Collateral Beauty

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La bellezza “collaterale” è il timido splendore delle cose, il fascino inatteso di un gesto gentile, la luce che irradia da un incontro o da un luogo e che diventa accecante non appena nasce, si sviluppa ed esplode in chi si riapre alla vita un fortissimo senso di appartenenza.

Ecco spiegato il titolo del nuovo film di David Frankel, già regista di alcuni episodi di Sex & The City e soprattutto (fra gli altri) de Il diavolo veste Prada, con cui questo Xmas movie (e poi spiegheremo perché lo è, al di là della data di uscita, che da noi però è leggeremente slittata) condivide l’ambientazione newyorchese, anche se la città dell’Empire State Building è meno scintillante e romantica, meno frenetica e soprattutto dotata di una personalità meno ingombrante. Il che è anche giusto, perché in Collateral Beauty molto si gioca nella mente e nel cuore (o comunque nel ristretto entourage) di un uomo che si è ammalato di una depressione “eccentrica”, un pubblicitario non più di grido che ha perso la sua adorata figlia di sei anni e trascorre le giornate in stato quasi catatonico.

Il lutto, eccolo qui! E per di più legato alla scomparsa di una bambina… che argomento difficile da affrontare, e che situazione “ostile” da raccontare, a meno che non si voglia annegare nel melmoso stagno del trito melò o non si desideri essere ricattatori come un qualsiasi cancer-movie o come il campione di pessimismo cosmico 21 grammi. Collateral Beauty, invece, per merito dell’originale sceneggiatura di Allan Loeb, il melò in parte lo evita, inventandosi i personaggi di tre attori di teatro a cui i migliori amici e colleghi del protagonista chiedono di fingersi “il tempo”, “l’amore” e “la morte”, tre concetti astratti ai quali lo sventurato ha scritto lettere di protesta. Muovendosi così fra realtà e finzione, fra maschere più o meno pirandelliane e individui concreti che provano testi sconosciuti in polverosi teatrini Off-Broadway, il film riesce anche a trasformare il dolore in commedia, affidando fra l’altro a una regina come Helen Mirren una meravigliosa (e ironica) tirata e intrecciando sempre due modi di recitare diversi: uno più naturale, l’altro più caricato.

Ma non basta. Nonostante l’interprete principale del film sia un Will Smith dolente e intenso proprio come lo abbiamo visto nei mucciniani La ricerca della felicità e Sette anime, FrankelLoeb non si fanno problemi a metterlo in secondo piano, alternando alle sue “biciclettate” e alle sue inutili visite a gruppi di supporto una serie di scene a due nelle quali i compagni di lavoro di Howard e le tre “personificazioni” dialogano su argomenti importanti. E’ qui che Collateral Beauty è diverso da tante storie che abbiamo visto sul grande schermo, in particolare durante le festività. Certo, amore, morte e tempo hanno un po’ l’aria dei dickensiani Spiriti dei Natali passati (perché arrivano in momenti topici), ma invece di insegnare la bontà allo Scrooge di turno o di spaventarlo, dicono cose vere e schiette: a una donna sola troppo vecchia per avere figli, per esempio, o a un uomo che soffre di un brutto male.

E tuttavia, forse a causa di una durata di soli 97 minuti, questo incastro di storie, filosofie di vita e consigli su come stare al mondo nella maniera migliore fa promesse che non mantiene, aprendo troppe piste, non risolvendo qualche mistero, sviluppando 4 personaggi su 8, mettendo in secondo piano un “monstrum” come Kate Winslet e lasciando una generale impressione di vaghezza e di evanescenza. E sebbene alla fine arrivi una sorpresa, non tutto e tutti trovano la giusta collocazione.

E allora, di questo film che ci ha comunque emozionato, facendoci ripensare ai nostri cari che non ci sono più o ai bivi che abbiamo ormai irrimediabilmente superato, ci teniamo con piacere un Edward Norton in pieno possesso di un talento da commedia, la scoperta Jacob Lattimore e il messaggio – anch’esso natalizio e molto poco legato all’individualismo e alla smodata ambizione del Nord America – che non è sempre necessario farcela da soli. Esistono gli altri, e nei periodi terribili possono davvero aiutarci.

Voto: 3 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Howard (Will Smith) è un manager pubblicitario che vive a New York. Dopo aver perso la sua piccola figlia cade in un oblio esistenziale perdendo interesse per la vita. Howard scrive delle lettere indirizzate alla Morte, al Tempo e all’Amore in cui dà sfogo alle emozioni, alla rabbia e alla delusione. Così tre dei suoi colleghi e amici, interpretati da Kate Winslet, Edward Norton e Michael Pena, decidono di aiutarlo ingaggiando tre attori teatrali per interpretare i ruoli delle entità a cui Howard si è rivolto: Brigitte (Helen Mirren), un’elegante donna anziana dai capelli argentati, sarà la Morte; Amy (Keira Knightley), una ragazza semplice e bella, sarà l’Amore, Raffi (Jacob Latimore), un teppistello di strada, sarà il Tempo.

Dopo aver stipulato contratto e accordo di riservatezza i tre attori iniziano la loro missione al fine di smuovere Howard dal torpore in cui è sprofondato perché il Tempo è un dono, l’Amore è in ogni cosa e la Morte è un grande trauma dal quale però può derivare la bellezza collaterale.

David Frankel con Collateral Beauty tenta di dar voce a dei temi molto importanti e ostici, su tutti quello della morte. Il film però risulta tenuto in piedi soprattutto dalla recitazione di un cast d’eccezione, dove vanno annoverate soprattutto le interpretazioni di Kate Winslet ed Helen Mirren. Collateral Beauty ha la sua forza nel cast dunque e nell’idea di partenza senz’altro curiosa, il film però risulta troppo carico di problemi “collaterali” dimostrando soluzioni un po’ semplicistiche. L’ambientazione natalizia contribuisce a sostenere l’atmosfera patetica che percorre il film dall’inizio alla fine e a fare di Collateral Beauty un blockbuster natalizio, non di certo sulla scia delle commedie e dei cinepanettoni ma su quella opposta dei film strappalacrime.

Voto: 3 / 5

Martina Cancellieri, da “filmforlife.org”

Gli serviva un regista con la facoltà di intuire quanto grezza ancora fosse la sceneggiatura a “Collateral Beauty“, o, magari, uno sceneggiatore esperto abbastanza da rendersi conto quanto ogni intenzione promettente, racchiusa nel soggetto iniziale, nella stesura finale del copione andasse a morire chissà dove: sposando la tematica centrale della trama, ma non nel senso migliore e costruttivo del termine.

Perché nell’assurdo incontro tra Will Smith e i destinatari astratti delle sue rabbiose lettere, ovvero Morte, Tempo e Amore – secondo lui responsabili di avergli portato via la figlia di soli sei anni – potevano esserci davvero gli estremi per qualcosa di interessante. Una sorta di “Canto Di Natale” rivisitato, probabilmente, che al posto degli spiriti inserisce lo sfondo di una farsa architettata dai colleghi (e amici) della vittima, i quali con l’aiuto di una detective scaltra e un trio di attori squinternati, vorrebbero dimostrare la sua incapacità di intendere e di volere e salvare il destino dell’azienda pubblicitaria di cui lui è maggiore azionario, entrata in declino parallelamente alla sua tragedia. Non a caso l’ambientazione del film mantiene uno stampo di tipo natalizio, sebbene non riesca – allo stesso modo di come riusciva a Charles Dickens – a farne punto di forza e a posizionarlo in primo piano, dove, invece, trova spazio una drammaticità che avrebbe dovuto essere arginata, composta da battute e da dialoghi di discutibile fattura e da una retorica grossolana e piatta che ripetutamente li va ad annacquare. Resta bloccato quindi in una asincronia emozionale che lo fa girare a vuoto “Collateral Beauty“, senza riuscire mai ad intercettare quel mood emozionale di vitale importanza per una storia che proprio la pancia e le lacrime aveva l’obiettivo di stimolare. Una storia a cui non mancavano nemmeno l’ironia e le gambe per farsi profonda, ma allo tesso tempo leggera, munita di abbastanza carne al fuoco su cui operare e di un telaio comodo, ma funzionale, con cui collegare (e guarire) indissolubilmente ogni personaggio secondario ai dolori del suo protagonista.
Collateral Beauty Will SmithSpreca così l’opportunità di utilizzare un cast di grande livello e di sfruttarlo al massimo delle risorse, la pellicola: che premia l’interpretazione di uno Smith più avvantaggiato degli altri nel riuscire a guadagnarsi la sufficienza piena e di una Helen Mirren che strappa un paio di sorrisi, conservando la simpatia che gli appartiene e che già, personalmente, manifestavamo nei suoi confronti. Sprecate, purtroppo, sono le partecipazioni di Kate Winslet e KeiraKnightley, a cui vien riservato uno spazio leggermente più largo di un cameo, nel quale però non riescono a mettersi in luce, mentre un pochino meglio vanno le cose per EdwardNortonNaomie Harris, Michael Peña e Jacob Latimore, nonostante l’epilogo delle loro storie resti comunque un po’ offuscato tra le pieghe di un’approssimazione trasversale che è praticamente punto debole sovrano del lavoro del regista David Frankel.
Un lavoro tanto ingarbugliato e appannato da mandare in fumo persino il buon colpo di scena conclusivo: nel quale, tuttavia, vien rinforzata quella sensazione di sorte migliore che “CollateralBeauty” – secondo chi scrive – poteva meritare, se solo la pazienza e il non adagio su attori di primo livello avesse preso il comando e sistemato le sue sbavature.
E questa, forse, è l’unica bellezza collaterale che da spettatori ci è stato concesso di cogliere; questa e, magari, quella totalmente cinefila di immaginarci Richard Curtis alla regia e alla sceneggiatura del film, con esiti terminali indiscutibilmente migliori e sorprendenti di quelli concreti.
Un bottino, obiettivamente, piuttosto insufficiente per farci sentirci appagati.
Giordano Caputo, da “ingloriouscinephiles.com”
Amore. Tempo. Morte. Questi sono secondo Howard Inlet, brillante agente pubblicitario a capo di un’agenzia newyorkese di successo, i cardini della nostra intera esistenza e tutto ciò che realmente ci accomuna a qualunque altro essere umano sulla faccia della Terra: una connessione profonda data dall’innegabile condivisione di questi tre aspetti della vita che ci legano gli uni agli altri ben al di là di tutto quello che, al contrario, potrebbe mai dividerci. In un memorabile discorso di trionfo atto a celebrare un anno di successi lavorativi, Howard ( Will Smith ) ricorda a tutti i suoi collaboratori come tale successo sia giunto proprio poiché ognuno di loro lavora tenendo sempre ben a mente l’unica, vera, essenziale domanda che ci spinge ad alzarci ogni mattina per vivere la giornata che ci attende e alla quale ha senso cercar di dare una risposta: “perché?” Quesito non da poco, al quale potremo riuscire a restituire un pieno significato solo non trascurando mai quel umano trittico comune denominatore.
Tre anni più tardi quello stesso uomo che celebrava la vita ora si limita ad osservarla da una distanza siderale: lascia che il tempo gli scivoli addosso pressoché inerme, rifiutando il benché minimo gesto d’amore o attestato d’amicizia, poiché la morte lo ha privato della forma più autentica e completa attraverso la quale l’amore possa mai manifestarsi, quella di una figlia. Il lutto per questa incommensurabile perdita, oltre ad averlo annientato come essere umano distruggendo la sua famiglia, lo sta portando ad un passo dal fallimento aziendale. Tutto ciò che riesce a fare è riversare su carta quel senso di annichilimento, figlio di tanto dolore, che si traduce in delle missive indirizzate per l’appunto alla Morte, al Tempo e all’Amore; quel che di certo non avrebbe mai potuto immaginare è che le risposte non tarderanno ad arrivare!
Mentre Howard si tiene quotidianamente occupato reiterando il perpetuo erigere per poi distruggere complesse architetture di domino colorati, dietro le quali si è oramai trincerato per sfuggire la responsabilità di qualsiasi decisione; Whit, Claire e Simon ( rispettivamente Edward Norton, Kate Winslet e Michael Peña ) suoi cari amici e fidati colleghi da sempre, devono riuscire ad escogitare un modo, nel minor tempo possibile, per abbattere quella prigione di impenetrabile silenzio in cui Howard si è caparbiamente rinchiuso mettendo a repentaglio la propria vita, il loro legame di amicizia e la sopravvivenza stessa della loro agenzia, frutto di non pochi anni di sacrificio e di duro lavoro che potrebbero ora andare in fumo.
“Collateral Beauty” scritto da Allan Loeb ( “21” e “Rock of Ages” ) e diretto da David Frankel ( “Il Diavolo veste Prada” e “Io & Marley” ) affronta il difficile, delicatissimo e cinematograficamente insidioso tema dell’elaborazione del lutto, in maniera politicamente corretta, per tanto estremamente convenzionale e rassicurante, senza rischiare mai, nemmeno per un istante, di destabilizzare lo spettatore per quanto la situazione si faccia impegnativa sullo schermo. Semmai il solo intento è quello di coinvolgerlo emotivamente cercando di far breccia con un sentimentalismo diffuso e mal celato dietro una confezione natalizia dalle atmosfere dickensiane. Qui infatti, al posto degli spiriti del Natale passato, presente e futuro, troveremo la personificazione della morte, del tempo e dell’amore, che avranno il volto, al cospetto del protagonista, di Helen Mirren, Jacob Latimore e Keira Knightley. Dovranno assolvere al difficile compito, commissionato loro, di riportare Howard in seno all’azienda che egli stesso ha costruito e possibilmente a riabbracciare la vita che ora invece rifugge con rabbia. Nel frattempo non perderanno occasione di impartire ai loro committenti qualche utile lezione sulle responsabilità, le aspettative e le preoccupazioni che il ruolo genitoriale comporta.
Sarà la presenza di Will Smith, sarà la scelta del tema affrontato con un certo tono e calato in quell’atmosfera, ma “Collateral Beauty” ricorda moltissimo i film che Gabriele Muccino realizzò proprio grazie alla collaborazione con il famoso attore americano e che gli permise di lavorare e farsi conoscere anche oltreoceano: da “La Ricerca della Felicità”, passando per “Sette Anime” sino al più recente “Padri e Figlie” che vede invece protagonista Russell Crowe.
Quello portato avanti qui da Loeb e Frankel in poco più di un’ora e mezza è un gioco delle parti che riserva qualche piccola sorpresa e una furba strizzatina d’occhi sul finale che ha il sapore della favola.
“Collateral Beuaty” è, per tutte le ragioni sino ad ora esposte, un perfetto prodotto natalizio, sia nella forma ( cast “all stars” ) che nella sostanza: la difficile accettazione e quindi riappacificazione con la vita attraverso tutto ciò che ne è l’essenza stessa, magnifica o temibile che sia. Il clima delle feste, che ricorrono in questo periodo dell’anno, ben si presta per affrontare certe universali riflessioni o a sollevare alcuni spinosi quesiti che trovano solitamente nella cinematografica cornice natalizia discrete soluzioni prêt-à-porter.
L’aspetto potenzialmente più interessante, ma che viene unicamente accennato senza che trovi nel film un reale approfondimento, è proprio quello che dovrebbe essere il file rouge di tutta la storia e che le dà il titolo: quella bellezza collaterale a cui non diamo grande importanza e che invece risiede in ogni dettaglio della nostra esistenza; si manifesta inaspettatamente nella nostra quotidianità e se siamo in grado di coglierla, rappresenta il sale della vita ed il suo salvifico significato a cui aggrapparsi nei momenti più bui.
Ilaria Serina, da “quellicheilcinema.com”

 

Un film sulla forza di vivere, nonostante tutto, con Will Smith in salsa ’mucciniana’ e un buon cast

Le tessere di plastica di un complicato domino costruito con pazienza cadono ad una ad una sul tavolo dell’ufficio di un manager della pubblicità newyorkese. Inizia così, con questa bella metafora visiva, Collateral beauty di David Frankel (“Il diavolo veste Prada”, “Io e Marley”, “Il matrimonio che vorrei”) film per anime sofferenti in cerca di riscatto alle prese coi dolori della vita.
Da uomo di successo e formidabile motivatore a ectoplasma che trascina le sue giornate incapace di dimenticare il passato. Cos’è successo a Howard (Will Smith) negli ultimi tre anni? Ha perso la figlioletta di 6 anni, è stato abbandonato dalla moglie (come succede al 75% delle coppie dopo un lutto familiare) e rischia di mandare in fallimento la sua azienda.

Stanco e disilluso spedisce lettere alle cose (una alla Morte, una al Tempo e una all’Amore) mettendo su carta tutto il suo livore e i suoi risentimenti verso chi gli ha distrutto la vita. E se quelle tre astrazioni si materializzassero davvero?
Ed ecco che grazie all’aiuto del suo team di amici – collaboratori (Edwart Norton, Michael Peña e Kate Winslet) e di un terzetto di attori che interpretano quei ruoli davanti agli occhi di quel poveretto, comincia un gioco d’improvvisazione con l’Arte in grado di assumere funzione terapeutica.

Così la Morte (impagabile Helen Mirren) si siede con Howard sulla panchina di un parco e viaggia con lui in metro (“Se venuta a prendermi? No, ho fatto il biglietto…”), l’Amore (Keira Knightley) si rivela ai tavolini di un bar e il Tempo (Jacob Latimore) è un tosto ragazzo di strada che compare in ufficio e si aggrappa col suo skateboard al sellino della sua bici.
Incontri e parole che scuotono quell’uomo ingabbiato nel suo dolore e che portano positività e speranza anche nella vita dei tre dipendenti di Howard, anch’essi alle prese con problemi personali (Norton ha appena divorziato e non ha un buon rapporto con la figlia, la Winslet è in ansia da maternità mancata e Peña ha un tumore da non rivelare).
E se quei tre personaggi in cerca d’autore nascondessero qualcosa?

Tra manipolazioni del dolore e gruppi di sostegno, teorie dei perché e citazioni d’autore (“Il Tempo? Un’ostinata e persistente illusione” Einstein dixit), battiti di ciglia e assoli attoriali (“E’ stato come fare Grotowsky…” si schernisce stupita la Morte dopo l’incontro con Howard) Collateral beauty, ambientato a New York durante le feste natalizie, mette in scena un piccolo Bignamicinematografico di massime che inneggiano al potere della vita e che in bocca ai personaggi suonano un poco artificiose.

Siamo in zona Muccino insomma (con Will Smith ormai abbonato a ruoli del genere) con la retorica e i fazzoletti in agguato ma a salvare il film è l’ottima confezione e un cast di livello. Il cielo sopra Berlino è lontano ma per tornare a credere in se stessi anche questo Collateral beauty può andar bene.

Voto: 2 / 5
Claudio Fontanini, da “cinespettacolo.it”

 

E’ veramente difficile riuscire a definire il significato di “bellezza collaterale” sulla base di quanto proposto in questo film.

A dirla tutta, chi vi scrive non l’ha ancora capito cosa sia questa “bellezza collaterale” e fa una gran fatica a capire come questa si possa cogliere negli attimi più tragici della vita come, nello specifico di questo film, nel momento in cui muore una figlia di appena sei anni.

La trama gira tutta intorno al percorso di accettazione di un padre colpito da questo grande lutto. Lui, un Will Smith più trattenuto che mai, intenso come nei film di Muccino, è uomo di esuberante successo, un guru  di una agenzia pubblicitaria a cui tutto crolla addosso quando la piccola figlia muore di un male incurabile. Con il tracollo personale arriva anche quello aziendale, e tre fidati collaboratori nonché amici, fanno di tutto per rimettere lui e l’azienda in carreggiata. Quando si rendono conto che l’azienda è destinata al collasso, devono, a malincuore, cercare di vendere l’azienda. Per farlo devono dimostrare l’incapacità decisionale del loro capo e amico che ne detiene il controllo azionario.

Muovendosi tra onestà e inganno, i tre amici (Edward Norton, Kate WinsletMichael Peña) scritturano tre teatranti che possano dare corpo alle tre astrazioni a cui Will Smith invia delle lettere di protesta. Sono Helen Mirren, Keira Knightley e Jacob Latimore a dare corpo all’incarnazione di Morte, Amore e Tempo e a confrontarsi, in Dickensiana memoria, col padre affranto.
E mentre Will Smith trova il modo di intraprendere un percorso curativo autonomo, cercando di rifuggire da queste tre figure, anche i tre amici devono affrontare le loro paure, fortemente connesse proprio ai tre concetti di Morte, Amore e Tempo.

La cura di uno diventa la cura di quattro personaggi, e anche se il lieto fine non è proprio assicurato e alcune soluzioni proposte appaiono vagamente scontate (ad esempio: se non puoi avere un figlio… adottalo), il film riesce a scivolare via agevolmente, proponendo un finale tutto sommato a sorpresa.

Insomma, se avete voglia di lacrime facili questo è il film giusto, ma se cercate una recitazione profonda e l’approfondimento dei personaggi… allora no. Qui tutto rimane in superficie, in una comoda cornice da luoghi comuni, espressi in maniera originale, ma pur sempre molto comuni.

Da vedere due volte, ma solo per cercare di capire cosa sia la “bellezza collaterale”.

Massimiliano Martini, da “martiniagitato.it”
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