Castro

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Nel quartiere San Giovanni di Roma, Castro è una palazzina fatiscente, una facciata scrostata di vernice rossa, una comunità. Castro è un centro abitativo occupato, e anche un gatto. Vissuto abusivamente da oltre dodici anni, l’edificio accoglie oltre quaranta famiglie che hanno trovato rifugio tra i corridoi anneriti e le piccole stanze di una manciata di metri quadri.
In una città che è da sempre terra di confine, tra le sonorità degli accenti più strani, Claudio e Deborah sognano una meta lontana, di opportunità e realizzazione, per un matrimonio al mare, esotico come Africa, il bastardino nero che amano e allevano. Mentre la giovane Sara spera un giorno di riuscire a guadagnarsi una casa grande dove ospitare il fratello, senza più la paura che da un giorno a un altro le possa essere portato via tutto da una burocrazia meschina, priva d’umanità, la routine di un giovane disoccupato, i silenzi di una madre e la gioia di essere finalmente padre, sono le voci che popolano una realtà documentaristica lontana dagli stilemi del dramma nazionalpopolare. La casa come bene transitorio per una comunità che attende, nell’incertezza, l’assegnazione di un luogo sconosciuto. I protagonisti infatti sono alla seconda notifica di sfratto, l’azione prende corpo soprattutto negli sguardi, Castro dev’essere sfollato, tra le righe di un decreto che sancisce la fine di legami insondabili di un’umanità messa all’angolo.
I dialoghi raccolti (in oltre un anno di riprese) raccontano, con rassegnazione e fatalismo, l’aleggiare di una condizione precaria, che il regista Paolo Civati è riuscito a cogliere nelle inquietudini e nei piccoli gesti quotidiani. Il logorio dell’attesa di un assegnazione, magari in un casale popolare lontano, o più pulito, forse meno confortevole, sicuramente altro, scardina l’approccio oggettivo attraverso l’eterogeneità dei punti di vista. “Tanto un posto ce lo trovano, non possono lasciarci lì, in mezzo alla tangenziale” osservano i più anziani, mentre i giovani hanno visioni più oscure di un paese che li ha traditi da sempre. Una dialettica serrata tra desolazione e speranza, quello che colpisce di Castro è l’elemento umano, che si muove impotente e frammentario in un luogo che è definizione di sé, che i protagonisti hanno imparato a conoscere, di cui si sono appropriati con l’affezione.
Entrando con delicatezza nell’intimità della vita dei tanti che abitano lo squallore, Civati si assume la responsabilità di un film che non guarda ai picchetti e ai comitati per il diritto alla casa, ma alle specificità dei singoli, all’esistenza marginale e al sentimento umano che unisce e caratterizza una comunità destinata a perdersi. Una macchina da presa nascosta, osserva, si esime dall’intervistare per non scadere nella retorica spiccia dell’innesco emotivo, nel tentativo di abbattere la dimensione spaziotemporale per trasmettere la serenità di una tavola imbandita, in occasione della festa di addio, scacciando per un poco i problemi e lasciandosi avvolgere da sonorissime risate liberatorie.  In leggero equilibro sulle voci di un’opera prettamente corale, la colonna sonora contribuisce a garantire infine la leggerezza necessaria ad esorcizzare il disagio insanabile dei protagonisti, costretti ad abbandonare l’unico tetto che i più piccoli abbiano mai conosciuto.

Voto: 3 / 5

Olivia Fanfani, da “mymovies.it”

 

 

 

Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.

Italo Calvino

 

Ha l’aria di chi vive secondo quello che scrive, Paolo Civati, autore e regista di Castro, il documentario trionfatore della più recente edizione del Festival dei Popoli. Lo abbiamo incontrato al termine della premiazione che l’ha visto vincitore del più alto numero di premi del concorso, dalla Sezione Concorso Italiano ai premi di distribuzione, conquistando anche i favori del pubblico che gli ha assegnato il premio MyMovies. Seconda notifica di sfratto per gli abitanti e gli occupanti di Castro Occupato – Paolo Civati Una lunga carriera attoriale e autoriale alle spalle, Civati approda dal teatro al cinema con un progetto “contromano e controvento”, come lui stesso l’ha definito, a cui ha dedicato un impegno lungo due anni. A partire dalla sceneggiatura finalista al Premio Solinas 2014, Castro racconta la realtà di uno stabile occupato a Roma e la frattura di tempo che separa i suoi abitanti dal giorno dello sgombero. Certo, far coincidere il giorno del saluto al mondo di Fidel Castro con la proiezione di un film che porta lo stesso nome avrebbe potuto essere la più grande azione di marketing della storia, ma Paolo Civati dichiara di non avere avuto influenza sulle vicende cubane e abbiamo deciso di credergli. E gli scherzi potrebbero finire qui, data la gravità del tema trattato, se non fosse che proprio dello scherzo, della leggerezza il film ha saputo fare la chiave d’accesso a una regione emotiva ben più vasta, irriducibile alla pretesa sicurezza di non essere toccati dalle difficoltà che gli occupanti di Castro stanno attraversando. E’ al suo primo film, Paolo Civati, ma non si direbbe, tanta è la precisione delle sue scelte di regia e la pertinacia con cui ha creduto a una possibilità di narrazione che sapesse dire la meraviglia della vita anche quando la paura ne lambisce i muri di protezione. Ecco allora come il racconto di un’occupazione diventa sfida all’ovvio, alla retorica, a una tipologia di indagine ormai sedimentata nelle forme dell’inchiesta televisiva e dei suoi ruoli definiti, riconoscibili. Diventa una sfida alla diffidenza degli stessi occupanti-attori che chiedono di dar volto a uno strumento capace di incidere l’enfiagione della loro miseria, ma a cui credono meno che alle lotte dei vari comitati per il diritto alla casa. Ha dovuto combattere per difendere la sua ricerca di un nuovo linguaggio, Paolo Civati. Fuori ci sono i picchetti, i cassonetti incendiati, le barricate sulla tangenziale e uno sgomento che non rimane certo ai margini dell’inquadratura, ma la scelta è quella di andare più a fondo, di superare l’incertezza legata ad una situazione che vorremmo straordinaria per raggiungere quella regione esistenziale dove spettatori, occupanti e politici firmatari di destini partecipano della stessa umana inquietudine. Ogni giorno. Civati racconta le difficoltà emerse durante le riprese, risolte ricorrendo alle stesse tecniche apprese in teatro, nella relazione con gli attori: “Ho capito quelli che erano gli inneschi drammatici fra queste persone e dopo aver assegnato loro compiti incrociati, di nascosto, rimanevo ad osservare. Pura osservazione, senza interviste, per non rischiare di dilagare nel pathos”. Ed ecco allora, che quello che rimane, sullo schermo, è il coraggio di chi trova la forza di ridere dal fondo di una situazione disperata, perché imbandire una tavola e trasformare l’addio in una festa, anche di fronte alla voragine che si sta per dischiudere, significa riscattare alla disperazione il tempo che ci appartiene, qualunque sia lo scenario in cui ci è dato di viverlo e le boutade, le risa, i baci scambiati sull’orlo del disfacimento appaiono in tutto il loro vigore di atti di resistenza non all’imminenza dello sgombero, ma all’impermanenza stessa della vita. Gli occupanti di Castro ‘non sono affatto figurine pastorali, contrite, tutte lacrime e fatalismo’, come recita la sinossi del film, ma ‘piccoli, grandi combattenti’. Alcuni di loro hanno il dono della leggerezza, altri lasciano che il nero affiori altrimenti. “Ho calibrato le diverse storie, componendole in un quadro che trasmettesse quanto più possibile la sensazione di cinema, prestando grande attenzione a realizzare una fotografia accurata e una colonna sonora originale, composta da Valerio Camporini Faggioni.” Sullo schermo alcuni protagonisti hanno voluto fissare momenti importanti come la prima telefonata al padre che non si conosce da parte di un giovane uomo o l’intimo disarmo di chi si sveglia al mattino sperando che sia già la sera di un giorno trascorso senza ferita: “temevo che i protagonisti sarebbero rimasti delusi del modo in cui li avevo raccontati” dice ancora Civati “perché è il rischio che si corre nel toccare una cosa fragile come la vita degli altri. Invece per fortuna, a loro dire, non è accaduto.”

Beatrice Rinaldi, da “indie-eye.it”

 

 

 

 

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