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In superficie, un thriller con momenti da commedia pura, che emoziona e diverte. Sotto, una disamina scanzonata delle piccole e grandi perversioni umane, e l’affermazione di una libertà totale – dagli altri, da sé, dal proprio passato – che passa per la verità e il superamento dei sentimenti di colpa e di vergogna che sono connaturati nella natura umana e nella morale cattolica.
Ecco che allora una storia come quella di Elle non poteva che essere ambientata nella laicissima Francia, e con alla regia un regista provocatorio e anarchico come Paul Verhoeven, che la bandiera della laicità francese la prende un giro, mostrandone le ipocrisie e portandola a nuova vita.

Erano dieci anni – se si esclude la parentesi di Steekspel, mediometraggio “collettivo” e ludico – che il regista olandese era lontano dal cinema, e non poteva tornare più alla grande, girando un film che riassume tanto del suo lavoro precedente (c’è tanto Basic Instinct, in Elle, ma anche le forbici del Quarto Uomo, tanto per citare due cose evidenti) e che espande il vasto terreno delle sue esplorazioni. Ad aiutarlo, una sontuosa Isabelle Huppert, che interpreta un personaggio quintessenziale, estremizzazione di tutte i tic e delle idiosincrasie che l’attrice francese porta abitualmente al cinema ma desacralizzata e resa lievissima dall’ironia e dal sarcasmo del copione e della sua recitazione.

Quello della Huppert, che è Michèle, la”elle” del titolo, non è solo il personaggio protagonista della storia, ma è quello che giganteggia su tutti gli altri per energia e per perversione, nonostante tutte le tante altre, sottili ma evidenti, che sono state date in dote a ogni altra figura della storia.
Figlia di un serial killer che è in prigione da anni, e che lei non vede da altrettanti, Michèle è diventata una donna ricca e di successo, gestisce una software house di videogiochi, e reagisce allo stupro che apre il film nella maniera più imprevedibile possibile: ignorandolo, andando avanti come niente fosse, ma al tempo stesso, con la duplicità e l’ambiguità che ammanta tutto il film, cercando di scoprire chi sia che ha violato il suo corpo e la sua casa, e che sembra non volerla lasciare in pace.

Michèle, d’altronde, non ha mica il physique du rôle della vittima. È una donna forte e indipendente, senza peli sulla lingua, che non risparmia nessuno, a partire dalla madre e dal figlio un po’ cretino che fa finta di non accorgersi di avere avuto un neonato inspiegabilmente nero; che va a letto col marito della sua migliore amica e socia in affari (e forse non solo…), e cerca di sedurre il vicino di casa dalla cattolicissima moglie; che sul lavoro non ha esitazioni e che, scoperto il suo violentatore, inizierà con lui una sorta di depravato gioco sado-masochista.
Sommatoria esplosiva di spietata sincerità e segreti ingombranti, sempre a cavallo tra luci e ombre, il personaggio della Huppert, con il suo avanzare senza timori e la dirompenza degli eventi di cui è vittima, diventa per Verhoeven il piede di porco che scardina le convezioni sociali e quelle del cinema, divelle l’ipocrisia borghese. E, con la sua conquista di una libertà sempre più assoluta – nel sesso, nella famiglia, nelle amicizie, ma meno egoista e irrispettosa di quella che aveva all’inizio – mostra al suo pubblico la strada da seguire, senza però fare predicatorio.

Dark, divertente, scomodo, ironico, appassionante e teso, Elle è il cinema di cui oggi abbiamo più bisogno. Libero, anche lui, in maniera totale e totalizzante, di sovvertire i generi, abbattere le barriere (anche sessuali) e sconvolgere le pigre convinzioni e le fragili certezze del pubblico, fornendo anche un’intelligente prospettiva costruttiva.
Cinema anarchico e provocatorio, come i suoi personaggi, come il suo regista. Senza vergogna e sensi di colpa.

Voto: 10 / 10

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Riuscite ad immaginare una commedia che si apre con uno stupro? Beh, noi forse no, ma Paul Verhoeven sì, ci riesce. Non solo. La realizza pure. Cerchiamo però di non fuorviare più di tanto; l’ultimo film del regista olandese è l’ennesimo in questa edizione a stravolgere i generi pur attenendovisi. Non li nega, come fa Assayas in Personal Shopper, piuttosto li trascende. Ci gioca insomma.

Michèle (Isabelle Huppert) è una donna indipendente, facoltosa, a capo di una software house di videogiochi. Succede che un uomo incappucciato irrompe nella sua abitazione e la violenta. È la prima sequenza, su cui Verhoeven lavora benissimo: schermo nero, oggetti che cadono a terra e si rompono, gemiti e urla, primo piano su un gatto meraviglioso… e poi, solo allora, l’inquadratura della Huppert e del suo stupratore a cose fatte. Da quel momento Michèle continua ad essere contatta da questo suo ammiratore, e la dinamica principe riguarda proprio l’indagine della donna che vuole scoprire l’identità del suo aggressore.

Classico episodio à la Haneke, sebbene qui venga anticipato a tal punto da mantenerne appena il tenore. Di lì a poco si capisce che Elle va a parare da tutt’altra parte. Cinque minuti dopo sembra infatti che non sia accaduto alcunché; Michèle è tranquilla, si relaziona serenamente con tutti, sul lavoro così come a cena con ex-marito ed amici: «ho cercato di pensare ad un altro modo per comunicarvi questa cosa ma non l’ho trovato. Perciò… l’altro giorno sono stata vittima di uno stupro». Iniziale gelo, è il momento della verità: qui capisci che cosa è quest’ultima fatica di Verhoeven. I commensali si sincerano sulle condizioni di Michèle, le chiedono perché non abbia denunciato la cosa alla polizia; pochi istanti, finché non irrompe il cameriere col vino. Robert, il marito dell’amica, si comporta come se niente fosse, conferma che la bottiglia va bene e si blocca un istante, consigliando al cameriere di tornare dopo cinque minuti dato che “forse” non è il momento.

Elle è pieno di passaggi simili, capaci di stemperare anche la scena più tesa, più controversa, e ci riesce sempre senza eccezioni. Non si creda però che il punto stia nel farci ridere: quella di Verhoeven è una critica spietata, in cui il sarcasmo è usato come arma appuntita. Troppi gli strati, nessuna spiegazione. Certo, anzitutto è la borghesia a farne le spese: un pugno di alienati che vivono su un altro pianeta, dalle reazioni imprevedibili. Perché l’aspetto che più contraddistingue Elle sta proprio nella sua genuina imprevedibilità, in questo senso comportandosi come un ottimo thriller.

Ma come già accennato, Verhoeven qui trascende il genere, da cui pilucca a propria discrezione: ora il giallo, ora l’horror. Il discorso è però di portata ben diversa, e come sempre accade con questo cineasta, ha a che vedere coi sessi, sia presi a sé stanti che nel loro rapportarsi. Sebbene il titolo appaia piuttosto indicativo rispetto alla prospettiva adottata, decisamente femminile; Michèle incarna la donna emancipata per antonomasia, quella che non solo non dipende da nessuno bensì naturalmente portata ad imporsi con tutti, uomini e donne. Che sa gestire situazioni critiche, come quando uno dei suoi dipendenti fa girare in tutti i computer dello studio un video in computer grafica piuttosto sconcio che la prendere di mira.

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Chiunque, in un modo o nell’altro, sono attratti da Michèle: e chi non brama di possederla (specie gli uomini, nei quali stimola impulsi anomali) non può che entrarci in competizione, come la fidanzata del figlio, che ingaggia una battaglia di cui a Michèle interessa proprio nulla. Ma sono talmente tante le tracce che vengono integrate a questa storia così perversa, glaciale in certi suoi meccanismi, che davvero ci si perde: quando aveva dieci anni la famiglia di Michèle divenne tristemente nota per via del padre, che in un momento di follia uccide 27 persone. Di quella vicenda rimane una foto di lei, una bambina di allora dieci anni, mezza nuda e con lo sguardo perso nel vuoto. Risale a quel momento la definitiva perdita dell’innocenza?

Elle ci parla pure di desiderio, quello che ci fa compiere qualunque cosa pur di appagarlo: «la vergogna non è sufficiente ad impedirci di fare certe cose», dice la protagonista. Figura satanica, per spostarci su un livello evocato per niente a caso: in più occasioni Michèle ha modo di manifestare il proprio disprezzo verso il Papa, la Chiesa, Dio, fino a compiere un vero e proprio rito di auto-scomunica, maledicendo il successore di Pietro, le cui immagini passano in televisione. Compiaciuta, mentre ci tiene a comunicare ad uno degli ospiti di saperne abbastanza riguardo a certe pratiche: d’altra parte non dovrebbe sorprendere che sia proprio il demonio ad essere il più informato sulle “cose di Dio”.

La Huppert è perfetta, in tutto e per tutto. Le piccole e grandi battaglie che ingaggia costantemente con tutti, senza cedere di un millimetro, necessitavano di una presenza come la sua, apparentemente innocua ma al tempo stesso carica di quell’erotismo conturbante. Lei (Elle) è il mistero, il pericolo, qualcosa che ci attrae ma che non conosceremo mai abbastanza. Chiunque le si avvicina, in un modo o nell’altro, ne resta profondamente cambiato, in alcuni casi stravolto. Ma ciò che davvero colpisce è la spontaneità con cui affronta qualunque situazione con una calma inquietante, tipica di chi è su un altro livello, di chi sa e ha sempre e comunque la situazione sotto controllo.

Quello di Paul Verhoeven è un ritorno a tutti gli effetti. Il suo Elle è suo, per l’appunto, quantunque declinato in varie maniere, dal film francese al film di genere, passando per la sperimentazione. Perché anche a questo livello il film ha qualcosa da dire, ponendosi comunque sulla soglia dell’arthouse, per quanto accessibile. Ambiguo, stratificato, psicologicamente violento, Elle è un oggetto affascinante, a tratti irresistibile. Ha il sapore dell’ignoto, quel richiamo a cui nessuno può dirsi davvero refrattario. Eppure martella, mostrando la cattiveria, quella vera, senza però, giustamente, tentare di spiegarla.

Voto: 9 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

 

È possibile fare un film che sia una commedia, un noir erotico, un horror e una lucidissima riflessione sulla trasformazione del corpo e dell’immagine contemporanei? Chiedetelo a Paul Verhoeven e al suoElle. Ultima, pazzesca follia del cineasta olandese a dieci anni di distanza da Black Book, anche se in mezzo c’era stato lo spassosissimo esperimento di Steekspel, da cui quest’ultimo film riprende con stile liberissimo l’imprevedibilità drammaturgica e lo spirito corrosivo.

Schermo nero. Ancora non sono finiti i titoli di testa quando sentiamo gemiti di dolore ed eccitazione. Una donna viene stuprata nella sua casa da un uomo mascherato che fugge. Perde sangue. Ma nelle sequenze successive sembra riprendersi. Non chiama la polizia. È una manager a capo di un’importante casa di produzione per videogame, severa, attraente, cinica, con un sense of humor particolarmente “nero”. Si chiama Michele (Isabelle Huppert) ed è la figlia di un uomo che quarant’anni prima ha massacrato a colpi d’ascia un’intera comunità. Fuori dal lavoro la donna vede la stramba madre, l’ex marito, il figlio che sta per diventare padre, l’amante che è il compagno della socia. E, forse, in silenzio aspetta che torni il suo stupratore…

isabelle huppert elleL’autore di Robocop e Atto di forza va di grana grossa ma è il suo cinema e fa bene. Colpisce duro, allestendo un luna park tragicomico di uomini e donne che sembrano macchine programmate per uccidere, scopare, litigare. La sofferenza, ammesso e non concesso che esista davvero, procede automatizzata seguendo un ritmo indiavolato, pieno di deviazioni, ripartenze, ironie di superficie e improvvisi notturni. Alla base c’è un’idea di cinema che sembra guardare costantemente all’abisso attraverso una mascherata collettiva che non salva nessuno: genitori, figli, mariti modello che nascondono perversioni, mogli bigotte e il sesso come strumento di controllo attraverso cui deridere i meccanismi della società. La scrittura è delirante e lo sguardo cristallino, con una colonna sonora di Anne Dudley che flirta con il thriller facendo il verso al mitologico Jerry Goldsmith di Basic Instinct.
Del resto Verhoeven compie quasi un miracolo. Disintossicare la Huppert dalle scorie nichiliste del cinema di Haneke
, per ricostruirne un’immagine altrettanto ambigua ma viva, quasi una pulsione stratificata in un corpo solo di tanti film possibili: la madre, la pazza, la manager, l’amica, l’omicida. Così un’attrice che negli ultimi tempi sembrava inchiodata a un’autorialità programmatica qui torna a essere sorprendentemente libera, diabolica tela bianca su cui Verhoeven riflette le inquietudini della ricca borghesia e la metamorfosi alienata dei corpi (femminili) di domani.

elleElle è infatti un’omaggio alla grande attrice francese insolito ed epocale proprio in quanto lontano da ogni precedente grammatica in stile nouvelle vague. Qui il riferimento è la super-donna verhoeveniana – altro che misoginia! – in un prototipo che mette insieme Sharon Stone con il cinema europeo antiborghese. Crisalide dalle sembianze umane, scena dopo scena Michelle cambia, assorbe i tanti mondi del nostro presente. Tutto in lei si rimargina e si trasforma. Lei sopravvive e quando a un certo punto munita di bastone e tutore la vediamo camminare come un cyborg l’analogia è compiuta. Magari non è ancora il corpo digitale dei videogame che produce, ma deve addattarcisi, misurarsi con le interazioni di un reale, cinematografico e non, dove tutto è ormai (im)possibile da desiderare. La carne e il sangue allora non bastano più in quello che è uno dei film più politici e spietati degli ultimi anni.

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

 

La borghesia cattolica e il suo ineludibile sadomasochismo sono al centro di Elle di Paul Verhoeven, thriller-commedia spietata e spassosissima presentata in concorso a Cannes 2016.

A lunga conservazione

Michèle sembra indistruttibile. Direttrice di una società leader nel settore dei videogame, si dedica con la medesima spregiudicatezza sia all’amore che agli affari. Aggredita e violentata in casa da uno sconosciuto col volto coperto, la sua vita non sarà più la stessa. Ma una volta identificato l’aggressore, si ritrovano entrambi coinvolti in un gioco pericoloso, che da un momento all’altro può sfuggire a ogni controllo… [sinossi]

Esiliato da tempo dell’ingrata Hollywood (l’ottimo L’uomo senza ombra, del 2000, è al momento la sua ultima produzione Usa) Paul Verhoeven ha fatto ritorno da un po’ nel Vecchio Continente e dopo il mai abbastanza considerato Black Book e il curioso esperimento di scrittura collettiva Tricked, è stato ora accolto oltralpe, dove ha potuto firmare Elle, ultima pellicola ad essere presentata in competizione al Cannes 2016.
Qualora Verhoeven avesse iniziato un suo personale viaggio nel Vecchio Continente alla maniera di Woody Allen, i produttori nostrani dovrebbero stare all’erta perché, a giudicare da questo nuovo capitolo della sua filmografia, il regista olandese potrebbe avere qualcosa di molto interessante da dire, scendendo magari nel dettaglio, anche sulla società italiana.

Tratto dal romanzo di Philippe Djian “Oh…!”, Elle, nel raccontare le reazioni di una donna in seguito ad una violenza subita, va infatti a tratteggiare un ritratto spietato e totalizzante del sistema socio-economico borghese europeo, al punto che, parafrasando il celebre volume di Max Weber, si potrebbe dire che l’oggetto d’indagine del film sia l’amalgama indissolubile tra “Etica cattolica e sadomasochismo”.

È proprio questo binomio a innescare il moto perpetuo e incessante delle nostre vite, vuole dirci Verhoeven, che ci sia o meno il denaro poco importa, l’etica dominante si alimenta prevalentemente di una dialettica tra sopraffazione e sottomissione, il suo obiettivo è il potere, gli strumenti per conquistarlo sono l’ipocrisia e l’indifferenza, anche nei confronti di se stessi.
Queste ultime sono esattamente le due barriere che Michèle (la sempre ottima Isabelle Huppert, in un ruolo del tutto speculare a quello de La pianista), presidente di una società leader nel settore dei videogame, innalza per difendersi dallo stupro subito in casa ad opera di uno sconosciuto, sotto lo sguardo indifferente del suo gatto domestico. È con la scena della violenza che Verhoeven apre il suo film, e non è certo un caso, il dubbio che vuole instillare è molto semplice: probabilmente la nostra protagonista non cambia affatto dopo il trauma, resta invece la stessa, perché il suo unico obiettivo è l’autoconservazione. La vediamo dunque recarsi sul lavoro, frequentare gli amici e l’ex marito, incontrarsi con il figlio, con l’anziana madre e il suo toy-boy, poi discutere della relazione clandestina che intrattiene proprio col marito della sua migliore amica nonché sodale sul lavoro. È una donna spregiudicata Michèle, e vuole restare tale. Costi quel che costi. Ma nel frattempo, inizia anche una sua personale indagine per scoprire l’identità del suo violentatore, lo trova, e stringe con lui una pericolosa alleanza, all’ombra di un cattolicesimo pio e di facciata, come tutto il resto.

In Elle, il regista del famigerato (ancora tutto da rivalutare) Basic Instinct dosa con sapienza thriller e commedia grottesca, affonda con gusto nello stilettare la borghesia contemporanea, che in quest’epoca oramai post-post capitalista vive in una iperrealtà dove vede ciò che vuole vedere, crede ciò che vuole credere. E anche all’interno di un videogioco dunque diventa fondamentale che il nostro avatar digitale possegga le corrette “convulsioni orgasmiche” anzi, è necessario. È tutto fondamentale e inevitabile nella vita della protagonista, le cene, i funerali, le nascite, i Natali, le varie occasioni obbligate di incontro con gli altri si susseguono per lei senza sosta, secondo la corretta liturgia prevista.

Ciò che è “necessario” diventa dunque l’oggetto principale del film di Verhoeven, che va ad aggiungere Michèle alla sua già nutrita galleria di ruoli femminili, ossessionati dal controllo del prossimo e dalla preservazione di se stesse. E in tal senso, Michèle è la perfetta evoluzione della Jennifer Jason Leigh medievale di L’amore e il sangue (1985) così come anche della Carice van Houten della Seconda Guerra Mondiale di Black Book, l’unica novità è tutta anagrafica. Attraverso il personaggio incarnato dalla Huppert, Verhoeven ci parla infatti oggi di una classe media oramai agée, che detiene potere e denaro e intende mantenere entrambi, anche a discapito dei propri figli.

Il Vecchio Continente non è mai stato così vecchio e, tra cinture per l’ernia e toy-boy, la sua borghesia prosegue nell’esercizio del controllo (altro tema caro a Verhoeven), ingloba tutto perché proprio come preconizzava il Principe di Salina de Il Gattopardo “tutto cambi affinché tutto resti uguale”. E allora ecco che si può tranquillamente raccontare di uno stupro subito a una cena al ristorante con gli amici, dopo non c’è stupore che tenga, bisogna continuare a mangiare.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

 

Qualsiasi cosa Paul Verhoeven filmi, sia la fanteria dello spazio, sia un poliziotto robot, sia una spogliarellista, un interrogatorio o una scena medievale, in realtà sta filmando la violenza che abita dentro di noi. Nei suoi film qualsiasi cosa, dalle interazioni ai media (soprattutto i media) è un veicolo di violenza, e questa prende la forma dell’umiliazione, della cattiveria, del cinismo, dell’arroganza o, come in Elle, del grottesco.

Per la prima volta in un film di questo incredibile cineasta olandese dalla vasta carriera hollywoodiana si ride. E parecchio. Si ride della meschinità della protagonista, Isabelle Huppert, manager di una società di videogiochi (indovinate? Violenti!) che tratta tutti con cinismo, sarcasmo e un distacco umiliante. Si ride della violenza vera, cioè dell’assalto che subisce e dello stupro perpetrato ai suoi danni. Si ride infine di chiunque subisca ingiustizie e vessazioni dagli altri.

Elle è un lungo e non sempre piacevole viaggio nell’ordinaria violenza che si nasconde nelle vite più comuni, nelle paternità fittizie, nei vicini di casa sanguinari, nell’insicurezza personale e nei soprusi in ufficio. Un viaggio tutto affrontato assieme ad una protagonista più che pronta a questo mondo, uno squalo che da bambina ha visto il padre massacrare 27 persone, che poi erano i suoi vicini di casa, e che da allora pare così anestetizzata alla durezza del mondo da non battere ciglio nemmeno quando viene stuprata. Anzi! Eppure è lei la più normale e adatta a vivere del film. E che attrice Isabelle Huppert, capace di convogliare così tante facce diverse, capace di mescolare da sola il registro ironico con quello amaro, capace di comandare, gestire e dosare in questa maniera il proprio appeal sessuale!

Il cinema spesso per inseguire il pubblico e consolarlo sfocia nell’ipocrisia, loda il politicamente corretto e ritrae l’ideale più che il reale, ciò che vorremmo credere più che ciò che viviamo. Elle non solo non fa questo, ma rende il punto di vista più cinico sull’umanità una realtà così concreta ed evidente che non si può che ridere riconoscendone il paradossale realismo. Criminali che il giorno dopo si comportano come nulla fosse, tradimenti che non portano a nulla di grave e padri che accettano figli di colore quando loro sono bianchi. Ogni evento che i personaggi subiscono su di sè come fosse uno schiaffo ci suona così vero e concreto da impressionare, ogni ironia data dalla maniera in cui reagiscono agli eventi è talmente cinica da risultare onesta e lontanissima dall’ipocrisia.

Che la violenza sia in ogni ambito della vita di tutti è una verità difficile da accettare, ma questo film di Verhoeven sa declinarla in così tanti modi diversi e a così tanti diversi gradi di intensità (dallo stupro alle frecciatine o anche solo ad uno sguardo maligno mentre si dà un bacio) da essere il più vero e autentico manifesto del mondo per come lo viviamo e non per come lo sogniamo.
Che poi tutto ciò scateni delle liberatorie risate èil dettaglio che merita una riflessione maggiore.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

Sono trascorsi dieci anni dal suo ultimo lungometraggio, Black Book, e in generale nelle due decadi passate i suoi film si contano sulle dita di una mano. Verhoeven è un autore che spesso viene sottovalutato o frainteso e al quale purtroppo non viene dato sempre il giusto peso. Parliamo di un regista attivo fin dagli anni ’60, partito dall’Olanda e finito ad Hollywood per girare lungometraggi di notevole impatto popolare come RoboCop o Basic Instinct. Non è facile inquadrare un cineasta capace di spaziare così tanto tra i generi, ma ci sono degli elementi che si ritrovano in tutti (o in molti) dei suoi lavori e che troviamo, ovviamente, anche nel magnifico Elle.
Presentato al Festival di Cannes 2016, il film è stato molto apprezzato ancora prima di arrivare nelle sale italiane, per la durezza e la freddezza della critica spietata che rivolge al mondo borghese. Forse però ci si dimentica che questo aspetto ha sempre contraddistinto l’artista olandese, anche in progetti come Starship Troopers o RoboCop, troppo spesso non analizzati in profondità soltanto perché considerati prodotti di genere.
Si può affermare quindi che Elle sia in continuità con le sue opere precedenti; non si pone come una novità nella filosofia di Verhoeven, ma come un giusto e coerente proseguimento del suo cinema. Il fatto sorprendente è che, dopo tutti questi anni, il cineasta riesca ancora a mantenere uno sguardo così cinico e spietato per raccontare la contemporaneità. Elle è, infatti, uno dei più duri attacchi alla classe elitaria che si siano visti di recente.
Una critica che si avvicina a quella di altri registi europei e che fa chiaramente intendere quali siano le origini di Verhoeven.
Non siamo lontani dalle opere di Michael Haneke per l’idea di una borghesia che, dietro a una facciata perbenista, nasconde un malessere di fondo e una perversione inimmaginabili. I due cineasti sono vicini anche per il modo in cui raccontano le loro storie: lo sguardo è sempre freddo e distaccato, ed è forse questa l’aspetto che più rende Elle così solido e graffiante. Neanche l’umorismo da commedia nera riesce ad alleggerire l’atmosfera e i momenti più tesi della vicenda.
Ma il vero pilastro sul quale si regge il film è Isabelle Huppert (che non a caso ha lavorato anche con Haneke), un’attrice fantastica che qui interpreta una donna diversa dai modelli proposti di consueto al cinema. Un personaggio al limite, ambiguo e forte che si fatica a comprendere e che, nonostante tutto, sembra sempre mantenere il controllo della situazione. La Huppert, giustamente, ha fatto incetta di premi ed è stata candidata agli Oscar 2017 come miglior attrice protagonista, riconoscimento (vinto da Emma Stone) che avrebbe senza dubbio meritato.
Elle è uno dei pochi (salutari) pugni allo stomaco del 2016 cinematografico, un’opera magnetica e pungente che ricorda a tutti la grandezza e la maestria di Paul Verhoeven, sperando che col tempo venga riscoperto anche da chi lo ha sempre snobbato.

Voto: 4,5 / 5

Tomas Avila, da “cineavatar.it”

 

 

 

Michèle (Isabelle Huppert) ha tutto, nel senso che lo ottiene senza farsi scrupoli: un ex marito, un amante, un figlio, una bella casa, una madre arzilla, la guida, condivisa con Anna (Anne Consigny), di un’importante società di videogame. Ha anche un passato importante, ma criminale, luttuoso: il padre con la sua “complicità” di bambina sterminò 27 persone, tra uomini, donne e bambini più animali non quantificati, nella stessa via in cui abita ancora. Proprio adesso il padre, tramite i suoi avvocati, he chiesto di poter uscire di prigione. Ma a turbare profondamente la vita di Michèle è lo stupro di cui è vittima nella propria abitazione: l’uomo, mascherato, la colpisce sul viso, la violenta e poi fugge. Michèle non sporge denuncia, dopo qualche giorno si limita a dirlo ad Anna, il di lei marito e suo amante e il suo ex marito. Ma non è finita: Michèle è spiata, come lasciano intendere i misteriosi messaggi che riceve…

24 anni dopo Basic Instinct, il regista olandese Paul Verhoeven torna in Concorso a Cannes con Elle, thriller sui generis (in realtà, un eterodosso rape-revenge), che apre alla commedia di costume – sì, alta borghesia – e persino a sfumature comiche. Una bella sorpresa, insomma, che gode di una Huppert – sebbene continui a essere il peggiore spoiler di se stessa, ovvero spia scoperta del personaggio che interpreta – in stato di grazia, un cast affiatato, una felicità di scrittura palpabile, ovvero la capacità di saltare repentinamente tra registri, dal drammatico al, appunto, comico, con un basso continuo ironico, anche nel dosaggio e gestione della suspense.

Oltre alla reprimenda dei costumi borghesi, tra corna, bugie e “amicizie” che tali non sono, e dei relativi legami familiari – la madre di Michèle tra botox e toyboy, il padre psicopatico e pluriomicida, il figlio imbelle e, lui pure, tradito – Elle percorre un crinale pericoloso, ovvero il godimento provato da Michèle durante lo stupro, il suo fantasticarci successivo e, soprattutto, il suo non riportarlo alla polizia. Tranquilli, è un’intesa provocazione da parte di Verhoeven, che porta sullo schermo per la sceneggiatura di David Birke il romanzo Oh… di Philippe Djian, ma non durerà troppo. Piuttosto, la vera provocazione è un’altra: il personaggio più positivo, ovvero saggio, misericordioso e veramente trasgressivo, è una donna assai timorata di Dio, che va a piedi a Santiago per assistere alla Messa di Papa Francesco.

Sceneggiatura sapientemente dosata, risate di qualità offerte generosamente e più di un sottotesto eticamente bollente, Elle ci riconsegna un 77enne Verhoeven in ottima salute. Chapeau!

Voto: 4 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

Dietro, e prima, del bel film di Paul Verhoeven c’è un romanzo clamoroso: “Oh…” del francese Philippe Dijan. Come dice lo stesso cineasta olandese, il film non fa che seguire pedissequamente l’incedere degli eventi narrati nel libro. Eppure, l’occhio e la cinepresa del regista di “Basic Instinct” sanno fare proprie le vicende della Michèle descritta nel libro, trasfigurando qualcosa in modo arguto, un dettaglio, un dialogo, uno sguardo della magnifica Isabelle Huppert. D’altronde, sta in questo la bravura di chi sceglie di adattare un soggetto non originale: saperne rispettare i codici di base con il coraggio di chi non rinuncia alla propria visione del mondo e dell’arte.

La protagonista, una cinquantenne in carriera, viene stuprata in casa sua. Lo sappiamo da subito, nella prima scena che si illumina in pieno giorno dopo i titoli di testa su sfondo nero. La violenza si è già consumata, Michèle si rialza dal pavimento, si ricompone e va a farsi un bagno caldo. Una macchia rossa affiora dalla vasca: l’unico ricordo visivo di quanto accaduto poco prima. Poi la vita riprende normale. È lì allora che Verhoeven mette in scena la sua tragicommedia umana di gran classe. Il modo grottesco in cui ci presenta la carrellata di uomini e donne che sono la vita di Michèle è uno stile a metà tra il thriller da camera e la black comedy. Il figlio scemo, senza alcun talento, che è ossessionato dall’idea di riscattarsi dal grigiore diventando padre, peccato che il bimbo la sua ragazza l’abbia concepito con qualcun altro; la mamma ultrasettantenne, gonfia di botox e fidanzata con un giovane aitante, probabilmente un mezzo gigolò; l’ex-marito, scrittore fallito, cui ancora fa scenate di gelosia, d’altronde è l’unica persona che davvero l’ha saputa capire; la coppia di vicini, lei cattolica praticante devota e bigotta, lui mediocre bancario non particolarmente affascinante; la coppia di grandi amici, la collega inseparabile con cui ha quasi un rapporto di attrazione morbosa, e il marito di lei, con cui invece va a letto combattuta da sensi di colpa verso l’amica che, a sua volta, la fa sentire una madre snaturata per il rapporto strettissimo che sa intrattenere con suo figlio, a differenza sua, che sarebbe invece la vera madre.
E poi il padre, figura misteriosa che si intravede solo dalla tv o da foto d’epoca, un uomo condannato all’ergastolo per aver fatto una strage trent’anni prima, il cui marchio d’infamia e vergogna è ricaduto negli anni seguenti proprio su Michèle e il suo tentativo di vivere un vita normale, al riparo dagli occhi degli indignati di professione. Ecco, questo suo stato di vittima perenne riesplode proprio nell’attualità della vicenda cui assistiamo. La violenza sessuale subita, con la volontà di non lamentarsene, di non coinvolgere la polizia e le persone care, riaccende forse nella protagonista quella condizione di soccombente che l’ha accompagnata negli anni della giovinezza e della maturazione. Sarà forse per questo che Michèle finisce per rincorrere quasi il suo aguzzino, agognando nuove violenze e nuovi stupri? Verhoeven una risposta non la dà. Ma alcune conclusioni le traiamo noi, però.

Prima annotazione: stiamo parlando di un autore vero, con una poetica complessa e articolata, con uno stile raffinato e sfaccettato, che nulla ha a che vedere con l’immagine rozza che ne è stata data a Hollywood all’indomani di pellicole diventate cult per i motivi sbagliati (“Basic Instinct”) o semplicemente ridotte a pura spazzatura anche per pesanti responsabilità dei produttori (“Showgirls”). Verhoeven non è un guardone, un maniaco, un pruriginoso regista di serie B. Verhoeven è un cineasta che riflette sul sesso, sul non detto attorno ad esso, e su quanto questo elefante nella stanza condizioni le vite delle persone, al punto da sdoppiarle e farle combattere contro se stesse. Che altro è “Elle” se non una farsa contemporanea sull’ambiguità dell’Io? Tutti hanno un volto vero e recitano un ruolo parallelo in questo thriller spassoso e a tratti persino demenziale. Amore e odio, attrazione e repulsione, ambizione e vittimismo, istinto familiare e inettitudine: ciascun personaggio che ruota attorno alla protagonista lotta per ribadire il suo posto nel mondo, ma al tempo stesso per tenere a bada la parte di sé più inquietante e lugubre.

Su tutti giganteggia chiaramente la non eroina Michèle che, permettendo alla Huppert un’altra prova di bravura impressionante, non tradisce emozioni, istinti violenti o voglia di vendetta esplicita, ma scatena una furia masochista nell’annullarsi fra le braccia di un violentatore di cui conosce l’identità e che, per motivi esattamente opposti a lei, recita anch’egli una parte per liberare la propria personalità soffocata dall’ipocrisia borghese, religiosa, perbenista.

Verhoeven cambia con il passare degli anni, sia nel suo mettere in scena il sesso, sia nel piglio con cui affonda l’obiettivo della sua macchina da presa nel cervello dei suoi personaggi. La sua versione hollywoodiana era chiassosa, burbera e volutamente semplificatrice. Ora è tornato alle origini, a un cinema europeo da interni, a movimenti di macchina parchi e studiati e, soprattutto, a un’attenzione quasi totalizzante verso la psiche. Il corpo non è più ostentato come ai bei tempi dell’oltraggiosa Sharon Stone, ma è svelato con parsimonia, guidato da perversioni che non sono più mostrate attraverso la lente materiale del dettaglio fisico, il filtro ormai è caduto. L’inquietante perversione di Michèle, che trasforma un sopruso sofferto in un rituale liberatorio, è figlia di tutto ciò che abbiamo visto: un accumulo di tensioni, falsità, inquietudini familiari, sociali, lavorative.

“Elle”, presentato come un film-scandalo, è invece satira acuta dei nostri giorni, il sadomasochismo si amplifica ai rapporti sociali, lavorativi, parentali. Forse arenandosi nella sua sfrenata pulsione psicanalizzante, Verhoeven, da europeo, mostra comunque una Francia e una Parigi dove tutta la cronaca vissuta negli ultimi tempi fa da sinistra cornice alla commedia nera che non può che tracimare nel dramma: la violenza, la chiusura delle case borghesi, la religione, le vergogne del passato sono tutti elementi pronti a deflagrare anche se tenuti abilmente nascosti da chi è interessato a mostrarsi in una versione pubblica presentabile, mentre nel privato sfoga tutta la propria inspiegabile frustrazione.

Voto: 7,5 / 10

Giancarlo Usai, da “ondacinema.it”

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