Il cliente

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La regia e la scrittura di Asghar Farhadi sono perfette. Perfetti (a dir poco) sono anche gli attori del dramma. È perfetta la luce, così come la fotografia, senza trascurare i suoni e la rara musica.

“Il cliente” colpisce lo spettatore che assiste a un film che è ricco di svelamenti. I veli sono molteplici e coprono e scoprono le verità, con un rigore ed un’essenzialità caratterizzanti le pellicole del regista iraniano pluripremiato a ragione. Inchioda lo spettatore e lo trasporta altrove, esattamente lì, nella storia… senza via di scampo.

C’è l’Iran di oggi e c’è l’Iran di ieri: il protagonista maschile Emad (interpretato divinamente dall’attore Shahab Hosseini, già caro a Farhadi) è anche docente in una classe di adolescenti di soli maschi a cui propone letteratura e film in B/N in cui il passato iraniano si affaccia e si propone [ma questo è solo un particolare]. E l’Iran è quello di una capitale Teheran, capace di mutare aspetto (gru a lavoro, demolizioni in corso, rappresentazioni teatrali) ma anche di rimanere imbrigliata nelle crepe dei suoi edifici.

Emad ama sua moglie Rana (dal volto espressivo di Taraneh Alidoosti, anche lei già nota in film dello stesso regista) e i due a causa di un improvviso sgombero per cedimento del proprio palazzo sono costretti a lasciare la loro casa. Sono entrambi impegnati nelle recite serali di un teatro in cui insieme alla loro compagnia recitano Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller, testo americano scelto accuratamente da Farhadi. E non solo il titolo accomuna le vicende, Salesman, ma anche molto altro. Mondi distanti, eppure vicini.

La coppia vive il trasloco in una nuova casa offerta gentilmente da uno dei loro amici-attori. Sembra “la fortuna” spostarsi dalla loro parte. Ma una tragedia li attende sulla soglia di una porta malauguratamente lasciata aperta…

Non è importante ciò accade, o meglio lo è per quello che riesce a scatenare interiormente, provocando “crolli psicologici”, con sapienza estrema rappresentati e girati.

Non si anticipa nulla, ma si crede fermamente che una storia così impressionante non si vede spesso sullo schermo cinematografico: e con una tecnica che punta a tacere, a sottrarre, a silenziare… forse abituata com’è alla censura, autocensura. O semplicemente perché sceglie di mostrare l’essenziale, senza scadere mai nella ‘povertà’. È un film ricco, ricco di particolari che si nascondono tra le pieghe degli svelamenti.

Farhadi ama gli interni con vetri a separare la comunicazione tra gli esseri viventi: ritornano porte a vetri e finestre, in cui lo sguardo va oltre. Ama i libri e il cinema, entrambi molto presenti (letture, libri su tavoli, libri e dvd in librerie domestiche). Ama i contrasti tra luce e oscurità, tra interni ed esterni. Ama i modelli classici della tragedia greca. Ama le parole. Due in questo film, in due momenti distanti colpiscono: “fortuna” e “tentazione”. Invece espiazione, perdono, peccato vivono nel non-detto.

Farhadi è un grande regista del nostro tempo, colto e sensibile. Illumina anche quando spegne la luce dell’ultima lampadina accesa.

“Il cliente” è un film bellissimo, quanto gli occhi del ‘cliente’ sanno esprimere nel silenzio della colpa; quindi molto, moltissimo [e anche questo è solo un dettaglio].

Silvia Morganti, da “mescalina. it”

 

 

Nel 1997 il compianto Abbas Kiarostami, in occasione della palma d’oro conferita al suo Il sapore della ciliegia, osò (si fa per dire) baciare sul palco la presidentessa di giuria, Catherine Deneuve, come è costume a Cannes. Questo semplice gesto di amicizia costò la censura della premiazione in patria e costrinse Kiarostami a tornare una settimana dopo a casa sua, a Teheran, perché per le durissime regole del governo islamico dell’Iran un uomo e una donna che non sono sposati o imparentati non possono toccarsi.
Queste sono le regole con cui deve girare Asghar Farhadi, che da About Elly fino al nuovissimo e, ancora una volta, premiatissimo film Il cliente, non cambia stile né temi; sembra fare sempre lo stesso film, ma ogni volta è diverso, ogni volta il suo modo di fare thriller si evolve sempre di più e le sue riflessioni, specialmente in questo ultimo, si estendono ben al di là del suo difficile paese natìo. Il senso di colpa, la vendetta, l’ambiguo e il grande affetto verso i propri cari, espresso tutto per mezzo della parola, perché in Iran gli attori non si toccano.
Emad e Rana sono una giovane coppia di attori costretta a lasciare la propria casa al centro di Teheran a causa di urgenti lavori di ristrutturazione. Un amico li aiuta a trovare una nuova sistemazione, senza raccontare nulla della precedente inquilina che sarà invece la causa di un “incidente” che sconvolgerà la loro vita.
Vedere Il cliente è uno dei modi migliori per imparare a scrivere una sceneggiatura. Insegna come non si debba dire tutto subito, come si scrivono delle scene di tensione senza eccessivi movimenti di macchina e del corpo degli attori, ma solo con le parole e una camera a mano che non lavora normalmente.
Nel cinema di Farhadi non c’è mai niente di completamente vero e niente di completamente falso; non c’è più l’idea manichea del bene e del male: come recita Andreotti nel divo “ Sono tutti medi peccatori”.
Lo è la moglie della coppia, la quale non vuole e non riesce a raccontare quello che è successo agli altri o alla polizia, per vergogna e pudicizia, ma soprattutto per paura del giudizio altrui (raccontare che un uomo l’ha vista nuda, l’ha toccata e che lei, ingenuamente e in buona fede, gli ha aperto la porta).
Lo è il marito quando si mette in testa di “vendicare”, in qualche modo, la moglie. Niente armi, niente Nocturnal animals, ma solo le strade di Teheran e un colpevole inaspettato, una grande sequenza finale e un modo di fare cinema proprio dei grandi registi, quelli che prendono un genere e poi lo trasformano e lo fanno loro. Esiste allora un thriller alla Farhadi, pieno di “innocenti” colpevoli e vittime che, alle volte, sono anche carnefici. Personaggi ossimorici di cui, come anche nel suo capolavoro Una separazione, non siamo mai sicuri.
Il cliente e un film difficile per noi occidentali. Già dalle prime scene, quando il protagonista, professore liceale, si rivolge alla sua classe totalmente maschile, proviamo un senso di straniamento; oppure quando la giovane coppia, appena arrivata nel nuovo palazzo, si presenta ai vicini: gli uomini si salutano con una stretta di mano, le donne da lontano, senza intervenire nell’azione. Farhadi poi racconta di due giovani e progressisti iraniani, colti, che stanno allestendo una rappresentazione dilettantesca di Death of a salesman di Arthur Miller.
Il cliente e Morte di un commesso viaggiatore possono a prima vista sembrare opere lontane, sconnesse, quasi messe insieme per puro caso. Ma Will Looman è vicinissimo al protagonista (palma d’oro come miglior attore al festival di Cannes), ne condivide la necessità di far stare bene sua moglie e di proteggerla, di essere all’altezza delle cose e delle responsabilità; se non può proteggere o vendicare la moglie, non sarà mai all’altezza.
Poi un oscuro finale, tanto struggente quanto oscuro, che ci lascia interdetti ma non delusi e ci dimostra una volta in più che Asghar Farhadi è, citando Lermontov, Un eroe del nostro tempo.

Giorgio Catalani, da “anonimacinefili.it”

 

 

 

Meditazione esistenziale sul mistero profondo, insondabile delle relazioni umane, il cinema di Asghar Farhadi offre coerenza, lucidità di visione, potenza emotiva, una sapiente messa in scena e interpretazioni credibili e appassionate, sorrette da un’attenzione maniacale per i dettagli intimi della psicologia dei suoi personaggi. Il suo ultimo film, Il Cliente, non fa eccezione.

Ulteriore tassello in un mosaico tra i più interessanti ed autorevoli del cinema contemporaneo, l’opera del 44enne cineasta iraniano miete all’ultimo Cannes l’alloro per la miglior sceneggiatura, segna per il nostro un gradito ritorno in patria dopo la parentesi parigina de Il Passato (2013), e arriva a sei anni di distanza dal trionfo di Una Separazione. In attesa di riempire nuovamente le valigie alla volta della Spagna.

La politica dei sentimenti è in Farhadi politica tout court, la sua visione è un’esplorazione delle tensioni e delle contraddizioni dell’Iran contemporaneo restituita attraverso i gesti, gli sguardi, i silenzi e le parole dei suoi uomini e delle sue donne. Generalmente filmati in coppia. La stessa scelta del regista di non abbandonare il paese natio, di restare a confrontarsi con le maglie della censura e le limitazioni spesso assurdamente incomprensibili – e francamente ingiustificabili – del regime teocratico costituisce una precisa posizione politica. Che però non dimentica di guardare, prima e al di là di tutto, all’uomo e alle sue verità.

Il Cliente ha la struttura di base che è quella del thriller, una revenge story ben calibrata, e l’impostazione di un dramma psicologico.

Téhéran, oggi. Una città frenetica, in continua evoluzione, sospesa fra passato e presente, incapace di trovare riposo, armonia e stabilità. Emad e Rana, due magnifici Shahab Hosseini e Taraneh Alidoosti, coppia di giovani attori, impegnati nella messa in scena del dramma di Arthur Miller Morte di un commesso viaggiatore, sono costretti ad abbandonare la propria abitazione in conseguenza di urgenti lavori di ristrutturazione. Un amico li aiuta a trovarne una nuova, senza però fare cenno di certe piccolezze riguardanti il passato della precedente inquilina, il che avrà come ripercussione  sgradevolissima  un incidente di cui Rana sarà riluttante protagonista.

Tanto basta perché la fragile miscela di umori sentimenti e complicità, che sul palcoscenico di un teatro e sul set della vita quotidiana sorregge il rapporto fra quest’uomo e questa donna, vada in frantumi. Lui dapprima invita a lasciarsi il passato alle spalle, e poi si fa consumare dal tarlo della vendetta. Lei, a dispetto degli spunti iniziali, si accosta al perdono. L’incontro (per niente fortuito) con il responsabile del fattaccio segna un po’ uno spartiacque.

La messa in scena è elegante e misurata, la metafora teatrale alla lunga si fa ridondante e perde vitalità, e la sensazione è quella di un film che, al giro di boa della sua svolta shock, gira un po’ a vuoto e difetta di brio, riprendendosi però in un finale di rara intensità.

L’evidenza di questi limiti è parziale e assolutamente non pregiudica il piacere della visione di un film denso, stratificato, una riflessione sulla miriade di mattoncini che costituiscono l’anima di una relazione, la sua forza e il suo punto di maggiore vulnerabilità. Un film intelligente, capace di stimolare l’empatia e lo spirito critico dello spettatore in forza delle verità universali che espone, al netto della veste esteriore tipicamente iraniana, e che meriterebbe e forse anche necessiterebbe di assaporare la possibilità di una visione ulteriore.

Francesco Costantini, da “darksidecinema.it”

 

 

Nella cinematografia iraniana recente, Asghar Farhadi può essere considerato ancora una giovane realtà (nato nel 1972), un autore che si muove all’interno della società del suo paese, privilegiando storie con solide strutture narrative, personaggi complessi, mettendo in scena la giovane borghesia della capitale, acculturata, impegnata, che si confronta sempre con drammi personali, metonimici per raccontare l’Iran attraverso temi con un respiro che travalicano i confini geografici.

Già con il capolavoro “Una separazione” (film pluripremiato, tra l’Orso d’oro al Festival di Berlino 2011 e il premio per gli attori protagonisti, l’Oscar e il Golden Globe come miglior film straniero nel 2012, per citare i più importanti) Farhadi raccontava il dramma familiare che mostrava, metaforicamente, non solo il divorzio di una coppia borghese ma, appunto, una separazione culturale, morale, sociale, emotiva tra un uomo e una donna e la coppia e il confronto con una famiglia povera e ignorante. Anche con “Il passato” continua questo discorso, trasferendosi in Francia e, utilizzando la storia di un altro divorzio – questa volta tra un iraniano e una francese (una intensa Bérénice Bejo, premiata con la palma per la sua interpretazione al 66mo Festival di Cannes), contrappone due psicologie differenti, due culture, giocando sulle distanze del senso della realtà dei personaggi e la loro vicinanza emotiva/emozionale.

Con questo ultimo film, il regista iraniano si conferma autore di grande talento e con uno stile inconfondibile, composto da un lavoro di scrittura minuziosa, nel descrivere le dinamiche psicologiche dei personaggi, con dialoghi e scene che passano dalla rarefazione visiva alla densità drammaturgica della recitazione degli attori. La macchina da presa è sempre incollata ai personaggi: primi piani e totali, interni labirintici dove si muovono i personaggi; pochissimi campi medi e lunghi in esterni, che sono delle interpolazioni, delle chiuse di capitoli, o passaggi, da una scena a un’altra.

Ecco, questa composizione del set appare quasi teatrale, ma ne trasla il linguaggio, riuscendo a far partecipare lo spettatore alla messa in scena, come si fosse all’interno di un teatro e quindi azzerando, di fatto, la distanza spazio-temporale, portando gli attori al di qua dello schermo, di fronte al pubblico. Tutto ciò rende materiche le immagini nella loro semplicità compositiva, ma ricchissime emotivamente, creando un vero e proprio transfert virtuale tra chi guarda e chi recita.

Con “Il cliente”, il regista iraniano compie un passo in avanti: esplicita questo modo di fare cinema, incistando all’interno del tessuto filmico la messa in scena dell’opera teatrale “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, effettuando un’operazione ancora una volta da una parte di sottrazione visiva e dall’altra di rielaborazione psicologica.

L’incipit del resto è di una potenza metaforica elegante che immediatamente introduce lo spettatore all’interno della storia: da un lato, si assiste alla costruzione della scenografia teatrale dell’opera di Miller, dall’altro, nella sequenza successiva, il dissesto del palazzo, con relativa fuga, a causa di lavori di scavo malfatti, degli inquilini e della giovane coppia protagonista Emad (Shahab Hosseini) e sua moglie Rana (Taraneh Alidoosti).

Da qui in poi la diegesi si sviluppa con un parallelo tra il lavoro in teatro e la vita esterna, dove Emad e Rana sono costretti a traslocare in un nuovo appartamento in un altro palazzo fatiscente fornito da uno dei colleghi teatranti. Ecco che le sequenze dell’opera di Miller si alternano a quelle del dramma che vive la coppia. Per colpa di una serie di equivoci, Rana è vittima di violenza all’interno dell’abitazione. Si arriva non solo a identificare quindi le due vicende, ma anche spazialmente Farhadi costruisce una similitudine tra teatro e realtà quotidiana, in una mise en abyme tra cinema e teatro, tra passato (del dramma) e presente (della vita della coppia), tra cultura occidentale (l’opera di Miller) e orientale (la società iraniana con la sua morale, i compromessi, le gerarchie sessiste e di classe).

Erad interpreta “il venditore” sulla scena teatrale e l’insegnante nella vita, portando il cinema all’interno della scuola (proietta un film in classe, in un altro gioco di specchi emotivi, di doppi reali, letterari, cinematografici). La dissoluzione emotiva di Erad e Rana, per il trauma subito da quest’ultima, avanza di pari passo con la messa in scena teatrale. A un certo punto non si distinguono nemmeno più i due piani: in entrambi i casi assistiamo al dramma della lotta quotidiana per la sopravvivenza, in un reticolo emotivo complesso, raggiungendo un finale catartico, dove si assiste a uno scontro generazionale e morale tra Erad e Rana e il vecchio uomo e la sua famiglia, causa del dolore della giovane coppia.

I due s’invecchiano per il teatro, si truccano, e l’indossare i costumi, le maschere, diviene simbolicamente la rappresentazione delle ipocrisie che esplodono tra i personaggi: l’importate è sempre restare in ruoli predefiniti, nel rispetto delle convenzioni moralistiche e delle apparenze sociali, come a dire che la “recita” è continua. E, quindi, la realtà dei protagonisti, le loro emozioni sono più reali in teatro e appaiono costruite nella vita reale. L’intero mondo è una quinta, sembra dire Farhadi, dove tutti hanno una parte, volenti o nolenti, mettendo a nudo debolezze nascoste e inconfessabili.

Vincitore all’ultimo Festival di Cannes del premio alla migliore sceneggiatura e al migliore attore (Shahab Hosseini), il film di Farhadi è un viaggio pindarico all’interno di drammi psicologici trasversali e transgenerazionali che si trasformano in una grande metafora di una società in continua evoluzione e ricca di contraddizioni inespresse.

Voto: 8 / 10

Antonio Pettierre, da “ondacinema.it”

 

 

 

Il fulcro dell’idea di cinema di Farhadi rimane la complessita’ della propria struttura narrativa, l’edificio delle circonvoluzioni del racconto che si avvolgono tra di loro a spirale fino a non riuscire piu’ a sbrogliarsi, a sfuggire. Quando questo incastro di storie, colpi di scena e sentimenti forti finisce per innervare anche l’impalcatura formale e lo stile visivo dei suoi film, l’opera di Farhadi riesce a raggiungere una limpidezza espressiva altissima, come quella che riconosciamo in titoli come About Elly e Una separazione. Purtroppo pero’, appare al contrario sempre piu’ difficile per le immagini di questo cinema assumere una dimensione che supporti fino alla fine la chiarezza delle intuizioni e degli intenti del regista, come gia’ accaduto sempre a Cannes con il precedente Il passato.
Il cliente si apre per l’appunto con alcune delle sequenze piu’ potenti di tutto il cinema di Farhadi: l’evacuazione notturna del palazzo in pericolo di crollo, con l’apparizione improvvisa di questa ruspa-mostro che sembra stare mangiandone le fondamenta, quella porta aperta lasciata da Rana prima di fare la doccia, e la scoperta graduale da parte di Emad degli indizi dell’uomo misterioso (ma anche del passato scandaloso dell’inquilina precedente) seminati in giro per l’appartamento, sono tutti semi di una visione lucidissima del processo di costruzione di una architettura di senso in cui le tensioni del racconto si raddoppiano nelle suggestioni lasciate sulla parete delle immagini.

il cliente taraneh alidoostiQui Farhadi esplicita il suo procedimento estetico in maniera ancora piu’ rafforzata, inserendo il binario parallelo dello svelamento reiterato delle quinte di un allestimento teatrale di Morte di un commesso viaggiatore, che si fa dichiarata esplorazione morale del labirinto nascosto dietro la scena, “recita” che coinvolge questa coppia di coniugi e i loro amici, alle prese con le conseguenze di un’aggressione domestica subita dalla donna nella casa in cui la coppia si e’ appena trasferita.
Pubblico e privato, amore e ossessione, fantasmi personali e spettri sociali: Farhadi mette in campo una nuova volta le tematiche portanti della propria poetica, ma sembra ancora bloccato in un loop sovraccarico in maniera progressiva e faticosa, nello girare in tondo fino a portare la tensione narrativa a uno strappo irreparabile, come succede al suo protagonista e alla sua genuina, inedita crudelta’ di aguzzino nei confronti dell’anziano uomo su cui si concentra la sezione finale del film.

il-cliente-taraneh-alidoosti-shahab-hosseiniSeppure Farhadi riesca nel notevole esercizio di far confluire in questa lunga resa dei conti la dimensione “intima” della sua storia con quella politica (la centralita’ del contratto economico, dell’aspetto dei soldi in tutta la storia), l’afflato realista con quella chiara costruzione teatrale che i frammenti dalla piece di Arthur Miller hanno richiamato per tutta l’opera, allo stesso tempo la claustrofobia dei toni e la ricerca spasmodica della reazione forte che inchiodi lo spettatore senza via di fuga allontanano in maniera irrevocabile l’empatia nei confronti di quanto stiamo vedendo.
Il livello dell’allegoria e l’obiettivo perseguito con ostinazione della chiusura assertiva del cerchio finiscono per depotenziare le riflessioni che il film avrebbe potuto sicuramente diffondere in sala, negli animi e negli occhi, se avesse mantenuto il coraggio di lasciarsi delle aperture, degli squarci, delle fessure attraverso cui far respirare le urgenze, preziose e ancora necessarie, di questo cinema.

di Sergio Sozzo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Il limite di Asghar Farhadi è anche il suo miglior pregio. La continua ricerca del dramma famigliare che pervade le sue opere infatti è il modo migliore per raccontare un paese, l’Iran, inevitabilmente attratto dal cambiamento e dalla volontà di liberarsi da quelle corde legate strette, che si accontenterebbe comunque anche solo di riuscire ad allentare.

Un tira e molla che va a scontrarsi con una cultura radicata e profonda, così cementata da spaventare quasi al solo pensiero di volerla scalfire, provocando contrasti morali e umani volti ad aggravare l’entità di un qualsiasi problema, tendenzialmente risolvibile secondo dettami collaudati e ordinari. Come potrebbe essere in qualsiasi altro luogo, e nonostante la sua crudeltà, l’aggressione (lo stupro?) nella doccia subita dalla protagonista de “Il Cliente” nella nuova casa dove si è appena trasferita col proprio marito a causa del possibile crollo del palazzo in cui abitavano in precedenza: una casa però che, stando alle chiacchiere apprese con estremo ritardo, veniva utilizzata dalla sua ex inquilina come luogo d’appuntamento per soddisfare i bisogni sessuali di un numerosissimo viavai di clienti. Uno di loro, molto probabilmente, e ascoltando le chiacchiere dei vicini, responsabile quindi del misfatto che mette in crisi l’equilibrio di una famiglia comune e serena, scioccata dall’accaduto e impreparata a rimboccarsi le maniche reagendo come vorrebbe la prassi. Perché se da una parte il marito ha intenzione di andare alla polizia e denunciare l’accaduto, forte anche del furgone e delle chiavi lasciate distrattamente dal criminale, sua moglie non se la sente di confessare ad un perfetto estraneo cosa ha dovuto subire e, soprattutto, in che condizioni, preferendo a ciò la sofferenza della non punizione e la speranza che piano piano una parvenza di normalità riesca a farsi largo, tornando a riappropriarsi del suo posto e ripristinando il sereno.

Il Cliente FarhadiComportamento salva dignità che normalmente, stando ai costumi, verrebbe da assecondare – se non altro per difendere l’onore di una famiglia disposta addirittura a trasferirsi ancora, pur di mettere una pietra sopra a quanto subito – a cui, tuttavia, vanno a sovrapporsi le pulsioni di vendetta personale, implacabili, promosse da un versante maschile, incapace di recuperare il suo opposto dall’oblio del turbamento e, di conseguenza, dal quel distacco incessante, sentimentale e famigliare, sulla carta prevedibile, ma a tutti i costi da arginare. Una lotta interna che Farhadi insegue con grande pazienza e nella sua totale lievitazione, che muta e stravolge i suoi protagonisti tirandone fuori, goccia dopo goccia, lati oscuri e fragilità dovute a regole d’educazione antiquate e inammissibili: a maggior ragione se applicate e seguite ancora oggi, in un mondo più che mai sveglio e reattivo che, tra le altre cose, si sta adoperando come meglio riesce per livellare lo scarto esistente tra i due sessi, evitando il rischio di santificarne il distacco.

E questa difficoltà di riuscire a muoversi, di fare la cosa giusta – che non vuol dire per forza debba essere quella migliore – “Il Cliente” ce la fa sentire tutta quanta in un finale sconvolgente e meraviglioso, in cui le conseguenze (morali) di ogni azione commessa e non, portano ad un epilogo che in qualche modo sembra fatto apposta per fare giustizia, per mettere ogni cosa a tacere e ripartire da zero, ma che al contrario, invece, altro non fa che lacerare ulteriormente il tessuto di una condizione spinosa, su cui mettere mano, evidenziandone l’angoscia.

Giordano Caputo, da “ingloriouscinephiles.com”

Emad e Rana sono due coniugi costretti ad abbandonare il proprio appartamento a causa di un cedimento strutturale dell’edificio. Si trovano così a dover cercare una nuova abitazione e vengono aiutati nella ricerca da un collega della compagnia teatrale in cui i due recitano da protagonisti di “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller. La nuova casa era abitata da una donna di non buona reputazione e un giorno Rana, essendo sola, apre la porta (convinta che si tratti del marito) a uno dei clienti della donna il quale la aggredisce. Da quel momento per Emad inizia una ricerca dell’uomo in cui non vuole coinvolgere la polizia.
Asghar Farhadi torna a Teheran per proporre una vicenda in cui azione teatrale e quotidianità finiscono con il ritrovarsi in una specularità significante. Il regista fa sì che sin dall’inizio questa dimensione venga sottolineata facendo diretto riferimento alla messa in scena. Ci ricorda cioè la nostra posizione di spettatori invitandoci a leggere la duplice finzione (teatrale e cinematografica) e ad individuarne gli scambi.
Chi conosce il testo di Arthur Miller sa che seppe descrivere un momento di svolta nella dimensione sociale degli States attraverso le vicende familiari del suo protagonista. È quello che anche Farhadi vuole fare, individuando in questa fase storica dell’Iran una trasformazione così veloce dal finire con lo schiacciare chi non è pronto per adattarvisi. Questa lettura sociologica viene filtrata attraverso quella che per il regista è la cartina al tornasole delle dinamiche umane: la coppia. Emad (che è anche insegnante) e Rana sono una coppia affiatata sia nel privato che sulla scena ma nella loro vita irrompe l’atto violento che ne modifica profondamente le coordinate esistenziali. Se nella donna si insinua un senso di instabilità e di paura prima ignoto, nel marito si fa strada un desiderio di fare giustizia misto ad un atavico senso di onore perduto. Finiranno con il trovarsi anch’essi dinanzi a un ‘venditore’ del quale dovranno decidere la sorte. Sarà proprio in questa occasione che la tenuta della loro coppia verrà messa alla prova.
In tutto ciò, anche se en passant, Farhadi non si astiene dal ricordarci che in Iran la censura è ancora attiva e può decidere sulla messa in scena o meno di uno spettacolo. Come a dire che molto sta cambiando in quella società ma che alcuni vincoli sono ancora ben presenti.

Voto: 3,63 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

L’Iran di Farhadi, l’Iran di The Salesman, non è quello confessionale e travagliato messo in scena dalla stragrande maggioranza dei suoi colleghi e compatrioti, ma quello laico nel quale si scontrano le pulsioni alla modernità e i retaggi della cultura più tradizionale.
Se in Una separazione era chiaro fin dal titolo quale fosse lo spunto per il conflitto tra i due mondi, ora il regista mette in scena una storia che passa dalla detection al revenge movie, sebbene attraverso toni decisamente lontani da quelli del cinema di genere più commerciale. A far partire la catena degli eventi di questo film, una casa che (simbolicamente, capiremo) viene dichiarata inagibile, e che costringe la giovane coppia di protagonisti, quella formata da Emad e Rana, a trasferirsi in un altro appartamento. E lì, dal passato di quella casa, emerge un’aggressione casuale di cui Rana rimane vittima e che farà andare Emad alla ricerca del responsabile, per una vendetta forse inutile e forse anche ingiusta.

Da un lato la pulizia della messa in scena, dall’altro la precisione del copione, l’andamento di una storia che si avvolge lentamente su di te e su sé stessa, catturandoti e non lasciando(si) scampo. Sono due delle caratteristiche del cinema di Asghar Farhadi che l’iraniano ha mostrato nei suoi film più noti e recenti, Una separazione e Il passato, che qui tornano intatte nella loro efficacia.

Mentre si confrontano con una messa in scena di “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, e mentre Farhadi inserisce con qualche leggera insistenza di troppo le parti teatrali del film nella sua trama principale, Emad e Rana affronteranno due percorsi quasi opposti: lei, dapprima seriamente provata dall’aggressione, supererà lentamente lo shock e si lascerà andare; lui, che all’inizio, propone di cercare di mettersi tutto dietro le spalle il più in fretta possibile, svilupperà un’ossessione che rischia di farlo diventare più carnefice che vittima.
Alla frizione tra i due protagonisti, si aggiungerà poi quella fra Emad e il responsabile dell’aggressione, cui si arriva mentre cadono man mano le tessere dell’elegante domino costruito dal regista, mentre si scivola lentamente nell’imbuto di una storia che si fa man mano più claustrofobica, venata di un sadismo che serve a mettere allo specchio una società che non ha ancora fatto i conti col proprio passato e che vive di enormi incertezze sul presente.

Il congegno allestito da Farhadi è preciso e implacabile, con le sole piccolissime incertezze teatrali che sottolineano troppo i paralleli tra il testo di Miller e quello dell’iraniano. E anche se il regista gioca sempre con la stessa struttura, in questo caso non mostra esaurimento della capacità di esplorarla e renderla viva.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

Emad e Rana sono costretti a lasciare il proprio appartamento, solo che non sanno dove andare. Grazie ad un loro conoscente ne trovano uno in cui andare stare, non senza riserve: a quanto pare la casa è ancora abitata, vestiti di donna riempiono un’intera stanza. Ma l’amico di Emad insiste sul fatto che quella casa sia praticamente libera e che quei vestiti possano benissimo essere buttati. La coppia è un po’ restia ma alla fine si decidono, anche perché non hanno altra scelta.

La vicenda cambia radicalmente quando Rana viene aggredita da un uomo che, a quanto pare, è stata lei stessa a fare entrare. Al di là delle ferite riportate, l’impatto più provante è senz’altro quello psicologico, non solo per lei ma anche per Emad, che non riesce a darsi pace. Come è entrato l’assalitore? E perché ha aggredito sua moglie? Ma soprattuto, chi è?
Il Cliente (in originale “The Salesman”) si sviluppa a partire da quest’ultima domanda, che essenzialmente divide il film in due parti. La prima, abbastanza diluita, in cui il conflitto che riguarda in particolar modo Emad viene fuori trascinandosi; di contro vi è una seconda parte che è puro Farhadi, costruita molto bene quantunque si avverta qualche ricaduta dalla prima.

Lavorando anche sull’ambiente, per certi versi catalizzatore dell’azione, visto che Emad decide di muoversi quando ha realizzato che l’intera vicenda si presti a dicerie. Non a caso The Salesman si attarda proprio sul concetto di vergogna, dapprima quella del marito, che non è riuscito a proteggere la moglie e che adesso cerca velatamente vendetta; dall’altro l’aggressore che, una volta individuato, si preoccupa immediatamente di cosa potrebbero pensarne gli altri, in primis la sua famiglia, qualora si sapesse in giro ciò che ha fatto.

Riferimenti culturali con cui Farhadi si muove con meno agilità rispetto a quando può costruire storie più intime, per così dire: non è un caso che la prima parte soffra, in virtù del fatto che The Salesman fin qui si concentra sull’ambiente, senza approfondire più di tanto le dinamiche di coppia a seguito del misfatto. La svolta avviene nel corso di una cena, quando Emad, venuto a sapere che Rana ha fatto la spesa con i soldi che aveva lasciato per sbaglio il rapitore, blocca tutti e getta i piatti nella pattumiera. Da lì in avanti Farhadi può dare maggior sfogo alla sua vena da sceneggiatore, inanellando una serie di situazioni che danno adito a dilemmi morali forti. Una parte, quest’ultima, in cui però è percettibile una certa artificiosità, il che di solito non è mai un problema con Farhadi.

Vero è che The Salesman è un progetto più piccolo rispetto sia a Una separazione che a Il passato, ma questa diventa senz’altro la discriminante per cui è anche inferiore ad entrambi sotto più o meno ogni aspetto. Resta pur sempre un buon lavoro ma, nell’insieme, non all’altezza dell’ultima, a tratti angosciante mezz’ora purtroppo. Quando s’innesca il meccanismo il discorso ha già preso una piega diversa, e malgrado momenti più leggeri, come quando gli alunni di Emad lo fotografano dormiente durante la proiezione di un film che lui ha scelto per la classe, il tutto appare meno compiuto rispetto al livello al quale siamo stati abituati.

Un passo indietro che va comunque saputo inquadrare, dato che si tratta ad ogni buon conto di un lavoro dignitoso, capace di scuotere. Seguendo però sempre la medesima linea, qui intrapresa con meno incisività; in casi come questi si pone la questione relativa all’autore, ovvero se sia corretto o meno valutare il peso di un’opera nell’ottica di un’intera filmografia, o quantomeno degli ultimi lavori. Chi scrive opta per una visione più ampia, anche perché, forse pure egoisticamente, da registi del livello di Farhadi mi aspetto sempre qualcosa di stimolante, anche se diversa. Ciò detto, fossero tutti così gli scivoloni…

Voto: 7 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Finzione e realtà, violenza e bontà, vendetta e perdono, onta e onore, cultura e ignoranza, formalità e spontaneità, indifferenza e solidarietà… sono solo alcune delle dicotomie messe in campo dal film “Il cliente” di Asghar Farhadi. Il regista iraniano di “Una separazione” (premio Oscar per il Miglior Film Straniero) torna a Teheran (dopo “Il passato”, girato in Francia ed in francese) ed affronta la complessità delle relazioni umane. Il film ha indiscutibilmente un valore universale, anche se l’ambiente e la cultura locali sono imprescindibili per comprendere a fondo le scelte che compiono i due protagonisti. Siamo di fronte ad una coppia di attori, compagni nella vita e nel lavoro. Il loro affiatamento è straordinario, quello del vero amore: complici in scena interpretando a teatro Willy e Linda in “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, e complici nella realtà quando uno sguardo d’intesa li porta a scegliere una sistemazione temporanea per vivere. Ma poi avviene l’evento inatteso e sconvolgente che viola la loro intimità fisica e morale. La vittima è a un primo sguardo solo lei. In un primo tempo, infatti, nel film sembra proporsi il tema della condizione femminile e della violenza sulle donne, ma poi l’inquadratura si allarga e diventa altro. Piano piano è la coppia che viene investita da una violenza incredibile, e nel cammino della giustizia fa scelte che incontrano solidarietà e ostilità. E in tutto questo il personaggio più presente e inquietante è quello che non si palesa mai. In questo contesto niente è come sembra. Ogni tinta della realtà non è solo nera o solo bianca ma incontra l’intera gamma dei grigi. In più, vittima e carnefice giocano in maniera inattesa e spiazzante un gioco di inversione di ruoli e parallelismi. Siamo, dunque, di fronte a un nuovo capolavoro di Asghar Farhadi che giustamente al Festival di Cannes si è aggiudicato i premi per la migliore sceneggiatura e il miglior attore protagonista, e che in Italia è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani con questa motivazione: “Il regista iraniano conferma le sue notevoli doti di narratore, capace di costruire percorsi morali di grande efficacia e di controverse soluzioni, dove l’umanità è costretta a fare i conti con il proprio istinto e i condizionamenti culturali. Un cinema che nasce dalla parola e sa trasformarla in architetture esistenziali di problematica attualità”

Ornella Petrucci, da “cinema4stelle.it”

 

 

 

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