Assassinio sull’Orient Express

 

 

Assassinio sull’Orient Express è tra i più classici dei whodunit (il giallo deduttivo) e proprio per questo c’era curiosità su come – e perchè … – avrebbero potuto (ri)portare sul grande schermo un best seller del genere, già letto o noto a moltissimi spettatori. Chiunque conosca il romanzo di Agatha Christie (pubblicato nel 1934) o visto l’omonima pellicola di Sidney Lumet del 1974, di certo non avrà dimenticato la risoluzione della storia. Se quindi è nota la risposta all’enigma principale, cosa rimane? Al di là dello scommettere sulle centinaia di migliaia di persone che non hanno mai letto il libro o hanno sentito parlare della scrittrice o visto il film precedente basato sul suo testo, che già non è poco, è chiaro che se questa ennesima trasposizione non portasse in dote nulla di nuovo, sarebbe per molti un mero esercizio di genere senza alcuna profondità. La sorpresa arriva però dal fatto che da questa apparente trappola, il Murder on the Orient Express di – e con – Kenneth Branagh ne esce piuttosto bene.

Questa nuova versione della storia è così sorprendente – specie se vista nel formato 70mm voluto dal regista e soprattutto in lingua originale (gli accenti dei diversi personaggi sono fondamentali e un po’ troppo macchiettistici doppiati in italiano) – che la risoluzione del brutale crimine commesso a bordo finisce per passare in secondo piano. È difficile, tuttavia, sapere come appare questo film se non si conosce la fine. Dovendo fare i conti con quello che a tutti gli effetti è un classico fuori dal tempo, infarcito di premi Oscar e considerato ‘intoccabile’ a lungo, l’opera di Branagh marcia liscia nei suoi 110′, riuscendo ad aggiornare, senza sfigurare troppo, dinamiche e look e nell’impresa di non strizzare troppo l’occhio alle recenti incarnazioni di Sherlock Holmes. Il regista e sceneggiatore ha giustamente deciso di porre tutta l’enfasi su due cose: il personaggio principale, Hercule Poirot (interpretato brillantemente da Branagh stesso) e la terribile tragedia alla base della catena di eventi che portano all’assassinio del titolo. Vedere più di una volta Assassinio sull’Orient Express conferma che non importa tanto chi sia stato o come abbia fatto, perchè il crimine a bordo è una mera scusa per affrontare ancora una volta ben altri problemi.

L’infallibile segugio belga viene presentato in modo scherzoso e spettacolare, mentre dichiara la sua morale, le sue idee sul mondo e la sua concezione della giustizia. Poirot cerca disperatamente l’equilibrio, perfetto, simmetrico, ciò che è giusto. Ma fin dall’inizio molti segni indicano che il mondo è impossibile da controllare, sebbene gli enigmi possano essere risolti. Nei primi minuti del film, secondo lo stile caratteristico di Branagh, c’è un grande dispendio visivo, un montaggio veloce e anche molto umorismo. Poirot risolve un caso ‘impossibile’ a Gerusalemme e rende palese a tutti la dimensione del suo talento come detective. Poco dopo riceve un telegramma, che gli notifica di dover tornare urgentemente a Londra. Il gendarme in pensione si reca a Istanbul, dove, grazie a un amico (Tom Bateman), trova posto sul lussuosissimo Orient Express. Tuttavia, a causa di una bufera di neve, il treno è costretto a fermarsi e si scopre così che uno dei non molti passeggeri è stato brutalmente ucciso durante la notte. Poirot comincia così le indagini per trovare il colpevole, nascosto tra gli insospettabili ospiti del vagone principale (Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Johnny Depp, Josh Gad, Derek Jacobi, Leslie Odom Jr., Michelle Pfeiffer e Daisy Ridley).

Dimentichiamoci il romanzo e gli altri adattamenti, questa nuova versione ha una vita propria e può – e deve – essere interpretata come un lavoro completamente indipendente e solitario. Le informazioni sono nel film, non c’è bisogno di altri riferimenti o dati. Poirot è il miglior detective al mondo, questo è molto chiaro, è ossessionato dalla perfezione e dall’equilibrio, e anche questo è chiaro. Non accetta di lavorare per un uomo dalla dubbia moralità quando, già salito sul treno, gli viene chiesto – dietro lauto pagamento – di aiutarlo a scoprire chi lo minaccia di morte. “C’è il bene e c’è il male, non c’è nulla nel mezzo” dice il belga all’inizio. È un eroe che lotta per bilanciare un mondo disequilibrato. Vede il crimine come un fallimento del sistema che deve essere corretto. Questo eroe vecchio stampo, di un’altra epoca, trova nell’Orient Express una cornice ideale. Il treno è il luogo perfetto, con il menu più sublime, bello, pulito, sofisticato e impeccabile possibile. Come quel paio di baffi di cui Poirot cerca di prendersi cura come di un’opera d’arte, il treno è un viaggio in un’altra epoca, la pellicola enfatizza molto la sua condizione di elemento fuori dal tempo. Ma il delitto cambierà tutto. Il treno deraglia, il mondo di Poirot entra in crisi e il detective è costretto a risolvere il crimine, ma anche a sopportare il massimo sacrificio.

Appassionato e divertito dal suo romanzo di Charles Dickens, Racconto di due città, rimirando il ritratto di una donna amata ma distante, il malinconico Poirot trova la felicità nel ripristinare l’ordine, nell’equilibrio della bilancia. L’intero film è tinto di una profonda malinconia, un riflesso del suo protagonista. Classico e fuori moda, Assassinio sull’Orient Express è un oggetto proveniente dal passato, intriso di una romantica sensibilità dimenticata. Ma non dobbiamo essere fuorviati, perché se esteticamente la pellicola ha una narrativa classica, il suo stile che si integra perfettamente con il cinema attuale. Gli attori, che sembravano teatralmente invitati a fare ciascuno il proprio spettacolo, si comportano in modo sobrio ed equilibrato, al servizio della trama e non perseguendo la luce della ribalta personale. La sceneggiatura di Michael Green (Blade Runner 2049) utilizza due o tre trucchi in modo che non sia così facile risolvere l’omicidio e gestire la situazione in modo che tutto abbia un minimo di logica per il pubblico attuale. Con un po’ di fortuna, gli spettatori saranno in grado di godere e apprezzare questi personaggi nati in un’altra epoca, in un mondo diverso in cui viviamo oggi, anche se non estranei alle nostre angosce.

Alcuni preziosismi e dettagli estetici voluti da Branagh possono distrarre, ma molti di loro sono legati ad alcune idee religiose che il regista cerca di aggiungere alla sua storia. L’Hercule Poirot di questo film è forse il grande personaggio cinematografico dell’anno. Un eroe melancolico di tipo fordiano. Nessuno quanto lui è affetto dalla risoluzione del crimine. La spiegazione del mistero, lungi dall’essere una sorpresa, si rivela un’enorme cascata di emozioni. Può sembrare strano, ma tra le lacrime – anche sapendo come finisce la storia – il puzzle che spiega cosa sia successo è completato. L’ingegnosità di Poirot si sviluppa nella simpatica sequenza di apertura, ma alla fine tutto è molto più cupo e amaro. Il belga rinuncia non solo alle sue convinzioni, ma deve anche nascondere il modo brillante in cui ha risolto tutto. La fine delle certezze, la fine del bianco o del nero, ma allo stesso tempo la conferma che l’eroismo è ancora possibile. Lo era nel periodo in cui il film si svolge, può esserlo ancora oggi nel film di Branagh.

da “ilcineocchio.it”

 

 

Quello di Kenneth Branagh è un cinema classico, attento alle performance, chiaro lascito del teatro che lui ama e bazzica. Assassinio sull’Orient Express rappresenta perciò una di quelle occasioni per trarre il massimo da una prosa come la sua, da quella sua capacità di alternare toni grevi ad altri più leggeri, in pieno stile britannico, ossia attraverso un umorismo mai fuori luogo o troppo spinto. Itinerante, come certi movimenti di macchina, non tanto perché si passi dalla Gerusalemme iniziale alle lande ghiacciate dell’odierna Croazia; l’indagine dell’ispettore Hercule (con l’accento sulla u, alla francese) Poirot si svolge per intero dentro alle carrozze del treno.

D’altra parte l’approccio più convenzionale, se vogliamo, costituisce la via più sicura, il porto franco su cui far approdare una storia così forte, mistery per eccellenza che fa leva su dinamiche precise, geometriche, e che dunque lasciano poco spazio a chissà quali licenze. Per questo si diceva che Branagh fosse con ogni probabilità il più indicato (come a suo tempo lo fu senz’altro Sidney Lumet): non solo come regista, perché il suo Poirot è credibile, in quanto sfrontato, elegante, spassoso, elementi ai quali l’attore e regista inglese integra pure cambi di registro niente male e con innegabile mestiere.

Il film, non il racconto, sta tutto lì, nelle prove di questi attori chiamati ad interpretare personaggi che a loro volta recitano una parte, ciascuno a proprio modo. Gli interrogatori che conduce l’ispettore, in tal senso, fungono un po’ da provini per lo spettatore, che ha così modo di saggiare la bravura di queste maschere. Mi pare che il vero lavoro di Branagh sia tutto lì, o per lo meno essenzialmente lì, in questi più o meno brillanti botta e risposta, durante i quali ciò che viene messo giù è in buona sostanza un gioco.

Ed è indicativo che per un altro film tendente ad una connaturata quindi accettabilissima verbosità, si opti di nuovo per il 70mm, come accaduto con The Hateful Eight di Tarantino: allora come oggi ci si potrebbe domandare a che pro filmare un lavoro del genere adottando questo formato, ed allora come oggi la risposta è la stessa, anche a costo di risultare banale. Sebbene Branagh infili a forza svariate panoramiche, quasi una concessione al mezzo, è nei dialoghi che tale soluzione trova un senso: nei volti e relative espressioni dei protagonisti, ma soprattutto in quella sensazione di assistere dal vivo, di “esserci”, come se lo sguardo della macchina da presa fosse il nostro – in questo, va detto, agevolati da un doppiaggio italiano alquanto dignitoso.

In un’epoca così affollata di alta definizione e risoluzione alle stelle sempre più a buon mercato, tocca a loro, i cineasti di professione con a disposizione non solo tanti soldi ma anche parecchia esperienza, rimettere le cose in chiaro, restituendo, fin dove possibile, il giusto ruolo alla tecnologia. Nel caso di Assassinio sull’Orient Express, peraltro, la dinamica appena evocata potrebbe assumere uno spessore ulteriore in virtù di certi passaggi chiave, che a questo punto non abbisognano di alcuna veemenza nell’essere sottolineati visivamente; mi riferisco a quelli in cui emergono oggetti chiave per la risoluzione del caso, come il nettapipe, la giacca senza bottone, il fazzoletto con la H , il passaporto modificato artigianalmente etc.
Tecnica a servizio della storia, per un regista che nel tempo ha dimostrato una generosità innegabile nel mettersi appunto al servizio della fonte, fino all’estrema conseguenza, almeno in superficie, di farsi oscurare dalla stessa. Ma Branagh è così, coltiva sistematicamente un rispetto innato per le opere che traspone, che mai tenta di non snaturare, modificandole o rimaneggiandole, sebbene alla fine della fiera la prospettiva sia per forza di cose la sua. Ben si addice poi alla sua indole il sottotesto morale, il dilemma che il suo personaggio alla fine è tenuto ad incarnare, di nuovo senza misure pirotecniche, solo con il buon vecchio mestiere, ovvero quello di saper stare davanti a una macchina da presa.

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Chi è perciò il signor Armstrong? Branagh ci accompagna a suo gusto e modo lungo lo svelamento, mentre più si procede e più le cose s’ingarbugliano, impantanati in questa serie di indizi schiaccianti e proprio per questo impossibili da conciliare nel quadro generale. Certo, l’effetto è quello di un film decisamente impostato, ai limiti del teatrale, ma non si tratta certo di una cattiva lettura, men che meno inconsapevole. Passare in rassegna le singole performance perciò non ha granché senso, non perché relative rispetto alla resa complessiva dell’opera, anzi, proprio perché fondamentali. Il quesito di questo nuovo rifacimento di Assassinio sull’Orient Express, d’altronde, non può che far capo a come si comportano i vari attori e come vengono amministrate le loro prove, così come per i lettori del giallo di Agatha Christie lo fu scoprire chi fosse l’assassino.

Voto: 7 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

 

Dai finestrini delle carrozze del Simplon Orient Express non si vede altro che neve, un’immensa distesa bianca che inonda i binari e arresta la corsa del treno diretto a Calais. La premessa della nuova versione cinematografica di Assassinio sull’Orient Express è quella tradizionale del giallo corale firmato da Agatha Christie negli anni trenta. Gli illustri passeggeri a bordo del convoglio, riuniti nel lussuoso vagone ristorante, apprendono che un atroce omicidio si è consumato durante la notte: un distinto gentiluomo americano di nome Ratchett (Johnny Depp) è stato pugnalato nel suo scompartimento. Tra i presenti si fa largo il sospetto che l’assassino, bloccato dalla neve, non abbia mai lasciato il treno e si nasconda ancora tra i viaggiatori dell’Orient Express.

Quando il cinema si confronta con il romanzo dal quale è tratto il film, il più delle volte il confronto viene aggiudicato dalla carta stampata. Quando poi, il libro si intitola “Assassinio sull’Orient Express” scritto da Agatha Christie, il compito di regista e cast diventa anche abbastanza arduo.

La trasposizione in immagini di uno dei romanzi gialli più famosi di Agatha Christieè avvenuta già tre volte. Due in tv, e, la prima al cinema. Quella più riuscita firmata nel 1974 da Sidney Lumet e con un cast composto, tra gli altri, da Albert FinneyLauren BacallSean Connery, Ingrid Bergman che ha anche vinto il premio Oscar come miglior attrice non protagonista per la sua intepretazione di Greta Ohisson.

Più di 40 anni dopo il ben apprezzato film di Lumet, Kenneth Branagh viene chiamato a dirigere ed interpretare una nuova versione per il cinema di questo giallo conosciutissimo da molti spettatori. Con un cast, nuovamente, di prim’ordine e una sceneggiatura fedele al capolavoro della scrittrice, il regista inglese dimostra, ancora una volta, di riuscire a portare sul grande schermo le grandi firme della letteratura.

“Assassinio sull’Orient Express” è stato presentato in anteprima nella versione in pellicola 70mm nella Sala Energia del cinema Arcadia di Melzo. Questa versione esalta la profondità dell’immagine e ne fa apprezzare la buona fotografia piena di costumi e ambientazioni ricreate con dovizia di particolari.

Sin dal suo inizio il film catapulta lo spettatore in una prima indagine del detective Hercule Poirot e presenta questo ineffabile protagonista con tutte le sue particolarità. Il Poirot intepretato da Kenneth Branagh è puntuale, preciso, metodico, perfetto nella sua analisi della situazione e nell’osservare i comportamenti altrui. Il resto del cast da Willem DaFoe a Michelle Pfeiffer, da Daisy Ridley a Johnny Depp, da Penelope Cruz a Judi Dench passando per tutto il gruppo degli attori è perfettamente in parte, senza strafare.

La regia di Kenneth Branagh non si lascia andare a virtuosismi inutili e risulta quindi una regia abbastanza classica. Vi sono presenti due apprezzabili piani-sequenza di una discreta lunghezza. Inoltre qualche inquadratura dall’alto e perpendicolare alla carrozza è da considerarsi un buon tentativo di movimentare un po’ la regia.

I pregi di questo “Assassinio sull’Orient Express” sono molti e il ritmo è buono ma il film non è esente da qualche difetto. Abbiamo trovato la parte centrale, quella degli interrogatori un po’ lenta e a rischio noia ma viene in soccorso la sceneggiatura con domande e risposte che interessano lo spettatore per risolvere il caso. Un gioco che viene fatto anche da chi la soluzione la sa già ed è questo uno dei principali pregi del film: la partecipazione dello spettatore.

Forse qualche fondale scenografico potrà risultare anche un po’ finto. La parte finale del film però, con un crescendo musicale di una buona colonna sonora, porta il film a livelli molto più che buoni. “Assassinio sull’Orient Express” è un film che emoziona quanto basta per non gridare al capolavoro ma per essere apprezzato per quella che è la sua missione: riproporre in modo coinvolgente la grande opera di Agatha Christie.

Voto: 7,3 / 10

Giuseppe Bonsignore, da “cinematik.it”

 

Elegante e dinamico il remake del capolavoro di Agatha Christie firmato da Kenneth Branagh

Un treno bloccato nella neve, un passeggero ucciso con 12coltellate, una carrozza di sospettati e un investigatore dal fiuto infallibile che teorizza l’equilibrio e riesce a vedere il mondo come dovrebbe essere. A 43 anni di distanza dall’originale cinematografico diretto da Sidney Lumet (un Oscar a Ingrid Bergman come miglior attrice non protagonista) torna sul grande schermo e in formato extralusso (in pellicola 70 mm) Assassinio sull’Orient Express,  il capolavoro di Agatha Christie pubblicato nel 1934 e divenuto un classico della letteratura gialla.

Con quella sfilata di personaggi, tutti indiziati e forse collegati l’un l’altro, che passa in rassegna stati sociali e un passato difficile da dimenticare (all’origine del mistero c’è il rapimento e l’uccisione di una bambina avvenuta anni prima) attraverso interrogatori volanti e improvvise intuizioni.
Chi e perché ha ucciso quello strafottente e losco commerciante d’antiquariato (Johnny Depp) che gira con la pistola e si vede recapitare lettere anonime?

Tra drink al sonnifero e uniformi da capotreno senza bottoni, kimono rossi e fazzoletti ricamati, orologi che segnano l’ora sbagliata e nettapipe, il Poirot di Branagh (alto, autoritario, deduttivo e con ricercati baffoni brizzolati) somiglia poco esteticamente ai suoi panciuti predecessori cinematografici e, alla fine del viaggio, avrà pure imparato a convivere con lo squilibrio scoprendo che non esistono solo giusto o sbagliato ma anche quelle zone grigie dove ognuno di noi è costretto a convivere.

Dialoghi affilati, regia dinamica (magnifiche le riprese dall’alto come a vivisezionare l’interno dello scompartimento), cast al diapason (Michelle Pfeiffer è una magnifica e impertinente vedova americana, Judy Dench un’austera principessa russa, Penélope Cruz una missionaria spagnola, Willem Dafoe, penalizzato dall’improbabile doppiaggio italiano,  un professore austriaco razzista e Derek Jacobi un fidato maggiordomo malato) e flash back in bianco e nero per una storia che, nel 2017, conferma lo splendore e la tenuta narrativa degli scritti della Christie al cinema (ancora in sala Mistero a Crocked House tratto da un romanzo del ’49).

Con quei passeggeri intrappolati tra noia, anonimato e dondolii che danno il peggio di se e quel detective, che somiglia a Sherlock Holmes e legge Dickens, tutto prove, ordine e metodo.
Dodici vite sfigurate e ferite (Branagh inserisce anche un afroamericano) che forse hanno un obiettivo comune e che costringeranno Poirot a rivedere convinzioni ed etica professionale. Brillante il prologo al Muro del pianto di Gerusalemme (occhio alla colazione geometrica dell’investigatore incontentabile) e c’è anche spazio per una critica al Belpaese (Italiani? Terzo mondo dice l’affarista Depp su un traffico di tappeti venduti a Milano).

Claudio Fontanini, da “cinespettacolo.it”

 

 

In epoca di spoiler-fobia è per lo meno rimarchevole che una grande distribuzione come la Fox decida di affidare a un regista classico e teatrale come Kenneth Branagh un grande cast e l’adattamento del più famoso romanzo di Agatha Christie, Assassinio sull’Oriente Express, ovvero il più basico dei whodunit (crasi inglesi per “Chi è stato?”), un film che dentro l’unità di tempo e luogo mette tutti gli interrogatori, le bugie, le false piste e i moventi possibili, in vista di una risoluzione finale. È rimarchevole perché il romanzo data addirittura 1933 e ha già avuto una riduzione per lo schermo leggendaria nel 1974, con Albert Finney nei panni di Poirot e, tra gli indiziati, gente come Ingrid Bergman, Lauren Bacall e Sean Connery.

Altri tempi, oggi per un teenager è più facile sapere ogni singolo morto della terza stagione di Game of Thrones che due titoli della bibliografia della Christie, e comunque il film ha tutto un altro pubblico, è cinema stagionale più che generazionale, cinema da cioccolata calda, da marciapiedi bagnati, da digestione domenicale e da pisolino prima dell’intervallo, cinema mentre fuori nevica e tu ti siedi ma ti accucci nel cappotto.

In questo senso svolge un servizio d’altri tempi, perché pensa la sala come un’opportunità e non come fase minore di un ciclo commerciale, come Dunkirkprova a rinnovare una specie di patto con l’immaginario dei cinefili, a trattenerli in platea.

Il paradosso è semmai un altro, cioè che i film di Branagh sono sempre una forma di narcisismo e una versione arricchita del teatro, qui ogni dialogo si riduce a poco più dei suoi baffi immensi, o ai decori del treno, ai fazzoletti monogrammati, alle vestaglie di chiffon, ai tramonti, la parola stessa suona setosa, come un arredo. Gli attori sono bravi, ma utilizzati come il maestoso scenario montano, cioè decorativi a partire dai loro nomi e dalla loro carriera, al punto che perfino il doppiaggio – con i grossolani accenti europei – suona appropriato, è solo un’altra forma dei costumi.

Cosa resta allora dei personaggi di Agatha Christie, del suo ragionamento su limiti e giustificazioni della giustizia privata, della sua soluzione così poco politicamente corretta? Direi un eco, come una vecchia discussione ormai accantonata, che non sai se devi ancora prendere sul serio oppure ascoltare per inerzia, in cerca di un’altra verità.

Eppure in questo costoso allestimento, in questo piacere del gioco letterario, investigativo, teatrale, sopravvive una forma onesta di artigianato semi-digitale, perfettamente appropriato per l’inverno e per chi non smette di aver voglia di scaldarsi con i film, e le buone storie.

Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

 

 

Nel 1933 Agatha Christie pubblicò Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express), il suo romanzo più famoso; nel 1974 Sidney Lumet porta al cinema quel romanzo, realizzando un’opera che si affidava a un iconico Hercules Poirot/Albert Finney, e a un catalogo di star guidate da Sean Connery, Lauren Bacall Ingrid Bergman, esasperando la tensione e la claustrofobia dell’originale.

Il nuovo adattamento di Assassinio sull’Orient Express

Nel 2017, a partire dal 30 novembre, arriva in sala il nuovo adattamento del romanzo, che porta gli spettatori in una forsennata traversata a bordo dell’Orient Express, su cui viaggiano passeggeri misteriosi e di classe. Tra questi, c’è anche un uomo bizzarro, con un forte accento e due voluminosi e morbidi baffi: Hercules Poirot, il più grande investigatore di tutti i tempi.

Kenneth Branagh, che negli ultimi anni ha operato scelte registiche variegate e con esiti differenti (Thor, Jack Ryan, Cenerentola), si cimenta nella regia di un adattamento letterario con grande seguito e un grande precedente. Quasi un “giocare in casa”, visto che il regista e interprete è famoso al grande pubblico prevalentemente per la sua attività di drammaturgo shakespeariano. Questa volta il testo non è troppo congeniale alle sue corde, e Branagh si rivela furbo a gestirsi negli spazi, interni ed esterni, del treno.

La lettura teatrale di Kenneth Branagh

Basandosi sui suoi strumenti e portando il gioco nel suo campo, il regista realizza una rappresentazione teatrale del romanzo, formula che gli è congeniale più di altre, soprattutto perché ogni momento, ogni dialogo (con l’eccezione del confuso ma buffo prologo) è costruito su un impianto da palcoscenico che si fonda su due elementi: le relazioni tra personaggi e cose; la posizione e i movimenti della camera rispetto a persone e oggetti.

In questo modo, Kenneth Branagh racconta il suo Assassinio sull’Orient Expresssfruttando i 70 mm del suo formato così come aveva fatto Tarantino con The Hateful Eight. Lo spazio sullo schermo viene diviso equamente tra personaggi, carrozze, vagoni, tutto proteso in attesa della prossima mossa di Poirot. Uno spazio che diventa tela da riempire in ogni punto della prospettiva con i tanti personaggi a disposizione.

Branagh segue i suoi protagonisti mettendosi al servizio dei loro movimenti sul treno e fuori; un cast di superstar, da Johnny Depp a Judi Dench, con Michelle PfeifferDaisy Ridley, Dereck Jacobi, Penelope Cruz, Willem Dafoe, Leslie Odom Jr., Josh Gad. Lunghi piani sequenza che dall’interno dei vagoni ci portano all’esterno e viceversa, panoramiche innevate e dipinte da una massiccia computer grafica, fino alla ricostruzione di una “incorniciata” Ultima Cena, una disposizione scenica, trionfo della regia di Branagh.

La trasformazione di Poirot

Il Poirot di Branagh è eccentrico e all’inizio molto deciso, in più circostanze buffo, ma si lascia decostruire nel suo progressivo scontro con i sospettati. Il suo mestiere di scovare le crepe della realtà, di trovare ciò che non funziona nel perfetto disegno del mondo, si infrange contro la molteplice forma della verità.

Hercules Poirot impara che “il mondo come dovrebbe essere” non esiste e nel farlo assume una debolezza, una tenerezza che passa dallo schermo allo spettatore, attraverso i suoi occhi azzurri. Nella sua anima così tenera, ma per niente rassicurante, si cela il cuore di questa versione di Assassinio sull’Orient Express, il suo punto più alto.

L’indulgenza verso le crepe dell’anima rendono Poirot più umano, distante da quello consegnatoci dalla Christie, ma forse un pizzico più moderno, tollerabile per la fallace umanità che, oggi, lo ascolta.

Chiara Guida, da “cinefilos.it”

 

 

Fra Shakespeare a Agatha Christie c’è una bella distanza, in quanto a spessore artistico, anche se sono gli autori più venduti di sempre, Bibbia esclusa. In fondo però meno di quanto sembri, visto che il bardo per la sua epoca era un intrattenitore da grande pubblico, sempre considerando il numero assoluto di potenziali spettatori. Nei secoli è diventato un classico per un’élite intellettuale, mentre Agatha Christie è stata subito la lettura popolare da stazione, come tutto il giallo, relegato per decenni sugli scaffali più polverosi della letteratura. Kenneth Branagh si è confrontato spesso con il grande drammaturgo, sia sul palco che al cinema, mentre ora arriva, non casualmente passando per qualche blockbuster da grande pubblico come Thor e Jack Ryan, a confrontarsi con la regina del mistero classico inglese, appunto Dame Agatha Miller, che mantenne il cognome del primo marito, Archibald Christie, da cui divorzio a metà degli anni ’20.

Proprio dopo questo evento traumatico, la scrittrice viaggiò in treno verso Baghdad, traendo ispirazione per la vicenda raccontata in uno dei suoi libri più amati, Assassinio sull’Orient Express, scritto nella stanza 411 del mitico Hotel Pera Palace di Istanbul, che ispirò l’unico vero gioiello cinematografico tratto dalle sue opere, quello diretto nel 1974 dal Sidney Lumet. In quel lavoro corale, pieno di attori straordinari come Lauren Bacall, Ingrid Bergman, Sean Connery e Anthony Perkins, l’investigatore simbolo della Christie, il belga baffuto Hercule Poirot, era interpretato da Albert Finney, abile a mettersi al servizio di una storia (specie all’epoca) originale e coraggiosa, oltre al cast di cui sopra.

In questo nuovo adattamento Branagh non si accontenta di dirigere, ma ha voluto indossare anche i baffoni di Poirot, con la stessa pulsione narcisistica con cui ha affrontato in passato ruoli come quelli di Amleto. Questa è il primo, e più importante, slittamento rispetto all’originale (libro, oltre che film): è Poirot il vero protagonista, non solo per la soluzione finale in cui dimostra di mettere a frutto le sue straordinarie cellule grigie, ma fin dalla prima inquadratura, in un prologo pasticciato in cui si mette in chiaro fin da subito chi sia la star. Peccato, perché il buon Hercule è sempre stato, pur vanesio ed eccentrico, molto abile a mimetizzarsi, a farsi sottovalutare per le sue forme poco atletiche e il suo accento marcato.

Sembra evidente fin da subito la paura del regista britannico di rinchiudersi in una situazione definibile ‘troppo teatrale’, tanto che non manca occasione per ‘perdere tempo’, prima durante e dopo, per uscire dal treno, con tanto di scenari innevati e tramonti arancioni dopati al computer. Si vede fin troppo il panorama fuori dal finestrino, e paradossalmente perde per strada in questo modo l’ingrediente più sapido della storia: il senso di claustrofobia, eppure di fascino atavico, di un treno in corsa. Ammiriamo pure piani sequenza e movimenti di macchina da fuori a dentro, e viceversa, ma avremmo voluto meglio raccontato il passare monotono delle ore, e soprattutto il ritrovamento di primo mattino del cadavere di uno dei passeggeri, che dà il via all’indagine.

Cercando di ricostruire un cast all star sono della partita Judi DenchJohnny DeppMichelle Pfeiffer (la più convincente), Penelope CruzWillem Dafoe e molti altri, rimanendo però sempre sullo sfondo, poco valorizzati anche in alcuni flashback francamente non degni del valore registico di Branagh, che dalla sua azzecca la messa in scena del disvelamento finale di Poirot agli indiziati(momento chiave dell’opera christiana): in una galleria, disposti come per l’Ultima cena, mentre il treno è bloccato da una slavina. Una bella trovata di regia, seguita da un piano sequenza lungo tutto il treno, che dimostra come forse le priorità erano troppo legate alla forma – e al suo baffuto protagonista – rispetto alla valorizzazione di una storia sempre appassionante, come dimostra tuttora il film di Lumet.

Voto: 2,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Sullo sfondo degli anni Trenta, dell’Art déco e del turismo esotico, Hercule Poirot scova colpevoli e sonda con perizia le sottili meccaniche criminali. Atteso a Londra con urgenza, trova sistemazione, lusso e conforto sull’Orient Express. Ma una valanga e un omicidio interrompono presto i suoi piccoli piaceri, la lettura di Dickens e la simmetria delle uova la mattina. Mister Bouc, il direttore del treno preoccupato della polizia e dello scandalo, chiede a Poirot di risolvere il caso. Bloccato con tredici passeggeri, tutti sospettati, il celebre detective improvvisa un’indagine che lo condurrà dove nemmeno lui aveva previsto.

Dopo aver rivisitato Shakespeare con enfasi e furore, azzardato un’incursione nell’universo supereroico della Marvel, offerto una nuova giovinezza all’agente Jack Ryan e riletto la Cenerentola della Disney in live action, Kenneth Branagh dirige la sua versione cinematografica del romanzo giallo di Agatha Christie (“Assassinio sull’Orient Express”), pubblicato nel 1934 e già oggetto dell’adattamento di culto di Sidney Lumet.

La celebre inchiesta di Hercule Poirot, tradotta per lo schermo da Michael Green, costituisce un materiale drammatico irresistibile e insolito per l’autore inglese che sceglie per sé il ruolo principale. Armato di un cast pletorico, Branagh stacca il biglietto e si gioca la corsa. Prendere l’Orient Express, (soprattutto) per lui è come stare a teatro, assistere a un’epoca di formidabili promesse di progresso e di libertà. Quando il treno raccordava luoghi lontani, comprimeva il tempo, dilatava lo spazio, riconfigurava le città e avvicinava gli uomini. Ma l’Orient Express non assunse mai veramente quel ruolo.

Macchina per produrre miti, dove l’Occidente trovava il suo altrove e il suo doppio esotico, fu un treno antimoderno alla ricerca di un Oriente mitico e immaginario. La destinazione era importante ma la prima tappa del viaggio e la sua quintessenza erano il treno stesso. L’anima dell’avventura, la sua ragione d’essere. Sorgente d’ispirazione infinita e luogo propizio alla seduzione, allo spionaggio e naturalmente all’omicidio, il treno blu e oro di Branagh deraglia nella neve, giocando con le possibilità e la poca libertà che può prendersi. Ribadendo ma insieme aggirando la costrizione che impone un treno coi suoi scompartimenti e i suoi corridoi stretti, l’autore scommette sul fuori campo, filmando dall’alto, dal basso, dall’esterno. Il piano sequenza in stazione ad esempio mostra Hercule Poirot attraversare il vagone senza interruzione fino alla sua cabina, rivelando col suo movimento e la sua durata la contiguità dello spazio.

Voto: 2,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

 

 

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dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
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