Dopo l’amore

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Nascosto nella sezione Quinzaine des realisateurs dello scorso Festival di Cannes è stato presentato uno dei film più interessanti della stagione: Dopo l’amore del belga Joachim Lafosse. Una storia tanto universale da poter apparire banale, quella di Marie e Boris, una coppia in crisi dopo 15 anni di vita in comune. Si stanno separando, la casa è di lei, che ha un lavoro e proviene da una famiglia benestante, mentre lui ha difficoltà economiche, trova solo lavori saltuari, non ha la possibilità di trasferirsi altrove. Sanno che sarebbe bene non vivere sotto lo stesso tetto, ma le circostanze lo impediscono, complicando anche il sereno superamento del trauma da parte delle loro piccole gemelle. Lafosse realizza un kammerspiel tutto ambientatato all’interno della loro luminosa casa: pagata da lei, ma ristrutturata da lui. Entriamo nella loro problematica vita quotidiana scandita dalle regole decise da Marie, accettate a stento da Boris. Lui si sente umiliato dall’incapacità di mantenere la sua famiglia, lei è sempre di pessimo umore e non sopporta più neanche la vista dell’uomo che aveva tanto amato.

È uno dei tanti aspetti di brutale credibilità di un film arroccato in uno spazio chiuso la cui condivisione è diventata ormai impossibile, fra le messe in scena per non turbare le figlie e i continui conflitti. Nessuno dei due vuole cedere, rivendicando il contributo alla creazione di un legame che ormai si è trasformato in rabbia, quella di aver perso tempo con una persona di cui ormai non si sopporta alcuna parola e alcun gesto. Le differenze diventano inconciliabilità, i dialoghi non prevedono l’ascolto dell’altro. L’amore non si ripara, non si accetta più la fine della passione che diventa altro. La madre di lei se la prende con l’oggi, in cui “non si ripara più niente, ma si butta via tutto appena si guasta”.

Dopo l’amore è uno di quei film in cui riflettere come in uno specchio le proprie esperienze di vita, che sviluppa una tensione montante all’interno di una routine quotidiana sempre credibile. Il ritratto dei due protagonisti è impietoso, ma non distante, ne delinea i difetti senza schierarsi. Probabile che un gruppo di amici ritenga ora uno ora l’altra il “cattivo” di questa storia, che in realtà racconta semplicemente la brutalità ineguagliabile con cui due persone che si sono amate per anni possono farsi del male, conoscendo a perfezione i punti deboli dell’altro.

Joachim Lafosse ci mette molti elementi autobiografici, dalla separazione dei suoi genitori a quella sua, al fatto di raccontare figli gemelli che subiscono la crisi. La famiglia è al centro della ricerca del regista belga, microcosmo di tragedie maturate giorno dopo giorno, come in A perdre la raison e Proprietà privata, unico suo film uscito finora in Italia. Cosa vuol dire essere ricco, si domanda Lafosse? L’economia di coppia, come il titolo originale, è un sistema complesso, in cui valutare anche le migliorie della casa fatte con amore, non solo la capacità di pagarle. Soffocante in molti momenti, Dopo l’amore regala una memorabile scena di commiato dalla vita di coppia sulle note di Bella di Maitre Gims, con la spontanea partecipazione strappacuore delle gemelle.

Voto: 4 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

C’è un momento bellissimo e straziante. È già tardi quando Marie esce dalla sua stanza da letto per cercare qualcosa da bere e va a sedersi per pochi minuti nello studio di Boris. I due sono l’uno di fronte all’altra. Si guardano in silenzio. Poi Boris va a prendere una birra, sempre nel buio, e torna al suo posto. Un altro brevissimo istante e Marie se ne va, senza dire nulla. Perché non c’è nulla da aggiungere.

È davvero tutto qui. Alla fine le parole si spengono in una stanchezza che sa di disperazione, ma anche di una dolcezza strana, terribile, una nostalgia per una perdita già consumata. Come se, finalmente, al termine del viaggio ci ritrovassimo insieme dinanzi a una distesa di macerie. E non potessimo fare a meno di tentare un ultimo abbraccio, un passaggio terminale da cuore a cuore.

 

Sul serio, non c’è bisogno di parole per innamorarsi e non servono parole per separarsi. Perché, quale che sia la lingua, del sentimento resta sempre un fondo inespresso, qualcosa che non si può definire e che circola semmai in stato gassoso, tra gli sguardi, gli atteggiamenti. Per il resto, si parla d’altro, si discute d’altro. Usiamo il termine sentimento, ma lo usiamo come un’arma, una clava, una bomba nucleare. Mentre operiamo una sostituzione azzardata e ci aggrappiamo ai fatti, alle cose, come se fossero il deposito degli anni trascorsi insieme, dei ricordi e delle esperienze, e quindi di tutte le emozioni vissute. Marie e Boris litigano per la casa, i soldi, i conti saldati e quelli rinviati, il lavoro svolto e non calcolato. Rimettono sulla bilancia, riesumandola dai libri contabili di una vita, l’economie du couple (titolo magnifico, che apre gli squarci della strategia politica dell’amore). Ed ecco che, la sceneggiatura di Lafosse, Fanny Burdino e Mazarine Pingeoy sembra recuperare quell’ossessione del danaro che era una costante del romanzo francese dell’Ottocento, da Balzac a Flaubert, e che torna con una strana insistenza nel cinema di oggi (Une vie di Brizé), quasi come una conseguenza naturale di una crisi globale che ha investito i rapporti interpersonali e gli atteggiamenti individuali. D’altro canto, viene fuori con implacabile lucidità la verità di questo disperato fraintendimento, di questo passaggio folle dall’ineffabile inconsistenza dei sentimenti alla greve concretezza delle relazioni materiali. “Ci vuole una buona contabilità alla base di un rapporto di coppia”, ripete Lafosse. Ma come calcolare il lavoro, la fatica, il sonno perso? In termini di felicità conquistata, di equilibrio, di armonia? E quando tutto questo non c’è, stenta ad arrivare o si è perso tra i debiti non riscattati, i fallimenti, i crolli? Si è trattato di un investimento sbagliato, semplicemente? E che si fa, si tira un frego e si butta via tutto, o si tenta di aggiustare le cose, come suggerisce dall’alto della sua esperienza di economia domestica la madre di Marie? Mentre i sentimenti cambiano, cambiano le passioni, gli impulsi, quel residuo imponderabile, non valutabile, che modifica gli orizzonti fuori da ogni attesa.

 

In fondo, Lafosse mette in campo due atteggiamenti opposti. Da un lato il rigore della scrittura e della messinscena, dell’analisi delle dinamiche. Dall’altro, la disponibilità ad affidarsi a Bérénice Bejo e Cedric Khan, alla realtà delle loro diverse emotività, e la necessità di lasciare tutto aperto, i conti, il finale, gli sviluppi. Lafosse si chiude in casa e disegna lo spazio secondo la logica delle relazioni. Gli unici ambienti che può attraversare sono la cucina, il bagno, il giardino, quei luoghi in cui c’è ancora una condivisione, seppur distorta, forzata, un’ipotesi spericolata famiglia. Le altre stanze, quelle private, la camera da letto di Marie, lo studio di Boris, sono viste sempre da un un unico angolo visuale, esterno, parziale, ristretto. Sono i limiti invalicabili, le zone extraterritoriali del conflitto. Ma verso la fine, si esce dal campo di battaglia, si va fuori, nel mondo, con tutto ciò che comporta in termini di rischio e di imprevedibilità. Mentre cresce la progressione dello splendido Preludio in Si Minore, la trasposizione per pianoforte di Alexander Siloti del BWV 855 A di Bach. Ed è un modo di procedere che sembra ricalcare le diverse disposizioni d’animo dei due protagonisti. Marie detta le regole, “rispetta i tuoi giorni”. Perché pensa che la fine di una relazione debba essere organizzata, pretenda la sue norme, un altro ménage che si sostituisca all’economia domestica delle relazioni familiari. Tutto deve seguire un programma, come le stazioni di un calvario predestinato per volontà divina. Mentre Boris è refrattario, fa di testa sua, prova a inventare ancora le possibilità del caos e si lascia andare a quei momenti imbarazzanti a cui tutti cediamo, in preda alla paura. Dal canto suo, sa che, per quanto si programmi, non è possibile determinare le evoluzioni dei cuore né si può dire cosa accadrà dopo, al termine del percorso. Sono due differenti caratteri, la rigida concretezza di lei, che non sembra voler abbandonarsi mai alla tenerezza, e l’incostante idealismo di lui, che non sa rassegnarsi alla realtà. Ma sono, più in generale, due modi di vedere il mondo e la vita: da una parte l’esigenza di un controllo razionale, dall’altra la libera accettazione dell’indeterminatezza e la disponibilità all’imprevisto. Nella violenza dello scontro, non riesci mai a dire quale sia l’esatto ordine dei rapporti, quale sia la parte “giusta o sbagliata”… e rovesci persino i termini, il razionale diviene irrazionale, la paura coraggio e l’incoerenza realismo.

 

Lafosse lo sa bene. Per questo non si addentra nelle motivazioni che stanno alla base, le lascia solo intravedere come una traccia di scrittura (non mandare messaggi), senza però far mai emergere un elemento esterno che possa squilibrare l’ago della bilancia. E se da un lato si attiene al programma, alle dinamiche note e, per questo universali, e per questo struggenti, di una separazione, d’altro canto si ferma quando tutto è compiuto, sulla soglia del dopo. Ci lascia con un’immagine magicamente ambigua, malinconica come il tempo passato, ma ancora aperta come tutti i futuri possibili. E ci dice che la storia di una separazione non è diversa dall’innamorarsi. Le due cose vanno insieme, sono come il ritmo di un’unica respirazione. Quando un fuoco brucia, quel che resta è cenere? Così diceva Vienna a Johnny Guitar. Ma poi… Lafosse lo ha capito e, perciò, racconta la fine come pochi altri. Perché riesce a cogliere allo stesso tempo il crollo e il detrito, tutto un sentimento che rimane sospeso come particella di polvere nell’aria e che poi si deposita sugli anni andati, magari proprio su quelle maledette cose… E chissà che sotto non si nasconda ancora qualcosa di vivo, una scintilla. C’è sempre un impulso contrario. E così Marie non può trattenere le lacrime di fronte alle figlie che giocano con Boris, un fantasma di felicità che rimette in moto per un istante il desiderio, la voglia di riprovarci. Ma la decisione già è stata presa. È questa la nostra condanna: essere costretti a un certo punto a decidere, doversi assumere la responsabilità di una scelta. Come se l’anima seguisse le prese di posizione. Il mondo funziona così. Vuole che si mettano i punti, le virgole, che si chiudano le parentesi aperte, che i limiti dello schermo separino il consentito dal proibito. Un inizio è un inizio, una fine è una fine. E di “un desiderio che si spezza, come una corda troppo tesa”, resta l’eco di una vibrazione, un suono che passa piano tra il silenzio e il buio.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Marie e Boris sono sposati da quindici anni; hanno due gemelle sveglie e sorridenti, Jade e Margaux; affrontano come ogni coppia le fatiche del quotidiano. Quello che non c’è, nella loro vita di alti e bassi, è l’amore. Accompagnano le figlie a scuola, cucinano, leggono, dormono: dividono la vita, ma controvoglia. La convivenza è un incidente causato dalle ristrettezze economiche. Campano sotto lo stesso tetto perché non c’è alternativa per far coincidere i conti e la felicità.

L’economie du couple – titolo sublime e didascalico – di Joachim Lafosse mette in scena la dissezione di un amore, è la radiografia spietata e puntuale di un rapporto esacerbato dalla compresenza coatta, racconta i resti di quella che fu una famiglia e che si è trasformata in un groviglio di rivendicazioni, urla, calcoli gretti e meschini. Lafosse inquadra il suo dramma intimo e soffocante – si svolge quasi interamente in una casa solare, diventata un’angusta galera – in scene secche ed essenziali; riconduce alla pratica ogni malessere; rifiuta la psicologia spicciola per descrivere l’aridità di due persone che un tempo si amavano e che sono diventate estranee; adotta una narrazione quasi tattile, materica e uno stile fluido e geometrico.

Marie (Bérénice Béjo) è una donna borghese, prigioniera dei suoi stessi privilegi, di cui è ossessivamente accusata; Boris (Cédric Kahn) è un proletario diventato architetto, più pronto all’autocommiserazione che al sacrificio, vittima di se stesso, dell’odio/invidia per il denaro altrui, stritolato da meccanismi cui reagisce con violenta goffaggine (debiti, astio sociale e affettivo, estraneità). L’economia della coppia è la traduzione in calcoli biechi e tangibili di ogni possibile deriva sentimentale: il film si attorciglia sulle infinite discussioni dei protagonisti, in cui ogni rivendicazione fa trasparire la disperazione per un’infelicità non programmata, per un fallimento sentimentale vissuto come un naufragio. Marie e Boris urlano e strepitano, si rendono vili agli occhi delle figlie, si accusano di debolezze, incoerenze, inerzie, immobilità. Vittime e carnefici di loro stessi, piegati dall’insoddisfazione che governa le loro vite, con gli sguardi ormai pieni più di pena che di affetto.

Lafosse costruisce il film in lunghi segmenti, spesso ripetuti o ampliati, con minime variazioni. Imposta i dialoghi sulle declinazioni pratiche della vita, rifugge il melodramma – che però miracolosamente a tratti esplode – soffermandosi in lunghe digressioni su immobili da valutare e orari da rispettare. Marie e Boris sono però personaggi di carne e sangue, fragili come vetro; portano nell’andamento desolato del passo, nelle occhiaie intorpidite da lunghi bagni caldi, nella vergogna che segue ogni litigio, le stimmate di un dolore banale quanto concreto. E nell’unico momento sentimentale che i personaggi si concedono – e che Lafosse concede agli spettatori – s’intravede, attraverso un ballo scatenato da condividere, finalmente, con le loro bambine, la stanchezza di vivere, la pulsione a cedere, il piegarsi a un’illusoria soluzione che la mattina dopo sembra già un fantasma.

L’economie du couple è un magnifico e terribile mélo dei nostri giorni, raffreddato e già consunto, figlio di un tempo di sconfitte e remissioni, stilisticamente impeccabile e terribilmente – in senso letterale – commovente: guance asciutte e un groppo in gola a chiedere conto di un fallimento che è già dietro le spalle. Un film in cui il presente è vissuto nell’attesa incombente del futuro, figlio storto di un passato che ha vinto, piegato, sconfitto i suoi protagonisti.

Federico Pedroni, da “cineforum.it”

 

 

Marie e Boris stanno insieme da 15 anni. Hanno una bella casa, comprata da lei e ristrutturata da lui, e due figlie gemelle. Il loro amore è però giunto al capolinea. Si stanno infatti lasciando. Per il momento continuano però a vivere sotto lo stesso tetto, in quanto Marie ha un lavoro stabile e una famiglia ricca alle spalle, mentre Boris trova solo occupazioni saltuarie e non può permettersi una sistemazione propria. La quotidianità della (ex) coppia si dipana secondo regole ben precise, stabilite da Marie, la quale accetta ancora (di malavoglia) la presenza dell’uomo ma soltanto a patto che lui sia in casa solo in determinati orari. Ogni giorno la donna cerca di spingere Boris ad andarsene quanto prima, provocando le reazioni stizzite dell’uomo, che si sente umiliato dal fatto di non poter contribuire economicamente al mantenimento delle figlie e al contempo prova su di sé le restrizioni di una situazione assurda e priva di qualsiasi stabilità.
La soffocante convivenza scatena inevitabilmente continui attriti, in un doloroso coacervo di rancori pronti a esplodere, accuse reciproche, distruttivi silenzi, intollerabili prevaricazioni, malcelati imbarazzi, piccoli dispetti e isolati attimi di rimpianto e tenerezza che rendono ancora più complicato il distacco. Il tutto sotto gli occhi delle gemelle, molto più consapevoli della verità di quanto gli stessi genitori possano immaginare.

Sta tutta qui la trama di L’économie du couple, il nuovo lavoro del belga Joachim Lafosse, presentato quest’anno a Cannes e proiettato in anteprima italiana al Torino Film Festival, in attesa di uscire nelle sale italiane a gennaio con il titolo Dopo l’amore. Una base di sceneggiatura classica, lineare, se vogliamo anche ordinaria, su cui però si innalza una struttura di enorme forza e consistenza.
Prima della proiezione torinese Lafosse, presente all’evento, ha spiegato come alle origini del film ci sia un’esperienza autobiografica, la separazione dei suoi genitori, e ha ricordato che durante quel periodo la cosa peggiore da vivere sulla propria pelle era stata l’estrema difficoltà di parlare con loro di ciò che stava accadendo. Il regista ha inoltre chiesto agli spettatori di provare ad assistere all’opera non limitandosi alla fruizione di una singola e ben definita storia, bensì cercando di entrare all’interno di un meccanismo universale, in cui ognuno può riconoscersi.
Il proposito di Lafosse è stato pienamente accolto: L’économie du couple è infatti un racconto vero e crudele come la vita, realistico sotto ogni aspetto, capace di trascinarci con clamorosa facilità in un contesto in cui tanti di noi possono ritrovare corposi stralci della propria esistenza.
Girato quasi interamente tra le mura domestiche, in interni ristretti in cui spesso ai personaggi pare mancare aria vitale, il film ipnotizza fin dal primo istante, rendendoci partecipi di un paesaggio dell’anima che scava a fondo nelle costrizioni di una coppia non più tale, nel senso di fallimento che ne pervade ogni gesto, nella reciproca rabbia che a pié sospinto scaglia fulmini sul partner, nei reiterati tentativi di scaricare sull’altro colpe ed errori. Una guerra in miniatura fatta di estenuanti battaglie eternamente prive di un vincitore, come sempre accade in questi casi, orchestrata dall’autore con sapiente acume e impressionante padronanza dei tempi e degli spazi.
Non c’è una virgola fuori posto, nella splendida creatura di Lafosse; non c’è un difetto, non ci sono cali, non esistono forzature né idee superflue. Eppure, al contrario di quanto talvolta accade, la compiutezza stilistica e narrativa non scivola nella freddezza e/o nel mero esercizio di stile. Tutt’altro: il film sa regalare un diluvio di emozioni, spesso scatenate dalla ridda di antinomici sentimenti espressi dal volto di una mai così brava Bérénice Bejo, su cui non a caso l’autore insiste con frequenti e reiterati piani ravvicinati. Accanto a lei risulta allo stesso modo efficace il co-protagonista Cédric Kahn, a sua volta regista (L’ennui, Feux rouges) e qui nelle vesti di (ottimo) attore, a incarnare un personaggio che dietro all’apparenza burbera e scapigliata nasconde un mondo di fragilità.
Emozioni, si diceva; l’opera di Lafosse, già applaudito in passato per lavori di qualità come À perdre la raison (2012) e Nue propriété (Proprietà privata, 2006), abbraccia traiettorie trasversali atte a costruire una geometria scenica lucidissima, entro la quale ogni dialogo lancia stilettate frementi e ogni movimento racchiude l’afflizione di due leoni in gabbia, incapaci di dominare il territorio; cuori alla deriva che forse in realtà vorrebbero ancora solo e soltanto amarsi, ma non ne sono più in grado.
Compatto e trascinante, L’économie du couple si lascia apprezzare nelle dinamiche minimali (il duello per l’acquisto delle scarpette da calcio, i posti a tavola vuoti, la gara di solletico ai piedi, la mancanza di privacy nella vasca da bagno) così come nelle fondamentali questioni pratiche (la divisione finanziaria del valore della casa), in momenti di malinconica poesia (l’insonne incontro notturno privo di parole) e nelle sequenze di maggior respiro (la cena di Marie con i suoi amici, interrotta dall’arrivo di Boris, che si siede con la compagnia senza essere stato invitato, scatenando un insopportabile disagio per tutti gli astanti). La marea sale, scende e poi risale, tra sprazzi di luce e torrenti di buio, sino a raggiungere la vetta assoluta in una scena madre meravigliosa, durante la quale genitori e figlie ritrovano (per l’ultima volta?) una parentesi di sincera unione familiare, ballando tutti insieme sulle note di Bella di Maitre Gims.
In quel momento, in quei minuti, le lacrime scorrono copiose sul viso di Marie; altrettanto accade a noi, commossi e devastati dall’addio a un sogno perduto e al contempo ammaliati dalla bellezza di un film indimenticabile.

Alessio Gradogna, da “orizzontidigloria.com”

 

 

 

Amarsi è complicato. Separarsi lo è ancora di più.

Il regista belga Joaquim Lafosse non è il primo e non sarà l’ultimo a parlare delle pene del divorzio al cinema, ma nel suo ultimo film, Dopo l’amore, l’occhio cinematografico è concentrato su aspetti più amari e spesso nascosti.

Marie e Boris hanno due cose che li legano profondamente nonostante il loro amore sia ormai finito: la casa, pagata con i soldi di lei ma completamente ristrutturata da lui, e le loro figlie gemelle. Boris è senza lavoro e pieno di debiti e Marie non vuole concedergli la quantità di denaro che lui richiede.

Anche in questo caso la traduzione italiana del titolo pecca di fantasiosa libertà, infatti l’originale L’économie du couple mette in risalto i due aspetti cardine della pellicola che non vengono centrati nella traduzione italiana. Dopo l’amore distoglie e mal interpreta la visione del film: è una storia di calcoli e divisioni eque in cui i sentimenti sono solo secondari. Lafosse crede che la ricchezza non sia quantificabile solo con il denaro (“si può essere ricchi in molti altri modi” spiega Boris alle sue figlie), ma nessuno degli adulti presenti nella pellicola la pensa veramente così.

La casa non è più un semplice luogo (unico e claustrofobico) nel quale si svolge la storia, ma diventa cuore pulsante della narrazione, è oggetto dei contesi e specchio dei conflitti; dalla casa e dalla sua partizione nasce il non riconoscimento dei gesti e dei meriti. A un’economia concreta (suddividere i beni in parti uguali) se ne accosta un’altra, l’economia dei sentimenti: è necessario organizzare il tempo da passare con le figlie, i luoghi e le vacanze. Tutti questi schemi vengono estremizzati dal regista costringendo la coppia negli stessi ambienti; in questo modo, la lente d’ingrandimento si blocca su unico spazio per analizzare, in circa due ore, reazioni e dibattiti che normalmente prevedono un lasso di tempo minimo.

È curioso notare come Lafosse non sia interessato a mostrare com’erano i personaggi negli anni felici del loro matrimonio e neanche a suggerire come saranno in futuro; tutto è fermo in un momento straziante e distruttivo che viene dilatato e meticolosamente analizzato in tutti i suoi momenti di solitudine. Marie e Boris si rinfacciano continuamente le medesime colpe, ripetono compulsivamente le stesse frasi, portando lo spettatore a essere poco coinvolto, soprattutto nella seconda metà della pellicola. Questo tipo di dialoghi fanno riferimento allo stile del regista in cui è essenziale la ricerca di un naturalismo esasperato; l’esercizio di stile danneggia involontariamente la narrazione che si trascina personaggi immobili, arrivando a un finale poco chiaro.  Ben caratterizzato e ricco di momenti chiave (la scena del ballo) il rapporto che i due protagonisti hanno con le figlie.

Fiore all’occhiello del film sono le due interpretazioni di Berenice Bejo e Cedric Kahn, attori capaci di trasmettere l’insopportabile disordine di non riuscire a far finire un amore.

Lafosse ha realizzato un film in cui è faticoso arrivare alla fine senza cedimenti, ma fare i conti con il cinema, il naturalismo e l’amore in un’unica soluzione non è affatto semplice.

Matteo Illiano, da “darksidecinema.it”

 

 

 

 

Che cosa succede quando un amore finisce? Quando marito e moglie sono costretti a vivere da separati in casa, tentando allo stesso tempo di non rendere dolorosa più del dovuto l’infanzia dei propri figli? Il cinema ci ha abituati spesso a drammi di questo tipo, i cosiddetti film “due camere e cucina” che, nell’ultimo periodo, soprattutto in un regista come Asghar Farhadi hanno trovato uno tra i massimi esponenti. E fa sorridere che nel nuovo film del belga Joachim Lafosse – ospitato alla Quinzaine del Festival di Cannes – la protagonista femminile sia Bérénice Bejo, che proprio grazie al penultimo film di Farhadi, Le passé, vinse come migliore attrice sulla Croisette nel 2013. Stavolta interpreta Marie, da quindici anni sposata con Boris (Cédric Kahn, già regista di, tra gli altri, La noia e Roberto Succo): l’amore è finito però, sotterrato da una quotidianità che, a quanto pare, non è riuscita a limare le inevitabili frizioni scaturite da un modo di vedere la vita totalmente differente. In mezzo, come spesso accade, ci sono finite le due gemelline di otto anni, Margaux e Jade (le esordienti Soentjens), entrambe ancora e giustamente innamorate – senza alcun tipo di preferenza – della mamma e del papà.

Ambientato per il 99% dei suoi 97’ dentro l’abitazione di Marie e Boris, L’economie du couple (bellissimo titolo che l’internazionale After Love e l’italiano Dopo l’amore non “traduce” come dovrebbe) offre un ulteriore, dignitoso sguardo al filone cinematografico sulle crisi di coppia: lineare nella scrittura (oltre che da Lafosse, lo script è firmato da Fanny Burdino, Mazarine Pingeot e Thomas van Zuylen) e interpretato senza eccessi gratuiti ma ben calibrando la tensione emotiva, il film – proprio come da titolo – si sofferma anche sugli aspetti più micragnosi di ogni fine rapporto. Ed è proprio la casa, l’unità di luogo di quella famiglia e del film stesso, a finire nel mezzo di ogni discussione quando Marie, esausta, cerca di trovare una soluzione definitiva al loro (non) stare insieme. Boris – che a quanto pare non ha mai contribuito in maniera significativa dal punto di vista economico – rivendica la metà del valore dell’abitazione in virtù dei lavori di ristrutturazione eseguiti in prima persona. È solo un pretesto per continuare a rimandare la definitiva eutanasia di un amore? Forse. Quello che interessa davvero a Lafosse, però, è mostrarsi senza soluzione di continuità indulgente e al contempo durissimo con i suoi due personaggi, naturalmente senza parteggiare per nessuno dei due, proprio come Margaux e Jade. Infinitamente amate dai due genitori, ma inevitabilmente vittime di una situazione difficilmente risolvibile.

Voto: 3,5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Anche se “Variety” ha azzardato il paragone con “Kramer contro Kramer” di Robert Benton, in “Dopo l’amore” del belga Joachim Lafosse, dramma coniugale presentato con successo all’ultimo festival di Cannes, nella “Quinzaine”, nessuno abbandona partner e figlioletto per poi ripresentarsi tempo dopo ma anzi succede esattamente il contrario. Qui Marie e Boris continuano a vivere da separati in casa, prendendosi cura delle loro bambine, cui promettono che le cose continueranno a procedere come sempre, anche se le tensioni fra i due diventeranno man mano più forti.

Già coi precedenti “Proprietà privata” e “A perdre la raison”, Lafosse si era messo in luce come nuova voce del cinema francofono in grado di raccontare le contraddizioni del sistema famiglia nella società europea contemporanea; “Dopo l’amore” continua questo suo percorso. L’accostamento che è stato fatto col famoso film premio Oscar acquista senso se si pensa che i melodrammi familiari anni settanta e ottanta sono stati probabilmente una fonte di ispirazione per il regista, forse nella loro volontà di evitare, almeno quelli americani, le situazioni più spinte (in verità tipiche del mélo cinematografico classico) oltre che quelle svolte troppo estreme che, la cronaca ci insegna, sono spesso la conseguenza di convivenze forzate protrattesi più del dovuto.

Bérénice Bejo interpreta Marie, la moglie che ha sulle spalle l’economia della coppia (titolo originale della pellicola), ruolo vicino a quello del film di Farhadi, “Il Passato”, mentre il regista-attore Cédric Kahn (“Roberto Succo”, “Luci nella notte” e “La noia”) è Boris, il marito disoccupato che non può permettersi di lasciare il tetto coniugale, a meno che la ormai ex consorte non gli conceda una buona uscita, giustificata dal fatto che l’uomo, carpentiere che pretenderebbe di essere architetto, ha curato i lavori della casa dove abitano (lavori che comunque sono stati pagati dalla sua dolce metà, di famiglia benestante, cosa che la donna tra l’altro non si trattiene dal ricordare). Per ribadire l’importanza di questa dimensione domestica ormai compromessa, Lafosse sceglie almeno per i primi due terzi della pellicola di mantenere l’unità di luogo, e così tutto si svolge nell’appartamento che i due protagonisti si contendono. La macchina da presa riprende i riti di una quotidianità solo in apparenza ordinaria (i pasti tutti insieme, il bagno alle bambine, il prepararsi ad uscire) che comunque non sono sufficienti a nascondere una situazione ormai irrecuperabile (Marie pretende che Boris rispetti i giorni in cui è lei che deve aiutare le figlie a sistemarsi e gli rimprovera persino di mangiare il suo formaggio). In verità nonostante la donna ripeta ad ogni piè sospinto di non essere più innamorata, il marito ribadisce che sarebbe proprio lei a non volere il suo trasferimento e diversi passaggi del film sembrerebbero dargli ragione: i loro continui sguardi, il ballo insieme alle bambine o la lunga sequenza muta in cui Marie fa il giro della casa con la musica di Bach a fare da commento (il film non ricorre a musiche originali), per poi fermarsi nello studio di Boris guardandolo senza dirgli niente. La madre (che ha il volto della veterana Marthe Keller) si lamenta con Marie perché non riesce ad accettare il cambiamento dei suoi sentimenti verso il marito e che comunque le separazioni stanno aumentando perché non c’è più volontà di salvare le relazioni. Ovviamente Lafosse non ci dice chi abbia torto o ragione e preferisce, in questo apprezzabilmente, non insistere sulle motivazioni di Marie, però certamente suggerisce quella che è l’unica soluzione assennata della vicenda.

Probabilmente proprio una certa assennatezza, talvolta anche troppo insistita, come nella scena della cena di Marie con i suoi amici cui Boris si unisce a sorpresa (situazione che è stata raccontata in maniera ben diversa in tanti altri film), costituisce la chiave per capire non solo i personaggi ma l’opera stessa che evidentemente alle esplosioni preferisce le modulazioni. In questo significativa è la svolta drammatica prefinale che risolve la storia.

Lafosse, aiutato dal direttore della fotografia Jean-François Hensgens a ben valorizzare gli interni di Olivier Radot, sfrutta al meglio l’apporto della coppia Bejo-Kahn la cui chimica ben rende l’idea di due persone che si sono amate molto e forse non hanno ancora smesso di farlo. Le due piccole Jade e Margaux Soentjens (sorelle nella vita come nella finzione) ribadiscono che ci sono anche attori-bambini non petulanti, basta saperli trovare e, forse, dirigere.

Voto: 7 / 10

Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

 

 

Per Marie e Boris è l’ora dei conti. In tutti i sensi. Dopo quindici anni di matrimonio e due bambine, decidono di mettere fine alla loro relazione, consumata da incomprensioni e recriminazioni. Marie non sopporta i comportamenti infantili del marito, Boris non perdona alla moglie di averlo lasciato. In attesa del divorzio e costretti alla coabitazione, Boris è disoccupato e non può permettersi un altro alloggio, lei detta le regole, lui le contraddice. L’irritazione è palpabile, la sfiducia pure. Arroccati sulle rispettive posizioni sembrano aver dimenticato il loro amore, il cui frutto è al centro della loro attenzione. Genitori di due gemelle che stemperano con intervalli ludici le tensioni, Marie e Boris condividono una proprietà su cui non riescono proprio a mettersi d’accordo. A chi appartiene la casa? A Marie che l’ha comprata o a Boris che l’ha rinnovata raddoppiandone il valore? La disputa è incessante, il dissidio incolmabile. Ma è fuori da quella ‘loro’ casa che Marie e Boris troveranno la risposta. Una possibile.
Troppo spesso in una coppia il denaro diventa il mezzo migliore per esercitare potere sull’altro, per fargli pagare letteralmente il fallimento della relazione. Dopo l’amore abita lo scacco e presenta la fattura del disamore di una coppia che non sa più come accordare i propri sentimenti, regolare i propri conti, le responsabilità genitoriali, le tenerezze intermittenti, i rancori costanti. Joachim Lafosse, che ha fatto delle relazioni umane il suo terreno di elezione (Proprietà privata, Les Chevaliers blancs), dirige un dramma borghese in più atti intimo e vibrante. Ogni piano risplende di un’intensità eccezionale, approssimandosi ai suoi personaggi dissonanti.
Interpretato da Bérénice Béjo e Cédric Kahn, che superano i confini della rappresentazione, Dopo l’amore mette in scena con rara proprietà, eludendo cliché e psicologismi, i dubbi, le paure e la vitalità, malgrado tutto, di una coppia arrivata a fine corsa. Abile nell’individuare ed emergere i movimenti sottili che corrompono i sentimenti, l’autore belga chiude i suoi protagonisti in un interno e fa di quel domicilio coniugale qualcosa su cui litigare ma non la ragione del litigio, che è sempre altrove. La casa è il terreno su cui si cristallizza il loro rancore, su cui prendono posizione, ciascuno la sua, su cui pesano i rispettivi orgogli. Ma quel domicilio è soprattutto il valore aggiunto in termini d’amore che ciascuno apporta in una relazione. Boris reclama per sé la metà di quella casa certo, ma vuole soprattutto che Marie riconosca che lui è stato lì, che l’ha abitata, l’ha ristrutturata e ne ha aumentato il valore. Lui vuole che lei riconosca che è stato presente, utile, che ha contribuito con la sua ‘competenza’, tecnica e umana, alla costruzione della loro famiglia.
Per Lafosse l’economia di coppia, quella del titolo francese (L’économie du couple), è anche questo, piccole impronte, pennellate, tracce mai sentimentali. È l’amore e non si può ridurre alla metà del valore di una casa. L’amore di cui Marie e Boris si sono amati. Lo attesta ogni sguardo, lo dimostra ogni rimprovero. Marie e Boris sono stati felici e da quella loro felicità sono nate due gemelle, duo inseparabile e opposto ai genitori, isole provvisorie in cui abbandonarsi e abbandonare per qualche minuto la lotta. Le figlie li sfidano disarmanti, li catturano nelle loro coreografie del cuore, li confondono il tempo di una canzone (“Bella” di Maître Gims). Prima che ciascuno ritorni al suo esilio, al frigo diviso in due, a una coabitazione forzata regolata al millimetro e per questo quasi comica. È la loro antica passione a nutrire il rancore di oggi, è la loro economia che adesso si disputano. Ciascuno reclama la sua parte, prigionieri di uno spazio da cui non possono (e non vogliono) uscire. La macchina da presa li segue, li sfiora rimarcando l’erranza disordinata, ripetitiva, ossessionata che li trasloca attraverso l’appartamento, silenziosi, incomprensibili l’uno all’altra. Marie e Boris hanno perso il controllo del quotidiano, sono apparizioni indesiderabili nella cena o negli spazi dell’altro che sembrano godere dell’irritazione che suscita la loro presenza. Ma alla circolazione esasperata dei corpi e dei sentimenti, Lafosse guadagna questa volta la via d’uscita, l’accidente che determinerà una presa di coscienza provvidenziale per Marie e Boris, aggrappati alla routine del loro odio e incapaci di guardare il mondo fuori.
Dopo l’amore termina con un compromesso, un finale aperto e all’aperto, che fa respirare ambiente e personaggi, figurando come eccezione nell’opera al nero dell’autore. Una filmografia che fa vedere senza mostrare. Un’economia straordinaria, pertinente all’amore e al cinema. A una storia semplice così complicata da vivere.

Voto: 3,5 / 10

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

 

Joachim Lafosse torna nel teatro domestico, e come in Proprietà privata*, come in À perdre la raison, la casa diventa, da territorio condiviso, campo di battaglia. Ed è tutto concentrato in questo spazio il film: nelle stanze che hanno visto crescere un’unione che si è trasformata in transazione strenua, uno spazio che è esso stesso oggetto del contendere.
Quello di Marie e Boris non è solo lo scontro tra un marito e una moglie alle soglie del divorzio, è un dissidio tra condizioni sociali, radici diverse e diverse visioni della vita. Esauritasi la passione, le loro differenze riemergono come motivi di contrasto, la disputa si fa culturale: non conta più l’investimento esistenziale, conta solo quello del denaro – speso e da spendere -, contano i progetti concreti, realizzati e falliti; alla romanticheria subentra la ragioneria, tutto rovina in rude conteggio, squallido elenco, ripartizione di ruoli, oggetti, tempo filiale.
Lafosse dimostra sempre una riconoscibile sensibilità nel maneggiare materiale che scotta: non sciorina verità, preferendo sollevare interrogativi, procede per itinerari narrativi impervi e non ammette la facile soluzione (per tutti lo scomodità controversa di Élève libre – sesso: adulti e minori -, terreno minato affrontato con una lucidità abbacinante e nessun tatticismo morale), non incatena i suoi personaggi a delle dinamiche prevedibili, li pone di fronte a dilemmi credibili, evita manicheismi, mostra la complessità delle situazioni, luci e ombre: nessuna ragione assoluta, nessun torto evidente

* Come per Proprietà privata, anche in questo caso il titolo originale è molto più incisivo: sia Nue proprieté che L’economie du couple rifacendosi a un linguaggio giuridico-commercialistico, sono espressioni ambigue che si muovono in bilico tra l’aridità del diritto e la liquidità dei rapporti umani.
Lo stesso avviene in questo film che racconta come la situazione più dolce, diventi, proprio per questo, la più amara: finita l’intesa, la famiglia si svela come soluzione pratica, con risvolti pratici, che, quando fallisce, determina conseguenze pratiche. E Lafosse la guarda da questo punto di vista: intimo, quotidiano, materiale, evitando il letterario confronto di psicologie, lasciando parlare il contesto, gli ambienti curati, i mobili scelti con gusto, questa accogliente scenografia di una felicità perduta, le sue vestigia fumanti. E descrive ciò che dell’armonia di questa coppia è rimasto in piedi: l’amore per le figlie (gemelle, dunque solidali e affettivamente più autonome, quasi a rendere il gioco al massacro tra i genitori ancora più equilibrato, esclusivo), il ricordo sbiadente di un’intesa, un affetto reciproco che, nonostante tutto, nel fondo, un po’ residua. La scena (bellissima) del ballo racchiude tutto questo con i due coniugi che riacquistano per un momento coscienza di un patrimonio astratto, sentimentale, che apparteneva loro e che è oramai dilapidato, svalutato da considerazioni di altro tenore: non è un caso che avvenga allorquando il conflitto si è fatto più aspro. In questa zona grigia si muove il film: nell’incertezza se quella del denaro sia la questione vera, se esso non rappresenti solo il feticcio che va a celare un altro tipo di crisi. Ogni volta che il punto dolente sembra essere quello sentimentale si agita lo spettro economico. E viceversa: a chi guarda giudicare.
Attori meravigliosi: Bérénice Bejo – che impersona con grande sottigliezza il decisionismo esteriore e la fragilità interiore di Marie – e il regista Cédric Kahn – una vera rivelazione, perfetto nel suo oscillare tra disperazione autentica e un capriccioso, quasi infantile istinto alla ripicca – sono strumenti accordatissimi con la prosaicità della partitura. E Lafosse è un magnifico autore che meriterebbe tutt’altra attenzione.

Voto: 7.5 / 10
Luca Pacilio, da “spietati.it”

 

Cosa succede Dopo l’amore? È possibile ricucire un rapporto una volta che si è rotto oppure non resta che buttarlo via? Lo racconta il regista belga Joachim Lafosse nel suo nuovo film, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes e al 34esimo Torino Film Festival nella sezione “Festa Mobile”.

Marie (Bérénice Béjo) e Boris (Cédric Khan) dopo quindici anni di matrimonio decidono di separarsi, ma per problemi economici – la casa dove abitano è stata comprata da lei, ma ristrutturata da lui – sono costretti a vivere sotto lo stesso tetto cercando di non destabilizzare la vita delle loro figlie ancora piccole. E allora ecco che il focolare domestico si trasforma in campo di battaglia in cui Boris tenta timidamente di recuperare il legame con la moglie la quale però rimane costantemente distaccata e non intende fare un passo verso il marito.

Dopo l’amore (in originale L’économie du couple) è girato quasi tutto in interni, anzi in interno, nella casa dove Marie e Boris sono obbligati a una convivenza forzata. Non appena uno dei personaggi si avvicina alla porta per uscire, la macchina da presa si ferma: non è permesso scappare o voltare gli occhi altrove, come se lo spettatore non dovesse perdere di vista il nodo centrale del film, ovvero la tensione costante e il difficile equilibrio di una coppia che non si ama più.

Il film si regge principalmente sui due bravi protagonisti, la bellissima Bérénice Béjo, sempre imbronciata e scontrosa e Cédric Khan, un uomo che cerca una soluzione pacifica ma si dimostra solo impacciato. I loro volti cupi e induriti dalla situazione difficile sono ripresi spesso in primo piano e mostrano tutte le sfumature (dalla sofferenza, al risentimento, alla frustrazione) di un rapporto ormai finito.

Si tratta di un film drammatico molto essenziale con poca musica a fare da sottofondo e movimenti di macchina fluidi che seguono i due attori principali dentro la casa-prigione. Dopo l’amore punta su dialoghi interessanti e profondi che analizzano le ragioni delle due parti per cui lo spettatore non si schiera facilmente per uno o per l’altra, nonostante il personaggio di Boris risulti in fondo più amabile rispetto alla freddissima Marie.

Essenzialità di personaggi, di spazi, di situazioni; essenzialità emotiva: in Dopo l’amore non c’è spazio per picchi di romanticismo o drammaticità esasperata, ma c’è piuttosto un realismo che vuole raccontare la fine di un amore in termini molto diretti e attuali.
Giulia Bona, da “paperstreet.it”

 

“Dopo l’amore” porta sul grande schermo la semplicità e la quotidianità di una coppia in crisi: Marie e Boris (interpretati da Bérénice Béjo e Cédric Kahn), dopo 15 anni di matrimonio, decidono di divorziare. Le difficoltà economiche di lui gli impediscono di cercare e trovarsi un’altra sistemazione, tant’è che si vedono costretti a rimanere sotto lo stesso tetto.

Lei, di famiglia agiata, possiede un lavoro e porta i soldi a casa. Esasperata, è molto rigida nei confronti dell’ex-marito, che non ama più, anzi detesta, sebbene non gli tolga la possibilità di essere padre.

L’economia e il denaro sono la sua ossessione, come la presenza “fastidiosa” di Boris. Ossessione infantile: l’unica cosa che desideri è che lui se ne vada via di casa e con lui le sue menzogne e false promesse.

Lui, di ceto sociale più basso, vive nel complesso del fallimento come marito e padre di famiglia e desidera un nuovo tentativo.

Le pratiche della separazione sono ancora da avviare e da parte di entrambi vige una fanciullesca presa di posizione sui propri diritti, la propria “parte”, nel compromesso momentaneo dello stesso appartamento. Essenzialmente, a subire questa tesa situazione sono le loro due figlie gemelle, Jade e Margaux.

Tra discussioni, silenzi di solitudine, “capricci”, gelidi discorsi economici (maschera del rispettivo desiderio di riconoscimento per aver, quantomeno, tentato di contribuire alla vita coniugale in qualche modo) e situazioni tragi-comiche di imbarazzo, frustrazione e fastidio, tintinna lievemente la mediazione estemporanea e “passatista” della madre di Marie, Christine (Marthe Keller), che tenta di convincere la figlia per una riconciliazione o quantomeno per una soluzione adatta al bene delle sue nipoti.

Dopo l’amore: l’anti-epica realistica e razionale del presente
Di per sé il dramma è realtà, è un’anti-epica realistica del presente, in questo caso del presente di una coppia in rovina, una relazione che ha oltrepassato il suo proprio orizzonte degli eventi e che resta ricordo nel luogo-personaggio ‘casa’ (negli oggetti, nelle stanze, nella memoria, spesso riattivata, della fatica e dei sacrifici per costruire il fantomatico nido d’amore), nei rimpianti, nei continui rimproveri di colpa e, inesorabilmente, nelle due bambine, spettatrici-protagoniste del declino.

In effetti, né Marie né Boris, nonostante i propri diritti e lo spazio-tempo cinematografico ad essi dedicato, non sono i reali protagonisti della pellicola.

Sono, al contrario, le due gemelle a costituire quel margine-centro attorno a cui ruota tutta la triste irreparabile vicenda coniugale: nei momenti di discussione tra gli ex-coniugi, sui quali si focalizza l’inquadratura, si avverte la presenza della loro innocenza e dei loro sguardi. I bambini, si sa, vedono tutto, sono lì, ascoltano. E assorbono tutto.

Dopo l’amore: un ritratto scientifico della rovina di una coppia

Lafosse propone un ritratto ‘scientifico’, asciutto e quasi polare di una frequentissima dinamica dei nostri giorni. La speranza sembra esser rimasta, rannicchiata, dentro il vaso di Pandora. In un’unica occasione si concede una scappatella: una cena, una delle bambine mette su un po’ di musica e i quattro si ritrovano a ballare, insieme, ridendo e scherzando.

Le lacrime silenziose di Marie ammoniscono: l’amore vero è stato vissuto, come i sogni, i progetti; ma quella danza è solo un requiem funebre.

Lieto fine? Tragedia? Gli unici tre cambiamenti di scenografia verso la fine del film (un ospedale, un café e lo studio di un avvocato) rappresentano rispettivamente i momenti di massima crisi, presa di coscienza e opportunità di un’altra coppia, in modo diverso, per le due gemelle.

Una tragedia che si esaurisce, in punta di piedi, nella quiete dopo la tempesta, davanti ad un caffè. Nell’accettazione del fallimento. Nella possibilità di costruire, comunque, una vita adatta, per sé, per le bambine.

Dopo l’amore: la tecnica dietro il dramma
Veniamo alla tecnica.

La scenografia è composta principalmente dalla casa dove si dispiega la trama, la ripresa si alterna tra la fluidità dei movimenti dei personaggi entro quelle quattro mura e la focalizzazione statica. Un realismo teatrale ed efficace che si appoggia anche sulla verosimile interpretazione degli attori, sul concerto di rumori e presenze (come già accennato, le due bambine) fuori campo. Spesso le scene sono portate al climax, oltre che dalle discussioni dei coniugi, dalle porte che sbattono, come ci si può immaginare che accada in una famiglia in crisi. I dialoghi non danno adito a espressioni ad effetto, echi pseudo-romantici o confessioni a cuore aperto: al contrario sono freddi, frettolosi, quasi meccanici, quando non sono accaldati, irosi ed euforici. Con le bambine, al padre il gioco, alla madre la premura materna.

Dopo l’amore: il destino di un dettagliatissimo ritratto

Pellicola intrigante, ma di nicchia, c’è da chiedersi quale possa essere la risposta del pubblico a questa rappresentazione razionale di una realtà che, purtroppo, al giorno d’oggi vive e sopravvive in molte “famiglie”. Certo con “Dopo l’amore” Lafosse ha dato l’ennesima prova di sé, con il suo solito stile maniacale, dialogante, attento al più minimo dettaglio, producendo un’opera originale, d’impatto, sebbene “oppressiva”.

Il confronto con il capolavoro di Robert Benton (regista del già citato “Kramer contro Kramer”) potrebbe essere fuori luogo, se non inutile e riduttivo?

Una risposta possibile: a ciascuno, la propria realtà e la sua interpretazione.

da “ecodelcinema.com”

 

 

Berenice Bejo viene da una famiglia benestante ma, nonostante abbia ereditato una bella casa, ha lavorato tutta la vita per mantenersi da sè. Suo marito Cedric Khan, viene da una famiglia molto più popolare e non ha molta voglia di lavorare, è pieno di debiti e, visto che è stato lui a fare i lavori che hanno rimesso in piedi quella casa ereditata, ne rivendica metà della proprietà. Sono così banalmente contrapposti i due, con pochissima voglia. L’unico elemento che sembra unirli davvero sono le due figlie che hanno avuto, a quanto pare è per loro che rimandano il divorzio e continuano a orbitare sotto il medesimo tetto, tra tentativi improbabili di stabilire delle regole di (non) convivenza e momenti di inaspettata riconciliazione.

Cosa accade davvero ad un coppia quando sta arrivando la rottura? A Dopo L’Amore non interessa cosa porti alla rottura, né interessa cosa accadrà dopo, come elaboreranno la solitudine i due, se si rassegneranno o se l’evento avrà un impatto negativo sulle bambine. Tutto quello che attira l’attenzione degli altri film sulla materia non interessa a Joachim Lafosse che invece sembra ossessivamente incastrarsi sul momento in cui qualcosa si rompe e per questo lo dilata il più possibile, lo reitera e ci passa sopra più volte. La coppia di Dopo L’Amore è riluttante a divorziare, si dà nuove possibilità e in certi istanti scaturisce scintille di sentimento vero, capaci di attaccare lo spettatore con le armi più spietate del cinema, come ad esempio una commozione improvvisa dopo un ballo tutti insieme o un tentativo di suicidio così estraneo al resto dell’intreccio da suonare falsissimo.

A fronte di una ricerca di naturalismo non indifferente, Dopo L’Amore davvero non può essere definito “delicato” e “ricercato” come vorrebbe. Troppo grossolano nel coinvolgere in un piccolo pianto così poco costruito e curato, troppo prolisso nel prolungare il proprio piacere nel dividere i due. Però è anche vero che questo film che è un unico grande litigio, in cui ci si rinfaccia molto, non si rispetta la propria parola e ad essere esposta e messa in scena, sostanzialmente, è l’incompatibilità di due persone, c’è un po’ il segreto dell’avvicendarsi dell’odio all’amore e della vicinanza dei due sentimenti. Quell’inferno tutto particolare che è l’attrazione repulsione per un altro essere umano.

Forse non basta per renderlo sopportabile tutto, fino in fondo. Tuttavia non era scontato trovare una simile pornografica esposizione del collasso di due sentimenti opposti (ma nemmeno troppo) in un film così privo di uno stile deciso e così poco capace di coinvolgere nel proprio ostentato naturalismo. Invece ci sono delle scelte di pura organizzazione degli spazi e dei tempi di messa in scena che parlano di una vita di disaccordi. Dove è confinato l’uomo, cosa fa la donna appena entrata in casa. Dove si nasconde il letto, oppure quando è che i due dormono insieme. Su tutto la diversa maniera in cui padre e madre si rivolgono e interagiscono con le figlie disegna una minuscola Guerra dei Roses, meno teatrale e più realistica. C’è poco più di urla e insulti tra i due, ma tutto quello che fanno quando fanno altro dal rivolgersi la parola è un vero campo di battaglia.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Separati in casa. Missione (im)possibile?
È quanto si domanda il regista Joachim Lafosse nel suo ultimo film, Dopo l’amore. Titolo per la versione italiana tra il romantico e il melodrammatico, che rende poca giustizia al ben più eloquente titolo originale L’économie du couple(L’economia della coppia). Perché di questo, con l’asciuttezza tipica dei conti finanziari, tratta il film. Cosa accade quando un amore finisce? Chi ha amato e speso e pagato di più e chi di meno? Come dividere ciò che per anni si è pensato come indivisibile, come spartire quei beni creduti “in comune”? Ma soprattutto come spartire l’affetto della prole, chi la spunta quando è impraticabile fare i conti senza l’oste, ossia due figlie piccole che non saprebbero (giustamente) scegliere se stare con mamma o papà?

Dopo l’amore è un film asciutto ma non secco, kammerspiel strutturato su una sceneggiatura che, pur trattando il quotidiano e tornando più volte sugli stessi argomenti, riesce a non essere ripetitiva né saccente. Dopo l’amore è quasi un film terapeutico, specchio di uno status quo che (purtroppo) accomuna sempre più persone. “ Una volta si riparava tutto, si riparavano calzini, frigoriferi, adesso si butta, al primo problema si butta, e così è nella coppia” afferma la mamma di Marie (Berenice Bejo). Ma non crediate che questa sentenza “dall’alto” sia la prospettiva con cui Lafosse guarda ai suoi personaggi. Il regista belga non giudica né indottrina, anzi quasi si rende invisibile, sparendo dietro lunghi piani sequenza che lasciano emergere la realtà dei fatti, il dramma di ogni giorno senza eccessi mucciniani o da vetusto melò. Lafosse c’è ma non si vede, dirige con polso fermo ma non fiata. E anche questo è essere regista.

Come molto cinema europeo, anche Dopo l’amore, dopo una sottile ma fitta escalation di emozioni, tocca l’apice nella più “classica” sequenza a sfondo musicale: le bambine vogliono ballare e allora mettono la loro canzone preferita allo stereo di casa, invitano il papà a ballare mentre la mamma le osserva e pensa e si emoziona, per poi crollare in lacrime abbracciata a lui, preludio all’ultimo bacio (e notte d’amore) tra i due.

Insomma, Dopo l’amore è un davvero un bel film, che educa e commuove. Peccato non riesca a strappare la bandierina del “film indimenticabile” proprio sul più bello, ovvero su un finale nel quale, non si sa bene come e perché, Lafosse mette da parte il coraggio dimostrato fino a quel punto, portando la mdp fuori da quella benedetta casa, un tempo nido d’amore e ora prigione soffocante.

da “onestoespietato.com”

 

 

 

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