aver messo in scena in “Post Mortem” l’autopsia di Allende, Larraín lascia intravedere in “Jackie” l’autopsia di Kennedy, un altro capo di Stato assassinato).

Registriamo con soddisfazione come la materia del film sia completamente assimilata dal regista alla propria poetica. Lo stile rimane rigoroso e personale; in linea con la delicatezza di questo suo primo ritratto al femminile sono attenuati i virtuosismi, a tratti ostici, che hanno contribuito a fare dei precedenti film un crescendo di capolavori (passando da “Il Club” fino all’apice rappresentato da “Neruda“).

Alla fine, si torna a Camelot con le parole di Jackie: “la gente ama le favole. E le favole finiscono per diventare più reali delle persone che si hanno al proprio fianco”. Jackie si aggira sola per i viali della città, e scorge alcuni manichini che stanno per essere sistemati in una boutique. L’acconciatura di quei manichini è la sua; gli abiti che indossano, sono i capi di alta moda che lei ha reso popolari. Jackie si vede già diventata un manichino. Come ha detto del marito, un quadro su un muro. Così Larraín si appresta a chiudere il suo ritratto, ennesima variazione sul tema dell’inestricabilità della realtà dalla sua rappresentazione, e della definitiva impossibilità di evitare di essere stritolati dai propri miti e dalle proprie ideologie. Temi che si avvertono profondamente percepiti quale punto di convergenza tragico della condizione umana, da parte di un giovane regista che si conferma definitivamente come uno dei più grandi (se non il più grande) della propria generazione.

Voto: 8,5 / 10

Stefano Santoli, da “ondacinema.it”

 

 

 

Camelot. È il leitmotiv con cui si chiude Jackie di Pablo Larrain, primo film del regista cileno negli USA. Camelot quale rimando ad un mondo in cui a regnare sono gli ideali, in cui non c’è bisogno d’inseguire una gloria fugace perché lì tutto è gloria. L’abbraccio su cui il film si chiude dice tutto quello che c’è da dire, lega un nodo alla gola che ci accompagnerà ogni qualvolta rievocheremo Jackie: quest’ultima e suo marito di spalle, alla Casa Bianca, mentre ballano un lento. Tempi felici, che sembrava dovessero durate per sempre anche se nessuno crede davvero a certe cose.

Larrain, come sempre succede, fugge la retorica, che non è proprio nelle sue corde; la sua Jacqueline (Natalie Portman) è sì la first lady, moglie e donna che nel giro di poche ore ha letteralmente perso quasi tutto. Ma sarebbe un errore credere che con quel “tutto” ci si riferisca al ruolo istituzionale, o finanche al matrimonio: Jackie in quelle ore ha seriamente rischiato di perdere sé stessa. Lo dice chiaramente al prete che tenta una sorta di confessione allargata: «padre, ogni giorno prego di morire». Il regista cileno è quello adatto a raccontare questa storia, che in mano a tanti altri, anche navigati, si sarebbe risolta nell’ennesimo polpettone patinato, tanto impeccabile quanto vuoto. Ed invece questo Jackie un’anima ce l’ha, ed è pure bella.

Un giornalista va a trovare l’ex-first lady per un’intervista destinata a fare il giro del mondo. Sarà la sua di versione, pacata e tutt’altro che controversa, di quanto accaduto quel giorno a Dallas. Ma soprattutto di ciò che ne è seguito. Larrain si concentra sui tre giorni successivi, ancora una volta disinteressandosi di alcun rigore cronologico per tuffarsi a capofitto su una progressione di tipo emozionale. Il suo è un racconto che procede per sensazioni, non introspettivo, attenzione, bensì evocativo: la musica detta il tempo, il montaggio segue in accordo. Ciò che deve emergere è la complessità di una situazione che per la diretta interessata vira vertiginosamente in tragedia.

La Portman regge benissimo il peso di un ruolo che presentava i suoi ostacoli. Il titolo non è casuale, infatti, dato che tutto ruota attorno a lei; la macchina da presa le si posa addosso costantemente con grazia e discrezione, pur non lesinando primi piani stretti. La segue per restituircela quanto più integra possibile, nella sua debolezza e fragilità, che diventano, come sovente accade, le componenti mediante le quali riusciamo a scorgere con maggiore chiarezza il personaggio. Jackie è peraltro film che di americano ha proprio il suo soffermarsi su una prova di resistenza inizialmente al di là delle forze di chi la affronta, salvo poi venirne a capo un po’ per forza di volontà un po’ per quel senso di responsabilità tanto celebrato in certi circoli, oltre che iscritto nel DNA culturale.

La vediamo, Jackie, vagare per le sfarzose stanze di un’abitazione spettrale, popolata da fantasmi che sbattono in faccia alla donna la sua radicale solitudine, il fatto che per questa sfida non possa avvalersi dell’ausilio di nessuno. Va contestualizzato il periodo, l’ambiente: sarà anche la moglie del presidente degli Stati Uniti, ma Jacqueline è in tutto e per tutto anche figlia del proprio tempo; moglie e madre di famiglia, che fino a qualche giorno prima doveva occuparsi di rendere la Casa Bianca all’altezza della Storia, mentre ora la sua esistenza rischia di rimanere miseramente senza alcuno scopo. La memoria come espressione di un passaggio, segno tangibile della propria presenza nel mondo. Bob Kennedy ne è quasi inopportunamente ossessionato: il cadavere del fratello è ancora caldo, la cognata devastata, tuttavia non resiste alla tentazione di manifestare la propria amarezza «per tutto ciò che di buono avremmo potuto fare».

Perché il vero conflitto, ciò che a Jackie non dà pace è esattamente questo, ossia il doversi confrontare con due mostri contemporaneamente: non ha tempo per rielaborare il lutto in quanto non c’è modo di rinviare l’appuntamento con la Storia, che preme affinché lei si comporti come ci si aspetti da colei che, a partire dal giorno 1 del mandato del marito, non apparteneva più a sé stessa, bensì al popolo americano, di cui è automaticamente divenuta madre, amica, sorella. Peccato non ci sia scuola che prepari a dovere per certe cose; e se anche ci fosse, la sproporzione tra la teoria e la pratica la renderebbero per lo più superflua.

Pablo Larrain si reinventa per l’ennesima volta, come ebbi modo di sottolineare già in sede di recensione di Neruda. Con Jackie firma un nuovo tassello della sua sempre più preziosa filmografia, confermando peraltro la propria inclinazione a sapere rileggere pagine di Storia, stavolta anche al di là dei confini del proprio Paese. Capisci che le cose andranno per il verso giusto sin dall’inizio, quando le note inquietanti di Mica Levi sembrano introdurci un horror; perché stirando un po’ il concetto è esattamente di questo che si tratta. Bisogna tornare a Post Mortem per cogliere pulsioni analoghe, per avvertire certe angoscianti sensazioni.

Voto: 9 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Perché una storia sia vera, occorre scriverne? Non c’è più bisogno di scriverla, c’è la televisione, risponde “il giornalista” Billy Crudup all’inizio della sua intervista duello (Frost/Nixon?) con Jacqueline Kennedy. Rappresentazione o narrazione che sia, resta sempre l’idea che la verità vera sia sempre un’altra cosa, posta in un punto irraggiungibile, e molto probabilmente irrilevante. Lo stato delle cose non esiste, è sempre il frutto di un sopralluogo e di una perizia, verbale, visiva… La differenza, oggi, sta nel grado di spettacolo richiesto perché le cose possano uscire dall’anonimato e quindi dall’inesistenza.

Chi è stato James Garfield? E chi si ricorda di William McKinley? Nessuno lo sa. Però tutti sanno chi era Lincoln, cosa ha fatto, quali sono i momenti fondamentali del suo mandato, la vittoria della guerra civile e l’abolizione della schiavitù. Perché? Cosa c’è di diverso tra tre presidenti assassinati mentre erano ancora in carica? È solo questione di meriti effettivi, della portata delle loro politiche e decisioni? O c’è anche dell’altro? Forse, in questi casi, è qualcosa che riguarda il modo in cui è stato celebrato il lutto della nazione, il racconto della morte di un uomo che diventa un’altra prospettiva sulla sua vita, sui suoi pensieri, parole, opere e omissioni. È il modo in cui il potere si rappresenta, in cui tutto si rappresenta, il punto, come intuisce con geniale lucidità Jackie. Che immagine vogliamo dare? Era la stessa domanda che era alla base di No: il dominio della narrazione e della rappresentazione sul campo della verità. I detti più dei fatti, le immagini più delle cose. Perciò la prova di forza che la first lady, ormai spodestata, ingaggia con i consiglieri, i responsabili, con tutto l’apparato preoccupato delle ragioni della sicurezza, è determinante. Dare a Kennedy lo stesso funerale di Lincoln, fargli percorrere la stessa strada con il corteo, i cavalli, la processione funebre e il tributo live della commozione pubblica, significa dar vita a una cerimonia di santificazione politica, che svincola l’uomo dal peso del giudizio storico, almeno agli occhi dei più. Che, poi, sono quelli che formano la materia del sistema. Se Bobby si preoccupa, ancora, del fallimento materiale, di non aver avuto il tempo di lasciare un segno effettivo, Jackie è già oltre. Ragiona su cos’è un segno. Forse perché si è dovuta preoccupare, sin da subito, all’immagine di sé, al modo in cui doversi rapportare agli sguardi e, da lì, alle opinioni.

jackie natalie portmanMa non è solo una questione individuale in ballo. Ed ecco qui una delle innumerevoli complicazioni che Pablo Larraín innesta nel disegno di Jackie, tanto da renderlo un oggetto di disarmante densità. La costruzione leggendaria della storia non riguarda solo il personaggio di Kennedy e, automaticamente, della consorte che ne ha eretto l’altare. Non è solo un problema di eredità. Riguarda più in generale una nazione e i suoi riferimenti.Come suggerisce l’amico Pietro, quell’ossessione di Jackie per la White House, per la casa rimessa a nuovo attraverso i pezzi del passato, con il recupero compulsivo dei mobili appartenuti ai vecchi presidenti e poi venduti nel corso dei decenni, non è più l’affare intimo di un focolare domestico. Gioca nel senso di una tradizione, serve a tracciare un percorso identitario attraverso l’aggancio ad altre figure, le persone leggendarie che hanno attraversato quelle stanze nel corso dei secoli. Ancora una volta, per Larraín, il potere è qualcosa che trascende gli individui che lo incarnano, via via, nel corso del tempo. È un’entità che parla un proprio linguaggio, che trasfigura la realtà in un sistema di simboli, figure e codici. E che dà forma quindi al proprio mondo e alla propria storia.

Ma se tutto è pubblico, dov’è il privato? Pienamente calata in questa autorappresentazione, chi è Jackie? C’è la donna di Larraín che gioca con il suo intervistatore come il gatto con il tempo… “non ha mica intenzione di pubblicare queste cose” – e allora perché dirle – Ma Jacqueline Kennedy chi è? Ecco l’altra questione, quella intima, personale. Seppure Larraín prova a coglierne il dramma in quei giorni immediatamente successivi all’attentato di Dallas, sebbene provi a immaginarne il cuore spezzato, la verità dei suoi reali sentimenti ed emozioni non può che sfuggire. Jackie è come un personaggio pirandelliano. Non esiste, se non nella misura in cui si offre agli sguardi e nei modi in cui può essere raccontata. Sono diventata first lady, altre donne hanno rinunciato a tutto per molto meno. Ed è, semmai, questa la verità che vale per tutti. Arriva un punto in cui le persone di cui leggiamo sono più reali di quelle che ci sono a fianco… come se fossimo sempre costretti a sottrarre un po’ della nostra carne, per garantirci un residuo di vita da fantasmi. La nostra eredità è un’alterazione materiale.

jackieMa se la verità non è possibile, se non è possibile toccare l’anima di una persona, di se stessi persino, se non è possibile dare una risposta alle cose, allora anche le storie dovrebbero perdere le traiettorie. E proprio qui sta il lavoro lucidissimo di Larraín, che rimescola e fa impazzire la cronaca storica e – scommettiamo – la sceneggiatura di Noah Oppenheim. Sancisce la definitiva impossibilità del biopic e manda in cortocircuito l’arco temporale della narrazione, quei tre giorni tra l’assassinio e il funerale di stato, e poi la sepoltura e poi l’intervista. Sembra più propenso a plasmare la finzione che il dato, ma li integra, con quelle interpolazioni del girato nelle immagini e nei sonori d’archivio, che segnano tutto il tour nella Casa Bianca. Accorda alla propria visione la grandezza di Natalie Portman e John Hurt e la bravura di Peter Sarsgaard, ma non cede nulla della sua visione ai bisogni e ai consumi del mainstream. Certo qui passa più aria rispetto ai mondi in decomposizione di Tony Manero e Post Mortem. Ma cos’è un’autopsia? E qualcosa che si riferisce all’oggetto, al corpo morto o alla pratica, alla capacità di dissezionare i resti per giungere a un’ipotesi di verità? Se questa non è un’autopsia poco ci manca… dipende dal fatto che c’è un residuo vitale inestricabile, quasi religioso. Ed è per questo che Jackie si smarca anche dagli intellettualismi che pesavano su Neruda, che assomiglia ancor più oggi a una specie di preparazione, di allenamento intensivo. Qui c’è l’accordo tra la teoria e l’emozione, quella che ti prende quando, nella selva di domande, trovi una spiraglio. Non è proprio una risposta, è una regola di vita, che annichilisce, ma dà una strana pace. Quando cerchi il senso delle cose, arriva sempre il momento in cui ti rendi conto che non c’è risposta. O lo accetti o ti ti suicidi. Oppure, semplicemente, smetti di farti domande.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

C’è una scena in Jackie di Pablo Larrain che è sineddoche e icona della grandezza di tutto il film (e del cinema del regista cileno): Jackie (Natalie Portman) sale in auto per avviare il corteo funebre, la mdp la riprende in primo piano e sul riflesso del finestrino vediamo tutto il popolo accorso per la triste occasione “prelevato” da immagini di repertorio. È la compenetrazione perfetta tra cinema e storia, cinema e realtà, nonché nitida e lancinante raffigurazione di una grande donna (del popolo) prestata al potere. Perché Jacqueline Kennedy veniva dal popolo, come lei stessa afferma: “Non volevo diventare famosa, mi sono ritrovata ad essere una Kennedy”.

Jackie è il ritratto asciutto e intenso di una grande donna dietro un grande uomo. Un ritratto dovuto, sincero, che suona come un tributo che rende giustizia e spazio ad una personalità per troppo tempo trascurata.

Jackie è un grandioso ma sobrio scatto fotografico di una figura femminile come poche altre. Una donna, madre e moglie prima che first lady, che come una pietà laica si è ritrovata in grembo e nel cuore dolori immensi (perse pure due figli appena nati), costretta a fare i conti anche col lato pubblico della Storia.

Jackie commuove, coinvolge, ammalia grazie un montaggio che alterna più momenti e più giorni del dramma interiore (ma non troppo) di una donna che, nel silenzio, gestì con polso fermo uno dei passaggi più bui della storia americana, scavalcando addirittura il fratello di JFK, Bobby, e il neo presidente Lyndon. Un grande film anche grazie ad una grandissima Natalie Portman, alla sua prova più intensa in carriera insieme a quella per Black Swan. La Portman abbraccia e veste il personaggio, facendo un lavoro sulla voce e sul volto che ha del memorabile.

Insomma, Jackie è un film enorme, ennesima prova di spessore e personalità di un regista, Pablo Larrain, che si conferma tra i migliori e più ambiti (in questa caso dall’America) in circolazione. Un autore così audace da mostrarci quello che (forse) non avevamo mai visto (davvero): il cranio spappolato del Presidente Kennedy. Senza fronzoli né sensazionalismi. E forse (anche) questo già basterebbe per gridare al capolavoro.

da “onestoespietato.com”

 

 

 

L’approccio di Pablo Larraín a Jacqueline Kennedy non è quello di un biografo. Non è nemmeno quello di una persona che ha intenzione di decifrare l’enigma di una donna complessa e poco decifrabile, lavorando anzi sulle sue zone d’ombra e sulle sue contraddizioni umane e comportamentali e utilizzandole per regalare al suo film la stessa gamma di sfumature e di sfaccettature.
Di Jackie, Larraín abbraccia il mistero, potente e seduttivo, così femminile, così universale: quel mistero che si fa mito, e quel mito che serve alla costruzione delle icone e del potere.

Apparentemente fragile e insicura, perfino nel momento di gloria del White House Tour trasmesso dalla CBS, la Jackie del cileno è capace di durezza e determinazione, che nel film emergono nell’organizzazione e nella gestione dei funerali del marito alla Casa Bianca come nel confronto con un giornalista che la intervista in casa. Ma non per questo, e in entrambe le situazioni, non mostra crepe dalla quale filtra senza vergogna tutto il suo dolore e lo sconcerto per la tragedia che ha subito e alla quale ha assistito da protagonista.

Che si tratti degli arredi della dimora presidenziale, del suo abbigliamento o della necessità di tenere in vita (e, anzi, amplificare) il mito di JFK, Jackie appare come una formidabile spin doctor di sé stessa e del defunto marito, una figura tanto più apparentemente refrattaria quanto più consapevole di fronte ai meccanismi e alle esigenze della comunicazione. E, quindi, del potere.

Jackie, allora, non è solo un proseguimento ideale di Neruda, altra ricognizione biografica che col potere e la politica aveva molto a che fare, ma anche di No – I giorni dell’arcobaleno, reso ancora più efficace dalla personalità della sua protagonista, dai suoi chiaroscuri replicati nella fotografia e nella recitazione, dalla distinzione – a tratti netta, altre sfumata e impercettibile – tra la sua dimensione pubblica e la sua dimensione privata. Dimensioni che, in dei funerali entrati nella storia, sono arrivate a coincidere in maniera dirompente.

In Jackie la questione nodale è appunto quella della rappresentazione, messa in crisi e rilanciata da circostanze straordinarie che hanno portato a sovrapposizioni elettriche e irrisolte tra lo spazio pubblico e lo spazio privato, le cui energie si sono sommate per poi dividersi di nuovo, inevitabilmente contaminate e trasformate: per far sì che il mito esista. Il mito di una presidenza, il mito di una donna, di un matrimonio, di un potere. Di una vita che rimane un mistero.

Voto: 4 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

A pochi giorni dalla morte del marito John F. Kennedy, il giornalista Theodore H. White di Life bussa alla porta di Jackie, affinché anche lei racconti come sono andate le cose a Dallas, durante quel giorno funesto. Il racconto della donna salta dal periodo presidenziale all’attentato appena accaduto, attraverso un resoconto emozionale che sa di una favola che termina con la caduta dell’eroe.

Pablo Larrain, dopo il recente Neruda, torna a dedicarsi ad una biografia: stavolta al centro della sua ricerca c’è Jacqueline Kennedy, un’anima messa a dura prova quando il destino le lascia vivere e affrontare l’atroce morte del marito.

Jackie e il suo vestito rosa, che improvvisamente si macchia mentre tiene la testa dell’uomo amato sul grembo, che perde sangue e materia cerebrale, sono di una potenza simbolica sconvolgente. L’attentato al presidente degli Stati Uniti è solo il punto di partenza, o forse di arrivo, per raccontare la storia della first lady e la sua evoluzione in donna forte e risoluta, icona di stile, amante di tutto ciò che è cultura e regina dei media, colei che per prima aprì le porte della Casa Bianca presentando un tour per la televisione e raccontando storia e decori di ogni stanza.

La figura di Jackie si racconta prima ancora che con le parole, però, con i suoi abiti: la moda e il suo gusto sono dettagli su cui Larrain ha lavorato non poco, esaltati in numerose scene che sottolineano questa passione della first lady. Ma questo non sarebbe nulla se a vestire queste preziose stoffe non ci fosse un’attrice che con la sua interpretazione eleva ancora di più il suo talento meritandosi la sua seconda statuetta agli Oscar, perché Natalie Portman commuove profondamente, e riesce a trasmetterci un dolore inenarrabile solo attraverso il suo sguardo e i suoi gesti.

Una lunga scena nelle stanze di Jackie, all’indomani dell’attentato, la coglie nel profondo della sua intimità ormai solitaria, e fra sigarette, bicchieri di whisky e cambi d’abito mostra un’animo lacerato da un dolore che non può essere reso pubblico, ma che deve rimanere celato per lo status della sua persona, perché c’è troppo poco tempo per elaborare il lutto, e i riflettori di tutto il mondo sono tutti puntati su di lei a imprimere per sempre nella memoria della storia ciò che è stato, che è e che sarà.

Ciò che gli altri non possono vedere, però, si mostra all’occhio di Larrain, che ce lo racconta attraverso dei piano frontali di grande potenza visiva, quasi spiazzanti per lo spettatore, il quale non può far altro che arrendersi a cotanta bellezza e sincera disperazione, partecipandovi a sua volta. Inquadrature delicate e discrete che accarezzano Jackie nei momenti di debolezza, e la seguono in quelli di forte determinazione.

Jackie è un racconto che agli occhi si mostra come una dura realtà, quella che la protagonista vive in questi giorni strazianti (e quella che verrà, su cui la protagonista si interroga e che la preoccupa); ma quando, con la sigaretta sempre accesa, si cimenta nella lettura e nella correzione degli appunti del giornalista, quello che della storia rimane non è altro che una favola, con il suo eroe caduto e le sue imprese che non verranno mai dimenticate.

Voto: 4 / 5

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

 

 

 

 

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