Easy – Un viaggio facile facile

 

Esiste un paradosso nell’opera prima di Andrea Magnani che per fortuna dell’interessato concorre al successo del suo film. Prima di addentrarsi in ulteriori spiegazioni è però necessario entrare nel merito del lungometraggio perché “Easy” è una di quelle opere a cui il pubblico italiano è purtroppo poco abituato. E qui non si fa riferimento alla struttura da road movie scelto da Magnani per raccontare il personaggio che da il titolo al film – un ex promessa dell’automobilismo colpito da una depressione che lo ha fatto ingrassare a dismisura – e neanche al fatto che “Easy”, avendo come obiettivo primario quello di divertire il suo pubblico, appartenga di diritto alla schiera dei prodotti che puntano ad ottenere un consenso vasto e popolare ricercandolo attraverso la proposta di un contesto – la solitudine del personaggio, la sua difficoltà di relazionarsi con il mondo esterno, la costrizione a farlo nei suoi modi goffi e impacciati – di facile interpretazione. Il motivo che fa la differenza in “Easy” è anche quello più rischioso per un cinema (italiano) che ha paura di uscire fuori dalle proprie sicurezze; e con questo intendiamo puntare l’attenzione di chi legge su una tipologia di comicità fuori dalla norma, in ragione del fatto che le risate suscitate dalla storia nascono all’interno di uno scenario tutt’altro che felice (c’è di mezzo la morte di un operaio, avvenuta nel cantiere del fratello del protagonista) e sullo sfondo di un paesaggio dominato dalla pianura desolata e piatta che dall’Italia conduce Easy e il suo carro funebre nel piccolo villaggio dell’Ucraina dove dovrà essere recapitata la salma.

Ma non è finita qui perché Magnani in qualità di sceneggiatore firma un copione quasi privo di parole e in cui i dialoghi, quando presenti, altro non sono che il modo usato dal regista per dare voce – si fa per dire – all’incomunicabilità di Isidoro (uno strepitoso Nicola Nocella, autore di una performance da attore di cinema muto). Da qui si capisce, e lo spettatore avrà modo di vederlo con sommo piacere sul grande schermo, che a provocare gli applausi a scena aperta e la partecipazione della sala (così ieri è successo durante la proiezione) non è la capacità di inanellare una battuta più felice di un’altra ma piuttosto la capacità del regista di calare Isidoro in una serie di accadimenti e di situazioni che diventano esplosive allorché ci si rende conto della strana compatibilità tra il corpo extra large del “candido” protagonista e quello rarefatto e senza nome raffigurato dalla galleria di tipi umani che Easy incontra sul suo percorso. Appurato che in “Easy” il silenzio e la stasi (si pensi al senso di certi campi lunghi che ci mostrano Easy immerso nel paesaggio) contano come e forse di più del rumore e del movimento, va detto che il menù offerto da Magnani non si fa mancare niente, imbastendo una serie di scene “madri” davvero irresistibili, a cominciare da quella che nella prima parte del film ci mostra Easy alle prese con una tecnologia che si ribella alle sue funzioni; oppure alle altre, di diverso tenore, in cui non senza difficoltà a emerge è la presa di coscienza delle proprie responsabilità, inizialmente restituite al mittente attraverso il refrein – “Cosa devo fare?” – pronunciato da Easy ogni volta che è chiamato a prendere una decisione. Se è vero che perdersi è l’unico modo per ritrovarsi, “Easy”, alla stregua dei vari “Marrakesh Express” e di di “Marrakesh Express” potrebbe diventare il manifesto (esistenziale) di una gioventù contemporanea che si trova in mezzo al guado. In quest’ottica il film di Magnani è espressione di un’universalità ovunque riconoscibile, ispirando un senso di identificazione in cui si trovano parte delle ragioni che decretano il successo del film. In gara nel concorso dedicato ai Cineasti del presente “Easy” è uno dei candidati alla vittoria del premio maggiore e più in generale non ci stupiremmo di ritrovare Andrea Magnani e la sua banda tra i candidati dei prossimi David di Donatello.

Voto: 7,5 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

Easy non è un aggettivo ma il soprannome di Isidoro, ex ragazzo prodigio delle corse automobilistiche, ora ridotto a ragazzo depresso e notevolmente in sovrappeso, motivo per il quale è stato escluso per sempre dal mondo sportivo. Dal fratello gli viene proposto di trasportare la bara di un uomo deceduto in un cantiere fino in Ucraina, al fine di dare al lavoratore una degna sepoltura. Easy accetta ma quello che non sa è che il viaggio sarà ostacolato da una serie di sfortunati eventi che lo porteranno prima a perdere la macchina, poi ad essere perseguitato dalla polizia ed a fare amicizia con strani personaggi del luogo. Un classico road movie di formazione, insomma, che questa volta travalica i confini nazionali per esplorare le terre piu sconosciute dell’ex unione sovietica. Al suo esordio alla regia Andrea Magnani decide quindi di appoggiarsi a quello che è ormai un topos della nostra programmazione per cercare peró di fare qualcosa di diverso. Quello di Easy è infatti un personaggio poco convenziale che fa sorridere per la sua genuinità ma che suscita anche tenerezza per la sua incapacità di esprimersi. E non si tratta solo di un ostacolo linguistico ma soprattutto di una mancanza di introspezione dovuta ad un ambiente familiare oppressivo ed a delle dipendenze ancora da debellare.

easy un viaggio facile facile magnaniE’ quindi conseguenziale il fatto che avere come unico compagno di viaggio un morto sia metafora di un corpo, il suo, che è stato per sempre perso ma a cui non è stato detto mai addio. Un modo di attraversare un lutto interiore per una vita che ormai è giunta a termine proprio a causa di un ostacolo corporeo, un peso che ora è costretto a portarsi letteralmente dietro fino alla definitiva sepoltura. E per farlo deve avvalersi di uno sforzo fisico, appunto, a cui sembrava non essere piu destinato a dover fare appello. Gli viene chiesto di utlizzare il proprio corpo da vivo per liberarsi di quello da morto. Sebbene questo percorso di formazione del protagonista sia abbastanza esplicito, la strada che Magnani decide di seguire è comunque quella della commedia leggera. Le situazioni assurde e paradossali che definiscono il lungo viaggio sono pensate proprio per l’intrattenimento di un pubblico che viene però privato del privilegio del dialogoeasy un viaggio facile facile nicola nocellaInfatti è evidente come l’intenzione del regista sia quella di distaccarsi dal background della fiction televisiva italiana e provare a limare il dirompente eccesso linguistico. In questo è aiutato sicuramente dalle ambientazioni fuori confine ma anche dalla fisicità più che esplicativa di Nicola Nocella. Se però dal punto di vista della parola questa operazione di contenimento è stata svolta in maniera quasi chirurigica, la stessa non è stata applicata alla controparte narrativa. C’è una latente esagerazione nell’epopea di Easy che ricorda molto spesso la scrittura dei fratelli Coen e quella di Kaurismaki, di cui si fa leva per raggiungere il semplice obbiettivo di rendere la storia del protagonista quanto piu vicina all’epica. E come succede con i personaggi omerici si finisce a guardare Easy attraverso allegorie, allontanandolo dalla sfera del realismo di cui effettivamente non viene mai fornito nessun appiglio. E’ dunque un divertimento che nasconde molta intelligenza da parte del regista nell’analisi dei generi e dell’attualità cinematografica, destinato sicuramente all’apprezzamento del pubblico come le migliori favole.

Martina Ponziani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Road movie sui generis, che guarda a certo indie europeo con una sensibilità tutta nostrana, Easy – Un viaggio facile facile si rivela un esordio interessante, capace di ragionare sui concetti di confine e frontiera con gli strumenti della commedia.

That’s why I’m Easy

Ex campione di automobilismo, Isidoro detto Easy è caduto in depressione dopo aver perso la sua gara più importante, e ora passa le sue giornate davanti alla Playstation riempiendosi di psicofarmaci. Quando suo fratello, imprenditore non proprio attento ai diritti dei lavoratori, gli chiede di riportare a casa il corpo di un suo operaio morto per un incidente sul lavoro, Easy si imbarcherà in un lungo viaggio fino ai Carpazi: un viaggio che per l’uomo rappresenterà un insperato nuovo inizio. [sinossi]

Parlando di cinema italiano dal respiro internazionale, che sia capace di spezzare la triste tendenza al provincialismo che ancora caratterizza molte (troppe) delle nostre produzioni, ci siamo ultimamente soffermati, principalmente, sulla tendenza alla riscoperta dei “generi”. Va detto, tuttavia, che la ricerca di idee fresche, innovative (almeno in un recinto, da decenni, quantomai limitato e autoreferenziale), che siano capaci di aprirsi a sguardi altri, può e deve estendersi anche fino a territori meno mainstream, nonché meno immediatamente catalogabili in un singolo filone. Proprio in quest’ottica, non può che essere accolto in modo positivo, come un esperimento capace di guardare a certo indie europeo con una sensibilità tutta nostrana, un prodotto come Easy – Un viaggio facile facile. Una commedia/road movie, quella di Andrea Magnani, che proprio nella sua difficile catalogazione, e nella ricerca di un approccio originale all’archetipico tema del viaggio (e della riscoperta interiore) trova uno dei suoi principali punti di forza. Un approccio che non esclude uno sguardo non banale sull’attuale realtà (variegata, difficile da leggere) del continente europeo.

Dopo l’episodio di Zoran – Il mio nipote scemo, la Tucker Film porta in sala un progetto simile per dimensioni e (parzialmente) per target, ma dallo sguardo più lungimirante e sfaccettato. Quella raccontata da Magnani (anche lui esordiente nel lungometraggio) è storia che con fare divertito e lieve parla di confini, fisici e metaforici, concreti nel dolore generato dalla loro capacità di escludere, quanto simbolicamente descritti (anche) come mete da oltrepassare. Proprio nella figura del protagonista (un ottimo Nicola Nocella) torna spesso il tema del superamento simbolico di una linea di confine, del mancato raggiungimento (per un soffio) di un traguardo, quello che dello stesso protagonista ha generato il depresso e stralunato mutismo. Una linea di confine che, laddove fosse stata varcata, avrebbe forse portato Isidoro/Easy alla fine della squallida vita di provincia, chiusa nell’asfissia di una famiglia dedita a piccole e grandi truffe, allo sfruttamento predatorio della manodopera straniera, alla soppressione di quella diversità che il personaggio (specie dopo la sua chiusura al mondo) pare invece incarnare in modo plastico. Proprio il viaggio fino ai Carpazi, oltre i confini geografici di un’altra Europa, sarà per il protagonista occasione di riscoperta personale e rigenerazione.

Il topos del viaggio e la sua esplicitazione cinematografica per eccellenza (quella del road movie) vengono messi in scena dal regista con un umorismo tutto all’insegna dell’understatement, in un approccio di una levità surreale che può ricordare (senza tuttavia ricalcarlo in toto) l’humour pieno di empatia di Aki Kaurismaki. Non è una commedia dal tema esplicitamente sociale, Easy, rifugge anzi in modo deciso l’espressione ideologica diretta, mentre parchi di dialoghi si rivelano (tutti) i suoi personaggi: bloccati nell’espressione verbale non solo dal mutismo del protagonista, ma anche dalle barriere linguistiche, che tuttavia finiranno per favorire la ricerca, su altro terreno, di un linguaggio comune. Mentre il viaggio di Easy si sposta sempre più verso est, fino a toccare gli incontaminati paesaggi dei Carpazi, la regia si affida in modo sempre più deciso alla forza delle scenografie naturali. L’”apertura” del racconto alla prevalenza di esterni, in contrasto con gli ambienti chiusi e spesso notturni della prima parte, si muove parallelamente alla (ri)apertura al mondo del protagonista: e non è casuale il dettaglio per cui sia proprio l’empatia col suo compagno di viaggio defunto (di cui progressivamente apprende la storia) a rianimare Easy dalla sua inerzia. Morte e vita che si passano il testimone (al contrario) nella dimensione di un viaggio inaspettatamente trasformato in un importante turning point.

Nonostante le concessioni a certo gusto indie in cui si potrebbe ravvisare un certo grado di calcolo (specie per la costruzione e presentazione della figura del protagonista) il film di Magnani è sempre attento a tenere ancorati i suoi caricaturali personaggi (ivi compreso il fratello interpretato da Libero De Rienzo: personaggio che, proprio a questo proposito poteva forse avere uno spazio maggiore) alla concretezza delle situazioni rappresentate, e al senso del discorso generale proposto. Un discorso che, con leggerezza, passa dalla rappresentazione grottesca e sopra le righe della figura del protagonista a un più generale ragionamento sui confini (fisici, psicologici, sociali) e sul potere di questi ultimi di trasformarsi in frontiere (concetto sociologico che implica un loro naturale superamento). Aver trattato questi concetti in una forma accessibile come quella della commedia, che tuttavia rifugge con intelligenza la declinazione del genere attualmente dominante nel nostro cinema, è un risultato che certamente non va sottovalutato.

Marco Minniti, da “quinlan.it”

 

Isidoro, per i familiari Easy, ha 35 anni ed è stato una promessa dell’automobilismo competitivo fino a quando non ha cominciato a prendere peso. Ora vive con la madre e si imbottisce di antidepressivi. Fino al giorno in cui il fratello gli chiede un favore speciale: un operaio ucraino è morto sul lavoro e la salma va riportata in Ucraina senza troppe formalità. Easy può così tornare a guidare…un carro funebre. Il tema dell’on the road con un feretro che va riportato per la sepoltura nella sua terra d’origine è stato declinato in vari modi sul grande schermo. Andrea Magnani ha saputo trovare una modalità originale per rileggerlo. In tempi di Veloce come il vento e di Fast & Furious non era un’impresa facile. Anche perché Magnani non si limita, grazie a uno straordinariamente efficace Nicola Nocella, a presentarci un novello Candide che torna a conoscere un mondo che è profondamente mutato da quando lui si è chiuso in un triste isolamento. Ci viene infatti anche proposto un sottobosco imprenditoriale italiano privo di scrupoli, perfettamente rappresentato dal fratello che vuole occultare una morte bianca sfruttando l’ingenuità e la passione repressa per la guida di Easy. Ma non solo, perché il viaggio è costellato di inconvenienti a volte provocatori di risate e in altri casi tendenti alla riflessione sullo stato dell’Unione. Non quella americana bensì quella europea. Perché in questo trasferimento verso Est con bara al seguito si ha modo di scorgere quell’Europa a due velocità di cui si è a lungo è parlato in un passato recente. Da un lato un’Italia che ha un rapporto ambivalente con i migranti (da respingere ma anche da sfruttare) e poi, più si va verso Oriente, Paesi in cui la dimensione rurale ha ancora una grande importanza. Easy li scopre con uno sguardo interrogativo dapprima protetto da una barba invadente e poi con un volto messo a nudo come progressivamente viene messa a nudo la realtà che lo circonda. Conservando intatto il mandato di non fare spoiler va però detto che il finale del film è, dal punto di vista della sceneggiatura, uno dei più coraggiosi del recente cinema italiano. Onore al merito.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

Easy ci prova ad ammazzarsi. O forse no, se l’è solo immaginato. Il suo vero nome è Isidoro, ma non è questo il motivo per cui Easy (Nicola Nocella) sta male: soffre di depressione, la stessa che, giovane promessa della Formula 1, lo ha fermato al Go-Kart, dove però a suo tempo ha vinto tutto quello che c’era da vincere. Ora non parla, o parla poco, ha lo sguardo fisso sul nulla, si cala pastiglie come fosse magnesio e lascia che il tempo trascorra in compagnia di una delle sue Coppe.

Premessa azzardata quella di Andrea Magnani, alla quale però fanno seguito alcune idee chiare in merito alla storia che vuole sottoporci. Easy viene “ingaggiato” dal fratello per scarrozzare in Ucraina la bara di un operaio morto in un cantiere; soluzione “inevitabile” per chi vuole sbarazzarsi di una potenziale bega a fronte di chissà quanti reati per nell’ambito di una sola opera. Quando Filo (Libero De Rienzo) istruisce Easy sul da farsi, l’unica cosa che colpisce quest’ultimo è la possibile dinamica della morte: allorché il fratello gli racconta che Taras, questo il nome dell’operaio deceduto, è caduto da una considerevole altezza, di tutta risposta il corpulento Isidoro risponde: «quindi c’è riuscito!».

Piccoli accorgimenti, ma che fanno la differenza: è un po’ la cifra di quest’opera prima di Magnani, che sa essere leggera ma non per questo stonata. Mai una caduta di stile, mai un passaggio troppo stirato, sebbene l’atmosfera surreale di cui è intriso questo atipico viaggio on the road col morto si presti a qualche scivolone; che, va detto, non arriva. Si sfiorano temi come il lutto, la morte, la depressione, il vuoto, l’isolamento, ma nulla di tutto questo ci arriva addosso travolgendoci; anzi, ci accompagna, ci fa sorridere persino, anche quando appena un istante dopo tocca ammettere che quel sorriso non poteva che essere amaro, quantunque lì per lì non ci si è fatto tanto caso.

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Per due terzi del film sembra spesso che Magnani sia sul punto di rifare Kusturica, solo in versione light, ed invece anche lì non si limita al compitino, allo scimmiottamento facile, scontato perciò tendenzialmente banale. Non tanto perché l’ambientazione si trova più a Est rispetto a quelle in cui si svolgono certi film del regista serbo, ma perché certe musiche, quell’andamento in fondo scanzonato con cui vengono scandite le peripezie di Isidoro rimandano a quell’approccio grottesco lì. In Easy invece tale componente appare più misurata, meno “urlata”, un tipo di comicità posata, che rifugge il modo di fare commedia nostrano, tutto o quasi incentrato sulla battuta o sullo sketch estemporaneo.

Qui, al contrario, se Magnani deve proprio scipparci un sorriso lo fa, che so, con un campo lungo o lunghissimo, ma soprattutto con il volto e la fisicità bislacca di Nocella, che dice poco ma comunica tantissimo. In lui il regista e sceneggiatore riminese trova quell’ingenuità che non di rado muta in innocenza e con la quale è inevitabile, se non identificarsi, quantomeno empatizzare. Anche perché in fondo Easy contempla ciò che è questo piccolo ma caloroso film, ossia una commedia imperfetta ma tenera, il cui pregio più significativo, se vogliamo, è quello di cercare il confronto con un pubblico più ampio, offrendosi come opera forse un po’ troppo consapevole ma di cui c’è bisogno. C’è bisogno di film italiani senza complessi e coscienti che là fuori c’è un mondo con cui dover dialogare, in un modo o nell’altro.

Voto: 7 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

 

Il cinema italiano raramente si fa sedurre da un’immagine forte construendo intorno ad essa un microcosmo. Con il chiaro intento di seguire le orme di un cinema nordico alla KaurismakiAndrea Magnani esordisce con la figura corpulenta di un giovane con al guinzaglio una bara. Parte dal nord est italiano per riportare a casa, in Ucraina, le spoglie di un lavoratore illegale morto in un cantiere. Dialoghi asciutti, recitazione in sottrazione del protagonista Nicola Nocella, che ritroviamo in un ruolo centrale al cinema anni dopo essere stato lanciato da Pupi Avati ne Il figlio più piccoloEasy è il titolo e il soprannome di Isidoro. Ormai ha 35 anni e vive dei rimpianti di un ex bambino prodigio del go kart, arrivato adolescente all’anticamera della formula 1 e diventato ormai un asso del divano e della playstation.

La madre è una fanatica dell’attività fisica – come non scegliere allora Barbara Bouchet -, mentre il fratello (Libero De Rienzo) è quello brillante di famiglia che ha avuto successo come piccolo imprenditore, almeno apparentemente. Sarà proprio lui a chiedere al fratello di mettersi al volante e tornare a fare quello che gli riesce meglio: correre, come non ci fosse un domani, ma con una meta ben precisa. Proprio l’individuazione di uno scopo, di un punto finale da raggiungere, smuove Easy dal suo torpore, gli dona un ruolo e una posizione ben precisa nel suo mondo. Un on the road che ricerca nell’Europa orientale e centrale l’immaginario western dei grandi spazi aperti, ma ‘altri’, periferici; lungo quelle strade blu molto più dell’anima che su cartina.

Parlando di spazi, Nocella occupa con grande abilità quelli delle inquadrature che Magnani gli cuce letteralmente addosso, come il suo loden sempre indosso, che diventa un feticcio di crescita, il ritratto del Dorian Gray Isidoro, che subisce ogni possibile devastazione nel corso del lungo viaggio per permettere al suo possessore di suturare le sue ferite, di tornare a sperare. Parlando di inquadrature, Magnani si nutre del cinema in cui le cose accadono ovunque: sullo schermo, ma anche al di fuori, giocando sulla reazione di chi è in scena (o di noi spettatori), più che sulla rappresentazione dell’azione in sé. Anche per questo poco ci sono sembrate riuscite alcune concessioni alla commediaccia, alla ricerca della risata immediata, smentendo quanto costruito fino a quel momento; per tutte parla una sequenza scatologica in terra ucraina. Magnani si innamora così tanto del suo improbabile Easy in loden e con bara da trascurare in alcune occasioni un progresso narrativo soddisfacente, facendo scivolare la purezza candida del personaggio nella banalità, la commedia surreale inciampa in quel realismo di fondo che dovrebbe farla stare in piedi.

Il tentativo di rievocare stilemi poco frequentati dal cinema italiano, ma tra i più entusiasmanti di questi anni, è un merito di questa opera prima in bilico fra favola di formazione e realismo, che riesce meglio quando a prevalere è il lavoro di interazione del suo protagonista con l’ambiente circostante, con le persone che incontra, specchiando la sua solitudine in quella degli altri, trovando disinteressata vicinanza nel punto più lontano dal suo divano di casa.

Voto: 2,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Isidoro (Nicola Nocella), chiamato da tutti Isi (come l’easy del titolo) è un ragazzone allampanato e sovrappeso che ha alle spalle diversi premi automobilistici. Si è ritrovato a un passo dal gareggiare in Formula 1, ma poi la depressione l’ha inghiottito, con tanto di dipendenza da psicofarmaci e un presente fatto di silenzi, solitudine, playstation. Il fratello (Libero De Rienzo) riesce però a convincerlo, in modo tutt’altro che ortodosso, a mettersi a bordo di un carro funebre per riportare in Ucraina la salma di un operaio morto in un incidente sul lavoro nel cantiere che lui stesso dirige.

Quando si parla di attenzione all’immagine, il cinema italiano spesso sventola bandiera bianca, esibendo troppo di frequente approssimazione o studiata sciatteria. Fa eccezione Easy – Un viaggio facile facile, sorprendente esordio del riminese Andrea Magnani (documentarista e sceneggiatore in tv del popolare L’ispettore Coliandro), che ricorre a immagini curate e dal notevole impatto panoramico per dare forma a un mondo e a uno stato d’animo, non certo per fare vuota esposizione del proprio talento.

Easy, presentato con buon successo critico allo scorso Locarno Festival, è un prodotto insolito e stralunato, avaro di materiale narrativo vero e proprio ma dotato di un protagonista eccezionale e di una coerente e consapevole idea di regia, perfettamente idonea a ciò che si vuole raccontare: un’Odissea buffa e poetica, piena di grazia surreale e di comicità straniante, immersa nell’estrema periferia dell’Est europa non a certo a caso. È infatti un film di confini, Easy, un western vero e proprio come lo girerebbe il regista finlandese Aki Kaurismäki, maestro di questo tipo di atmosfere, se decidesse di riprodurre John Ford in una miniatura prossima alla parodia, con tanto di cassa da morto al seguito come in Django di Corbucci.

Non importa più di tanto dunque, in questo caso, se la sceneggiatura non è poi impeccabile per ritmo e per gestione dei pieni e dei vuoti del racconto, né se gli sketch non sono sempre ispirati, perché a riempire praticamente ogni inquadratura c’è il faccione dell’ottimo Nocella, già interprete de Il figlio più piccolo di Pupi Avati. La sua è una recitazione di spaventosa efficacia, tutta metodo e sottrazione, e il risultato una maschera infantile eppure con dei tratti angosciosi, frutto anche dell’abnegazione borderline dell’attore, che ha preso 20 chili in più per il ruolo. Per non parlare del barbone gigantesco con cui inizia la traversata dall’Europa occidentale a quella orientale e di quegli occhi sempre sgranati e inebetiti, simili a quelli di un cartone animato costretto a scrutare il peggiore dei suoi incubi.

Easy, tra le altre cose, ha soprattutto il dono di gestire benissimo i momenti di silenzio, caricandoli di senso e di lampi poetici tanto goffi quanto inaspettati (e proprio per questo illuminanti), che fanno breccia nel cuore prima che nella mente come degli spari sordi. Non è comune, in fondo, imbattersi in un film che abbia il coraggio così sfacciato di chiudersi con un punto di domanda, lasciando nelle mani del proprio protagonista, cavaliere errante in terra straniera, la responsabilità di un futuro tutto da scrivere, apice di un on the road che salva la vita.

Mi piace: la regia e il lavoro sulle immagini

Non mi piace: le debolezze di scrittura

Consigliato a: chi va in cerca di un cinema italiano magari stralunato ma originale e vitale

Voto: 3/5

Davide Stanzione, da “bestmovie.it”

 

 

 

Con “Easy – Un viaggio facile facile” il regista Andrea Magnani, che della pellicola firma anche la sceneggiatura, ha realizzato un vero gioiellino, molto ben accolto dagli addetti ai lavori a Locarno.

Si tratta di un film carico di poesia, che strizza l’occhio alle opere del grande regista finlandese Aki Kaurismaki e in cui si ride molto.

La pellicola in realtà si potrebbe definire il road movie di un perdente e di una bara. Easy, ovvero il trentacinquenne Isidoro, deve portare in un paesino dell’Ucraina il povero Taras, caduto da un’impalcatura, per coprire le colpe del fratello cialtrone Filo, che gli affida l’ingrato compito, mettendolo alla guida di un carro funebre, di cui verrà derubato quasi subito.

Da questo prologo si sviluppa una sorta di viaggio interiore di un loser pieno di umanità.

Nicola Nocella è il solo e grande protagonista dell’opera. La sua fisicità debordante è alla base di tutto. L’attore è dovuto ingrassare per il ruolo e con il suo faccione buca lo schermo, dicendo complessivamente pochissime battute.

Del resto, Easy viaggia da solo per terre lontane senza parlare una parola delle lingue del posto non riuscendo così a comunicare in via verbale con nessuno. Eppure, nonostante questo, la narrazione funziona più che bene.

Tutto il film è retto in modo assolutamente straordinario dal suo interprete, che si esprime più con il corpo che con la voce. La sua postura e la sua respirazione cambiano gradualmente nel corso della narrazione. Per questo Nicola Nocella è stato insignito a Locarno del premio speciale Boccalino d’Oro a Meteors.

Dal camionista georgiano all’anziano sul carretto per finire alla figlia abbandonata di Taras è tutto un flusso di emozioni, che connette Easy a questa variegata umanità, che starebbe benissimo in un film del primo Kusturica.

Diventa un personaggio suo malgrado anche il povero morto, la cui bara non sarà mai abbandonata durante il viaggio. Tra tormente di neve e piogge torrenziali tra i due avverrà una sorta di simbiosi. Si potrebbe quasi dire che metaforicamente Easy deve liberarsi del suo passato, una zavorra pesante che si trascina dietro. Il suo correre verso il finale su una vecchia pista di go-kart è l’ultima tappa di una gara che lo vede vincitore assoluto.

Easy - Un viaggio facile facile, Il protagonista

Quella di Isidoro è una vicenda che ricorda molto da vicino quella raccontata dal film “Il responsabile delle risorse umane”, diretto da Eran Riklis e tratto da un romanzo di Abraham B. Yehoshua.

L’opera prima di Andrea Magnani, che vive tra l’Italia e gli Usa, potrebbe inoltre rievocare un western atipico, genere molto caro al regista.

C’è anche qualcosa di Fantozzi nel personaggio di Easy, che è un eroe nel suo loden distrutto e nella sua perseveranza nel cercare la famiglia del povero Taras. Perfetti tutti gli interpreti, soprattutto gli stravaganti personaggi locali che incontra sulla sua strada, uno più esilarante degli altri.

Molto in parte anche il fratello/Libero De Rienzo e la madre nevrotica/Barbara Bouchet.

Ottima la colonna sonora che enfatizza tutti i momenti più topici, di cui fa parte il pezzo cult trash di Albano e Romina “Felicità”, che rende più surreale che mai il film che già lo è di suo.

Giulia Sessich, da “ecodelcinema.com”

 

 

Isidoro (Nicola Nocella), per tutti Easy, ha 35 anni, qualche chilo di troppo e sostiene di non poter lavorare in quanto “diagnosticamente depresso”. Vive con la madre Delia (Barbara Bouchet) e le sue giornate trascorrono lente nella sua cameretta tra partite alla Playstation e psicofarmaci, circondato dai cimeli di una vita ormai passata: Easy era infatti un giovanissimo campione di go kart ad un passo dalla Formula 1, prima che le cose andassero storte.
La routine quotidiana viene interrotta da una proposta imprevista, un’offerta che l’uomo – non avendo altra scelta – non può rifiutare: il fratello Filo (Libero di Rienzo) gli chiede di riportare a casa la salma di Taras, un operaio ucraino morto in un incidente sul lavoro nel suo cantiere non a norma. L’impresa non sembra impossibile, ma per Easy il minimo sforzo rappresenta un ostacolo insormontabile. Tuttavia il protagonista si mette alla guida del carro funebre e parte alla volta dei Carpazi intraprendendo un viaggio che, tra navigatori satellitari in cinese, scontri tra culture e numerose altre insidie, risulterà essere non proprio “facile facile”.
Presentato in concorso nella sezione Cineasti del Presente all’ultima edizione del Festival di Locarno, Easy – Un Viaggio Facile Facile è scritto, diretto e prodotto da Andrea Magnani, qui alle prese con il suo primo lungometraggio, che lo porta ad aggiungere un tassello alla sua già proficua carriera di regista di cortometraggi e documentari, nonché autore per il cinema e la televisione (tra le altre cose è sceneggiatore de LIspettore Coliandro).
In una recente intervista (potete leggerla qui) è lo stesso Magnani a definire il suo film come “un’opera che corre sul filo sottile che divide la commedia dal dramma, con la speranza di far ridere e un attimo dopo far riflettere ed emozionare”; noi possiamo affermare senza esitazione che l’obiettivo è stato pienamente raggiunto.
Già dalle prime scene infatti si entra in contatto con situazioni comiche pervase da un senso di malinconia e di solitudine che, nonostante non si imponga mai troppo rispetto al lato umoristico, accompagna lo spettatore per tutta la durata del film.
Il dualismo tra risata e riflessione però non è il solo ad essere messo in scena: a livello visivo salta subito all’occhio l’alternanza tra campi lunghi contemplativi e primi piani, in cui l’occhio della cinepresa si focalizza spesso sull’espressione confusa e spaesata di Easy in modo da non dimenticare nemmeno per un momento che il nostro si trova circondato da persone, paesaggi e situazioni che con lui non hanno nulla in comune.

easy

I primi piani poi mettono in evidenza un ulteriore contrasto molto forte: quello tra la scarsità dei dialoghi e l’utilizzo del linguaggio non verbale. Espressioni e sguardi sono qui indispensabili ai personaggi per potersi capire e comunicare, non potendo questi contare né sulla condivisione della lingua – Easy non parla nemmeno l’inglese – né sull’espansività e socievolezza del protagonista, abituato a stare in disparte.
Un uomo chiuso nel suo guscio quindi, che grazie a questo viaggio inaspettato ha la possibilità di fare i conti con il suo passato e aprirsi una strada più positiva e fiduciosa verso il futuro: il viaggio non è più solo fisico ma anche metaforico, e la sfida non è solo verso terre sconosciute ma anche verso incertezze e preoccupazioni. Inoltre il carro funebre prima e la bara di Taras in seguito aiuteranno paradossalmente l’ex pilota a riappropriarsi della propria vita.
La scelta del protagonista non poteva essere più azzeccata: oltre all’ottima interpretazione di Nicola Nocella è utile sottolineare come la decisione di mettere al centro delle vicende un uomo depresso, perennemente a dieta e che vive nell’ombra possa da un lato creare distanza nello spettatore, che non riesce – o non vuole – identificarsi con un personaggio sconfitto, ma al contempo permettere l’immedesimazione più totale, perché in fondo a tutti può capitare di sentirsi dei pesci fuor d’acqua e di dover trovare il coraggio per affrontare le proprie paure. Tutti questi elementi non possono non farci pensare ad un grande regista e autore statunitense come Alexander Payne, che ci ha abituati a road movie metaforici e tragicomici con protagonisti imperfetti immersi nel limbo tra passato e futuro, intrappolati in un presente che sembra impossibile da affrontare.
La forte vena autoriale, la produzione indipendente e il ritmo compassato non devono scoraggiare, perché Easy – Un Viaggio Facile Facile è una pellicola adatta ad ogni tipo di pubblico. Magnani al suo debutto al lungometraggio di finzione ha già pienamente fatto centro, e non rimane che attendere con grandissimo interesse i suoi passi futuri.

Marta Nozza Bielli, da “anonimacinefili.it”

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