Gatta cenerentola

 

Vittorio Basile è un armatore che inventa “un fiore all’occhiello dell’ingegneria navale italiana” per dare lustro alla città di Napoli. Ma l’avidità del faccendiere Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re, e della bella Angelica Carannante, promessa sposa di Basile, mettono fine alla vita e ai sogni dell’armatore, lasciando la piccola Mia, figlia di primo letto di Vittorio, nelle grinfie della matrigna e dei suoi sei figli – cinque femmine e un “femminiello” – che affibbiano alla bambina il soprannome di Gatta Cenerentola. Riuscirà Primo Gemito, ex uomo della scorta di Basile, a riportare la legalità nel porto di Napoli e a sottrarre Cenerentola alla sua prigionia?

Alessandro Rak, già autore del pluripremiato L’arte della felicità, riunisce le forze con Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone per dare vita ad una delle favole contenute ne Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile (notare l’omonimia fra lo scrittore campano e il padre di Gatta Cenerentola), cui era ispirato Il racconto dei racconti di Matteo Garrone.

Su quella stessa favola è basata anche l’opera teatrale di Roberto De Simone, ma la squadra di Rak compie un miracolo diverso: trasformare un testo secentesco in un film d’animazione ambientato ai giorni nostri senza perdere nulla della forza archetipale della storia, né della “napoletanità” che permea ogni aspetto dell’immaginazione visiva di Rak, ma non ne diventa mai limite provinciale. Napoli è uno dei protagonisti di Gatta Cenerentola, eppure non appare – la storia è ambientata fra l’interno della nave Megaride e i dintorni del porto ove è ancorata – se non attraverso le “maschere” protagoniste della storia, prima fra tutte quella straordinariamente espressiva (e politicamente efficace) di ‘o Re, testimone della gigantesca potenza d’attore di Massimiliano Gallo.

L’animazione è totalmente immersiva (trattandosi di una vicenda che ha l’acqua come sua presenza costante) e tridimensionale nel senso più autentico del termine: la profondità di campo è data soprattutto dalla stratificazione del disegno e da accorgimenti di classe come la presenza costante nell’aria di pulviscolo, cenere e assortito (umano) debris. Perché Gatta Cenerentola è soprattutto una storia di fantasmi, anzi, di quelle proiezioni che sono l’essenza stessa del cinema: in questo senso la squadra di Rak dovrebbe cimentarsi, al prossimo giro, con la versione animata de “L’invenzione” di Morel.

Voto: 4 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Si può e si deve parlare di autentico miracolo napoletano, dinanzi al sorprendente Gatta Cenerentola di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone. Lungometraggio animato costato appena 1.2 milioni di euro, il film, in sala con Videa dal 14 settembre, è stato presentato nella sezione Orizzonti alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia, suscitando così tanto clamore da far ai più rimpiangere il Concorso.

Rilettura noir della favola del XVII secolo di Giambattista Basile, Gatta Cenerentolarianima l’animazione tricolore, negli ultimi anni andata incontro a flebili spasmi di vita, qui esplosi con fragore al Lido. Doppiata da Alessandro Gassmann (Primo Gemito), Massimiliano Gallo (Salvatore Lo Giusto) e Maria Pia Calzone (Angelica Carannante), la pellicola sorge in una Napoli tutta luce e cenere, futuristica e neanche a dirlo attraversata dalla criminalità.Venezia 2017, Gatta Cenerentola: trailer, foto e locandina del film d'animazione italiano

In un simile contesto vive la piccola Cenerentola, cresciuta all’interno di un’enorme nave iper-tecnologica ferma al porto di Napoli da più di 15 anni, causa la morte del suo ricco padre, scienziato nonché armatore ucciso dalla matrigna cattiva e dal suo amante Salvatore Lo Giusto, boss delle scarpe denominato ‘o Re’. Seppellite le speranze di far risorgere la città attraverso la rinascita del porto, con Napoli nel frattempo diventata capitale del riciclaggio, la giovane e silente protagonista dovrà smontare il piano malavitoso di colui che la vuole in sposa, ottenendo giustizia per il proprio sanguinoso passato e ridando forza ai nobili ideali dell’indimenticato papà.

4 anni dopo L’arte della felicità, nel 2013 presentato sempre a Venezia, Alessandro Rak è tornato alla Mostra con un’opera ancor più sorprendente, quanto tecnicamente affascinante. Un progetto adulto, contemporaneo, che incrocia l’animazione francese di Sylvain Chomet con l’anime giapponese, diventando spiazzante incrocio napoletano. Una Gomorra animata e musicata in cui vivono boss camorristici, prostitute e transessuali, un ‘cartone animato’ in cui piovono insulti e allusioni sessuali, con la cocaina che scorre a fiumi mischiandosi al sangue, innocente e non, tra colpi di pistola e coltellate.

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Un gioiello di pura creatività, in parte realizzato grazie ad un software gratuito e registicamente parlando pienamente cinematografico, con suggestioni che guardano a quel teatro in cui prese vita negli anni ’70 l’opera scritta e musicata da Roberto De Simone. Due atti, tra luce e fuliggine, gioia e dolore, speranza e desolazione, musica e parole, in cui i 4 registi oscillano tra passato e presente, realtà e finzione, attraverso fantasmi-ologrammi che galleggiano all’interno della gigantesca nave rivelando ricordi dimenticati, verità taciute.

Un lungometraggio animato che nulla ha da invidiare alle tante produzioni europee spesso da noi agognate, qui finalmente sfidate da un’operazione produttivamente parlando coraggiosa e tecnicamente appagante.

Voto: 7,5 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

L’animazione italiana cerca di rinascere, dopo alcuni sprazzi promettenti ormai lontani almeno una decina d’anni, con la conferma degli autori de L’arte della felicità che, a distanza di quattro anni, tornano a raccontare Napoli, ma da un punto di vista diverso. Dopo la terra e il fuoco del Vesuvio, con tante storie che ruotano intorno alle corse di un tassista, sospendono Mia (Gatta Cenerentola) nell’acqua del mare che la bagna e la rende così bella e furtiva. Una storia raccontata tutta su una nave, con l’agilità di chi potrebbe salpare da un momento all’altro, ma anche la sempre rinnovata fiducia nell’ancora che la tiene stretta al suo golfo. La mobilità del taxi lascia spazio alla staticità della nave ferma nello spazio, ma soprattutto in un tempo lungo oltre 15 anni, quello in cui Cenerentola è cresciuta nelle viscere della Megaride, e come questo piccolo isolotto del porto di Napoli, in cui sorge Castel dell’Ovo, tiene sempre sotto controllo la città e il suo vulcano, ma senza avvicinarsi di un passo. Sulla nave ci si viene apposta, non è luogo di passaggio, ed è il sogno del padre di Cenerentola, armatore e scienziato, di far rinascere la sua città partendo dal porto, ridando vita ai suoi fondali, quasi sfidando il Vesuvio a reagire a colpi di lava infuocata.

Il padre però muore e la lascia in balia di una matrigna perfida e di sei sorelle che fanno onore al suo essere una vera Cenerentola. Il padre ha portato nella tomba i suoi sogni di ridare lustro alla città e i segreti per provarci; ormai la criminalità la fa da padrona, anche grazie all’alleanza fra il boss Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re, e la matrigna, che hanno fatto fruttare l’eredità della piccola per diventare padroni del traffico di droga e rendere il porto zona franca del riciclaggio internazionale.

Gatta Cenerentola è l’inno di speranza e nostalgia per una città (e una nave) nobile che sognava futuro mentre oggi sogna solo il suo passato. Il tempo finisce quasi per sovrapporsi, con il primo e l’oggi che si combattono sotto forma di fantasmi e piccoli mafiosi, in un film che usa la chiave della fantasia, della stilizzazione animata per raccontare Napoli, lasciando per una volta da parte – per fortuna – quell’iper realismo gomorriano che sta saturando la narrazione di quell’immaginario di note stonate ai limiti della auto parodia.

Tutta la nutrita brigata di autori, Alessandro RakIvan CappielloMarino GuarnieriDario Sansone, dimostrano invece l’infinita risorsa di creatività a cui attingere, omaggiando lo steampunk di alcuni gioielli di Miyazaki e attingendo alla straordinaria tradizione della canzone napoletana, creando un musical magico e doloroso, vivace e capace di rispondere ai rimpianti con sempre nuove risorse. La fiaba è la risposta, ispirandosi a Giambattista Basile, piena di metafore e sincero amore civico per la città e per la capacità di vivere pienamente – e cambiarla – tutti insieme. Buoni e cattivi, doppiatori e cantanti, contribuiscono tutti a nobilitare il sonoro di questo film: Massimiliano GalloAlessandro GassmanMaria Pia Calzone, Daniele Sepe, Enzo Gragnaniello, Renato Carpentieri.

Voto: 3,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

Napoli, il porto, il sogno di un Polo della Scienza e della Memoria, contro la triste realtà di un degrado che, da sempre, fa il gioco degli interessi malavitosi.

Dopo L’arte della felicità (miglior film d’animazione europeo 2013), Alessandro Rak – stavolta insieme a Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone – si ispira alla fiaba di Giambattista Basile per tornare nelle contraddizioni partenopee attraverso una metafora suggestiva, dove a convivere sono la miseria delle ambizioni del presente e la nobiltà degli ideali del passato.

 

Gli autori racchiudono idealmente questa contrapposizione all’interno della Megaride, un’enorme nave ferma nel porto di Napoli da più di 15 anni. Qui, a suo tempo, il ricco armatore Vittorio Basile aveva posto le basi per la rinascita culturale, scientifica ed economica della città. Ma il suo progetto, insieme ai segreti tecnologici della nave, muoiono con lui. Per mano del trafficante Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re, trafficante di droga il cui disegno – a lungo termine – prevede lo sfruttamento dell’eredità della piccola Mia Basile.

La ragazza, muta dal giorno della morte del padre e ignara di tutto, cresce per anni all’interno della nave, all’ombra della matrigna Angelica e delle sue perfide sei figlie. Mancano pochi giorni al compimento dei 18 anni: il futuro di Cenerentola e di Napoli è legato a uno stesso filo. Potranno i fantasmi-ologrammi del passato condurre in salvo lei e la città?

Sempre in bilico tra fiabesco e noir, il film riesce con disinvoltura a mescolare tradizioni da sceneggiata napoletana (in questo, le esibizioni musicali la fanno da padrone) e atmosfere care agli anime nipponici di fine anni ’80 – metà anni ’90, dando vita ad un unicum dove il vero protagonista è il tempo.

Imprigionato dentro quella nave, sospeso e fluttuante come le improvvise apparizioni di persone ed eventi trascorsi, oltre al continuo via vai di creature marine sovraimpresse, il tempo è l’unica cosa – insieme alla memoria – che potrebbe davvero garantire la salvezza/rinascita di un luogo da strappare al degrado, e alla morte. Lo sa bene Primo Gemito (a cui presta la voce Alessandro Gassmann), un tempo al servizio di Basile, ora poliziotto la cui integrità e convinzione saranno elementi decisivi affinché resti viva l’ultima speranza di un domani migliore.

Voto: 3,5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Ha una sceneggiatura ridondante, per le troppe cose che vuol dire e i troppi modi in cui le dice, Gatta Cenerentola. Ciò nonostante è il film italiano più sorprendente di questa stagione, e non solo per la tecnica. Il gruppo (sottolineo “gruppo”, è importante insistere sui gruppi) di giovani e spericolati napoletani che lo ha realizzato – Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Dario Sansone e Marino Guarnieri assistiti da cento altri e altre con Luciano Stella alla produzione – ha infatti dimostrato come, in un ramo tra i più difficili e conformisti come quello del disegno animato, si può riuscire a dire cose molto importanti e necessarie, anche più – per la disponibilità della tecnica qualora la si sappia piegare a finalità serie – di quanto non succeda con il cinema documentario e con gli attori.

Gli esempi di una tecnologia piegata all’espressione e addirittura alla politica – intesa come responsabilizzazione dei singoli nei confronti del mondo in cui si vive, in cui si è cresciuti e che si intende contribuire a rendere migliore – non sono cosa di tutti i giorni, anche se è di tutti i giorni la spettacolarizzazione (in letteratura più ancora che in cinema), per esempio, dei mali di Napoli, la città dei nostri quattro registi.

Di tecnica capisco poco, e mi limiterò dunque a segnalare la scioltezza e vivacità del linguaggio, che mescola figure umane (disegnate, ma di personaggi vivi, presenti, attivi) e ologrammi (figure disegnate di morti, di non presenti alle concrete vicende raccontate) nel pieno svolgersi dell’azione; il movimento perfino a volte eccessivo che presiede alle inquadrature e alle scene, mimetico nei confronti di molti linguaggi spettacolari oggi in voga, da quello degli show televisivi – ma in tv serve a stordire e a evitare la noia, e più violentemente – a quello dei film a effetti speciali, costruiti come videogiochi per attrarre e stordire (rintronare, disabituare al pensiero e al giudizio) gli spettatori più giovani; la dimensione da acquario di tante scene e, negli esterni, l’ossessiva presenza di nugoli, bruscoli di sporco che vagano per l’aria della città avvelenandola; la frenesia dell’azione, le poche soste che servono a spiegarne gli episodi e il loro intreccio; la stilizzazione esatta di figure perfettamente riconoscibili, nel disordine dei movimenti.

Da Mergellina a Hollywood
Molte suggestioni vengono, è ovvio, dal cinema dei supereroi e dai fumetti alla Marvel, ma… Ma, per l’appunto, perché siamo a Napoli, ci si racconta Napoli, e si dispiega per farlo un immaginario fatto di ieri e di oggi e di domani, che mescola in modo ardito e sapiente le vecchie canzoni ultranote (quanto meno ai napoletani) e altre scritte ad hoc, un paesaggio riconoscibile e bensì violentato e mutato, la misera lingua italiana dell’oggi giornalistico e il dialetto dello sfogo affettivo o volgare.

Un grande lavoro di invenzione, riflessione, elaborazione e rielaborazione per affrontare, di fatto, con santa ambizione, i problemi di una città e di una identità (di una cultura, in senso antropologico) in mutazione, in crisi. Lo ieri e il postmoderno. Francesco Mastriani (il romanzo d’appendice dell’800) e Francesco Rosi (quello delle Mani sulla città, anche nella velleità riformatrice, qui ben più sconsolata rispetto a quella di allora). La scuola di Sergio Bruni e i neomelodici e la musica amerikana. Mergellina e Hollywood. Ma, grazie al cielo, senza più neorealismi lagnosi e ricattatori, con violenza, con motivata aggressività. Di napoletani scontenti e, per fortuna, combattivi.

La trama è, si è detto, troppo ricca, ma ha una sua chiara linearità nel rielaborare a suo modo la fiaba del Basile e nel trascurare la versione musical di De Simone, d’altra e alta retorica. Ruota attorno al progetto di una città “della scienza e della memoria” progettata da un capitalista-riformista – i due bisogni di oggi, per gli autori, non meno forte il secondo, la memoria, del primo, la scienza – e al suo idealizzato ideatore, fatto fuori per un misto di interessi e di umori dal rappresentante di un vecchio-nuovo criminale (oggi internazionale, globale). E ruota intorno all’ultima delle figlie del buon capitalista, male amata da una madre cinica e passionale come da stereotipo ma protetta da un “buono” che sa mettersi dalla parte della Legge. Due idealizzazioni del Bene e del Male, le cui forze confliggono eternamente, ma qui con la faticata vittoria dei Buoni.

Gli autori del film sanno di cosa parlano, hanno ben chiara la storia della loro città, ne apprezzano il lascito e ne sognano il riscatto. Giocano con i luoghi comuni e sanno usarli con aggressiva libertà. Non è poco. Non è poco per Napoli – la Napoli di oggi, con le sue pulsioni distruttive, autodistruttive. Non è poco per il cinema di animazione, che diventa finalmente anche cinema “politico”. Non è poco per un cinema italiano che ha bisogno di narrazioni non superficiali e compiacenti, sia di indagine realistica sia di spiegazione didascalica sia di messa in discussione di un’antropologia massicciamente manipolata e corrotta. Ma che ha anche bisogno di libertà d’invenzione e di sguardo, di stare adeguatamente nei dilemmi del nostro tempo senza subire il fascino imbecille di un nuovo ignobile che chi comanda ci impone.

Goffredo Fofi, da “internazionale.it”

 

 

Benché non avesse ottenuto una grande visibilità, “L’arte della felicità” nel 2013 aveva fatto parlare di Alessandro Rak; la pellicola, che segnava l’esordio del suo regista, era fin troppo ambiziosa ma dimostrava la presenza di una scuola di cartoonist che non voleva arrendersi alla desolata situazione in cui versa(va) il cinema d’animazione italiano. Dopo aver visto “Gatta Cenerentola”, presentato nella sezione Orizzonti all’ultima Mostra dell’Arte Cinematografica di Venezia, possiamo asserire che Rak, insieme Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone, sono una delle poche promesse dell’animazione italiana: e come tutte le minoranze o le specie in vie d’estinzione andrebbero protette e difese a prescindere. Questo team di animatori, però, può vantare anche un talento non scontato e l’ambizione visiva per indurre questo genere a compiere un decisivo passo in avanti nel Bel Paese.

La fiaba in questione può contare di centinaia di varianti sia in forma orale che scritta: se la versione di Charles Perrault è ormai la più diffusa è anche grazie alla trasposizione che Walt Disney ha consegnato all’immaginario collettivo nel 1950. Forse, però, non tutti sanno che in altre versioni la fiaba ha toni ben più crudeli e dark e una di queste è contenuta nel capolavoro di Giambattista Basile “Lo cunto de li cunti”, tornato in auge anche grazie al bellissimo “Racconto dei racconti” di Matteo Garrone; col titolo “La gatta cenerentola” la fiaba è diventata anche una celebrata opera musicale (in lingua napoletana) grazie alla ricerca e alla fantasia di Roberto De Simone nel 1976. I quattro registi di questa pellicola ripartono da qui e, senza tradire la matrice di napoletanità, forgiano una rilettura inedita: se infatti l’intreccio tra i personaggi rimane fedele, il set è una Napoli di un futuro prossimo ma con non poche affinità con la metropoli che conosciamo dalle cronache quotidiane. Rak ha la brillante intuizione di calare la fiaba di Basile in un set simil-cyberpunk e far collidere l’immaginario fiabesco con quello attuale di Gomorra, senza dimenticare la dimensione musicale, sensuale della versione di De Simone.

L’armatore Vittorio Basile è un magnate e un filantropo visionario che desidera far risorgere Napoli: dalla sua nave ipertecnologica, la Megaride, progetta il Polo della scienza e della memoria, ma nel giorno del suo matrimonio viene ucciso a tradimento. Angelica, la bellissima donna che vuole sposare e madre di sei figlie (o meglio, cinque figlie e un femminiello, omaggio forse alla versione teatrale) è segretamente innamorata di Salvatore Lo Giusto detto ‘O Re, un piccolo fabbricante di scarpe (e ottimo showman) con una doppia vita da trafficante di droga. Mia, la figlia ancora bambina dell’armatore, viene segregata nella nave e sfruttata come serva della matrigna e delle sorellastre, diventando nel corso di quindici anni che passano in un soffio “gatta cenerentola”. Primo Gemito (a cui dà voce un ottimo Alessandro Gassman), guardia del corpo e amico di Basile, viene allontanato insieme alla sua squadra ma riesce a farvi ritorno come agente di polizia sotto copertura, con l’obiettivo di sgominare l’asse criminale di Lo Giusto traendo in salvo la bambina che non gli è riuscito di proteggere.

Nel corso dello sviluppo narrativo si riscontrano dei limiti nella gestione dei tempi che vengono talvolta accelerati in luogo di un convergere verso il finale dalle dinamiche parzialmente convenzionali. È una fiaba, archetipo narrativo per eccellenza, si dirà. Eppure è evidente dalle premesse messe in calce alla storia, e sulle quali torneremo, che “Gatta Cenerentola” ha ambizioni che vanno oltre lo storytelling. L’altra, e più importante, problematica rilevata è sul piano della tecnica sfoderata dagli animatori: se è vivida la fantasia e mesmerica la palette cromatica, il character design risulta a tratti abbozzato con un’espressività limitata, i fondali statici e la relazione tra le due componenti senza la fluidità di affini opere europee (si pensi ad esempio a “La tartaruga rossa“). Il difetto è palese ma in sede critica non si può nemmeno sottovalutare la difficoltà produttiva di un progetto di questo tipo in un panorama italiano avaro nei confronti dell’animazione tanto che, probabilmente, il budget stanziato non permettesse di fare di più.

Detto ciò il lavoro compiuto da Cappiello, Guarnieri, Sansone e Rak resta assai meritorio, sia sul piano concettuale sia su quelle della messa in scena.  C’è un momento all’inizio di “Gatta Cenerentola” che rivedremo successivamente nel finale: Basile è di fronte alla plancia e sta riorganizzando le proiezioni e gli ologrammi della nave, più che con la scienza il suo agire sembra avere che fare con la stregoneria. Primo vede l’ologramma di se stesso, il quale ha una consistenza stupefacente tanto da sembrare reale: l’armatore sembra canzonarlo dicendogli che forse è lui l’ologramma e quello che ha visto il vero sé. In questa battuta c’è tutto il senso del lavoro di rielaborazione a partire dal materiale fiabesco operato dagli autori: infatti, Basile prosegue asserendo che la nave li registra, li rielabora e infine li rimette in scena. È abbastanza per considerare la nave Megaride, scenario privilegiato del film, quale metafora del cinema stesso: coi suoi ologrammi di pesci fluttuanti, l’atmosfera onirica e liquida, le scene del passato che riemergono improvvisamente come flashback o agnizioni inaspettate, alla fiaba della Gatta Cenerentola scorrono in parallelo le storie conservate dalla nave e proiettate davanti a lei o ad altri personaggi, per aprire loro una porta sul mondo o, al contrario, per chiuderli dentro un non-luogo popolato dagli spettri della coscienza.

È il personaggio di Angelica che vede sfiorire la sua bellezza dentro la Megaride ad ammettere sul finale che sono rimasti solo i fantasmi, quasi a trasmutare la fiaba pura e semplice in una nuova variante, più amara e adulta. Perché la fiaba, che per natura possiede una dimensione semantica multilivello, permette a Rak e soci di guardare per convesso a Napoli, a ciò che rappresenta e a ciò che avrebbe potuto rappresentare. Difficile dimenticare le inquadrature fuori dalla Megaride, già di per sé consumata dal tempo e lasciata alle intemperie, che mostra una città invasa dai detriti e un’aria resa irrespirabile dal perenne pulviscolo frutto della spazzatura incendiata. Le parentesi musicali sono costruite quasi facendo il verso alla controparte disneyana, sia per i testi assai più forti e conditi da una ironia pungente, sia per i personaggi sensuali e accattivanti. I due eroi oscuri, ossia Angelica e Salvatore ‘O Re (interpretati da Maria Pia Calzone e da Massimiliano Gallo), sono anche i più sfaccettati, probabilmente perché, grazie alle loro qualità canore, si distinguono avendo la possibilità di raccontarsi allo specchio, di rimettersi in scena confessando inusitate passioni e ambizioni. Quasi a ricordare come si possa creare, fare musica e danzare anche sulle macerie e sul vuoto.

Voto: 7 / 10

Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

 

 

Nella Napoli amniotica di Gatta Cenerentola galleggiano un po’ tutti: le figure, animate in CGI 3D e che si muovono con gestualità esasperate e circolari, come se nuotassero; i tempi, che vedono confluire passato e presente sullo scenario di una Napoli che assomma tanto i tocchi retrò quanto l’entusiasmo avveniristico delle grandi utopie futuriste degli anni Dieci e Venti; e la presenza a se stessi, che dona vita a una storia di fantasmi dove figure olografiche fanno capolino nelle azioni, uniche custodi di un passato che aiuta a interfacciarsi meglio con il presente e i suoi drammi.

La celebre fiaba popolare, ripresa in particolare dalla versione di Giambattista Basile, assume così il sapore di un’operazione che è rievocazione e innovazione allo stesso tempo: stavolta la Cenerentola di turno è l’unica figlia del geniale Vittorio Basile, una sorta di Howard Stark marveliano in salsa napoletana, che ha costruito una nave con tanto di innovativo “registratore virtuale”, in grado cioè di riprodurre gli eventi sotto forma di ologrammi. Ma l’uomo è anche un milionario i cui possedimenti fanno gola al boss Salvatore Lo Giusto, che lo uccide per questo, ma potrà fare sua la ricchezza solo quando Cenerentola non avrà raggiunta la maggiore età. Nel frattempo, a prendersi (poca) cura della ragazza ci penserà Angelica Carannante, vedova dell’inventore e amante segreta del boss: gli ingredienti della perfetta tragedia e fiaba ci sono tutti, si tratta allora di portarli avanti con la sfrontatezza di un progetto impossibile.

gatta cenerentola rakAlessandro Rak e i suoi colleghi, cui già si deve l’interessante esperimento de L’arte della felicità, affrontano così la sfida di un lungometraggio d’animazione adulto, ma in grado di riverberare la forza poetica del cartoon più classico. Gli scenari barocchi, la notevole profondità di campo, le scene di massa e la verve attoriale dell’autorevole cast di doppiaggio non fanno mai venir meno lo stupore per una realtà avveniristica eppure decadente, attraversata da un perenne pulviscolo che dona una qualità torbida e liquida agli ambienti. La scelta conseguente di lasciar attraversare questo spazio così fisico e allo stesso tempo così evanescente alle figure tecnologico-spettrali dona ulteriore livello alla trasparenza di un progetto che raggiunge punte di sense of wonderlarvatamente miyazakiano. L’unione fra una visualità deliziosamente satura e un design più schiettamente digitale non fa che riverberare ulteriormente il sapore di una forte napoletanità: caratteristica peculiare, dopotutto, di una tradizione e una città da sempre in bilico fra gli opposti e capace di trarre il bello dall’orrore, e la tragedia dalla fiaba.

Davide Di Giorgio, da “sentieriselvaggi.it”

 

Archiviare ogni pretesa di legame con l’edulcorata fiaba disneyana desunta da di Perrault e dai fratelli Grimm è la conditio sine qua non per apprezzare appieno un prodotto filmico come Gatta Cenerentola di Ivan CappielloDario SansoneMarino Guarnieri e Alessandro Rak, presentato al Festival di Venezia nella sezione Orizzonti. Un racconto di macerie umane e architettoniche, ambientato in un futuro prossimo che riflette luci e ombre della Napoli di oggi, popolato da fantasmi olografici che rammentano continuamente ai protagonisti un passato in cui, seppur per breve tempo, una rinascita sembrava possibile.

Attraverso una rilettura in chiave contemporanea della versione campana redatta da Giambattista Basile, risalente alla metà del XVII secolo e contenuta in Lo cunto de li cunti, i registi – già autori, nel 2013, di L’arte della felicità – confezionano un racconto spigoloso e affascinante come i personaggi che lo animano, offrendo uno straordinario esempio di come l’animazione made in Italy – e, nello specifico, made in Napoli – vanti uno sguardo peculiare e raffinato, che nulla ha da invidiare a prodotti internazionali con budget più ingenti e produzioni più blasonate.

Il gusto visivo del film è suggestivo e straordinariamente coerente nel conciliare l’animazione tridimensionale con una resa finale dal sapore pittorico: il caleidoscopio di suggestioni offerte dalla Megaride, gigantesca nave su cui si svolge gran parte della vicenda di Gatta Cenerentola, mescola ologrammi fantascientifici, stilizzazione che ricordano Mamoru Oshii e architetture ispirate all’art déco, in un amalgama verosimile e perfettamente inserito nella Napoli cupa e decadente che l’opera si propone di dipingere.

Gatta Cenerentola banner

L’affresco della città diventa polisensoriale, allargandosi dal visivo per insinuarsi nell’orecchio dello spettatore tramite una colonna sonora magnifica, costellata di brani magistralmente interpretati. Plauso alla scelta, coraggiosa e azzeccatissima, del gergo vernacolare come lingua primaria del film, in un chiaro omaggio al dialetto usato da Basile per redigere la sua versione di Cenerentola; le asperità del napoletano costituiscono un tessuto sonoro stranamente ancestrale nella sua ritmica, e acuiscono con volgarità mai casuale le tinte forti del film, lontano anni luce dalla mielosità tradizionalmente attribuita al cinema d’animazione.

Non pensa al target, Gatta Cenerentola, e questo ne preserva l’essenza più autentica e inconfondibile: non pretende di piacere a tutti e compie scelte dure e inconsuete, prima tra tutte quella di mettere in secondo piano l’eroina del titolo in favore del villain Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re, vero protagonista della scena grazie anche alla splendida performance vocale di Massimiliano Gallo (coadiuvato dai bravissimi Alessandro GassmanMaria Pia CalzoneMariano Rigillo).

È lui il cantore di questa Napoli derelitta e straziata, che affonda nel degrado e sembra destinata a uccidere qualsiasi residuo germoglio di bene: nemmeno il finale del film offre definitiva consolazione allo sguardo dei registi sulla loro città, consapevole dell’orrore presente ma sempre e comunque profondamente innamorato del suo eccelso potenziale, che ha trovato in Gatta Cenerentola un fulgido compimento.

Alessia Pelonzi, da “badtaste.it”

 

 

Da sempre l’essere umano è in cerca della felicità. Forse è davvero l’unico desiderio che mette in moto le nostre giornate, le nostre vite. C’è chi non se ne cura, chi ne ha troppa e quindi si stanca, chi la sfiora ma non la raggiunge, chi non sa nemmeno cosa sia e chi l’ha perduta. Ha preso forme molto diverse nel corso delle epoche ed è un oggetto tanto misterioso quanto variabile: si adegua ai tempi. Oggi per alcuni consiste in una stabilità economica, per (molti) altri invece è una questione di sopravvivenza e di speranza in un futuro migliore. E se effettivamente tutti la cercano e pochi la trovano, buona parte di noi si impegna a definirla, studiarla e conoscerla meglio per poi afferrarla.

Alessandro Rak e il suo team di animatori, già quattro anni fa si erano messi al lavoro per provare a disegnarla, la felicità (con il film L’arte della felicità, per l’appunto), ma è con il loro ultimo lavoro che riescono effettivamente a comporre sull’argomento un affresco compatto e intelligente.

Gatta Cerentola prende chiaramente le mosse dalla classica favola di Giambattista Basile riproponendola nei suoi caratteri più distinguibili (la scarpetta, la matrigna, le sorellastre) ma ambientandola in una Napoli cupa e surreale, una città disillusa dalla malavita che serpeggia ovunque e nello specifico del racconto dall’omicidio di un magnate dall’animo nobile che sognava di ridarle nuova vita.

In questo teatro sudicio e tenebroso, si intrecciano storie di mafiosi, di prostitute, effemminati e assassini: una cornice tutt’altro che fiabesca o infantile, dai tratti invece futuristici e sinistri (il film è ambientato quasi interamente all’interno di una nave iper-tecnologizzata) che non teme di mostrare la propria bellezza decadente, tra scenari arieggiati, atmosfere da anime e i toni leggiadri dell’estetica color pastello.

Il film dà vita a personaggi sciupati e stanchi, ormai privi della speranza infantile che un tempo apparteneva loro, disillusi da un mondo (prima ancora che da una città) in cui l’unica via possibile per rimanere a galla sembra quella di sporcarsi le mani. Una stasi estenuante e imponente (simboleggiata dalla grande nave ancorata al porto), figlia di un passato florido oggi ricordato solamente come occasione sprecata.

Per evitare il collasso, per tornare a sperare di essere felici, occorre rivolgersi proprio a quel passato glorioso e dimenticato. Come l’orfana adolescente Cenerentola, che nel corso del film si oppone al destino ingiusto che l’aspetta, aiutata dall’ologramma del suo defunto papà. Gli adulti, avari e meschini, non possono far altro che lasciare spazio ai giovani sognatori, accompagnandoli nel loro percorso e spronandoli a dialogare con la memoria e così restare in qualche modo per sempre bambini. Questa, forse, è l’alternativa al caos del mondo futuro, questa l’ipotesi di felicità di cui oggi c’è bisogno.

Banale, forse. O piuttosto, facile a dirsi e difficile a farsi. Ma i film d’animazione, anche quando concepiti e realizzati soprattutto per gli adulti, come questo Gatta Cenerentola, hanno dalla loro la forza della semplicità morale; la chiarezza della favola che si adatta alla realtà delle cose.

Voto: 3 / 5

Simone Soranna, da “cineforum.it”

 

 

 

 

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