Veloce come il vento

locandina
Giulia De Martino vive in una cascina nella campagna dell’Emilia Romagna con il fratellino Nico. Sua madre se ne è andata (più volte) di casa, e suo fratello maggiore Loris, una leggenda dell’automobilismo da rally, è diventato un “tossico di merda” parcheggiato in una roulotte. Quando anche il padre di Giulia, che aveva scommesso su di lei come futura campionessa di Gran Turismo usando come collaterale la cascina, la lascia sola, Giulia si trova a gestire lo sfratto incipiente, il fratellino spaesato e il fratellone avido dell’eredità paterna. Ma la vera eredità dei De Martino è quella benzina che scorre loro nelle vene insieme al sangue e quel talento di famiglia, ostinato e rabbioso, per le quattro ruote.
Dopo due regie da rampollo di buona famiglia – Un gioco da ragazze e Gli sfiorati – Matteo Rovere finalmente esce dai Parioli e riscopre le sue radici romagnole, con tanto di unghie sporche di terra e imprecazioni in quel dialetto sanguigno che domina il mondo del motor sport italiano. Con intelligenza, sensibilità e gusto Rovere si butta a rotta di collo lungo un tracciato pieno di curve pericolose tenendo ben saldo il volante, con il sostegno di una bella sceneggiatura scritta a sei mani, oltre che da lui, da Filippo Gravino e Francesca Manieri. Lo spunto è una storia vera raccontata al regista da un meccanico scomparso l’anno scorso, cui sul grande schermo dà il volto segnato e la recitazione misurata l’ottimo Paolo Graziosi. Lo stile è quello del film di genere, ma più che al motor movie stile Rush Rovere attinge all’underdog movie di matrice atletica allaRocky o alla Flashdance, aggiungendo un pizzico della follia da race movie farsesco alla Quei temerari sulle macchine volanti.
Volano davvero, le auto da corsa di Veloce come il vento, così come sono davvero matti e disperatissimi i loro piloti (il che ispira la battuta migliore del film), giovani o vecchi, maschi o femmine. Perché uno dei (tanti) pregi del film di Rovere è che racconta (senza mai sottolinearlo con facile retorica e ancor più facile piaggeria nei confronti del pubblico femminile) un mondo dove le pari opportunità sono reali: Giulia gareggia da sempre insieme ai piloti uomini, e tutto ciò che conta è l’asfalto che brucia e la grinta che sa dimostrare al volante.
Matilda De Angelis, al suo esodio cinematografico, è perfetta nei panni di una 17enne che ha il motore nel dna ma anche responsabilità adulte e piedi ben piantati per terra. Il suo sguardo sotto il casco mescola terrore e adrenalina, il suo corpo acerbo comunica fragilità e determinazione. La sua recitazione sobria e autentica, che ben si sposa con quella di Grazioli e del piccolo Giulio Pugnaghi nei panni di Nico, fa da contraltare e da contenitore a quella sopra le righe di Stefano Accorsi, che sulle prime pare gigioneria e invece conquista gradualmente dignità e carisma, per diventare la brillante caratterizzazione di un uomo in equilibrio su un crinale scosceso, un perdente glorioso degno di quell’universo epico e spaccone che è il mondo delle corse, siano esse su circuito di Formula Uno o su strada sterrata. Passato il mezzo del cammin della sua vita Accorsi sciacqua saggiamente i panni nel Po e non solo rispolvera il suo accento (pre Maxibon) ma acquisisce anche una postura da contadino della Bassa, e attinge alla fame di vita del Vasco prima maniera e alla poesia anarchica del Liga (Antonio, più che Luciano). Le riprese di gara sono convincenti e si lasciano seguire anche da chi non le conosce né le apprezza, e non privilegiano mai l’abilità tecnologica rispetto alla dimensione umanistica del racconto. In questo senso Veloce come il vento è più analogico che digitale, e gli effetti speciali sono vintage come il codice d’onore di Loris De Martino.
Il film di Rovere fa parte di quella rinascita del cinema italiano che affronta il genere per trascenderlo, e affonda le radici nei localismi dopo aver appreso a fondo la lezione (cinematografica) della globalizzazione. Soprattutto, fa qualcosa di grande: mostra alle giovanissime generazioni, per bocca di un quarantenne che si è bruciato e che ha distrutto l’automobile con cui correva vent’anni fa (una datazione non casuale), che si debba, e si possa, correre dei rischi, che si possa, e si debba, aggiustare ciò che abbiamo (o è stato) fatto a pezzi, che è lecito farsi (del) male ma anche (auto)ripararsi. Dimostra che aver paura di tagliarle il cordolo (o il cordone ombelicale) allontana dal traguardo, e che le ragazze non sono condannate ad essere colibrì dalle ali azzurre, ma possono diventare contendenti.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

“Se hai tutto sotto controllo, significa che non stai andando abbastanza veloce.”
Se Matteo Rovere ha scelto di aprire il suo film con questo esergo di Mario Andretti, è perché, nell’universo di Veloce come il vento, non si applica solo alle corse in pista, ma alla vita tutta.

Certo, la storia che racconta è quella di due fratelli (anzi, tre) che si ritrovano assieme, quella di una passione per la velocità e di un talento comune che scorre nelle loro vene, perfino la storia di un parziale riscatto di un uomo che il suo talento l’ha gettato via per sfamare la sua fame di vita non al volante ma nella droga.
Però, prima di ogni altra cosa, forse, la storia di Veloce come il vento è quella di una ragazzina che cerca testardamente, mascherando la disperazione, di tenere in pista la sua vita, impazzita dopo la morte del padre, e di tagliare il traguardo che metterà in salvo la sua casa e la sua famiglia.
Per farlo, Giulia dovrà imparare quello che Andretti (o meglio, Rovere) spiega a tutti con la sua frase: se la vita la vuoi vivere, e la devi vivere, devi andare veloce, prenderti dei rischi e accettare che non puoi sempre controllare tutto. Certo, all’altro capo dello spettro che suo fratello Loris, che invece veloce va pure troppo, e che si trova costretto a dover rallentare per riacquistarne un po’ di più, di controllo.

E allora ecco che i due non possono che farsi del bene a vicenda, e quando arriva il momento inevitabile del momentaneo ribaltamento di ruoli, è quasi commovente. Giulia che smette per un attimo di essere la control freak che è costretta a essere, che torna a casa la sera ubriaca, in motorino, vomita in cortile e racconta al fratello quanto si è divertira a ballare, cantare, scopare in macchina, e quanto gli pesi la vita che fa; e Loris risponde che no, non gliela fa fare una canna, e gli dice che lei è piccola, che non deve mica scopare in macchina a 17 anni, come un vero fratello maggiore.
Dura poco, quel momento, perché tutto poi torna alla normalità: Giulia torna a essere la ragazza solida e con la testa sulle spalle, Loris il tossico cialtrone e guascone, simpatico ma a volte disfunzionale. Dura poco, ma dentro c’è il senso di tutto un film, e dei sentimenti che vuole evocare.

Poi, certo, Veloce come il vento è anche molto altro, con la spettacolarità carica d’adrenalina delle scene belle e ben girate in auto, in pista come per strada; con la storia ovvia e paradigmatica, ma ben gestita, del riscatto (perlomeno parziale di Loris), con gli accenni agli aspetti più drammatici della droga; col calore dei motori che fa scopa con quello degli affetti familiari (azzeccatissima e divertente la storyline del fratellino minore “musone”, che si lascia lentamente sedurre dallo scapestrato Loris).
Però l’impressione è che a Rovere, nonostante un copione tanto preciso da risultare quasi troppo studiato, interessasse più di tutto quella roba lì, quel bilanciamento tra responsabilità e irresponsabilità che fa danzare sulle curve della vita, che ti fa correre veloce e pulito proprio perché, ogni tanto, sali sui cordoli e scomponi la macchina in ingresso di curva.

Da dire, c’è che la scommessa di raccontare questo cuore emotivo, quasi esistenziale, Rovere l’ha vinta.
Come ha vinto quella, doppia, della scelta dei protagonisti, con da un lato la giovane esordiente Matilda De Angelis, capace di non essere bambolina nonostante gli occhioni azzurri da cerbiatta e di dare il giusto carattere a Giulia; dall’altra quella di uno Stefano Accorsi che, paradossalmente, funziona meglio e va meno sopra le righe qui, dove fa il tossico guascone, che quasi tutti i suoi ruoli cinematografici precedenti.

Più che all’imprevedibilità e alla varietà dei rally, Veloce come il vento assomiglia di più a una gara di velocità su pista, dove il circuito è noto e conosciuto e studiato nei minimi dettagli, ma sul quale, giro dopo giro, l’emozione non è affatto assente, magari ogni tanto si sbaglia e si perde qualche posizione, e l’imprevisto è comunque dietro l’angolo. Il film di Rovere appassiona e diverte, coinvolge e non annoia: lo guida un regista che non sarà forse un campione tutto estro, ma un pilota solidissimo capace di concludere la gara in scioltezza, finendo anche sul podio.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Non ci sono dubbi riguardo al fatto che Veloce come il Vento sia ben congegnato. Cinema sportivo all’americana, realizzato conoscendo bene le dinamiche italiane e sapendo trovare le anse del nostro modo di fare storytelling in cui inserire le convessità di quel genere per far combaciare tutto (una per tutte: l’uso del dialetto per dare credibilità). Una ragazza pilota, minorenne, con fratello ancora più piccolo a carico, rimasta sola non si arrende come fanno tutti intorno a lei e per tenersi casa e fratellino decide di vincere il campionato. Deve ricorrere però all’aiuto di suo fratello molto più grande, completamente distrutto da anni di droghe pesantissime il quale però una volta era un gran pilota. Lei ha gli occhi della cattiveria e della determinazione (più una rasatura blu da applausi), lui forse può rimettere in sesto una vita andata allo sbando.

C’è subito alla radice di quest’idea il concetto vincente di Rocky. Non tanto “la seconda occasione” quanto la lotta di un uomo contro il proprio corpo, combattere un fisico non adatto allo scopo attraverso una volontà di ferro e contro ogni avversità. Quest’idea è esposta benissimo da Stefano Accorsi e il suo fratello maggiore drogato, emaciato in volto, capelli sporchi, denti marci ed espressione da sinapsi bruciate (peccato per il fisico troppo palestrato, ma non si può avere tutto) eppure a tratti dotato di lampi di vera esperienza, illuminazioni di grandezza solo quando si parla di auto. Dall’altra parte Giulia (Matilda De Angelis), la vera corridrice, la protagonista dei training montage, quella che in effetti (inizialmente) sembra sia il corpo da migliorare, funziona invece come la testa pensante e il cuore del film, quella che nonostante l’aria torva abbocca a tutto e crede a quello a cui gli altri non credono. Insieme quel cuore e quel corpo, indubbiamente, funzionano. Forse proprio perché nessuno dei due ha una testa.

A funzionare molto meno semmai sono gli snodi narrativi. Veloce come il Vento è un film un po’ grossolano e goffo, si muove come un elefante in una cristalleria. Nel rispettare giustamente tutte le dinamiche del proprio genere, tratta forse troppo sbrigativamente momenti che invece avrebbero richiesto più cura. Non carica bene certe scene madri né costruisce con raffinatezza i momenti più delicati. Un incidente in motorino troppo subitaneo, litigi e riappacificazioni poco chiari e motivati sono solo alcuni esempi. Nonostante riesca comunque a parlare con efficacia di sentimenti tramite l’azione, che poi è la vera vittoria del film, lo stesso l’impressione rimane quella di un racconto un po’ tirato per i capelli.

Ma sarebbe fin troppo scemo e miope guardare il bicchiere mezzo vuoto e non vedere invece che questo di Matteo Rovere è un film di corse italiano da applaudire, probabilmente il migliore che abbiamo mai girato. Non solo perché porta a casa alla grande il risultato con scene di automobilismo di tutto rispetto, una credibilità al di là delle aspettative e un autentico coinvolgimento in quel che racconta, ma soprattutto perché nel raccontare questa storia non rincorre stupidi intellettualismi come molto cinema italiano fa quando affronta il genere (cosa che quasi sempre si risolve in trovate banali da 4 soldi e nemmeno goduriose), ma ha la consapevolezza di dover lavorare sull’eccitazione dell’azione, sul piacere del guardare e far guardare il movimento, sulla carica del desiderio di rivincita e la vertigine della vittoria. Che poi è il bello di andare al cinema e vedere un film.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Alla fine degli anni 80 si parlava di Nuovo Cinema Italiano. Lo dicevano i giornali, la tv e pure le canzoni satiriche di Avanzi (trasmissione cult della gloriosa Raitre di Angelo Guglielmi). Da allora, tra luttuosi requiem e gloriosi allelluia, si è invocata più volte la rinascita della nostra industria cinematografica, vuoi per gli Oscar a Salvatores, Tornatore, Benigni e Sorrentino, vuoi per i trionfi a Cannes, Venezia e Berlino, o per felici exploit al botteghino di commedie più o meno riuscite, più o meno televisive. Ovviamente più o meno d’autore, perché non esiste altro Nuovo Cinema Italiano all’infuori di quello. Eppure quando la nostra cinematografia era grande – e noi lo sappiamo bene – lo era grazie alla colonna portante del Genere, fucina di talenti, di idee… e di soldi. Ciò nonostante, il cosiddetto-ormai-40enne-ciclicamente-redivivo Nuovo Cinema Italiano si è sempre scordato del suo Bis, relegandolo allo straight-to-video, al caso isolato, all’horror e a quelle simpatiche canaglie dei Manetti Bros.. Almeno fino ad oggi. Non che due rondini facciano primavera, ma la nuova stagione ci sta regalando soddisfazioni e speranze per il futuro.

I veri Nuovi registi italiani ci stanno provando e hanno scelto d percorrere una nuova strada di genere, senza vergognarsi di confrontarsi con temi e convenzioni del ricco fratello americano. Ci è riuscito, con ottimi riscontri, Gabriele Mainetti in Lo chiamavano Jeeg Robot affrontando il genere supereroico (de borgata) a testa alta. Lo fa anche Matteo Rovere schiacciando l’acceleratore su dramma e motori in Veloce come il vento. L’intento è chiaro: ambientare una storia familiare nel mondo delle corse automobilistiche, senza indugiare troppo sul sentimentalismo (da bravo Nuovo Cinema Italiano), ma derapando in pista… e non solo. Ispirandosi alla vera storia dell’ex campione torinese di rally Carlo Capone, Filippo Gravino, Francesca Manieri e Matteo Rovere scrivono una storia ex novo per mostrare bolidi e sfrecciare nel vero campionato GT a Vallelunga, Monza e Imola. Ci si trasferisce in Romagna, “Tera de Mutor”, con protagonista un’esordiente 17enne dagli occhioni verdi e i capelli blu (Matilda De Angelis, dal primo piano mozzafiato) nel ruolo di Giulia de Martino, giovane pilota emergente, determinata a mantenere la scuderia di famiglia, e alle prese con il ritorno del fratello ex campione e ora tossicodipendente Loris (Stefano Accorsi, dimagritissimo e mai così viscido). Dopo i primi momenti di deriva verso quell’ormai-40enne-bla-bla-bla Nuovo Cinema Italiano con voci fuori campo e drammi esagerati, lentamente, nonostante il titolo, Veloce come vento si abbandona al ritmo delle gare, segue la danza dei motori e trasforma una trama prevedibile, in un film coinvolgente. Accorsi, con il suo romagnolo marcato e l’andatura dinoccolata, fa di tutto per affossare il film nel ridicolo, eppure non può resistere alla forza di un ruolo nelle sue corde, in cui evidentemente crede. Magicamente, Matteo Rovere salta sui cordoli, perde il controllo, ma resta in pista e al rettilineo finale, può contare su un assetto basso, aggressivo, fatto apposta per correre. A quel punto tutto funziona, Accorsi compreso, ormai diventato un Loris credibile e familiare. Rovere, come Mainetti, si cimenta con il cinema (non italiano) con cui è cresciuto, senza il timore di affrontare fasi produttive all’americana, esattamente come “certi nostri eroi di una volta” facevano western credibili, con pochi mezzi.

Non sarà così che si vince un Festival, ma è così che si rifonda un sistema: senza paura di osare, realizzando ciò che si vorrebbe vedere sullo schermo. E chissenefrega, nonostante i cartelli finali ci facciano credere fosse un biopic, se la storia di Capone era un’altra. Terminato il film, siamo certi che Loris e Giulia De Martino esistano e che il meccanico Tonino ci abbia appena raccontato la loro storia, davanti a un bicchiere di Lambrusco, in un caldo pomeriggio d’agosto. Il cinema non è forse questo?

Sara Sagrati, da “nocturno.it”

 

 

Dopo Gli Sfiorati (2011) e Un Gioco Da Ragazze (2008), Matteo Rovere volta pagina. Lasciando per un attimo il suo ormai avviato lavoro da produttore (vedi i The Pills e Smetto Quando Voglio), torna sul grande schermo con un film tutto italiano sul mondo delle corse: Veloce Come il Vento, in uscita il 7 aprile in circa trecento sale italiane. Il titolo internazionale sarà Italian Race. Sequenze dal vero, reali circuiti, pericolo ed adrenalina, stuntmen, piloti di Rally e campionato GT. L’obiettivo di Rovere era quello di stupire da cima a fondo un pubblico che non vedeva l’ora di potersi ricredere di fronte ad un film di genere made in Italy, prodotto da Domenico Procacci in collaborazione con Rai Cinema.

Stefano Accorsi e Matilde De Angelis interpretano i fratelli De Martino: Loris e Giulia. Difficile dire se uno dei due sia il vero protagonista, uno non può evidentemente funzionare o sopravvivere senza l’altro. L’introduzione di Giulia è solenne, efficace, degna di un talentuoso e giovanissimo pilota. Partecipa infatti alle corse automobilistiche guidata dalla voce del padre Mario a bordo di una Porche.

La vita vuole che Loris torni dalla sorella e da un fratello ancora più piccolo in circostanze tristi e decisive per le strade di tutti. Ormai tossicodipendente, l’unica cosa che è rimasta intoccabile e priva di danni nella sua mente è proprio la passione per la guida. Il suono del motore va di pari passo con il cammino della famiglia De Martino.

Un film adrenalinico, sincero, molto umano, con l’unica pretesa di essere riconosciuto per ciò che è: un passo avanti non indifferente all’interno della cinematografia italiana. Matteo Rovere è fiero delle sue scelte personali, riconoscendo influenze comunque americane ed europee (Ronin), senza necessariamente riprodurre gli effetti speciali degli studios. Le riprese svolte sia in città che nei circuiti sono effettivamente il risultato di un girato azzardato e a suo modo pericoloso. La sfida è stata portata a termine con successo, Veloce Come Il Vento tiene di pari passo il ritmo tecnico (quindi registico e di montaggio) con quello drammaturgico, aggiungendo una colonna sonora dal mood internazionale, presente Sail degli Awolnation.

Danila Giancipoli, da “vertigo24.net”

 

 

Finalmente Accorsi ha accettato un ruolo scomodo, diverso, accogliendo le insicurezze di Loris, ex pilota che un incidente ha precipitato in un presente senza prospettive, se non quelle di rimanere ai bordi della società senza affetti e responsabilità, sempre pronto a compiere gesti audaci, pericolosi, vuoi per ribellione, vuoi per la droga di cui ormai abusa quotidianamente. Per evadere, dimenticare.

La sorella Giulia (Matilda De Angelis) è stata contagiata pure lei dalla passione dei motori, la sua Porsche è la vita, e le gare cui partecipa come pilota un modo per affermarsi, fuggire forse, scacciare fantasmi. Quando il padre muore, il fratello torna ad affacciarsi. Inizialmente lo scontro è inevitabile, poi i due troveranno un modo, non senza dolore, per correre insieme alla stessa velocità, sulle piste e nella vita.

Matteo Rovere si ispira a fatti in parte accaduti, si cala nella provincia emiliana e nel mondo delle corse, ne gestisce bene lingua e ambienti, spazi e pulsioni. Realismo e commozione procedono nel giusto senso di marcia, non sono mai forzati. I due protagonisti si fanno lentamente conoscere, regolando perfettamente i loro caratteri, le loro parole, i loro sentimenti. Tra motori e voglia di rivincita.
Luca Pellegrini, da “cinematografo.it”

 

 

 

 

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