Dickens: L’uomo che inventò il Natale

 

Dickens – L’uomo che inventò il Natale è tratto dal libro di Les Standiford The man who invented Christmas, che fa chiarezza su tutta la storia che c’è dietro la favola natalizia più famosa. Il libro offre una nuova prospettiva su Canto di Natale, che in realtà ai tempi fu progettato come una macchina per fare soldi e supportare il dispendioso stile di vita di Dickens e famiglia. Ma la genesi della scrittura – così come avviene nel film – porta l’autore a confrontarsi continuamente con fantasia e realtà, a mettere insieme i suoi ricordi, a discutere con i personaggi, che diventano figure quasi esistenti, plasmati poi nei fantasmi del Natale del presente, passato e futuro. La compenetrazione tra elementi reali e fittizi è resa perfettamente, senza ricorrere troppo a effetti speciali computerizzati: è proprio l’immaginazione di Dickens la chiave di lettura dell’intera storia.

La sceneggiatura di Dickens – L’uomo che inventò il Natale è ben costruita. Susan Coyne intreccia piani narrativi diversi: non è una biografia reverenziale, ma usa il protagonista e il resto dei personaggi per raccontare storie che hanno avuto un impatto importante sulla società, e anche per affrontare questioni più intimistiche come il rapporto difficile tra Charles e suo padre. Scrooge, in particolare, è nemesi di Dickens, la parte di se stesso che lo scrittore amava meno e Christopher Plummer lo carica eccezionalmente di stile e humour ruvido.

Charles Dickens si spoglia così della sua reputazione di scrittore vittoriano imbalsamato per trasformarsi in una sorta di rock star della narrativa – imperfetto, impetuoso, moderno – grazie all’interpretazione energica e carismatica di un Dan Stevens adattissimo, ma un po’ troppo sopra le righe. Il regista Bharat Nalluri mantiene un tocco leggero e raggiunge un ottimo equilibrio, riuscendo così ad armonizzare humour ed energia.

Annalisa Liberatori, da “cinefile.biz”

 

 

Alla base di Dickens – L’uomo che inventò il Natale non c’è solamente una divertita rielaborazione della figura di uno dei più rappresentativi e celebrati scrittori del Regno Unito, bensì – come suggerito dal titolo – una constatazione del fatto che senza Charles Dickens, in Inghilterra il Natale non sarebbe quello che è oggi: una data importante non solo per tutti i bambini, ma anche e soprattutto l’occasione per elevarsi spiritualmente ed esercitare quella benevolenza che, se ben allenata, può rinfrancare l’animo di molte persone abbattute dagli eventi della vita. Al centro della storia vi è la faticosa stesura del Canto di Natale, arrivato alla mente di Dickens un po’ per caso, ascoltando quelle favole che la giovane domestica irlandese era solita raccontare ai suoi figli e costruendo un’atmosfera da inferno dantesco capace di sprigionare la più potente delle commozioni.

C’è anche molta della biografia personale di Dickens nel film di Bharat Nalluri, il quale si appropria della lezione di Una vita è meravigliosa (che è una rielaborazione contemporanea dello stesso racconto dickensiano per la regia di Frank Capra) per ragionare sulla figura dello scrittore, dotato anch’esso di affetti concreti, ma dilaniato da un passato con cui è difficile fare i conti. Se Dickens è saputo arrivare al cuore della povera e miserabile gente è perché nel suo passato si nascondono orrori: a soli dodici anni verrà abbandonato dal padre – debitore incallito – e andrà a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe, venendo sfruttato insieme a tanti altri ragazzini. È da questo trauma che prenderanno vita romanzi come Le avventure di Oliver Twist e Nicholas Nickleby, nonché il già menzionato Canto di Natale.

Nel lungometraggio assistiamo quindi alla genesi del racconto, con le difficoltà produttive a cui Dickens andò in contro: abbandonato dal suo storico editore, che dopo i pesanti insuccessi dei suoi ultimi lavori non vedeva di buon occhio una storia di fantasmi incentrata su una festa all’epoca così bistrattata come il Natale, fu costretto a ricorrere a un prestito delle banche e ad autofinanziarsi le prime stampe. Così, seguiamo Dickens nelle sei settimane di stesura del Canto di Natale, tra ricerca dell’ispirazione e blocchi dello scrittore, dovuti per lo più alla sua numerosa famiglia e al rancore verso quel padre che l’aveva abbandonato da piccolo e che non si crea problemi a sperperare il denaro del figlio.

La parte più interessante riguarda certamente la genesi del protagonista del racconto: Ebenezer Scrooge. L’ispirazione per il vecchio e avaro londinese arriva forse da un evento realmente accaduto, forse dalle paure dello stesso scrittore di ritrovarsi solo e senza l’amore di nessuno, ma è indubbiamente ritratto nel migliore dei modi possibili da Christopher Plummer in una delle sue interpretazioni più naturali e divertite. Nel corso dell’elaborazione saranno molte le intuizioni dello scrittore – che qui ha il volto gigione e rassicurante di Dan Stevens, davvero in parte – ma Nalluri sembra voler spezzare una lancia anche a favore dei produttori e dei consumatori di un’opera: il finale del racconto, con il ritorno in vita del piccolo Tim, è chiesto a gran voce sia dalla domestica irlandese sia dall’amico John Forster, in seguito divenuto il biografo dello scrittore.

Dickens – L’uomo che inventò il Natale è il film magico che stavate aspettando per le festività, quello da vedere nei pomeriggi innevati al calduccio e circondati dall’affetto dei propri cari. Non sarà memorabile, ma è uno di quei classici esempi che, se non ci fossero, ne sentiremmo tutti la mancanza, perché anche il cinismo può prendersi una meritata vacanza, e quale periodo migliore del Natale per farlo?

Chi avrebbe mai immaginato un Charles Dickens, narratore tra i più popolari, amati e infinitamente celebrati di tutti i tempi, alle prese con il famigerato “blocco dello scrittore”, seduto alla sua scrivania come uno scolaretto irrequieto, di fronte a quella pagina bianca che ha sempre qualcosa di terribilmente allarmante per chiunque si cimenti con l’impresa ardua dello scrivere. Se poi si tratti – ed è questo decisamente il caso – di scrivere qualcosa che in molti nella società attendono solo di stroncare, e la critica di farne oggetto prelibato per gli insulti di giornata, la situazione non aiuta; così come una famiglia spendacciona e fin troppo numerosa, un padre molto poco affidabile e delle continue pressioni economiche che fanno capolino da ogni dove, riportandoci alla mente che il mito del grande artista ispirato è spesso solo una fandonia, e che anche una “rock star della narrativa” come Dickens doveva pur pagarsi da vivere e fronteggiare le più insulse incombenze quotidiane, a prezzo di enormi tensioni emotive e ansie da prestazione.
Non è un caso che, per l’appunto, già all’inizio del film diretto da Bharat Nalluri (Il corvo 3 – SalvationMiss Pettigrew) – e durante l’esuberante sequenza veloce che ce lo mostra acclamato dal pubblico americano in delirio –, il giovane Charles (un credibile, e davvero rassomigliante, Dan Stevens) si presenti come un uomo dal temperamento carismatico, ma anche un po’ imperfetto, confuso su molti aspetti di sé e del proprio lavoro, appunto sostenuto spesso dall’amico storico John Forster (Justin Edwards), ma sempre estremamente fragile quando si tratti di tirare fuori dal “Natale passato” il fantasma di un padre dissipatore (qui interpretato da Jonathan Pryce) o dello sfruttamento minorile, con cui dovette fare i conti insieme a molti altri piccoli “Oliver Twist” d’epoca vittoriana, e di cui tasselli incerti si inseriscono a intermittenza nel suo presente (e in quello del film). Questo è, allora, un Dickens assolutamente moderno, dinamico e nello stesso tempo collassato nei timori del proprio tempo – afferma di sentirsi già vecchio, rimpiange di non avere intrapreso una carriera più redditizia, proprio come direbbe un trentenne di oggi oppresso dall’ombra della disoccupazione.

TMWIC_2029_previewMa ciò che più affascina di questo biopic (senza troppa consistenza né di particolare impatto) sul Dickens impegnato nella forsennata stesura del celebre Canto di Natale (1843), resta la maglia intricata di tempi, incontri (reali e non), visioni e personaggi (del film e/o del romanzo che l’autore partorirà), che affina verosimilmente il confine tra il mondo vero e quello nel quale Dickens abita durante la fase creativa, dimenticandosi di tutto il resto. Cosicché, sarà proprio l’eccellente Christopher Plummer (alias Ebenezer Scrooge, l’avaro storico che con Zemeckis ha trovato rinnovata fortuna sullo schermo) a traghettarlo non solo – e non tanto – verso la stesura del testo definitivo e degli altri protagonisti, bensì verso la sua stessa interiorità repressa, scavando in particolar modo nel suo risentimento verso il padre e in un passato di terribili atrocità, per venirne definitivamente a patti e guardare senza remore al futuro.
Si genera, dunque, un curioso cortocircuito tra la realtà e la fantasia – restano comunque i fatti e le persone reali a determinare l’andamento della sua ispirazione –, tra l’uomo e l’autore-in-cerca-del-finale, ma soprattutto tra un’epoca che del Natale non aveva troppa considerazione – ricreata qui con precisione scrupolosa per scenografie, illuminazione e costumi – e una odierna che, al contrario, lo aspetta sempre palpitando, nel segno di una tradizione di alti valori umani che proprio Dickens, con questa sua magica ballata natalizia, ha contribuito a riaffermare in ogni parte del mondo, ispirando tanto cinema a seguire.

Martina Puliatti, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Siamo nel 1483 e Charles Dickens (Dan Stevens) è a un punto morto della sua brillante carriera. Le sue ultime opere sono state massacrate dalla critica ed è sommerso dai debiti. In piena crisi creativa, nelle settimane che precedono il Natale decide di scrivere un racconto sullo spirito delle feste. Lo aiuterà senza volerlo la nuova tata Tara (Anna Murphy) con le sue storie spaventose tradizionali che racconta ai bimbi dell’autore e il suo amico di sempre John Forster (Justin Edwards).

Non è un film per bambini “Dickens – L’uomo che inventò il Natale” ma è perfetto per riunire le famiglie. I personaggi del racconto di Natale di Dickens prendono letteralmente vita nella narrazione, venendo dalle profondità più recondite della sua anima. Il regista parte dalla crisi umana dell’autore per farne uscire i fantasmi di un passato doloroso.

Lo scrittore si muove in una Londra vittoriana ricostruita perfettamente dalle scenografie che fanno trapelare anche i lati più oscuri del tempo. La luce dei salotti letterari si alterna con le stradine buie e opprimenti dove vivono i più poveri. C’è una doppia lettura in quest’opera, quella fantastica gotica chiusa nella stanza dell’autore e quella realistica di una società crudele con i più poveri. Le due prospettive si riuniscono felicemente nel vissuto di Charles ossessionato dai debiti e dalle continue richieste di denaro del padre interpretato da un eccellente Jonathan Pryce.

Dickens – L’uomo che inventò il Natale: una dimensione onirica è il segno distintivo di questa favola nera

Dickens - L’uomo che inventò il Natale film

“Dickens – L’uomo che inventò il Natale” è un continuo passaggio dal presente al passato di Charles, con un dialogo continuo con il vecchio e odioso Ebenezer Scrooge (Christopher Plummer), protagonista del suo racconto e presente in carne e ossa nel corso di tutta la narrazione. Questo mischiare le percezioni spazio temporali è un elemento di forza iniziale dell’opera che prende troppo il sopravvento, creando spaesamento nello spettatore. La narrazione assume spesso dei toni gotici, quasi horror. Tuttavia, Nalluri riesce nel difficile intento di rendere fruibile anche ai più piccoli una storia venata di malinconia come quella del Racconto di Natale. Infatti, il finale è catartico e si apre alla luce e all’ottimismo.

Ottimo il cast tutto, perfetto per un’opera corale come questa. Meritano una citazione a parte Dan Stevens, Jonathan Pryce e Ebenezer Plummer rispettivamente nei panni di Charles Dickens, del padre John e del cattivissimo ma non troppo Scrooge.

da “ecodelcinema.com”

 

 

 

Non è mai semplice mostrare il processo creativo di uno scrittore all’opera, specie se parliamo di Charles Dickens alle prese con uno dei libri più venduti di sempre, Canto di Natale. Reduce da una trasferta americana legata al trionfo di Oliver Twist, fra 1842 e 1843, seguita però da tre insuccessi consecutivi, lo scrittore si trova indebitato e alla ricerca di un nuovo soggetto da trasformare in libro, frustrato dalla necessità di lavorare con tempi strettissimi per mantenere il suo stile di vita e il padre debitore incallito.

È a questo punto che il britannico di origini indiane Bharat Nalluri (Miss Pettigrew) prende il testimone di una sceneggiatura tratta dal saggio L’uomo che inventò il Natale. In effetti il ruolo di questo racconto lungo è stato cruciale nel codificare una festa che, in piena rivoluzione industriale, era visto dalla classe imprenditoriale più come una scocciatura per la pretesa degli operai di restare a casa almeno per un giorno, lontani dalle malsane e proverbiali condizioni estreme delle fabbriche britanniche.

Lo Shakespeare del romanzo, come veniva chiamato, si rinchiuse per sei settimane nel suo studio, in preda a una febbre creativa non sempre pronta a soccorrerlo, con il terrore del blocco dello scrittore, e la paura che accompagna sempre chi fa quel mestiere, quella di non riuscire a produrre più una riga. Più che un processo di scrittura, Dickens ci regala un vero viaggio nella sua mente, popolato dai suoi personaggi che indossano alternativamente i panni di fantasmi ostili o propositivi. Su tutti la vera star del libro: il perfido Scrooge (il solito impeccabile Christopher Plummer) imprenditore non diverso da molti altri, dal cuore arido e senza un filo di empatia verso il mondo, men che meno verso i suoi dipendenti.

Una messa in scena vera e propria che coinvolge con un ritmo frenetico e una buona tenuta cinematografica Charles Dickens, reso con la dovuta ipercinesi da Dan Stevens (Downton Abbey). Il suo percorso in cerca del Canto di Natale lo porterà continuamente a confrontarsi con il nodo cruciale del suo passato, sotto forma di incubo notturno ricorrente. Nella sua infanzia fu costretto a lavorare, sfruttato, in una fabbrica, a causa dell’arresto per debiti del padre. A 11 anni la sua vita cambiò radicalmente, da qui la particolare sensibilità che lo rese vero cantore dell’infanzia disgraziata dell’età vittoriana, oltre che delle drammatiche diseguaglianze sociali.

Su questa struttura piramidale si basava la vita quotidiana londinese che Dickens denunciò in molte occasioni, elaborando il lutto per l’abbandono da parte del padre attraverso Scrooge, portato dal suggerimento di una sua cameriere a immaginare una sua possibile conversione tardiva all’altruismo, legando le festività natalizie al perdono, come nelle festività di inizio anno del calendario ebraico. Nalluri ci mostra un uomo ferito, spietato nei confronti del candore irresponsabile ma sincero del padre (“agisce come se niente avesse importanza, non pensa mai al futuro”), alle prese con un percorso di sutura di queste ferite, così come quelle dei suoi personaggi, non sempre molto obbedienti.

Un mondo pieno di fantasia, fantasmi del passato e del presente, oltre a paure del futuro, in un periodo, il Natale, in cui “si assottiglia il velo fra questo mondo e l’altro e allora gli spiriti lo oltrepassano e camminano fra di noi”.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

Sei mesi dopo una trionfale tournée americana, Charles Dickens rientra a Londra dove lo attendono debiti e crisi creativa. Padre di una famiglia numerosa e figlio di un padre dissipatore, Charles è a caccia di denaro e di ispirazione. Illuminato all’improvviso dalle favole di una giovane domestica irlandese, decide di scrivere un racconto di Natale per l’ormai prossimo Natale. Ma i suoi editori, delusi dalle vendite dei libri precedenti, rifiutano di investire su quel bizzarro abbozzo di spiriti e vecchi avari. Ostinato e appassionato, Charles trova un illustratore e un’alternativa. In compagnia dei suoi personaggi, lavorerà duramente per sei settimane venendo a capo della sua storia e chiudendo per sempre i conti col passato. Le feste natalizie si avvicinano e le produzioni sfoderano l’artiglieria pesante.

Un bastimento di racconti incantati che provoca spesso un’indigestione di buoni sentimenti. Come fare allora a riconoscere un buon film di Natale?

Gli ingredienti obbligatori per l’attribuzione sono naturalmente la vigilia, la neve, un abete, una famiglia riunita intorno e un Babbo Natale che può essere declinato in angelo, elfo, diavoletto o fantasma. Ma l’elemento indispensabile, difficile da afferrare, è soprattutto uno stato dello spirito, un mélange di benevolenza, sentimento e riconciliazione a cui non difetta mai un tocco di redenzione. All’origine del più classico dei cocktail c’è il racconto di Charles Dickens (“Canto di Natale”), pubblicato in Inghilterra nel dicembre del 1843. Dickens non era certo il primo scrittore a celebrare lo spirito del Natale ma fu quello che incontrò il successo più grande, sancendo lo slittamento della festa religiosa verso la convivialità familiare, la cena della veglia e lo scambio dei regali.

“Canto di Natale”, che ha avuto numerosi adattamenti al cinema, l’ultimo è di Robert Zemeckis, racconta la storia di un vecchio uomo avaro e solitario che riceve la visita dei tre spiriti del Natale. Lo spirito del passato, del presente e del futuro. A turno, gli dimostrano quello che ha perduto e quello che perderà perseverando nella ricerca della ricchezza e dell’arricchimento personale. Numerosi i film che rivendicano l’eredità dickensiana, da Capra (La vita è meravigliosa) a Lubitsch (Il cielo può attendere), passando per Mayfield(Miracolo nella 34ª strada), tutto il mondo ha la sua chance e un angelo custode per riuscire e rimandare l’infelicità.

Voto: 3 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

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