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A settembre è uscito in tutte le sale d’Italia Indivisibili, un interessante dramma di Edoardo De Angelis, sorprendente regista di film molto diversi, come Mozzarella Stories (2011) e Perez (2014), al suo terzo lungometraggio. Il film racconta, in un casertano totalmente trasfigurato, ed estremamente elegante nel suo essere gelido, sintetico e fuori dal tempo, la conquista di libertà ed indipendenza da parte di Viola e Daisy, due gemelle siamesi strumentalizzate dalla loro famiglia, chiaro omaggio alle Daisy e Violet Hamilton di Freaks, di Tod Browning.

Quella delle due sorelle è la storia di una separazione e lacerazione fisica ed emotiva, naturale conseguenza della crescita, ben espressa nell’estrema fisicità del rapporto raccontato dal film. Flirtando con il grottesco ed il surreale, in un ambiente contaminato da credenze popolari ed ignoranza, la vicenda delle giovani madonne della canzone napoletana, fenomeni da baraccone di Castel Volturno, racconta uno sviluppo necessario e difficile.

Il film è stato presentato al MFF di Milano, al Festival di Venezia nella sezione Giornate degli Autori, è stato estremamente apprezzato a Toronto, alla Casa del Cinema di Roma e al PÖFF di Tallin, e ovunque ha suscitato le medesime reazioni, ed emozioni, riuscendo a raccontare, anche se in un ambiente estremamente caratterizzato, sentimenti universali.

Daisy e Viola, rispettivamente Angela e Marianna Fontana – in questa pellicola al loro incredibile esordio cinematografico – tendono a sottrarsi alla ribalta, inseguendo una normalità priva di riflettori. La psicologia delle gemelle di fantasia è stata molto influenzata da quella delle attrici, che per il film si sono preparate moltissimo, a livello attoriale, fisico, ma anche di scrittura cinematografica, collaborando con il regista nella rifinitura dei personaggi, dinamica che peraltro ha fortemente contribuito a regalare al film una patina di particolare realismo. Le Fontana si sono sottoposte ad un lungo periodo di esercizio unite da una protesi fisica di silicone che le fondeva in un solo corpo, creata dagli specialisti di Makinarium (autori degli effetti speciali di Il racconto dei racconti, di Matteo Garrone). Le sorelle indivisibili si conquistano la possibilità di affermare la propria identità e lo fanno fuggendo dal reality perenne a cui la famiglia le sottopone: un percorso antitetico rispetto a quello tanto agognato dalle ragazzine di oggi, che cercano la ribalta e l’esposizione continua.

Ma il film ovviamente non parla solo dell’evoluzione esistenziale di due adolescenti, ed è molto più complesso e sofisticato nel trattare l’argomento della superstizione, sfruttata – come uno dei tanti strumenti psicosociali possibili, e sovente in particolare vicinanza al mondo della religione – per manipolare una popolazione povera e disperata, raccontandoci un Sud Italia che ancora esiste e che vive quotidianamente il feroce dramma del bisogno, della xenofobia e delle brutture ed usurpazioni morali e fisiche che la nostra società produce e coltiva, spingendo alla creazione di inutili bisogni (la casa della famiglia ne è l’emblema fisico: piccola, condivisa, piazzata in un luogo ameno ed imbruttito, se non violentato, ma allo stesso tempo ricolma di inutili strumenti tecnologici all’avanguardia).

Una pellicola che racconta anche il capolinea dell’arte, in una prospettiva post apocalittica che vede anche musica e poesia, forme perfette dell’evocazione artistica e morale, piegarsi al consumo più vile: declassate a strumenti di puro guadagno, o di nichilista sfogo esistenziale.

Dal mio punto di vista un piccolo gioiello. Un film affascinate e violento in una maniera tutta particolare, un’allegoria che è anche realismo estremo e che va ad unirsi a tutta una serie di lavori che disegnano una nouvelle vague del Centro-Sud che ancora sa raccontare, tra commedia e tragedia, la sua stessa natura.

Voto: 9 / 10

Leda Mariani, da “storiadeifilm.it”

Per Edoardo De Angelis – che ha flirtato con il grottesco e il surreale e si è inoltrato negli oscuri, iconici e fin troppo battuti territori del cinema noir – i generi sono come la cassetta degli attrezzi: sono un serbatoio in cui pescare per raccontare un sentimento, uno stato d’animo. Nel caso di Indivisibili – che non è né The Elephant Man né una versione riveduta, corretta e italianizzata di American Horror Story: Freak Show con Angela e Marianna Fontana al posto di Sarah Paulson – più che una pulsione emotiva, il motore ed elemento propulsore della storia è una separazione, una lacerazione: fra due corpi, ma anche fra due anime, fra il bambino e l’adulto (perché è di crescita che si parla), fra l’indipendenza economica e decisionale e il legame viscerale con la famiglia.

Ora, “viscerale” è proprio uno degli aggettivi che meglio descrivono l’opera terza di un regista che già ai tempi di Mozzarella Stories ci aveva folgorato per la sua cura per le immagini, perché qui è come se l’autore di Perez. fosse entrato, più che nel cuore, direttamente nella pancia e nei fianchi innaturalmente incollati di Viola e Dasy (e non Daisy), giovani madonne di Castel Volturno un po’ fenomeni da baraccone e un po’ sante di cui ha radiografato addirittura il respiro. Affidandosi certo anche al talento delle pressoché sconosciute protagoniste, De Angelis ha raccontato, quasi “alla Conenberg-maniera” e benissimo, il legame gemellare, simbiosi incomprensibile per chi non la vive e perciò difficilmente narrabile. In più lo ha ammantato di una dolcezza infinita, che poi è la dolcezza del femminile, o meglio di una femminilità che esce allo scoperto e che acquista la consapevolezza di possedere sensualità, forza di volontà e bellezza.

Ma la bellezza, in questa favola realistica, si impasta sempre – e sempre di più – con la bruttezza, perché crescere e “rompersi” significa soprattutto vedere un mondo fino a ieri costellato di casette di pan di zucchero come un circo degli squallori e degli orrori, come un girotondo di nani, guitti e ballerine che intonano canzoni neomelodiche al largo del litorale Domizio. Eppure i genitori delle due gemelle non sono i “tipacci” de I Goonies né una coppia di brutti, sporchi e cattivi: sono persone vere, “piccole” e ferite. E sono bizzarri, come bizzarra è la scelta che fanno di restare a vivere in una villetta triste e disadorna piena però dei più avanguardisti elettrodomestici esistenti. In fondo, per loro è rassicurante restare ancorati alle proprie radici piuttosto che andare a Los Angeles come sognano di fare le gemelle.

E in questo voler andare e venire, Edoardo De Angelis, dove sta? Sta a metà. Animato dalla curiosità per mondi nuovi, cerca di spingersi altrove e ci riesce, e i mondi nuovi li accoglie e li comprende. Ma poi, torna a casa, accomodandosi, come fa ogni volta, in una stanza diversa. Quella di Indivisibili è azzurra come il mantello del principe che le siamesi vorrebbero incontare, argentata come le stelle di una recita parrocchiale natalizia e rossa come il sangue di un finale a libera interpretazione.

Voto: 4 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

La famiglia slabbrata e sguaiata si specchia nelle rovine di un paesaggio degradato, sfatto, malinconico e grigio come il cielo imbottito di nuvole rotolanti. Aria malata. Scheletri di cemento, erbacce e sabbia, vecchie tubature arrugginite, fuochi di terra e terra di fuochi, improbabili architetture del nulla in una Castelvolturno umiliata, insultata e sfregiata nella bellezza che, una volta, fu.

Indivisibili di Edoardo De Angelis (uscita in sala 29 settembre) si raccoglie dentro uno scenario ventoso e cinereo capace di diventare “personaggio” di inquietanti connotazioni simboliche. Vi si muovono, dominandolo, due creature soavi, Viola e Dasy, gemelle siamesi unite ai fianchi che cantano con voci melodiose e cristalline in matrimoni, comunioni, ricevimenti e feste patronali (nelle parti Angela e Marianna Fontana, non siamesi ma ugualmente cantanti in arte e nella vita). Già. Che citazione. Proprio come Violet e Daisy Hilton, inglesi primo Novecento, siamesi diventate famose per aver recitato, nel ’32, in Freaks di Tod Browning. De Angelis, cólto e raffinato autore napoletano cui si devono finora due film, Mozzarella stories (2011) e Perez (2014), usa questo touch quasi aristocratico per qualificare subito il racconto in una dimensione sospesa tra la limpidezza del cinema come arte e la materia cruda, la bellezza assoluta e l’orrore del disagio.

Una via di fuga inattesa

Viola e Dasy, dunque. Mantengono cantando la loro famiglia evitandole una deriva, peraltro già in essere, nel padre Peppe (Massimiliano Rossi) che si mangia al gioco tutto quel che le sorelle portano a casa; e nella madre Titti (Antonia Truppo), figura assente e disperata, persa nelle sue canne  e nella rinuncia a qualsiasi forma di dignità al femminile ma capace, chissà, di riconquistarsi un suo speciale decoro. Le cose e i tempi cambiano, però, quando la chirurgia, nelle vesti del professor Fasano (Peppe Servillo) offre alle due ragazze una via di fuga inaspettata: la sala operatoria può finalmente dividerle, restituendole all’indipendenza e all’individualità.

Gli interessi inconciliabili

Rivelazione scatenante di sentimenti e d’interessi contrapposti, inconciliabili e dissonanti: nella famiglia che non vuole privarsi dell’unica onte di guadagno; nella Chiesa che Don Salvatore (Gianfranco Gallo) rappresenta nel suo volto venale e nella ritualità profana e pagana rivolta agl’ingenui e ai senza speranza; nello showbiz dei poveri interpretato da un impresario, Marco Ferreri (Gaetano Bruno) – altra citazione di lusso sui pianori del grottesco e dell’estremo – che con la promessa del successo e del denaro che consenta perfino l’intervento separatore pretende dalle gemelle un torrida, appiccicosa prestazione sessuale; in Viola e Dasy stesse, l’una più dolcemente conservativa di quella condizione siamese, l’altra di vocazione autonomistica più accesa e dirompente verso la conquista di una femminilità fino ad allora soltanto vagheggiata.

La ricerca della “normalità”

Il cuore del film, al di là dell’epilogo poetico, ardente e dolcissimo che va scoperto in sala, è tutto qua. In un percorso metaforico di crescita e di ricerca della “normalità” proprio nell’habitat della normalità negata dal contradditorio fra la bellezza e lo squallore, l’armonia e la dissonanza. Un contrasto dove ogni elemento affluisce mescolando persone, cose, panorami, la famiglia trash, la natura offesa, la patina di sudiciume camorristico posata dappertutto come una polvere di morte e l’ansia di pulizia.

De Angelis, quasi ripartendo da dove lo si era lasciato nella sua opera d’esordio, non esita a lanciarsi in un territorio terminale e periferico manipolando iperrealismo e ipernaturalismo per accentuare, semplicemente, l’abominio del quotidiano. In una sintesi di realismo magico e folclorico illustrato da inquadrature di rara efficacia pittorica e prospettica (la fotografia è di Ferran Paredes Rubio) e da uno stile assiduamente rivolto a dispensare uno spettacolo visivamente ricco, caldo, addirittura lussureggiante a dispetto di un côté narrativo rivolto al depresso e al deficitario, pure nell’ambito delle luminose vocazioni alla vita della coppia protagonista.

Grande universo creativo

Così la pupilla si dilata su queste intuizioni. S’intrecciano perfino musical e melodramma, estetiche indiane e gestualità kabuki in un esterno/interno campano che porta segni felliniani e sorrentiniani, memorie da brutti, sporchi e cattivi e echi di sonorità arabe in un universo creativo peraltro originalissimo, riferito alla solida e personale idea espressiva di questo autore sorprendente. Che riesce perfino ad evocare, nell’esposizione processionale e miracolistica delle due sorelle, le feste pagane di agosto e la venerazione di Artemide Efesia, il culto dell’ Assunta  riparo dai i sortilegi e dalle “fatture”, il rito delle “Cento Croci” e delle “Cento Ave Maria”: con una efficace, pittoresca saldatura alla più elegante rivelazione culturale.

Due attrici sbalorditive

È chiaro che queste brillanti intuizioni e il loro derivato strutturale non otterrebbero un risultato così splendido senza i profili e i ritratti di quelle due creature divine e terrene insieme, meglio, il contagio avvolgente, ascetico e magnetico insinuato nel film dalle gemelle-attrici-cantanti che le rappresentano: certo guidate con maestria, profondità e gusto plastico da De Angelis,  dotate però di luce propria e in qualche modo magica, di attitudine innata all’arte dello stare in scena, di facoltà comunicative singolari e per certi versi sbalorditive. Sentiremo ancora parlare di Angela e Marianna Fontana. Senza che, peraltro, la loro recitazione e la loro presenza oscuri il contributo importante degli altri attori, ciascuno (e specialmente Rossi e Truppo nelle parti dei genitori) con maschere di  forte incisività, personalità e connotazione espressiva. E meritano di essere citati, nel cast, anche Tony Laudadio e Marco Mario De Notaris che completano la galleria di personaggi.

Opera magnificamente “aliena”

La musiche, in diversi momenti decisive e funzionali,  sono di Enzo Avitabile. Un fondale e una fontana di suoni, percussioni, ritmi e parole ora capricciosi e frivoli ora “importanti” e ponderati, sempre in linea col racconto e le capacità canore della gemelle. Tutto squisitamente nello spirito di un film che spezza l’andare di un cinema italiano a volte un po’ esangue e ripetitivo. E spiace, sinceramente, che Indivisibili non sia stato selezionato quale opera italiana da far concorrere ai premi Oscar. Lo avrebbe meritato, così come avrebbe avuto il diritto di essere in concorso e forse incoronato a Venezia. Se c’era un progetto nuovo, esterno agli stereotipi e meravigliosamente alieno questo era il film di De Angelis.

Claudio Trionfera, da “panorama.it”

 

 

Due anni dopo Perez, nel 2014 presentato fuori Concorso, il 38enne Edoardo De Angelis è tornato alla Mostra Internazionale del Cinema di Veneziagrazie a Indivisibili, 3° lungometraggio in questo caso inserito all’interno delle Giornate degli Autori. Un progetto atteso e accolto da lunghi applausi al termine della proiezione ufficiale, con straordinarie protagoniste le gemelle Fontana, ex concorrenti di un talent show musicale oramai diventate attrici a tutti gli effetti.

Gemelle nella vita reale e gemelle anche sul grande schermo, ma siamesi. E qui sta la particolarità del film di De Angelis, perché Dasy e Viola (palese e da rimarcare l’omaggio alle gemelle di Freaks di Tod Browning: Daisy e Violet Hilton) sono attaccate all’altezza del bacino. Nate l’una appiccicata all’altra. Indivisibili, per l’appunto, come il titolo della canzone più famosa presente nel loro ricco repertorio di stampo partenopeo.

Le due, trainate da un padre-agente con il vizietto per il gioco d’azzardo e da una madre dipendente da alcool e cannabis, si muovono con padronanza tra feste di matrimonio, comunioni, prediciottesimi e serenate, tanto dall’essere delle vere e proprie star della provincia campana. Tutti le cercano, le ammirano e vogliono ‘toccarle’, proprio lì dove c’è un lembo di pelle e carne a tenerle unite. Perché porta fortuna, dicono gli altri. Neanche fossero sante da venerare. A cambiare le carte in tavola l’arrivo di un manager di successo, che promette loro una carriera ‘alla Anna Tatangelo’, e soprattutto di un medico chirurgo, che svela una verità a loro sempre taciuta: non sono affatto indivisibili. Possono separarsi tramite intervento dopo un’intera vita passata fisicamente unite, ma facendolo, neanche a dirlo, spezzeranno l’incantesimo di un legame fino a quel momento viscerale.

Un disperato ritratto contemporaneo. Uno spaccato sociale che vede due belle e talentuose adolescenti di appena 18 anni sfruttate facendo leva su una clamorosa menzogna. Dietro la loro voce, cristallina e da coltivare, è infatti cresciuta negli anni una corte dei miracoli che succhia denaro ed energie, alimentando un’oscena bugia per salvare faccia e conto in banca.

De Angelis, 5 anni fa esordiente in sala con il sottovalutato Mozzarella Stories, osserva da vicino un Paese allo sfascio e di disperati, tra nani, preti-impresari che vendono indulgenze, padri-padroni, prostitute, malavitosi e viscidi approfittatori. Un freak show che vede le due gemelle spettatrici, più che protagoniste a cui scattare foto ricordo, perché i veri mostri da circo ruotano indisturbati attorno a loro.

Lirico in certi frangenti ma nella maggior parte dei casi splendidamente reale nei crudi contenuti raccontati e rappresentati, il visionario De Angelis avrebbe probabilmente meritato il più ambito Concorso veneziano. Quello che ha il Leone d’Oro come agognato traguardo finale. Merito di un’opera che trasuda fascino e malinconia, orrore e dolcezza. Un atipico coming of age, perché le due gemelle siamesi saranno costrette a ‘crescere’, che prende il via da una separazione. Una dolorosa separazione per maturare definitivamente, qui raccontata con grazia all’interno di una favola contemporanea che guarda alla vita quotidiana di provincia.

Accompagnato dal bellissimo tema musicale di Enzo Avitabile, Indivisibili oscilla volutamente tra sogno e realtà, tra Garrone, Kusturica e Fellini, pennellando con eleganza il simbiotico e quasi cronenberghiano rapporto tra le incredibili Marianna Fontana e Angela Fontana. Tanto uguali eppure così diverse, con la prima cattolicissima, perennemente affamata, timida e felice nella propria vita ‘siamese’, e la seconda sognatrice, caparbia, sessualmente curiosa e desiderosa di dividersi dalla sorella per iniziare a vivere un’esistenza finalmente ‘normale’. Definirle brave, onestamente parlando, è un eufemismo, vista la forza e la credibilità con cui trascinano la pellicola. Al loro fianco attori scelti con cura per i ruoli poi interpretati, ovvero Peppe Servillo, Antonia Truppo (recente David di Donatello grazie a Jeeg Robot), Massimiliano Rossi e Tony Laudadio, con il fidato Ferran Paredes Rubio, da sempre al fianco di De Angelis, autore della splendida fotografia. Una fiaba neomelodica che attrae ondeggiando pericolosamente tra kitsch estremo e sublime, confermando ulteriormente il momento d’oro di un cinema italiano che guarda finalmente ai generi, provando a diversificare la propria produzione con coraggio ed elevata qualità.

Voto: 7,5 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie a questo lavoro, mantengono tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono che hanno la possibilità di dividersi. Una delle due in particolare sogna di avere la normale vita di un’adolescente, che sia viaggiare, ballare, bere vino senza che l’altra si ubriachi, uscire e fare l’amore con un ragazzo. E sarà pronta a tutto per realizzare questo desiderio a cui invece la famiglia è contraria.

Edoardo De Angelis porta al cinema Indivisibili, la storia di due gemelle siamesi, unite sul fianco, costrette a vivere secondo i dettami della famiglia, soprattutto quelli di un padre padrone improvvisato manager e autore di canzoni “tristi come lui”, che sperpera al gioco i soldi guadagnati dalle esibizioni delle figlie, mentre la madre si vizia con qualsivoglia attrezzo da cucina, senza mai usarlo, e si aliena dalla realtà con l’uso continuo di erba.

Alla base di tutto c’è l’indivisibilità delle due sorelle, che i genitori sostengono da sempre neanche fossero medici, pensando solo alle loro entrate più che alla vita delle due figlie. Perché Viola e Dasy crescono senza conoscere la vita, sotto una campana di vetro volta a preservare non tanto loro quanto il benessere che non le toccherà mai, in quanto i soldi guadagnati vengono divisi tra tutti ma non vanno mai a loro.

Le due ragazze crescono con la convinzione che la loro vita non possa migliorare, e che siano costrette per sempre ad essere unite l’una all’altra, finché un dottore non insiste per visitarle e comunica che sarebbero potute essere divise fin da piccole, crescendo come due bambine normali. Invece le due diventano star locali, che tutti desiderano toccare ne punto fisico della loro unione “perché porta bene”, e arrivano ad essere considerate due sante che hanno un dono del signore e che sono sostenute anche dal viscido prete del posto.

Amano Janis Joplin, ma sono costrette a cantare le canzoni scritte dal padre, dai testi e dalle musiche che parlano a volte di loro, altre di una quotidianità diffusa ma che non vivono. Ne è un esempio Drin Drin, canzone in cui si parla di messaggini e telefonate con ragazzi e amici, ma Viola e Dasy non hanno mai avuto né il cellulare né un fidanzato.

Una delle due ragazze in particolare vuole separarsi, proprio per poter vivere e far vivere alla sorella quella normalità che finora è stata loro preclusa. Non sostenute dalla famiglia, inizia la loro via crucis alla ricerca di soldi e di un modo per poter raggiungere la clinica per l’operazione, toccando stazioni che faranno loro scoprire la perdizione e il peccato, capendo cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ma il cerchio si chiude quando il padre le trova incoscienti sul lungomare, dopo essere scampate a una notte in acqua.

Devono tornare a posto, ed essere migliori di prima perché ora sono segnate dal peccato e devono redimersi. Così il padre le droga e taglia loro i palmi delle mani: “sono sporche, e tutti devono vedere che sono state perdonate”. Sfilano come due moderne madonne nell’ennesimo evento religioso, ma ormai la pressione è insostenibile, così come la loro infelicità, che le porta a compiere un gesto folle, ma a seguito di cui, finalmente, potranno intonare insieme una canzone di Janis.

Un applauso alle protagoniste di Indivisibili, le gemelle Marianna e Angela Fontana, bravissime interpreti di una triste realtà di periferia dalla quale emerge un fondamentalismo mentale che fa rabbia e paura. Nel cast anche Antonia Truppo nel ruolo della madre, vincitrice ai David come Miglior attrice non protagonista per Lo chiamavano Jeeg Robot. Avvolgente la regia di De Angelis, mentre la fotografia propone cromatie e luci che trasmettono la stessa tristezza che le ragazze provano, rendendo così ancora maggiore l’immedesimazione e la rabbia dello spettatore.

Chiaro infine il messaggio celato dietro la “divisibilità”: così come alle due, dopo tanto tempo e mille peripezie, è stato possibile separarsi, così anche questa terra malata può dividersi dalla criminalità che l’affligge. L’importante è non arrendersi e non perdere la speranza.

Indivisibili è stato presentato a Venezia 73, nella sezione Giornate degli Autori.

Voto: 4 / 5

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

 

 

Dopo Mozzarella Stories e Perez. Edoardo De Angelis dirigendo Indivisibili (presentato alla Mostra di Venezia nella sezione Venice Days – Giornate degli autori) si aggiudica il Premio Pasinetti, assegnato dal Sindacato Nazionale Giornalisti e dei Critici Cinematografici all’anteprima romana alla Casa del Cinema .
Indivisibili si inserisce nel linguaggio di De Angelis, che, raggiunta una maturità e padronanza maggiore degli strumenti del cinema, porta alla luce un progetto calato in una realtà particolarissima per trattare tematiche universali.
Il film è ambientato nella provincia di Castel Volturno, in un territorio maltrattato, derubato, umiliato, i cui abitanti si arrendono alla vita, trascinandosi avanti. L’unico faro è la religione di Don Salvatore (Gianfranco Gallo), un cattolicesimo venduto, che promette speranze in cambio di denaro, da chi non ne ha.
In questo angolo di mondo nascono Viola (Angela Fontana) e Dasy (Marianna Fontana), due gemelli siamesi unite dal bacino. Grazie al loro talento canoro mantengono i genitori e gli zii che le accompagnano a matrimoni, comunioni, feste di paese e serenate con il camioncino riconoscibile dalla scritta Indivisibili. Questo è il nome della loro canzone di punta (composta per il film da Enzo Avitabile, insieme a Drin Drin e Tutt’ugual song’e criature ).
Le ragazze sono conosciute da tutti, soprattutto da quando Don Salvatore le presenta come delle sante: la loro unione è voluta da Dio e nella loro innocenza sono dispensatrici di miracoli. Ecco che tutti le vogliono vedere e toccare, se la nascita le ha costrette a vivere una vita diverse dalle loro coetanee, la loro sorte le ha private della libertà di essere donne per farle attrazioni da circo, statue, burattini.
Per questa libertà si ribellano, per la vita che le scorre dentro e non possono far fluire, per il desiderio di avere un’intimità, per fare l’amore, per poter sbagliare e riprovare.
Così quando il professor Fasano (Peppe Servillo), medico che opera in Svizzera, dice loro che è possibile separarsi, perché i loro organi non sono compromessi, in Dasy scatta qualcosa.
Viola è più accondiscendente, credente e l’unica cosa che conta per lei è stare con la sorella, tanto da non capire perché separarsene. Dasy allora deve lottare contro tutti, il padre Nunzio (Toni Laudadio) che non la vuole aiutare perché solo se attaccate le figlie sono fonte di guadagno, il prete che ha bisogno dei loro finti miracoli e Viola che ha paura. In questo turbinio di sentimenti, amplificati perché le ragazze sentono ogni cosa che prova l’altra, si aggiunge l’incontro con il produttore Marco Ferreri (Gaetano Bruno).
Ferreri mostra la propria ammirazione per il talento delle ragazze, in particolare per Dasy, che prende alla lettera quel “io darei la testa per te”. Proprio per questo, quando scoprono che il padre si è giocato tutti i loro risparmi e nessuno può aiutarle ad andare in Svizzera per l’operazione, arrivano sulla lussuosa barca del produttore. Un panorama freak con gemelle dal vestito rosa confetto, donne nude, uomini attaccati al seno in cerca di latte e Ferreri che le fa bere. Consegna loro i soldi per poi saltare su Dasy. A quel punto Viola sente di aver toccato il fondo, devono fuggire e si gettano in mare: meglio morte che vendute e umiliate.
Segue l’incontro con il padre, la loro nuova inclusione nel sistema a delle condizioni e un finale che difende lo spirito del film.
Le attrici protagoniste alla loro prima esperienza si ambientano molto velocemente, riportando sullo schermo le più sottili sfumature della sofferenza che vive chi non può scegliere, ma anche la leggerezza e l’incoscienza dell’adolescenza. Lo stesso regista spiega di aver loro affiancato degli attori professionisti per aiutarle, ma non c’è stato bisogno. Il cast si è allineato naturalmente, ogni attore è riuscito a incarnare il proprio ruolo con profonda sensibilità. Ognuno aveva il proprio dramma: l’insoddisfazione di non poter essere ciò che si voleva nella fragilità della propria condizione. Nunzio cerca un riscatto nel successo delle figlie, la moglie Titti (Antonia Truppo) si arrende nella dipendenza della marijuana, Don Salvatore si rifà nella devozione dei più deboli, Ferreri sui sogni del successo degli altri. Un gioco di poteri dove a vincere è chi rimane fedele a se stesso, chi non si arrende al gioco di ruoli, chi si sacrifica per un futuro diverso e per questo viene premiato.
La musica di Enzo Avitabile è colonna portante del film, insieme alle canzoni scritte da Riccardo Ceres, direziona le emozioni, fa respirare per poi rituffarsi nell’abisso.
Edoardo De Angelis racconta che la sonorità ha aiutato la stessa costruzione delle scene. Prima di iniziare faceva ascoltare i Bottari di Portici (musica presente anche nel film) che suonano le botti, un ritmo cadenzato, che permetteva agli attori di accordarsi al ciak. Quando intorno ritornava il silenzio, quei suoni continuavano a riecheggiare nel petto e ogni parola e gesto fluiva naturalmente, l’una dopo l’altra, fino alla fine. Indivisibili è un film che ha la capacità di rimanere un eco nello spettatore, un lontano ricordo, un suono che ci può accordare alla vita.

Federica Guzzon, da “anonimacinefili.it”

 

 

Viola e Dasy non sono solo sorelle, sono gemelle identiche e indivisibili, unite al bacino per una bizzarria della Natura che le ha legate (forse per sempre) l’una all’altra. Sono giovani, sono belle e, nonostante sembrino speculari, hanno in realtà caratteri e sogni diversi. Due corpi e due anime, insomma, che pur nell’impossibilità fisica di separarsi inseguono, almeno con l’immaginazione, differenti chimere. La loro particolarità è la fonte di sostentamento dell’intera famiglia che le “esibisce” alle feste e ai matrimoni, in cui la loro presenza straordinaria suscita financo atteggiamenti fanatici e superstiziosi.

Edoardo De Angelis, al suo terzo lungometraggio dopo Mozzarella Stories e Perez, maneggia una materia difficile e delicata come quella della diversità ma, soprattutto, della sua spettacolarizzazione. Il regista partenopeo colloca, ancora una volta, i suoi personaggi in quel territorio magmatico e lacerato che è Castelvolturno, tra agglomerati scomposti che fungono da spazi abitativi in cui il mare sembra farsi spazio a fatica tra i mattoni e il cemento. Ed è lì che Viola e Dasy illuminano lo squallore di un degrado che si è fatto modus vivendi, tanto radicato da diventare “normale”. Le canzoni scritte da Peppe, il loro padre-padrone-impresario, sono “cupe e tristi” come lui ma nella voce delle gemelle sembrano farsi canto libero di giovinezza che copre la mestizia e la bruttezza.

Il film di De Angelis è fondamentalmente un’opera prismatica dalle cui diverse sfaccettature si riverbera un’idea di vita e di cinema. Il racconto realistico e la favola si mescolano, infatti, in una narrazione che attinge al tragico e al grottesco, in cui risuonano, sì, gli echi di quella crudezza sublime che appartiene a certi film di Garrone e di Ferreri ma che sa sapientemente affrancarsi da ogni (inevitabile) paragone per trovare la propria strada e tracciare un peculiare sentiero drammatico. Il tema del doppio, la cui potenza simbolica da sempre si presta all’interpretazione artistica e non, si salda qui a quello altrettanto fondante della separazione, intesa sia come abbandono, sia come diversità.

Edoardo De Angelis

Viola e Dasy, le cui sembianze fuori dal comune ne fanno uno spettacolo vivente – al quale il pubblico assiste con quel misto di curiosità e timore che suscitano certe presenze considerate “aliene” –  sono soprattutto due giovani donne che scoprono i turbamenti della crescita, i primi palpiti amorosi, quelle sensazioni strane e nel contempo terribili, che affiorano appena si lascia l’età dell’infanzia. Mentre una si ostina ad aggrapparsi, letteralmente, alla sorella, l’altra avverte il bisogno di essere, finalmente, da sola e quando un medico paventa loro la possibilità di poterle separare, la vita delle gemelle si trasforma per sempre. Ancor prima di capire se realmente possono sottoporsi all’intervento, per le due sorelle l’esistenza muta di segno: non segue più una traiettoria routinaria e prestabilita da percorrere insieme ma si apre a nuove e diverse strade, che potrebbero portarle lontano. Anche l’una dall’altra.

De Angelis si concentra sulla lacerante dicotomia di un’unità emotiva raccontando il percorso doloroso delle due ragazze, la loro lotta strenua contro una famiglia che le considera un “buon affare”, un padre irascibile e dissennato, una madre stordita dal fumo, un discografico che le guarda come due freak sulle quali lucrare e un prete che le fa “sante” per incrementare la questua dei fedeli.

Edoardo De AngelisIl sentiero di Viola e Dasy è lastricato di cattive intenzioni (degli altri) e di desideri brucianti (i loro) e lo percorreranno fino in fondo, pagando il prezzo più alto della separazione, ovvero quello della consapevolezza di dover esistere da sole. Angela e Marianna Fontana infondono ai loro personaggi un’intensità autentica che in alcuni momenti si fa straziante ed esprime il dramma profondo di quel rapporto simbiotico di cui sono prigioniere e di fronte al quale il rigore registico sembra, sul finale, avanzare con quel passo incerto che appartiene, altresì, all’ansiosa indeterminatezza del “nuovo”.

De Angelis, rifuggendo da ogni intento ricattatorio o ancor peggio folkloristico, disegna intorno alle protagoniste un ambiente in cui all’umanità (s)fatta di becero egoismo si contrappone un variopinto melting pot di colori, culture e accenti in cui le gemelle, portatrici sane di bellezza e di innocenza, assurgono al rango di madonne laiche in un bislacco presepe senza Dio.

In Indivisibili confluiscono racconto e fiaba, cinema e antropologia per comporre il quadro sfaccettato di una terra di confine che non è solo spazio geografico ma un microcosmo etico/mitico in cui grazia e orrore hanno uguale cittadinanza.

Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

 

 

 

Indivisibili è il terzo film di Edoardo De Angelis, ed è quello in cui finalmente il cineasta di Perez eMozzarella Stories è riuscito a trasporre nella forma lunga tutta l’incendiaria forza visionaria dei suoi fenomenali lavorinel campo dei cortometraggi: in questo modo, De Angelis si assetta definitivamente come il continuatore di nostra generazione della mai troppo ricordata e frequentata “scuola dei vesuviani”, quegli sguardi in grado di trasporre l’arcaismo partenopeo verso forme di immaginario fantasmagoriche che negli anni ’90 ci hanno regalato le vertigini di Corsicato, Gaudino, Capuano…
indivisibili-marianna-e-angela-fontana-gaetano-brunoCom’è chiaro, Indivisibili non ha a che fare unicamente con la riproposizione di quegli stilemi e di quelle modalità che incrociavano l’esagitazione perenne e turbinosa della sceneggiata cantata con la solarizzazione delle strutture delle narrazioni popolari più sotterranee e sulfuree, perché il realismo magico di De Angelis è interessato soprattutto ad aggiornare da quella straordinaria stagione tutta la rabbia sottotraccia e il dolore sublimato nei confronti del corpo di una regione straziato dagli interventi dell’uomo e da un senso malato del divino.
Il processo di decostruzione dei meccanismi di sfruttamento rituale del sacro e del “miracoloso” si serve delle stesse armi dell’affabulazione istituzionale, lo stordimento sensoriale delle suggestioni spiritual(i) e un racconto scandito dalle tappe della progressione apertamente favolistica tipica delle “vite dei santi”.

marianna-e-angela-fontana-indivisibiliCome a voler mollare sempre più il freno anche del proprio cinema, il film di De Angelis è in continua mutazione nella direzione di quella stessa libertà ricercata dalle gemelle protagoniste, e nella seconda metà dell’opera ogni sequenza sembra reinventare e modificare i propri punti cardinali più volte, aprendosi a voli repentini sulle musiche e le canzoni strepitose di Enzo Avitabile, vero coautore nascosto del mood della storia.

La prima sezione resta però quella più contratta, in cui la ricerca del tragicomico nella desolazione postapocalittica del litorale di Castel Volturno e il vuoto ripetersi delle immobili solennità della religione del contemporaneo, feste di prima comunione e servizi fotografici di prediciottesimi, porta De Angelis in una zona formale a metà strada tra Matteo Garrone e Marco Risi.
Ma da quanto Daisy e Viola intraprendono la loro fuga verso la “Los Angeles” immaginariaIndivisibili capovolge definitivamente il controllo sulla materia e si lancia con coraggio decisamente al di là della comfort zone del cinema italiano attuale, tuffandosi letteralmente in una materia sanguigna e cattiva, pulsante e inesorabile.

peppe-servillo-indivisibiliE’ vero, il risultato può apparire sbilanciato, come alcune delle caratterizzazioni ultracariche dei personaggi, e fin troppo pieno di “istanze” (la famiglia, il mondo dello spettacolo di provincia, l’abbandono politico delle periferie senza legge, i dubbi intrallazzi della religione…), ma il viaggio collodiano di queste creature fantastiche per riuscire a guadagnare finalmente un corpo in carne e ossa si impone innanzitutto per come fa brillare ogni riferimento per assumere una forma che sia orgogliosamente indipendente (anche dal punto di vista artistico-produttivo…).
Il mare, i freaks (la donna scimmia…), il grottesco della fede…a ben guardare l’ammiccamento dello script, ad opera del regista con Barbara Petronio e Nicola Guaglianone (autore del soggetto), per cui un personaggio porta il nome di Marco Ferreri è evidente: ecco, tra i vari esperimenti di recupero di un’attutidine all’antropologia surreale nelle meraviglie dei nostri giovani autori, Edoardo De Angelis ci sembra quello che abbia maggiormente chiaro dove guardare.

Sergio Sozzo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Ci aveva colpito molto con le sue opere precedenti il bravo regista Edoardo de Angelis. Con Mozzarella Stories, ma soprattutto con Perez. aveva saputo ben rappresentare e mettere in relazione la gente e la città, sfruttando regole del genere, ritmi e caratteri, luci e ombre. In particolar modo Perez. è un noir inesorabile, dolente e addirittura esportabile, tanto da mettere sul tavolo un possibile remake americano… Il ritorno di De Angelis a Venezia, nella sezione Giornate degli Autori, destava quindi molte aspettative: gemelle siamesi, neomelodico napoletano, periferia umana e geografica di Castel Volturno. Indivisibili mostra subito un cambio di registro. Se l’avvocato mezza tacca Perez si muoveva in una città fantasma di fronte alla quale lui si faceva piccolo piccolo, in Indivisibili le due gemelle siamesi Viola e Daisy riempiono il fotogramma. Per rappresentare la loro vita soffocante, claustrofobica e totalmente controllata da due genitori inconsapevolmente padroni, lo stile della messa in scena cambia e si sporca, inserendosi in un filone garroniano, ma anche dardenniano. Legate nel corpo e nelle emozioni, le due ragazze hanno la fortuna di cantare bene e di portare bene (reputazione spinta dal padre e dal complice parroco di una nuova chiesa).

A incastonarle nel loro mondo fatto di immigrazione e sopravvivenza, sono creature striscianti che uscite dall’acqua ci trascinano nel loro piccolo mondo diviso in due (bellissimo il paino sequenza iniziale) . Chiunque le incontri, vuole sfruttarle: la famiglia, il laido manager («ho lanciato Anna Tantangelo, pensa cosa farei per due Anna Tatangelo»), il prete, il chirurgo che vuole dividerle. Due corpi e due anime, impossibili da staccare e incapaci di percorrere una stessa comune. Intorno a loro solo degrado, sfruttamento della povertà, musica leggera e di desideri pesanti. Una battaglia da poveri che emoziona e disturba, tanto fasulla (siamo sempre di fronte a un’evidente messa in scena cinematografica) quanto vera e realistica. Una via crucis sporca e cattiva e (forse?) senza speranza. «Cercavo la straordinaria ribellione della purezza contro la prepotenza della corruzione e ho trovato l’umanità struggente della normalità» ha dichiarato Edoardo de Angelis. Indivisibili mantiene dunque le aspettative, seppure spesso si lasci andare sopra le righe (l’orgia freak sulla barca) o a promesse non mantenute (quel segreto di famiglia mai rivelato).

Da un certo punto di vista Indivisibili segna un passo indietro in confronto a Perez., più compiuto da un punto di vista stilistico, ma dall’altro rappresenta una confortante sorpresa del coraggio di osare di Edoardo De Angelis. Di sicuro aspetteremo il suo quarto film. Nota di merito per il cast. Le due gemelle Angela e Marianna Fontana (qui aiutate da un invisibile quanto meritevole lavoro di correzione digitale, a opera dell’italiana Makinarium) hanno una fotogenia naturale di rara intensità. Antonia Truppo, dopo l’exploit nel ruolo del boss in Lo chiamavano Jeeg Robot, conferma un talento straordinario. Perfetta poi la trinità dei “villain” maschi: il padre (dis)amorevole Massimiliano Rossi, il cattivo mentore Gaetano Bruno e lo spirito falso Gianfranco Gallo. E sopra tutto le musiche di Enzo Avitabile, con quelle canzoni che ti entrano dentro a forza. Dopo Venezia Indivisibili sarà anche a Toronto e al London Film Festival: cinema italiano vivo e pulsante di cui essere orgogliosi.

Voto: 3,5 / 5

Sara Sagrati, da “nocturno.it”

 

 

Una spiaggia alle prime luci dell’alba, tre ragazze straniere scendono da un gommone sulla riva, depositate dai loro protettori. La macchina da presa le segue nel loro cammino verso casa, fino a entrare furtivamente nella camera di due gemelle siamesi. Dasy (Angela Fontana) è sveglia e si sta toccando; Viola (Marianna Fontana) dorme, ma sembra trarre godimento dall’attività onanistica della sorella. Le due ragazze sono unite fisicamente e mentalmente.
Se una si abbuffa è l’altra ad avere mal di stomaco; se una beve l’altra si ubriaca.

Sempre sulla spiaggia c’è una statua di Cristo abbandonata in mezzo alla sabbia, come a segnare l’inizio di una lunga via Crucis che Viola e Dasy dovranno affrontare per raggiungere l’anelata separazione.
Le due sorelle gemelle sono unite dalla nascita, una serie di capillari le tiene insieme al livello del bacino, e sono due star neomelodiche nel desolato entroterra di Castel Volturno. Il padre collerico (Massimiliano Rossi) e la madre sempre fatta (Antonia Truppo), sfruttano le doti canore delle figlie, portandole in giro a cantare su richiesta per comunioni, compleanni, serate, dichiarazioni d’amore sotto il balcone. Vengono esibite come fenomeni da baraccone e la comunità paesana si stringe attorno a loro per palpeggiarle, nel loro punto di unione, come fossero un amuleto o come semplice gesto apotropaico.
Sono due schiave, così come lo è la comunità d’immigrati che popola la stessa periferia e che viene evangelizzata da un prete, che li aizza come fosse una rock-star attraverso i suoi sermoni, dove il sacro sconfina in una spettacolarizzazione di gusto televisivo, per suggestionare i fedeli.

Edoardo De Angelis mette in scena una favola d’ambientazione contemporanea stretta tra il degrado e la corruzione e ci racconta di un’umanità ai margini, attraverso un recente processo di melting pot che è in atto in Italia, dove la locale comunità degli esclusi s’incontra e si fonde con chi è fuggito da guerre e condizioni di povertà estreme. E nonostante una sceneggiatura che – specialmente nella seconda parte – si sviluppa in modo non troppo convincente, riesce a costruire un racconto organico e strutturato.

Il film, sostenuto dalla bravura e dall’intensità delle sue due giovani attrici, racconta una storia sospesa tra bellezza e bruttezza, tra attrazione e repulsione. Le due sorelle sognano Los Angeles e vorrebbero cantare Janis Joplin, invece delle tristi canzoni che scrive per loro il padre (poeta come lui ama definirsi). I genitori, nonostante si siano arricchiti sfruttando la specificità fisica delle figlie, preferiscono restare nella loro spoglia e povera casa ma piena all’inverosimile di elettrodomestici da cucina mai utilizzati.
L’avidità che muove i genitori li spinge a far credere alle due ragazze che saranno per sempre “indivisibili” – come il titolo di una delle loro hit, cantata spesso come bis nelle loro performance dal vivo.
Il percorso che guiderà le gemelle alla separazione è fatto di dolore e martirio. In una delle sequenze finali sono portate in processione come due madonne con le mani sanguinanti, unica possibilità di redenzione per essere riammesse all’interno della comunità dopo la loro fuga.

Andrea La Bozzetta, da “cineforum.it”

 

 

 

Le desolate terre campane di Castel Volturno o zone limitrofe si bagnano di nero pece nelle pellicole, nelle serie tv, nell’immaginario collettivo, nutrito al di là di decennali cronache, da uno stuolo di personaggi – reali o immaginari che siano – direttamente affiliati o comunque rimandabili al sistema camorristico.
Oltre a traffici illeciti di un’umanità che, posta nel retroterra, fagocita e viola vite oltre le zone d’azione, la rappresentazione cinematografica di questa estremità della pianura campana è divenuta quindi un habitat icastico anche per storie e racconti che si situano almeno in partenza al di fuori di reportage sulla camorra.
Le ombre, quel nero indelebile si riversa in ipotesi di neo-noir all’italiana. A tal proposito è fin troppo facile evocare suggestioni e lasciti di quell’Imbalsamatore che decretò la ribalta di Matteo Garrone, contribuendo a delineare tratti distintivi di un cinema d’autore capace di travalicare le barriere dell’invisibilità puntando innanzitutto sulla propria forza espressiva (con conseguente passaparola degli spettatori).
Di acqua sotto i ponti ne è passata ed altri micro-immaginari hanno percorso e imputridito le zone d’ombra immortalate. Per il suo terzo lungometraggio, quindi, il napoletano Edoardo De Angelis individua e sceglie una soluzione destinata quantomeno ad incuriosire: l’innesto di due gemelle siamesi nelle decadenti zone di cui sopra. Neomelodiche, superato il traguardo della maggiore età si trovano a fronteggiare la possibilità di una separazione, di una nuova vita, quando vengono a conoscenza dell’opportunità di separare definitivamene questo cordone ombelicale;  da sorella in sorella ma, non meno importante, dalla famiglia che le espone  e le sfrutta come fenomeno da baraccone.

L’intento basico del film è quello di  affrontare il tema della separazione tra due esseri umani, concentrando l’ipotetica situazione sul conseguente dolore che tale circostanza comporterebbe. Affidando tale proposito ai corpi, ai volti, alle emozioni di due gemelle siamesi il film trova una materializzazione violenta che in prima battuta lascia una forte impronta, quasi preventiva nella sua indiscussa anomalia. Per poi sondare le svariate possibilità che questa atipicità può fruttare.
L’esposizione delle due ragazze in ambienti che con puntualità denotano uno squallore ormai nemmeno più soffocante, ma assorbito e quindi già tossico, sembra azzardare una parabola riconducibile al Marco Ferreri – peraltro esplicitamente omaggiato – di “La donna scimmia”, smussando la sgradevolezza e gli artigli ferreriani attraverso l’evolversi emozionale delle due giovani protagoniste.

Il film di De Angelis promette molto perché, oltre alla seducente materia da gestire, imbastisce un primo terzo che si muove con giusta affabulazione audiovisiva  nell’hinterland abitato da uno squallore che si riversa in un fosco e losco  universo familiare e sociale. Dal primo distaccamento dalla casa, con la peregrinazione delle ragazze alla ricerca del denaro necessario per l’operazione, ha inizio una nuova fase della pellicola meno felice nella sua drammaturgia alla continua ricerca di uno sviluppo e una chiusura del cerchio. Le intermittenze fanno dunque emergere alcune riserve che si possono concentrare in alcuni punti: dialoghi e motti per immaginari cult (si veda già il “Come Baby Light My Fire” di incitazione del padre), eccessi grotteschi non pienamente tenuti a freno (il teatrino freak della barca), i diversi finali che conducono, forse, ad una chiusura meno potente del previsto.  Dove il gusto del melodramma nero non riesce ad evitare del tutto i rischi dell’eccesso e della ridondanza.

Ma anche nei momenti di incertezza o maniera “Indivisibili” riesce a destare attenzione grazie alle figure centrali che mette in scena: se quelli di Dasy e Viola sono personaggi di indubbia riuscita le cui umanizzazioni toccano e superano puntualmente le barriere di bizzarrie grottesche, le interpretazioni delle gemelle Angela e Marianna Fontana risultano essere l’asso nella manica di un film comunque da vedere. Dalle esibizioni canore alla ribellione del contesto familiare, dalla violenza insita della storia alla ricerca dell’intima dignità umana, le attrici esordienti restituiscono due personaggi da ricordare con interpretazioni di mirabile forza comunicativa.

Voto: 6,5 / 10

Diego Capuano, da “ondacinema.it”

 

 

 

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere. Il loro sogno (in particolare quello di una delle due) è la normalità: un gelato, viaggiare, ballare, bere vino senza temere che l’altra si ubriachi… fare l’amore.
Ci sono luoghi che sembrano ‘volere’ che un film venga girato nel loro ambito. Questa è l’impressione che si ha vedendo Indivisibili in cui il territorio abusato di Castelvolturno si propone come il contesto ideale per una storia in cui la separazione ha il prezzo di un dolore non solo fisico. Edoardo De Angelis torna lì dove aveva chiuso la sua opera precedente e, grazie a due giovanissime attrici assolutamente in grado di portare sulle loro spalle gran parte della forza del film, ci presenta uno spaccato della società in un’area tormentata della Campania.
Essere unite ‘per sempre’ è, per Viola e Dasy, una condizione che è stata loro descritta come ineluttabile. Ma non è così e quando si scopre che un intervento chirurgico è possibile per loro il futuro assume connotazioni non solo impensate ma anche fino ad allora impensabili. Potrebbero lasciarsi alle spalle lo sfruttamento che un padre rapace e una madre imbelle fanno dei loro corpi. Potrebbero anche mettere in condizione di non nuocere alle anime un prete che fa leva su superstizioni ataviche nonché un sedicente produttore discografico interessato più al loro essere freak e quindi sessualmente diverse che non alle loro voci.
È una storia d’amore sororale quella che ci viene proposta, un amore in cui una delle due chiede di poter respirare autonomamente l’ossigeno della vita trovando un ostacolo nell’altra ma è anche qualcosa di più e di diverso, andando forse al di là delle stesse intenzioni del regista. Perché finisce con il parlarci di una terra e di un popolo che faticosamente (e pagando costi elevati) cerca, nonostante tutto, di mostrare a se stesso e agli altri di poter trovare la forza per dividere, per separare la propria immagine da quella del malaffare e della criminalità, camorristica e non.
Voto: 3 / 5
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”
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