Il padre d’Italia

 

Fare la regia di un film può essere uno dei lavori più difficili al mondo, soprattutto se il regista investe tutto il suo spirito artistico per dare forma e sostanza alle immagini che gli frullano nella testa. Passano mesi, se non anni, per vedere il lavoro finito dopo essere scesi a compromessi creativi con i produttori, logistici con la troupe ed emotivi con il cast. Vietato demoralizzarsi. A volte arrivare anche soltanto a una versione finale che abbia coerenza estetica e narrativa è un miracolo, ma “ogni miracolo per definizione è contro natura” come si dice nel film. E infatti, se Il padre d’Italia è un’emozionante abbraccio per il pubblico, il merito è tutto di Fabio Mollo.

Per arrivare a un tale risultato il regista sa come manipolare, nel senso buono del termine, le immagini in funzione della sceneggiatura. Il film ha uno stile di regia educato e per niente anonimo che sta un passo indietro rispetto alla storia che racconta. Mollo punta con discrezione lo sguardo verso le due vite, un ragazzo gay con un’indole solitaria e una ragazza sbandata in avanzato stato di gravidanza. Lui è perso, non sa come smaltire il dolore di una storia d’amore finita, lei è preda della sua stessa esuberanza e non sa come smaltire la responsabilità che porta in grembo. I due si incontrano e iniziano a viaggiare verso il sud Italia, spogliandosi lentamente delle proprie sovrastrutture esistenziali.

Complici nel rendere tangibili disagi ed emozioni dei rispettivi personaggi, Luca Marinelli e Isabella Ragonese sarebbero da rintracciare per potergli dire grazie personalmente. Non è facile per lo spettatore immedesimarsi nei loro Paolo e Mia, ma la profondità spirituale delle interpretazioni che ne fanno è così credibile che può arrivare al cuore di chiunque si sia sentito perso almeno una volta e, come nel film, abbia saputo incontrare e riconoscere il valore di un affetto. Senza retorica, Il padre d’Italia ricorda infine quanto, con i suoi alti e bassi, la vita possa essere sorprendente.

Voto: 3,5 / 5

Antonio Bracco, da “comingsoon.it”

 

 

Paolo voleva diventare un falegname o un architetto, e invece fa il commesso in un megastore di arredamento preconfezionato. Da poco è stato lasciato dal suo compagno Mario, che sta provando a realizzare i suoi sogni (forse anche quelli preconfezionati) insieme a un altro uomo. Una sera, mentre Paolo va in cerca di Mario in un locale gay, incontra Mia, giovane donna incinta che sembra non sapere cosa fare di se stessa, men che meno della bambina che aspetta. Suo malgrado, Paolo si farà carico di Mia e cercherà di riportarla a casa, intraprendendo un viaggio che porterà entrambi in giro attraverso l’Italia del presente.
Fabio Mollo, al suo secondo lungometraggio di finzione dopo Il Sud è niente, sceglie il road movie e si inserisce nel solco di quello che è una sorta di genere a sé: l’incontro fra un uomo che ha paura della vita e una donna che la vita se la mangia a morsi.

I precedenti si perdono nella notte del cinema, ma Mollo si rifà esplicitamente a titoli come Qualcosa di travolgente che risalgono proprio al decennio in cui Paolo e Mia (ma anche il regista calabrese) sono nati, perché lì è stato inscritto (e si è inceppato) il loro destino.

Anche la colonna sonora contiene due brani anni Ottanta di Loredana Berté, ribelle fuggita al suo destino di diventare una signora a Bagnara Calabra, riesumati su un’audiocassetta analogica dai due nativi digitali. E Mia porta un giaccone luccicante con raffigurata una Madonna che ricorda molto più Cercasi Susan disperatamente che Nostra Signora della Misericordia.
L’errore, nel valutare Il padre d’Italia, sarebbe quello di considerarlo un pamphlet ideologico in difesa della genitorialità omosessuale, perché se anche quello fosse stato l’intento di Mollo, il risultato è infinitamente più complesso, e più in grado di cogliere lo spirito dei tempi in questa Italia dalla geografia improbabile. Le numerose implausibilità della trama (sceneggiata da Mollo insieme a Josella Porto) sono secondarie rispetto alla forza evocativa di una narrazione epidermica che racconta il presente di una generazione privata di futuro, e lo fa (finalmente) attraverso lo sguardo di un suo componente. Il padre d’Italia mostra il bisogno e la paura di appartenere a qualcuno, qualcosa o anche solo un luogo reale, parla del desiderio e dell’incapacità di accettarsi per poi accettare la direzione che prenderà il proprio destino. E incastona queste dinamiche eminentemente umane nel Paese in cui “come cazzo si fa” ad essere giovani e a ipotizzare un domani.

Voto: 3 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

È una storia sbilenca quella di Il Padre d’Italia, che prende direzioni strane e svolta quando meno te l’aspetti, a tratti vuole essere molto convenzionale poi in altri punti invece sa essere sorprendente. Così altalenante che davvero non lo si può considerare impeccabile o centrato al 100%, eppure forse proprio per questa curiosa imperfezione nel film persiste un fascino originale, personale e accattivante. La più classica avventura di “liberazione” dai propri demoni tramite un viaggio, messa in mano a due persone realmente particolari, con esigenze uniche e intenzioni umanissime.

Il secondo lungometraggio di finzione di Fabio Mollo è infatti la storia di due esseri umani diversi fra loro che si incontrano per caso. Un gay dalla vita inquadrata, abbattuto da una storia appena finita, una cantante scapestrata ampiamente incinta ma poco interessata alla gravidanza. Il primo, per senso del dovere, cercherà di accompagnare la seconda a casa (se non altro) finendo in una rete di obblighi, sempre più grandi.

C’è nel film un po’ di ruffiano disprezzo della routine, della fuga dal nord delle responsabilità e del rifugio al sud della famiglia (non proprio idilliaca), assecondando quel movimento di ritorno al passato tramite un viaggio in provincia (possibilmente meridionale) che regna nelle commedie italiane e più raramente si vede nei drammi, eppure non è possibile negare che ci sia una certa onestà in come Isabella Ragonese e Luca Marinelli interpretano questi due personaggi. Fosse solo per l’intreccio infatti Il Padre d’Italia sarebbe facilmente archiviabile, ma in ogni anfratto, anche nei momenti più scontati o in quelli in cui è più flagrante lo smaccato tentativo di accattivarsi lo spettatore, Marinelli e Ragonese sorprendono. Come se non provassero mai quel che ci aspettiamo.

Scartando subito la storia d’amore per ragioni di preferenze sessuali, tra i due protagonisti si sviluppa un rapporto asimmetrico ma di grande emotività e dipendenza, un incontro fugace (poco più di un weekend) che brucia svelto e intenso. Se è vero che recitare è reagire a qualcosa, le reazioni dei due personaggi non sono mai fino in fondo quelle che ci aspettiamo, non sono mai quelle codificate dalla retorica del cinema e somigliano invece all’imponderabile casualità della vita. In questo Il Padre d’Italia trova una risacca sentimentale inesplorata in cui sguazzare, che poi è il ruolo del cinema indipendente: esplorare altre idee, altre persone, altre scelte, altri modi di essere protagonisti di una storia e animarla con quello spirito di alterità che il cinema mainstream teme di non potersi permettere.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Il padre d’Italia di Fabio Mollo ci riguarda. Così come ci riguardano tutte le opere d’arte nel momento in cui si raccontano parlandoci di noi e del presente che stiamo vivendo.

Prendete Paolo (un Luca Marinelli sempre più miracoloso e assoluto), commesso dell’Ikea di Torino (e qui basta l’accensione di una sigaretta da lontano sotto un cartellone pubblicitario per renderlo icona: al tempo stesso sfrondàndolo di ogni rifugio retorico). Alle prese con la fine di un rapporto di anni con Mario. Incapace di regalargli una vita famigliare, “in questo paese”.

Poi prendete Mia (o Mimma, il nome nascosto che la descrive “da lontano”), una Isabella Ragonese in stato di grazia. Incinta. (Ma il padre di questa pancia – sembra convinta e radiosa, quando lo dice – “non è importante”).

Fàteli incontrare in una darkroom dopo cinque minuti di cinema puro e di buio sgranato e senzascampo.

Ecco.

Poi fàteli viaggiare insieme, inseguendo le loro rispettive, struggenti – struggenti per come Mollo le vede; e le immàgina per noi: sia chiaro – vite passate. In una rincorsa svagata che li rimbàlza da un punto all’altro d’Italia trasformando ogni ricerca di casa, e di protezione, in una fuga per appigli che si sfàldano e si sgrètolano appena costruiti con fatica.

Un viaggio sulla strada che rinnova, anche, i presupposti del genere. Perché Mollo rimane fermo – mai fisso – sui primi piani dei due attori, lasciàndoci intravedere la costruzione di un amore – particolare, insensato, folle e bellissimo come tutti gli amori – attraverso gli sguardi, le espressioni confuse, le mezzeparole che non si trovano dei due protagonisti.

E così anche una felicità sorridente di vestiti a fiori (non fàtemi dire dipiù: fidàtevi e vedètevi il film), diventa una sfilata preziosa in mezzo a un mondo rallentato di nonfelicità malmostosa. E grottesca. Ma – anche questo uno dei miracoli del film (mèrito, anche, di una sceneggiatura compiuta e emozionante, mai emozionata, scritta da Mollo con Josella Porto) – senza nessun tipo di giudizio sui personaggi.

Così, in un mondo che esplode fuori e di là dagli occhi di Paolo e di Mia, diventano da sùbito scene di culto – almeno per me – Il mare d’inverno appena accennata da Paolo per lei mentre si addormenta. La luce verde – truccata – che Paolo le concede quando lei finisce di mettergli l’ombretto. La scena dell’outing allo champagne, la corsa in abito da sposa. La splendida cover di There is a Light that Never Goes Out (solo una chitarra, un microfono, la Ragonese più courtneylovàta che mai).

Ecco.

Il padre d’Italia ci riguarda perché ci parla dell’amore nell’aria intorno mentre rimane fermo sul loro raffazzonato, improbabile amore picaresco. E ci promette, però, un’improbabile, struggente immaginazione di un futuro possibile. “Mi sono immaginato un futuro. Sono matto per questo?”

Ecco. Quando ci rendiamo conto di essere tutti matti. E perché.

Non è un miracolo quotidiano anche questo?

Giordano Meacci, da “minimaetmoralia.it”

 

 

Quattro anni dopo Il sud è niente, applaudito esordio alla regia presentato al Toronto International Film Festival nella sezione Discovery, al Festival internazionale del film di Roma nella sezione Alice nella Città e al Festival internazionale del cinema di Berlino nella sezione Generation, il 36enne Fabio Mollo, calabrese di nascita ma ormai romano di adozione, torna in sala con l’attesa opera seconda, Il Padre d’Italia, dal 9 marzo al cinema con distribuzione Good Films.

Clamorosamente ‘bocciato’ dai selezionatori del Festival di Berlino, Il Padre d’Italia esplora una tematica quanto mai attuale nel dibattito sociale contemporaneo del Bel Paese, vedi la paternità e la maternità visti al di fuori del contesto ‘famiglia tradizionale’. Paolo ha 30 anni, è taciturno, gay, fatica a riprendersi da una lunga storia d’amore finita male e conduce una vita solitaria, quasi si volesse nascondere dal mondo, come se per lui fosse illegale essere felici. Una notte, per puro caso e nel luogo più improbabile che ci sia, incontra Mia, pseudo cantante che neanche a dirlo è il suo esatto opposto, in quanto vitale, esuberante e problematica coetanea al sesto mese di gravidanza. Un incontro/scontro che stravolgerà la vita di Paolo, fino a quel momento trascinata faticosamente per i capelli, attraverso un apparentemente insensato viaggio che porterà entrambi dalla fredda Torino alla caldissima Reggio, scoprendo passo passo un irrefrenabile desiderio di vivere.

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Un road movie dell’anima, quello sceneggiato e diretto da Mollo, dichiaratamente ispiratosi al cinema di Ettore Scola (Una giornata Particolare), Gianni Amelio (Il ladro di Bambini) e soprattutto Xavier Dolan, di cui Fabio segue le tracce attraverso una colonna sonora ispirata, incalzante e ben amalgamata al tessuto da lui realizzato. Un’opera legata all’Italia di oggi ma con un impianto scenografico, fotografico e per l’appunto musicale di stampo anni ’80, con Luca Marinelli e Isabella Ragonese straordinari protagonisti. Sono loro due il film, così diversi eppure tanto abbaglianti, insieme. Due figure arrivate ad un passo dal precipizio. Lui devastato da un amore dopo 8 anni sbriciolatosi a causa di un sogno che faceva fatica persino a sognare, perché terrorizzato dalla sua possibile realizzazione; lei bugiarda cronica ed eterna adolescente che non vuole appartenere a nessuno e a nessun posto.

Il Futuro è l’attore non protagonista de Il Padre d’Italia, inteso come domani di un’intera generazione che improvvisamente smette di essere figlio/a per diventare genitore. Ma chi e in quale contesto, nel Paese di oggi dilaniato dalle polemiche sulla maternità surrogata e sulle adozioni, può diventare padre e/o madre. E’ più innaturale una mamma che non vuole il proprio figlio o un omosessuale che vorrebbe crescerne uno? Attraverso l’introverso personaggio di Luca, orfano cresciuto in un orfanotrofio di suore, Mollo prova a farsi spazio tra i dubbi sociali e politici di oggi, rimarcando l’e(o)rrore di una visione genitoriale esclusivamente legata alla biologia. Mia, Madonna rock che irrompe nella sua vita per donargli la vita, non è altro che l’illusione di un futuro, da Paolo per la prima volta immaginato ma nei surreali abiti di un eterosessuale padre di famiglia. Per svegliarlo dal torpore e dalla bigotta chiusura mentale, dal buio di una dark room compare lei, capelli rosa e pancione in vista, ed è subito colpo di fulmine. Mollo porta in scena un’inusuale storia d’amore tra un omosessuale incapace di vivere i propri sogni di paternità e una 30enne incinta che da quella maternità vorrebbe fuggire.

Una commedia drammatica indirizzata ad una generazione di precari che fatica a far figli, qui rappresentata da due coetanei che attraverso un viaggio da nord a sud del Paese esplorano fino in fondo il proprio io. Cercare la razionalità, all’interno di questo rapporto di coppia, non avrebbe senso, perché Paolo e Mia sono questione di chimica, opposti che si attraggono, animali tormentati che si trovano. Sappiamo pochissimo di entrambi e il buon cuore di lui, che accetta di aiutare una perfetta sconosciuta abbandonando il proprio lavoro per fare oltre 1000 km alla guida di un camioncino, appare a prima vista a dir poco eccessivo, ma nulla ha da perdere, Luca, e tutto da guadagnare.

Quasi completamente concetrato sui volti, sugli sguardi, sulle emozioni vissute e trasmesse dai due protagonisti, Mollo bilancia perfettamente dramma e commedia, dosando sorrisi e lacrime. Più ci spingiamo a sud (dove spicca la presenza di un’intensa Anna Ferruzzo), e più Luca e Isabella si spogliano, ma non solo per l’aumentare delle temperature. Cadono gli abiti, le maschere, i muri, le paure, con il futuro che si fa più delineato e il presente meno spaventoso. Marinelli, già indimenticato ‘Zingaro’ ne Lo Chiamavano Jeeg Robot, torna nuovamente a cantare. Dalla Anna Oxa di Gabriele Mainetti siamo passati a Loredana Bertè, per ben due volte omaggiata dal regista con Il Mare d’Inverno e Non sono una Signora, mentre Isabella, vestita da sposa proprio come Loredana nel video di quest’ultima canzone, ne rappresenta l’essenza stessa, in quanto cantante trasgressiva, imprevedibile, combattuta e travolgente (live sul set per la Ragonese con gli Smith).

Dinamico nel montaggio di Filippo Montemurro e nelle musiche (che occhieggiano all’elettronica) di Giorgio Giampà, Il Padre d’Italia cede probabilmente alla retorica e ad un’amalgama che potrebbe a prima vista apparire come artificiosa, pagando pegno sul sonoro in presa diretta troppo spesso caotico e poco chiaro nei dialoghi tra i due protagonisti, ma nell’opera seconda di Mollo c’è un’idea di Cinema ad ampio respiro, di stampo europeo, che fa ben sperare per il futuro della nostra cinematografia. I miracoli sono contro natura per definizione, fa notare la Ragonese a Marinelli nel ricordargli la maternità della Santissima Madre di Dio, e allora aprite gli occhi, abbattete dogmi, preconcetti e cominciate a vivere, perché i figli, miracoli della vita, sono soprattutto di chi li riempie d’amore, di chi li educa, di chi li protegge, di chi li vuole veramente, di chi li cresce. E non c’è verità più naturale di questa.

Voto: 7 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Paolo (Luca Marinelli), giovane trentenne che sopravvive a Torino facendo il commesso da Ikea, è alle prese con la fine della sua lunga e tormentata storia d’amore con Marco, Mia (Isabella Ragonese) è un’aspirante cantante in dolce attesa che vive di sogni e speranze. Una sera, in una black room, gli occhi smarriti di lui incontrano quelli iper-truccati di lei. Si riconosco: sono l’uno l’anima gemella dell’altra. È la storia che Fabio Mollo ci racconta nel suo secondo cortometraggio. La trama di Il padre d’Italia si sviluppa attraverso un incontro-scontro tra il disincanto di Paolo, che sembra aver da tempo rinunciato alla felicità e l’incontenibile voracità di lei, che addenta la sua esistenza e vive con estrema superficialità ogni attimo. Il viaggio è il topos a cui ricorre il cineasta. L’espediente è quello di due itinerari paralleli: il percorso fisico di Mia e Paolo da Torino, passando per Roma e Napoli, fino a Reggio Calabria e quello interiore: un ritorno ai luoghi della loro infanzia e una serie di pit stop tra i luoghi delle loro giovani e irrisolte anime. Si innamorano e lasciano che lo spettatore si innamori di loro.

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L’alchimia tra Marinelli e la Ragonesi è intensa. Marinelli si conferma interprete superlativo, capace di non perdere mai la naturalezza in favore di istrionesche interpretazioni. È lui l’unico a farci commuovere davvero. I due insieme tornano bambini: nel linguaggio, nei gesti, nelle marachelle, nel rincorrersi in spiaggia e nel cantare a squarcia gola. Mollo crea un connubio perfetto fra immagini e trama: ogni moto interiore dei protagonisti trova uno sbocco esaustivo nella forma, nei colori, nei volti di ciò che Paolo e Mia vivono. La fusione tra “accadente” e “vissuto” è impeccabile. Tutto è accompagnato da sottofondi musicali che quasi evocano l’intensità filmica di Xavier Dolan. Dettagli che lasciano l’amaro in bocca non mancano, ma la tematica ammette qualche accenno retorico, e perché non dovrebbe? Paolo non è il Il padre d’Italia, è il figlio di Italia. Vissuto nel terrore di un’omosessualità che quasi non riesce ad accettare, incastrato in pregiudizi e preconcetti imbevuti di discorsi bigotti, morbo del Paese in cui vive.

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Il merito di Mollo risiede in questo: in un contesto internazionale, cinematografico e non, in cui il tema dell’omosessualità è più scottante che mai, egli alza la mano per dire la sua e lo dice sussurrando con sentimento senza sentimentalismo, con originalità mai inverosimile. Non ci sono momenti di grande tensione, né eventi improvvisi che cambiano repentinamente il corso della narrazione; è la semplicità del racconto la vera forza del film; è la personalissima storia di Mia e Paolo, ed è solo una storia, anche se non è straordinaria, e perché dovrebbe esserlo? Le storie devono solo essere vere e di tanto intanto godere di qualche piccolo miracolo.

Voto: 3,5 / 5

Alessandra Coiro, da “nocturno.it”

 

 

 

Fabio Mollo, classe 1980, al suo secondo lungometraggio dopo “Il Sud è niente”, torna a parlare di paternità. Stavolta non affronta il tema da un punto di vista filiale, come nella sua opera prima, ma sposta l’obbiettivo sul desiderio di genitorialità della sua generazione, che secondo il comune pensare deve avere un gran coraggio a far figli in un paese come il nostro, instabile economicamente e forse ancor di più socialmente.

Ma “Il padre d’Italia” è molto altro, è il racconto di due anime tormentate che stanno agli antipodi, che il caso fa incontrare, segnando in modo indelebile le loro vite. Paolo è un ragazzo chiuso, che sembra non pretendere niente dalla vita, figuriamoci una famiglia, essendo lui gay sente che la paternità sia qualcosa che neppure può desiderare, mentre Mia è una ragazza un po’ allo sbando, esuberante, un vulcano in piena, un’eterna adolescente, una cantante senza fortuna, che guarda alla vita con inguaribile ottimismo, e tanta incoscienza.

Il padre d’Italia: un racconto on the road dove è l’amore a farla da padrone

I due condivideranno un viaggio in furgone, attraverso la penisola, da Torino a Reggio Calabria, passando per Roma e Napoli, uno sguardo all’Italia dei nostri giorni, dove l’arrivo in un assolato meridione scalderà non solo i corpi ma anche i cuori dei protagonisti.

“Il padre D’Italia” è un racconto on the road in cui a farla da padrone è l’amore, quello incondizionato, scevro di implicazioni puramente sessuali, che ti porta a curarti dell’altro, ad accudirlo. E’ una storia che tocca con garbo e delicatezza temi che nel nostro paese sono ancora ‘scottanti’, come la genitorialità delle coppie omossessuali. Ma si riflette, senza mai giudicare, anche sulla famiglia, sulla religione, sul voler realizzare i propri sogni, o almeno sull’avere dei sogni, sul desiderio di avere dei figli e fare progetti per il futuro; il film mostra anche lo scontro generazionale tra una società matriarcale, ben radicata nel sud d’Italia, con regole consolidate nel tempo, dalle quali è difficile sfuggire, ed il desiderio di libertà assoluta di anime come quella di Mia.

Il padre d’Italia: un film delicato che tocca con brio tanti temi e si avvale di due attori talentuosi

Mollo opta per un racconto visivo, fatto di colori e musica, che coadiuvano l’evoluzione dei personaggi; il regista fonde il talento interpretativo dei due attori protagonisti, Luca Marinelli e Isabella Ragonese, a momenti di pura arte ‘visiva, in cui le immagini sovrastano il tutto. Il film è anche un omaggio agli anni Ottanta, che si respirano nelle scelte musicali che alternano ai pezzi originali musica elettronica dal sapore retrò, e alcuni brani della Bertè, calabrese come il regista, e ‘singolare’ come mia.

Marinelli e la Ragonese svolgono al meglio il loro compito, Mia e Paolo sono due personaggi intensi e ben definiti, coi quali si entra subito in contatto. La bontà di Paolo e spiazzante quanto l’incoscienza di Mia, e il loro essere così distanti in tutto li rende complementari.

Unico neo la performance musicale fuori luogo del Marinelli: con quel trucco in faccia e le parole della Bertè non può che rimandarci al Marinelli di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, e non se ne vede l’opportunità.

Nel film ‘ogni miracolo è per sua essenza contro natura’, per cui chi decide cosa è naturale e cosa no?

Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

 

 

Paolo, trentenne gay con un passato doloroso alle spalle, conduce una vita deprimentemente ordinaria: un appartamento spoglio, un lavoro monotono, una storia d’amore chiusa da poco. Una sera, tra i corridoi asfittici e caotici di un club per soli uomini della Torino notturna, s’imbatte nella prorompente Mia, sbandata dal cuore d’oro al sesto mese di gravidanza. Si guardano, si sfiorano, lei sviene, lui la scorta in ospedale. “Non lasciarmi sola”, chiede la ragazza a metà tra lo spavento e l’incoscienza, senza sapere che anche lui si sente altrettanto smarrito, abbandonato, rifiutato. Animale ferito, diffidente per indole ma allo stesso tempo incapace di disinteressarsene come il pragmatico buon senso comune suggerirebbe, Paolo sceglie di reagire e di mettersi in gioco. Per la prima volta dopo molto tempo, un po’ per caso e un po’ per sfida, permette a se stesso di farsi coinvolgere, di lasciarsi investire dalla dirompente vivacità della sregolata Mia.

Al suo secondo lungometraggio di finzione, Fabio Mollo, documentarista calabro con curriculum internazionale, mette in scena il proverbiale incontro di due solitudini. Mia e Paolo, infatti, ognuno a suo modo, sono due emarginati bisognosi d’amore, due spostati che non hanno ancora trovato il proprio posto nel mondo. Contrito, represso e remissivo lui, dirompente, infantile e inaffidabile lei, insieme riescono miracolosamente a instaurare una relazione di mutuo soccorso tanto eccentrica e inconsueta, quanto intensa e genuina. Non a caso, persino il loro primo fuggevole contatto nel locale si trasforma subito in un abbraccio salvifico.

È attraverso i loro duetti che “Il padre d’Italia” prende forma e ritmo, si anima di fantasie pulsanti e paure inesprimibili, esplode nella vivacità di sequenze musicali d’impronta dolaniana, come la passeggiata pop-floreale nel paese natio di Mia, e subito si richiude nel candore pudico di una confessione sotto le lenzuola. Il viaggio verso Sud che Mia e Paolo intraprendono diventa così felice metafora di una metamorfosi più intima e interiore: la ricerca di un posto dove stare coincide infatti con un percorso di riscoperta di sé e dell’altro, un’educazione emotiva per provare a smettere di soffrire e imparare a essere, finalmente, pienamente se stessi.

Ma il Sud è niente, come cita il precedente lavoro di Mollo, e niente ha da offrire. Nonostante il tono di melanconica leggerezza, per Mia e Paolo non c’è conforto né facile redenzione: dopo il lungo e giocoso peregrinare, dopo tutte le chimere d’evasione e le utopie di un mondo migliore, i due dovranno infine affrontare gli stessi interrogativi, sfidare le stesse insicurezze che li tormentavano alla partenza. La maternità è un istinto invincibile per ogni donna? Come conciliare il desiderio di omogenitorialità con l’arretratezza del diritto? Cosa è naturale e cosa, al contrario, è contro natura?

“Il padre d’Italia” si concentra tutto sui suoi improbabili protagonisti e sull’evolversi del loro bizzarro, irripetibile ménage, a costo di rinunciare a una visione d’insieme che, forse, avrebbe donato al film più solidità e coerenza. Dopo la presentazione dei personaggi, infatti, la sceneggiatura firmata da Mollo insieme a Josella Porto si fa esilissima e rarefatta, inciampando più volte in tempi morti e ridondanze. Eppure, rincorrendo quel flusso di coscienze che sono i dialoghi tra Mia e Paolo, l’autore riesce a tratteggiare dei piccoli momenti di toccante e straziante tenerezza, scevri da ogni intento polemico o rigidità ideologica.

In questo senso, il film ricorda in molti (s)punti “Tutti i santi giorni“, complice anche la presenza dell’attore principale – un Luca Marinelli di ammirevole finezza – e la dinamica tra i protagonisti – con la fiera Isabella Ragonese al posto della sregolata cantautrice Thony. Ma rispetto alla pellicola di Virzì, “Il padre d’Italia” sembra attraversato da un’autenticità più profonda e commovente, mosso da un’urgenza più intima e sincera. Con pudore e senso della misura, Mollo si estranea dalla trivialità del dibattito incancrenito che ha azzoppato l’approvazione piena della Legge Cirinnà in Parlamento meno di un anno fa. Rinuncia a qualsiasi pretesa sociologica e ai toni da pamphlet di denuncia per imbastire, piuttosto, una favola fievole e delicatissima, sì, ma anche sorprendentemente onesta e calorosa. Una favola che, all’indomani della sentenza del tribunale di Trento che ha stabilito la prevalenza della volontà di cura sul legame biologico, assume una ottimistica concretezza e permette di volgersi al futuro con sguardo fiduciosamente benevolo e pacificato.

Voto: 6,5 / 10

Stefano Guerini Rocca, da “ondacinema.it”

 

 

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