Un padre, una figlia

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Si potrebbe fare un giro del mondo attraverso l’opera di alcuni cineasti. In altre parole, è possibile conoscere un Paese approfonditamente grazie all’aiuto di preziosi autori che ne sanno leggere la contemporaneità attraverso la loro produzione artistica. Capita che, nonostante le contraddizioni, gli aspetti più oscuri e drammatici, venga voglia di volerlo visitare, un Paese, dopo che se ne è assaggiata una minima porzione per mezzo dei film di questi autori. C’è il Cile di Pablo Larrain, c’è il Regno Unito di Ken Loach, il Portogallo di Miguel Gomes, il Belgio dei fratelli Dardenne, la Svezia di Roy Andersson, la Turchia di Nuri B. Ceylan, la Thailandia di Apichatpong Weerasethakul, la Cina di Jia Zhang-ke, il Giappone di Hirokazu Koreeda. E poi c’è la Romania di Cristian Mungiu. Tra i tanti talenti sfornati dalla new wave rumena, è lui la punta di diamante, il fuoriclasse capace di guardare, in modo tenero e spietato allo stesso tempo, al passato e il presente di una nazione intera.

L’elenco di registi appena fatto è parziale, certo. Sono molto più numerosi i cineasti capaci di narrare del loro Paese in modo lucido. Ma questi nomi poco sopra citati hanno un qualcosa in più: la società intesa come elemento umano collettivo è la protagonista assoluta dei loro lungometraggi e i singoli protagonisti costituiscono uno strumento in mani sapienti proprio per parlare di Storia e politica, di costume e contemporaneità con un respiro ben più ampio. Mungiu, che all’epoca della caduta del regime comunista di Bucarest aveva solo 21 anni, stavolta, con “Bacalaureat” decide di guardare al presente e quello che ne viene fuori è un ritratto complessivo terrificante e spietato, un Paese che non ha imparato niente dai drammi trascorsi, dal sangue versato e dai sacrifici fatti dalle generazioni scomparse. Il dramma di Mungiu è, innanzi tutto, un affresco familiare dotato di una stratificazione e una precisione narrativa sorprendente, ben lontano dalla semplificazione e dallo stereotipo. Di che cosa parliamo, dunque? Parliamo del dottor Romeo, medico di ospedale sulla cinquantina, esponente classico della nuova borghesia rumena. Egli vive a Cluj, terzo centro del Paese, scelta non a caso per il suo essere il fulcro della vita industriale ed economica dello Stato, oltre che per il suo rappresentare il polo universitario più importante. Qui Romeo ha una vita complicata nella sua quotidianità: vive con una moglie con cui è virtualmente separato da anni e infatti dorme sul divano da chissà quanto tempo; ha una relazione problematica con una giovane insegnante che vive sola con un figlio piccolo; il suo lavoro lo porta quotidianamente a confrontarsi con l’inefficienza e l’abbandono del settore pubblico. E poi c’è Eliza, l’adorata figlia diciottenne, la ragazza per cui Romeo vive e respira.

Eliza è sul punto di diplomarsi e lasciare la Romania: la attende l’Inghilterra e una borsa di studio con cui potrà laurearsi in una prestigiosa università europea. Succede, però, che l’attualità irrompa violentemente: la giovane è vittima di un tentato stupro proprio alla vigilia degli esami di maturità e lo choc è tale che non si sa se riuscirà a presentarsi a scuola per l’appuntamento finale. Si apre, insomma, uno scenario che Romeo non può accettare; ed è così che l’uomo schifato dalla criminalità dilagante, da una società che ha innalzato a consuetudine accettabile la corruzione, il nepotismo e la mediocrità, decide di scendere a patti proprio con tutto ciò e sperimentare l’abbraccio con l’illegalità pur di assicurare a sua figlia dei voti altissimi al diploma, condizione irrinunciabile per ottenere il via libera per andare in Inghilterra a fare l’università.

Macchina da presa in spalla, Mungiu riduce al minimo il lavoro di montaggio per esaltare le prestazioni straordinarie degli interpreti, su cui domina come un gigante Adrian Titieni con la sua espressività sempre trattenuta, con quella sua presenza scenica imponente eppure mai dilagante. È così che l’autore di “Bacalaureat” parla senza pietà del suo Paese. Gli uomini sempre al centro della scena e tutto intorno quel senso di desolazione dato dall’urbanistica soffocante, i cani abbandonati che popolano le strade notturne, gli atti vandalici all’ordine del giorno, la ricerca costante di favori sul mondo del lavoro che regola i rapporti personali. Il talento di Mungiu è soprattutto nelle sue eccezionali doti di narratore: stupisce, ad esempio, la stratificazione e profondità delle relazioni familiari, complesse, diversificate e universali. Eppure non c’è mai artificio o drammatizzazione superflua. L’ambizione del regista rumeno è ancora più evidente in questa sua nuova opera rispetto alle precedenti: laddove “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni” era un film che faceva dello straordinario il suo fulcro tematico, “Bacalaureat” è nell’ordinario che va a indagare, nella grigia quotidianità, nella vita familiare che si ripete giorno dopo giorno. Ma nonostante questo, la caratterizzazione che Mungiu fa dei suoi protagonisti inquieta per come riesce a tenere l’attenzione dello spettatore sospesa come se ci trovassimo di fronte a un thriller o a un noir.

Nelle oltre due ore di pellicola, gli equilibri saltano e si ricompongono in diverse forme: tutti i personaggi principali vivono i traumi attorno a loro cambiando atteggiamento e visione delle cose. Il dottor Romeo, dopo essere passato per l’ossessione e il tradimento dei propri principi, alla fine giunge alla conclusione che ogni generazione deve avere la possibilità di scegliersi un futuro, un’illusione di riconciliazione, forse, quella che Mungiu ci propina alla fine, non è dato saperlo. Il divario generazionale resterà nel confronto serrato, ma sempre amorevole, tra il padre e la figlia. Laddove Romeo è in collera con la Romania, considera un errore aver scelto di tornare dopo la fine della dittatura e ha visto con i suoi occhi il sogno democratico sgretolarsi davanti all’incompetenza e all’indolenza generale, Eliza non ha un raffronto con il passato da fare, lei è cresciuta nella Cluj contemporanea e non ha memoria del regime autoritario. Ed è per questo che, forse, nel suo sorriso appena accennato prima che lo schermo diventi nero, si nasconde un’ingenua e innocente fiducia nel futuro.

Voto: 8,5 / 10

Giancarlo Usai, da “ondacinema.it”

 

 

Raccomandazioni, spintarelle, bustarelle: non sono un malcostume solo italiano, e Bacalaureat ce lo racconta bene. Quello di Cristian Mungiu non è però solo un film sulla corruzione di una società, in questo caso quella rumena, quanto, anche, un film sull’essere padri (o madri).
Un film sul passato, e su un’ipotesi di futuro, quando il protagonista Romeo, medico in una piccola cittadina transilvana, si trova costretto – e si costringe – a richiedere aiutini quando vede il futuro di sua figlia Eliza, un futuro che lui ha scrupolosamente programmato, messo a rischio da un’aggressione che sconcentra la ragazza durante i suoi esami di maturità e ne potebbe compromettere voto finale e borsa di studio per Cambridge.

Nel momento in cui Romeo vede i suoi piani in pericolo, non esita a contraddire la sua morale di una vita, quella della rettitudine, e a abbracciare la filosofia del fine che giustifica i mezzi: in fondo è per il bene della sua bambina, che fa quello che fa. In questo suo subitaneo rivelarsi uguale a tutti gli altri, per i quali “non c’è niente di male ad aiutare un amico”, per i quali il sottobanco è comunque a fin di bene, emerge inesorabilmente agli occhi di noi spettatori e a quelli dei protagonisti del film come non esista alcuna possibile differenza di fronte alla scelta di scorciatoie o facilitazioni, e di come la pratica di una doppia morale, di fronte alla tutela di chi ci sta a cuore, appaia quasi inevitabile.

Certo, tutto ha un prezzo. Non a caso, Eliza viene aggredita proprio quando suo padre la lascia non davanti ma a poca distanza dalla sua scuola, per la fretta di raggiungere l’amante della quale la ragazza non sa nulla, ma solo perché “è meglio per lei non sapere”. E per il suo primo vero sgarro, Romeo potrebbe essere costretto a subire conseguenze legali.
Ma, come dice lo stesso personaggio di Adrian Titieni alla moglie, è facile parlare sempre di sani principi e giuste decisioni quando poi la pratica delle scelte e delle loro conseguenze, il lavoro sporco, è sempre delegato a qualcun altro.

E qui si apre il capitolo più spinoso e umano del film di Mungiu, quello appunto legato al ruolo di genitore, delegato dalla vita a compiere scelte per i propri figli senza avere a disposizione un manuale che spieghi come e quando rimettere queste deleghe.
Se la madre di Romeo gli rimprovera di aver troppo viziato e protetto sua figlia, rendendola così inadatta alla vita in una società rumena dove si è costretti a sgomitare un po’, la sua amante discute con la propria perché non vuole che suo figlio rimanga un mammone e impari a cavarsela da solo. E Eliza appare spesso troppo appiattita sul piano di suo padre, almeno fino a quando gli avvenimenti che sconvolgono le loro vite non gli forniscono il pretesto per iniziare a rivendicare un’autonomia che non ha mai avuto.

Mungiu osserva da dentro il mondo che ha creato, segue i suoi personaggi senza giudicarli né fornire lezioni morali a partire dalle loro vicissitudini. Racconta, un po’ scolasticamente ma con momenti di partecipe approfondimento, di una generazione che ha visto il sogno del cambiamento andare in frantumi, e spera almeno di poter fare qualcosa per i suoi figli, paradossalmente affondando dentro quella stessa zona grigia e opaca della società e della morale che gli ha spento entusiasmi e negato possibilità.
La speranza, allora, sta solo nell’autonomia e nella gioventù di Eliza e dei suoi compagni di classe, che il regista rumeno fotografa nei loro sorrisi carichi di timori e incertezze, ma liberi dalla suddidanza psicologica nei confronti dei padri, alla fine del suo film.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Un padre, una figlia, meglio conosciuto in patria come Bacalaureat, è il titolo del quinto lungometraggio del regista romeno Cristian Mungiu, che nella 69esima edizione delFestival di Cannes è riuscito, con questo, ad aggiudicarsi il Prix de la mise en scènedopo dieci anni dalla Palma d’Oro per 4 Mesi, 3 settimane, 2 giorni.

Bacalaureat è, in romeno, anche il “diploma”, titolo di studio che Romeo, medico d’ospedale a Cluj, si augura che la sua adorata figlia Eliza riesca ad ottenere al più presto e con il massimo dei voti. L’alunna modello, però, a pochi giorni dal primo esame, subisce un’aggressione che farà vacillare il suo equilibrio psicologico e tutte le fondamenta del brillante futuro che suo padre aveva progettato per lei fuori dalla Romania, e Romeo rimetterà in discussione ogni principio morale affinché Eliza non perda l’occasione della vita.
Un padre, una figlia (Bacalaureat): recensione del film di Cristian MungiuNon è la prima volta che Mungiu adopera il mezzo cinematografico per ritrarre il rapporto, spesso doloroso, che si fissa fra una scelta e la sua conseguenza.

L’aveva già fatto con 4 Mesi, 3 settimane, 2 giorni, in cui lo sguardo del regista era interamente focalizzato sulle decisioni dei protagonisti e sugli effetti che ne derivavano. Decisioni che sono, stavolta, quelle del protagonista Romeo, padre di famiglia e medico in una piccola cittadina della Romania in cui non c’è futuro e “non si possono cambiare le cose”, e che ha sempre rispettato e mai messo in dubbio il proprio saldissimo codice morale. Questo almeno finché non si trova a dover fronteggiare la profonda ingiustizia di un “incidente” che non poteva essere previsto e che rischia di minare per sempre il raggiante progetto che aveva in serbo per Eliza.

E quando si parla di incidente, in realtà, ci si riferisce alla brutale aggressione sessuale – di cui Mungiu spiega i dettagli tramite la scena della deposizione – subita dalla figlia, che fa immediatamente mettere in moto l’intero apparato degli organi della giustizia locale ma non il padre: Romeo ne è visibilmente disturbato, a tal punto da sopprimere lo stupro vero e proprio e da risolvere l’intero accaduto con la vaga (e più confortante) definizione di “aggressione”, ma lo sarebbe ancora di più se questo piccolo evento significasse una svolta (o, meglio, una non-svolta) nella vita di Eliza, che merita molto più del paese disonesto in cui vive.

Un padre, una figlia (Bacalaureat): recensione del film di Cristian Mungiu

Per dare a Eliza la seconda chance che le viene negata secondo la legge, Romeo cade nella contraddizione e si attiva come parte viva e palpitante di quel paese disonesto, scivolando sempre più a fondo nel buio della rete nascosta di chi agisce iniquamente – proprio come l’aggressore, proprio come chi ha scagliato un sasso sulla finestra della sua casa – sfruttando ogni via illecita perché “a volte, è il solo risultato che conta”.

Tutto questo, Mungiu lo suggerisce senza propriamente spiegarlo e senza ricorrere a impropri toni paternalistici, che ne appesantirebbero il risultato finale. Al regista, infatti, basta la fluidità e l’estrema asciuttezza del suo racconto e delle sue immagini, che producono uno stile del tutto personale: non si utilizzano quasi mai primissimi piani, né campi lunghi, affinché si possa rimanere sempre vicini (quanto basta) ai personaggi. Tuttavia, la faccia del protagonista che ne esce lesa non è quella di un uomo che sfida e raggira i meccanismi delle leggi offrendo favori professionali a chi può aiutarlo.

Si nota, anzi, che questa parte è una parte umana, una parte che Mungiu non favorisce, né difende, ma che quasi comprende e che si limita a descrivere nella semplice sequenza dei fatti, facendo del proprio distacco emotivo fra sguardo e (s)oggetto osservato suo vero punto di forza.

Piuttosto, a emergere più chiaro e vigoroso che mai è il ritratto di padre più invadente che apprensivo (aspetto che, peraltro, va a scontrarsi con la totale apatia di una madre assente), padre che elide ogni aspetto caratteriale di Eliza a favore delle “sue” aspirazioni e dei suoi voti scolastici, padre che preferisce parlare di Eliza piuttosto che con Eliza, padre che cerca di aggrapparsi con le unghie al sogno doppio e contraddittorio di un cambiamento nel proprio paese e, insieme, di una rottura del legame fra la propria figlia e questo stesso paese, presa coscienza del fatto che non può essere trasformato, né scalfito.

Non è davvero un puntare il dito, quello di Mungiu: è, piuttosto, l’amara constatazione di una realtà che conosce molto bene, e la descrizione di un amore filiale impossibile da esprimere in un ambiente domestico intaccato più dalle singole decisioni che dal caso di un solo triste avvenimento, ambiente in cui si finisce per “rattoppare” una finestra rotta con pezzi di qualcos’altro piuttosto che aggiustarla da capo.

Federica Cremonini, da “cinematographe.it”

 

Una pietra, lanciata chissà da chi, infrange la finestra e rotola nella stanza. Inizia così Un padre, una figlia, il nuovo film di Mungiu premiato per la miglior regia (ex-aequo con Personal Shopper di Olivier Assayas). Con un immediato, intuitivo rimando al finale di Oltre le colline, a quell’improvviso schizzo di fango sul parabrezza. Ed è come se non ci fossimo mossi di un millimetro, fossimo ancora lì a subire la violazione inaspettata dello spazio tranquillo della nostra quotidianità. L’elemento esterno che invade il quadro, che irrompe nel set da un fuoricampo incontrollabile: non sapremo mai chi ha gettato il sasso, chi attenta, in modi più o meno infantili, ma comunque inquietanti, alla pace di Romeo e della sua famiglia. Che sia il piccolo Matei, la presenza più destabilizzante e segreta del film, che ogni tanto entra in campo con la sua maschera di cartone? Non è dato saperlo. Ma quei sassi sono i segni di una realtà che si manifesta come urgenza, un incidente, un latente, ma implacabile sabotaggio del piano. E tutta la struttura di Un padre, una figlia è costellata di incidenti, di avvenimenti non previsti e non prevedibili. Il tentativo di violenza sessuale subito da Eliza, il malore della vecchia madre di Romeo, che viene colto in flagrante ed è costretto a rendere la confessione definitiva della sua relazione extraconiugale. Ma piccoli incidenti, quasi buchi neri della storia, sono anche le mille telefonate, gli squilli e le vibrazioni di cellulari che punteggiano il film, fin quasi a divenire una specie di colonna sonora, di rumore bianco di fondo. Proprio come in La fille inconnue dei Dardenne (sarà un caso che i fratelli appaiano qui in veste di produttori?). Con la differenza che mentre la dottoressa Jenny Davin risponde sempre, interrompendo costantemente le conversazioni e la tensione drammatica, Romeo non risponde mai, sottolineando ancora più l’invadente gratuità del reale. Distanza morale tra i personaggi, differenza d’approccio tra autori.

Il fatto è che Mungiu, come sempre, mette il suo cinema sotto pressione, obbliga i suoi personaggi a confrontarsi con la spinta di un mondo che se ne infischia degli equilibri a fatica costruiti, dei recinti di benessere, delle clausure evasive. E che, soprattutto, non ammette principi, regole morali (o conventuali), desideri e aspirazioni. Obbligando gli individui a scelte dolorose, a illeciti più o meno gravi, a compromessi meschini. Pena l’esclusione.

Tutta l’odissea di Romeo, ossessionato dall’esame di diploma della figlia Eliza, è un racconto di corruzione, di scambi interessati, di patteggiamenti e richieste illecite, raccomandazioni e menzogne. Sogna per la figlia un futuro diverso, fuori dalla Romania, paese “incivile”, dal suo sistema clientelare soffocante, dai suoi conflitti d’interesse. Ma ogni sua azione lo spinge sempre più addentro questo mondo oscuro, tra le maglie di questa ragnatela di relazioni compromissorie. In realtà, nulla crolla irreparabilmente. Proprio perché tutto resta invischiato nella mediocrità diffusa di una realtà che non ammette eccezioni. Fossero anche quelle del talento, dell’eccellenza, della meritocrazia pur sempre soggetta alla valutazione del sistema, e quindi alla conformità. Cioè che viene meno è la purezza dei principi e la possibilità di costruire un futuro diverso, nella misura in cui sui figli viene proiettata la lunga ombra del cielo plumbeo dei padri.

Un padre, una figlia racconta l’impasse di una società inguaribilmente corrotta e sembra avere la chiarezza cristallina di un pamphlet. Ma Mungiu non procede per assiomi astratti o dimostrazioni a tesi. Affonda lo sguardo sulle azioni concrete, le scelte e le crisi dei suoi personaggi, e scopre, a partire dall’individuo, il risvolto politico e sociale. Non sottolinea il dramma, non scarta, non infiamma, ma come sempre lavora sui pedinamenti, sui dialoghi in piano sequenza, su scene che si aprono al tempo reale, sull’intensità emotiva della durata. Il suo cinema sembra non far vedere nulla, eppure mostra tutto, quasi fosse uno specchio impudico e implacabile. Sembra soffocante al pari del mondo che racconta. Ma si anima di un’inquietudine vertiginosa, come fosse attraversato da un germe di follia esplosiva. Quella che alimenta il fuoco della nostra rabbia e della nostra disperazione. Quella che spacca il vetro, lasciando fluire tutta la densità del reale nella gabbia dell’inquadratura.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

In Un padre, una figlia (Bacalaureat) il dottor Romeo Aldea è un padre modello; adora sua figlia, Eliza, una brillante ragazzina che si accinge ad andare all’università, nel Regno Unito, lei che ha studiato in una scuola inglese e vanta tutti i crediti possibili per riuscirci. Mungiu oppone sin dalle prime battute il Romeo padre al marito, professionista e uomo, e la vicenda ad altro non mira che a dare ragione di questa schizofrenia.

La visione del regista di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni è lucida, consapevole di un ambiente che intende descrivere nella maniera più aderente possibile alla realtà; quindi sì, ciò che vuole raccontare è decisamente la Romania di oggi, verso la quale però si dichiara implicitamente pessimista. A farne le spese sono le nuove generazioni, quelle che ancora non conoscono certe dinamiche.

Un ambiente dal quale Romeo vuole preservare la sua amata prole. Quando all’inizio del film Eliza viene però aggredita, Romeo si rende conto che non c’è più tempo: deve farla scappare da lì. Il dilemma morale è centrale in Bacalaureat: Romeo conosce bene le dinamiche di quel posto, sa come muoversi, e sa che per ottenere qualcosa, non importa quanto piccola, deve adeguarsi. Tuttavia questo uscire dal seminato è sempre dettato dall’amore filiale, per il quale Romeo si spende senza calcolo.

Da un lato abbiamo perciò i compromessi del padre, che spesso e volentieri si muove non soltanto al confine con l’illegalità ma che si pone in diretto conflitto con ogni scelta di stampo etico; dall’altro la figlia, sottoposta ad una pressione troppo grande per la sua età, col padre che la incalza a scappare dal proprio Paese, perché lì non c’è futuro sembra dire. La bravura di Mungiu sta nel dare ad entrambi motivazioni più che valide malgrado gli interessi non convergano.

Costruendo personaggi complessi ma non complicati, muovendosi sempre sul filo dell’ambiguità morale anche laddove compiono azioni che è difficile difendere. In una rete articolata di favori che hanno delle ripercussioni a catena, positive e negative, alla quale però si tende a credere; senza eccedere in cinismo, malgrado l’atmosfera sia quella e non si può fare a meno di avvertire tale cappa.

Di contro, l’estrema semplicità e naturalezza con cui Mungiu filma il tutto, pur lungi da qualsivoglia deriva rigorista, tende un po’ a smorzare l’ampiezza di Bacalaureat. Voglio dire, se ne colgono le motivazioni, da rintracciare nell’intenzione di non distrarre dalle dinamiche e dalle ricadute di una trama piuttosto densa, ma questa resa ad una visione così monolitica e monocromatica alla lunga tende ad appesantire.

È perciò sceneggiatore a prevalere, e se c’è un limite che emerge con maggior risalto è proprio questo squilibrio tra una scrittura molto solida ed un qualcosa che somiglia ad una sorta di abiura alla regia: tanto denso perciò sulla carta, quanto ridotto all’osso su schermo. Una soluzione in cui Mungiu non incappa per caso ma che evidentemente difende poiché ritiene la migliore possibile. Fino a quel finale beffardo e amaro al tempo stesso, che non senza un pizzico di ironia pare chiedersi: perché ci complichiamo così tanto la vita, come se non lo fosse abbastanza di suo?

Voto: 7,5 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Romeo Aldea è medico d’ospedale una cittadina della Romania. Per sua figlia Eliza, che adora, farebbe qualsiasi cosa. Per lei, per non ferirla, lui e la moglie sono rimasti insieme per anni, senza quasi parlarsi. Ora Eliza è a un passo dal diploma e dallo spiccare il volo verso un’università inglese. È un’alunna modello, dovrebbe passare gli esami senza problemi e ottenere la media che le serve, ma, la mattina prima degli scritti, viene aggredita brutalmente nei pressi della scuola e rimane profondamente scossa. Perché non perda l’opportunità della vita, Romeo rimette in discussione i suoi principi e tutto quello che ha insegnato alla figlia, e domanda una raccomandazione, offrendo a sua volta un favore professionale.
Il protagonista di Bacalaureat ha provato, a suo tempo, a cambiare le cose, tornando nel proprio paese per darsi e dargli una prospettiva di rinnovamento, anzitutto morale. Non ha funzionato. Tutto quello che ha potuto fare è restare onesto nel suo piccolo, mentre attorno a lui la norma era un’altra. Trasparente nel mestiere, meno nella vita sentimentale, perché la vita prende le sue strade, e non tutto si può controllare. Ora però non si tratta più di lui: le biglie dei suoi giorni trascorsi sono più numerose delle biglie nella boccia dei giorni che gli rimangono. Ora si tratta di sua figlia, di impedire che debba sottostare allo stesso compromesso, ovvero restare in un luogo in cui le relazioni tra le persone sono ancora spesso fatte di reciproci segreti, di silenzi da far crescere e redistribuire: una rete che imprigiona e “compromette” la vera vita. Ma fino a che punto si ha diritto di scegliere per i propri figli? Una rottura del proprio codice morale, per quanto occasionale e dimenticabile come una pietra che arriva improvvisa e rompe il vetro della finestra di casa, basta a mettere in discussione l’intera costruzione?
Come in Oltre le colline Mungiu s’interroga sulle conseguenza di una scelta, in un film però molto diverso dal precedente, per certi versi più freddo ma anche più morbido, in cui l’errore non è più lontano dalla presa in carico delle conseguenze e delle responsabilità che ne derivano e dove la lezione passa, aprendo forse davvero una seconda opportunità per il protagonista, proprio in quell’aspetto del suo essere che credeva di condurre al meglio: la paternità.
“Perché suoni sempre il clacson?” Domanda Eliza. “Per sicurezza.” “Sì, ma perché lo suoni anche quando non ci sono altre macchine?” L’ironia della sorte, che nel cinema rumeno degli ultimi anni non manca mai, e scorre tanto sotto le commedie grottesche che sotto i drammi più amari, fa sì che il dottor Aldea agisca quando non c’è bisogno di farlo, travolto dal terrore che il futuro di sua figlia possa andare improvvisamente in frantumi come il vetro, quando in realtà sono la sua età e la sua situazione che gli stanno domandando il conto.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Quello di Cristian Mungiu è un nome che probabilmente ai più non dice molto, eppure per i cinefili il regista romeno è un autore di quelli cui prestare sempre molta attenzione, fosse anche solo per il grande cinema regalatoci con 4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni (2007) o con Oltre le Colline (2012). Ora, grazie a BiM, arriva in sala la sua nuova fatica, Un Padre Una Figlia (titolo originale Bacalaureat), e considerato che la pellicola è valsa a Mungiu il premio (ex æquo) per la miglior regia all’ultimo Festival de Cannes, l’occasione è di quella da non perdere.
Abbiamo visto per voi il film in anteprima e abbiamo incontrato il regista nella stessa sede, e anche se vi possiamo confermare che la critica francese dimostra un palato non sempre del tutto affine a quello dei colleghi italiani, Un Padre Una Figlia è una pellicola meravigliosamente realizzata.
La storia alla base del film è in realtà piuttosto semplice e addirittura a tratti pretestuosa: una ragazza dall’ottimo profitto scolastico programma di lasciare la Romania per trasferirsi in Inghilterra, ma lo shock conseguente a un’aggressione subita pochissimi giorni prima degli esami di maturità rischia di minare il voto della prova e di conseguenza di scombinare tutti i suoi piani, qualora non consegua la votazione minima richiesta per l’ammissione nell’università britannica. La realtà è che il sogno di lasciare la Romania per un futuro più roseo non è tanto il suo, dato che sarebbe disposta a restare in patria per non separarsi dal proprio fidanzatino, quanto quello del padre, medico cinquantenne onesto e disilluso che, dopo aver cercato di cambiare il proprio paese negli anni della rivoluzione, si ritrova in un contesto molto diverso da quello per cui aveva sperato di battersi anni prima.
È qui che subentra il cuore del film e la domanda su cui si regge tutta la sceneggiatura: un uomo rispettato, integro ed idealista, quanto è disposto a scendere a compromessi con i propri valori pure di garantire all’amata figlia un futuro migliore? Vale la pena di provare a corrompere qualche professore? Che ne sarà dell’esempio che si è sempre faticosamente dato come genitore?
Il film di Mungiu si regge tutto sui quesiti e non intende dare delle risposte. Chiaramente il timido tentativo di far pressione su un professore finirà per prendere diramazioni più ampie, che dimostreranno come sia facile passare da un favoritismo a una condotta a tutti gli effetti corruttiva, eppure non ci sarà mai un vero e proprio climax in questo senso. D’altronde, come ha tenuto a ribadirci il regista, non era la corruzione a interessarlo, quanto la facilità con cui “ognuno di noi, a un certo punto della propria vita, cerchi strade più semplici piuttosto che adottare soluzioni che richiederebbero più tempo o più impegno”.
Bacalaureat (letteralmente ‘il diploma’) è a tutti gli effetti un film sulla famiglia, e in questo senso il titolo italiano, seppur poco fedele, sembra comunque adatto. Nella pellicola si respira in modo evidente la confusione di un padre che, in un momento non troppo soddisfacente della propria vita, sente sulle proprie spalle il peso del futuro della propria figlia e ha paura di non essere all’altezza. Per rendere tale incertezza il cineasta romeno crea un film che si muove in tondo, che sacrifica sviluppi narrativamente più soddisfacenti per trasmettere lo smarrimento di un uomo come di una nazione. I rumori ambientali che invadono ogni scena diventano sovente i protagonisti di una realtà che sfugge al controllo, e i movimenti di macchina solo apparentemente poco rigorosi nascondono in realtà un perfezionismo patologico (Mungiu è noto per girare dai 30 ai 50 take per quasi ogni scena, con buona pace degli attori non proprio entusiasti dell’infinita ed estenuante ripetizione). Lo sviluppo orizzontale della sceneggiatura, con le sue frequenti reiterazioni e i suoi ‘vicoli ciechi’, è tanto statico risultare però tutt’altro che affascinante, e a tratti è addirittura tautologico, con la conseguenza che la pellicola (a dispetto della palma a Cannes) è ben lontana dall’essere una delle migliori del regista. Il ritmo non è dei migliori, non assistiamo di certo a un cinema di ‘grandi rivelazioni’ e l’argomento rischia sempre di scadere nel retorico, ma in fondo la vita è questo: un insieme di piccoli eventi che sono sempre pronti a trascinarci in basso.
Un Padre Una Figlia è una storia delicata su quella generosità che porta a scendere a compromessi con i propri ideali e su come proprio tale generosità venga il più delle volte usata come pretesto per nascondere il nostro fondamentale egoismo. Eppure è ‘un male a fin di bene’, tanto che un perfetto sunto del film finisce per esserlo la scena finale, in cui il medico scatta una foto di gruppo agli studenti dando loro una semplice quanto eloquente indicazione: “sorridete un po’ più felici”.

Luca Ciccioni, da “anonimacinefili.it”

 

 

Tutto il mondo è paese, si dice. E a guardare “Un Padre, Una Figlia” verrebbe da esclamare: “Come non essere d’accordo!”. Ci sono pressioni, aiutini e bustarelle a circolare infatti nella pellicola di Cristian Mungiu, nell’odissea di un padre che pur di mantenere florido il futuro della figlia – prossima a trasferirsi in Inghilterra con borsa di studio per l’università – è disposto a fare qualunque cosa per aiutarla nel momento cruciale degli esami: che inaspettatamente appaiono una formalità meno pura del solito quando un’aggressione con tentato stupro, subita dalla ragazza, rischia di distogliere e di alleggerire quella concentrazione costante e rigida che l’aveva portata ad essere tra le migliori alunne della scuola. Siamo in Romania, a Cluj, ma potremmo tranquillamente essere in Italia, non cambierebbe granché.

Per un figlio, del resto, quale genitore non sarebbe disposto a sporcarsi le mani? Chi non rifiuterebbe di mandare all’aria anni e anni di convinta onestà e correttezza? Cercando di rimediare a una disgrazia non calcolabile che, per giunta, potrebbe tranquillamente essere appioppata alla Storia di un paese nel quale vivere con la speranza di avere un futuro, ormai, somiglia quasi ad una dissennata utopia. Di questo ne è convintissimo Romeo, il padre di Elisa, che un po’ si sente in colpa perché la mattina dell’incidente, per sbrigarsi a raggiungere la sua amante, ha lasciato la figlia non esattamente vicino al cancello della scuola. Un po’ ne è convinto perché con la moglie anni prima erano tornati in patria proprio per farsi coinvolgere dal respiro di cambiamento che aveva cominciato a girare, ma che, anziché migliorare le cose e sistemarle come prometteva, concedendo il lusso di guardare avanti con luminosità e prospettiva, si era risolto, infine, in un pugno di mosche, delusioni e tanti, tantissimi rimpianti. Quelli che con tutto sé stesso, poi, si è ripromesso di non far cadere su sua figlia, che puntualmente, da sempre, assilla e tiene d’occhio, programmandogli un futuro in terra straniera al quale lei, di preciso, non sa ancora se davvero ha intenzione di aderire o meno.

Cristian Mungiu FilmQuestioni morali, allora, ma anche fotografie di una società tradita dal suo paese, affranta da esso abbastanza da smettere di crederci e di investirci. In “Un Padre, Una Figlia” dunque Mungiu oltre a metterci tutti in discussione, passandoci la patata bollente del “cosa avresti fatto tu al posto del protagonista”, ci pone di fronte al sistema di una nazione che ha fatto della stretta di mano e dello scambio la sua moneta principale, dove il vedersela da soli e con le proprie forze fornisce scarse certezze e, dulcis in fundo, le aspettative di curare tali disturbi, almeno per quel che riguarda la generazione del presente, sono crollate in picchiata, infrangendosi in mille pezzi. L’unica soluzione quindi è quella di costruire il futuro altrove, di convogliare le ultime energie rimaste inseguendo questa opportunità, rischiando di far male in trasversale, ma soprattutto dimenticando che quel futuro, forse, nonostante tutto, qualche raggio di sole sporadico e incostante in quel territorio lo intravede lo stesso e, magari, crede sia anche il caso di provare ad inseguirlo.

Questo è quello che si augura Mungiu, se non altro, che (non) muovendo la camera quanto basta, e meravigliosamente, riesce ad imprimere la massima drammaticità ad una vicenda che sembra avere meno radici di quelle che promette di voler ostentare. Una vicenda nel quale riconoscersi e immedesimarsi non è poi così complicato, nella quale si resta imprigionati e implicati a fondo. E questo sia che ci si trovi dalla parte dei padri (o delle madri), sia che ci si trovi da quella dei figli.

Giordano Caputo, da “ingloriouscinephiles.com”

 

 

 

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