THE HATEFUL EIGHT

The Hateful Eight

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Nel teatro della Storia, la gente entra nelle vite altrui cambiandone la rotta. In The Hateful Eight sono otto le persone le cui vite si incrociano, un po’ per fato e un po’ per causa di forza maggiore. Siamo in Wyoming, poco dopo la Guerra di Secessione. Una bufera di neve colpisce una diligenza che sta portando John ‘The Hangman’ Ruth (Russell) verso Red Rock, dove la donna che tiene prigioniera, l’assassina Daisy Domergue (Leigh), verrà condannata a morte e lui riceverà i diecimila dollari di taglia.

I due incrociano prima il Maggiore Marquis Warren (Jackson) e poi il nuovo sceriffo di Red Rock, Chris Mannix (Goggins), entrambi senza più cavalli: inizialmente restii, i due li fanno salire sulla diligenza. Ma la tempesta di neve continua, e il gruppetto si deve rifugiare nel bungalow di Minnie Haberdashery. Solo che, arrivati alla stazione, di Minnie non c’è traccia. Ci sono invece altri quattro stranieri, anche loro in cerca di riparo: il messicano Bob (Bichir), il boia di Red Rock Oswaldo Mobray (Roth), il mandriano Joe Gage (Madsen) e il generale della Confederazione Sanford Smithers (Dern).

Se la prima parte delle tre ore di The Hateful Eight mette subito in chiaro che il film non è esattamente il titolo più disimpegnato da lui diretto, ciò che Tarantino riesce a fare dentro le quattro mura di quel bungalow è a dir poco fenomenale. Poco male che The Hateful Eight non abbia avuto lo stesso riscontro di Django Unchained, anzi: è quasi un fattore naturale, se si analizza la filmografia del regista. Questo è dopotutto il side B di Django Unchained: più teorico, meno ovvio e immediato, più complesso, per nulla mainstream. Ma, come spesso accade coi side B, il risultato è sorprendente.

The Hateful Eight sta a Django Unchained come Death Proof sta a Kill Bill, dove ovviamente i secondi sono i film più acclamati, mentre sui primi si sono riversati tutti i dubbi anche degli aficionados. Questi due sono i film in cui per davvero Tarantino ‘applica’ l’esperienza del cinema di una volta, andando al di là del mare di citazioni e omaggi a cui ci ha abituati. Che, va da sé, ci sono comunque e sono disseminati per tutta la durata: anche se questa volta l'”omaggio” più grande è addirittura quello di una colonna sonora nuova di zecca di Ennio Morricone, semplicemente splendida.

In Death Proof, oltre al look audiovisivo vintage che ‘imitava’ la pellicola che saltava e gracchiava, avevamo il double bill con Planet Terror nel progettoGrindhouse. Con The Hateful Hate, almeno negli States, c’è l’esperienza roadshowdel film proiettato in un glorioso 70mm, con tanto di Intermission. Il risultato è, come Death Proof, un film che si appropria di strumenti di altri tempi eppure sembra vivere fuori dal tempo, in un universo che può essere solo dell’autore e di nessun altro. E se Death Proof era il suo film più teorico, questo è il suo più politico.

Così come Jackie Brown è il suo più romantico: ed era all’epoca il side B, considerato assai minore, di Pulp Fiction… Diceva Ebert di Jackie Brown: “Si assapora ogni momento di Jackie Brown. Quelli che dicono che è troppo lungo hanno sviluppato un deficit d’attenzione verso il cinema”. Pensiero che si può benissimo applicare a The Hateful Eight. Che appunto sarà meno ‘divertente’ diDjango Unchained, ma ne scansa la ovvietà di narrazione che lo rendevano il meno coraggioso e paradossalmente personale (mica brutto, comunque) dei film del regista.

In Django Unchained, ammetteranno pure i patiti, c’era una trama talmente lineare che portava troppo facilmente il pubblico a tifare per l’eroe. In The Hateful Eight il ‘problema’, per tutti, starà proprio nel manico: qui di eroi non ce ne sono. E se non ci sono eroi non c’è empatia, non si tifa, e non c’è catarsi. In The Hateful Eight ci sono semmai archetipi che si combattono a vicenda per la supremazia di una nazione divisa in due parti, e dove anche in zona neutra ci si continua a combattere e ferire a suon di insulti e bugie.

Prendiamo quindi quella che per molti è una voragine di sceneggiatura. Senza svelare nulla, diciamo solo che riguarda l’identità di un personaggio, la sua nazionalità, e il modo in cui un altro personaggio lo mette al muro. Tarantino però, qualche scena dopo, sembra essersi dimenticato di questa cosa, facendo indirettamente smentire il ‘problema’ a un altro personaggio ancora. Ma possibile che uno sceneggiatore come Tarantino, così preciso e perfetto e ossessivo nella ‘pulizia’ dello script, si sia lasciato sfuggire un dettaglio mica da poco? Un dubbio però dovrebbe almeno venire.

Qui gli ‘otto livorosi’ non usano solo i cliché delle loro provenienze, del colore della pelle e della loro posizione politica per darsi battaglia, ma usano la menzogna come arma principale. Con la bugia non solo si ferisce e si orchestrano piani, ma addirittura ci si fa riconoscere e rispettare per quello che (non) si è. La menzogna è strumento per costruirsi rispetto e identità di fronte allo straniero. Ed è così che l’odio porta a un inevitabile bagno di sangue: i pregiudizi si alimentano così, e una volta scoperchiate le bugie resta solo da applicare la violenza e la legge della frontiera.

The Hateful Eight è così una vera storia americana, in cui si percepisce chiaramente la natura degli archetipi e la violenza del suo dna. Per questo l’accusa al fatto che non ci sono veri personaggi suona ancora più ridicola: qui innanzitutto si tifa per il Cinema, nello specifico per un cinema in grado di descrivere le fondamenta di una nazione in un modo del genere. Mescolando Agatha Cristie e Sergio Leone, 10 piccoli indiani e Un dollaro d’onore, il mystery d’autore e lo splatter, il teatro sofisticato e il b-movie, il cinema da camera e Carpenter, Hitchcock e le serie tv western anni 60.

E quando Tarantino a metà film interrompe (anche grazie al ‘solito’ uso della divisione in capitoli) la linearità della narrazione, tenendo viva l’atmosfera misteriosa del whodunit, ci esalta ancora per un cinema che non ha nessun paragone in giro. Provate a trovare in giro qualcosa di così claustrofobico eppure intimo, ‘rassicurante’ (perché sai di trovarti in mani esperte) eppure sempre sorprendente. Tutta la seconda metà è davvero magistrale nel ribaltare aspettative e arrivare alle sue conclusioni.

Questo è un film in cui, inspiegabilmente, quando Jennifer Jason Leigh (clamorosa) canta con la chitarra Jim Jones at Botany Bay sale una malinconia incredibile, nonostante la tensione per un fatto narrativo di cui solo il pubblico e il suo personaggio sono consci. Segno che ci sono ragionamenti altri che lavorano sottopelle. Che sia anche un film che richiede una seconda visione è scontato, perché il testo è talmente denso (e si, la prima volta richiede pazienza, questa sconosciuta…) che si rischia di perdere invece il lavoro mostruoso che Tarantino fa per elevarlo mille miglia oltre il ‘teatro filmato’. Cinema cristallino e maturo, che racchiude per davvero tutti i film del regista a partire da Le Iene, e va oltre.

Le accuse di misoginia sono anche peggiori di quelle di chi ancora condanna Tarantino per l’uso della parola nigger (come se Tarantino fosse i suoi personaggi, e come se all’epoca questa parola non fosse ancora più usata di oggi…). Il fatto che tra l’altro in una lettera scritta di suo pugno da Lincoln sia quell’ ‘old Mary Todd’s calling’ a rafforzarne la presunta verità (ovvero il fatto che si citi la presenza della moglie) dovrebbe già far scattare un campanello d’allarme (‘That’s a nice touch’!). Ma è il personaggio di Daisy, che guarda gli uomini trucidarsi e farsi battaglia con sguardo sornione per tutto il film, a fare la differenza, nonostante la violenza a cui è sottoposta.

Se poi però alla fine le cose non vanno come il femminismo vorrebbe, è perché purtroppo in The Hateful Eight, che è molto più oscuro e terribile di Bastardi Senza Gloria, la Storia prende il sopravvento sul Cinema: l’unica Verità, in The Hateful Eight, è che l’America è una nazione costruita sulla giustizia di frontiera e sulla Violenza. E questa è una verità che si preferisce tenere ovviamente ben nascosta sotto tutte le sue menzogne.

Voto: 10

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

Nel Wyoming innevato, qualche anno dopo la fine della Guerra Civile, il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) sta trasportando la fuorilegge Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) verso la città di Red Rock per consegnarla alla giustizia. I due, mentre viaggiano su di una diligenza guidata da O. B. (James Parks), incontrano lungo il loro percorso il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), un ex soldato nero dell’Unione divenuto ora cacciatore di taglie, e Chris Mannix (Walton Goggins), un rinnegato del Sud che afferma di essere il nuovo sceriffo di Red Rock. Il gruppo così composto decide, vista la bufera di neve imminente, di trovare rifugio presso l’emporio di Minnie e di aspettare che il tempo migliori prima di riprendere la strada verso la loro meta. Arrivati al rifugio trovano altri quattro personaggi: Bob (Demian Bichir), messicano che si occupa dell’emporio data la temporanea assenza dei proprietari; Oswaldo Mobray (Tim Roth), inglese che afferma di essere il nuovo boia di Red Rock; Joe Gage (Michael Madsen), mandriano fermo nel rifugio per la bufera; Sanford Smithers (Bruce Dern), anziano generale confederato. Bastano pochi minuti, e i primi scambi di battute tra i presenti, per far capire come Red Rock si prospetti come una destinazione davvero lontana… e forse irraggiungibile.

Un elogio al cinema, alle sue storie e ai suoi protagonisti: Quentin Tarantino rende il suo The Hateful Eight un canto d’amore per tutto ciò che ha avuto un profondo significato nel suo passato, da spettatore prima e da regista poi. Con questa ottava pellicola, Tarantino fa della sua professione – quella di creatore e di direttore di mondi – la causa per e il mezzo con cui orchestrare un concerto da camera, dove i vari strumenti suonano note taglienti, componendo una musica dalle tonalità cupe e allo stesso tempo dal ritmo incalzante.

Un concerto da camera, appunto, che ha luogo all’interno di un unico ambiente: quello dell’emporio di Minnie. Per tre quarti della pellicola, la vicenda si svolge tra le mura del rifugio di legno mentre fuori impazza la bufera. Un’ambientazione funzionale all’evolversi della situazione: una coesistenza coatta che porta allo svelamento del sommerso, una realtà recondita che i personaggi inghiottono e custodiscono gelosamente, palesando versioni di ciò che è altro da loro. L’emporio acquisisce la valenza di uno spazio-mondo, luogo dalle dimensioni fisiche limitate ma che costituisce di fatto un universo dove i caratteri sono densamente concentrati tanto da far confondere i loro contorni: non c’è distinzione tra buono e cattivo, non c’è un profilarsi deciso tra colpevole e innocente. C’è solo un ammasso di individui i quali, chi per un motivo chi per un altro, sono mossi dal rancore e dall’odio, dalla vendetta e dall’egoismo. Anche se sotto lo stesso tetto, infatti, ogni protagonista costituisce comunque un pianeta a sé, con i propri meccanismi e le proprie regole, saltuariamente in collisione con gli altri ma ben deciso a continuare sulla propria orbita.

Nonostante la scelta dell’ambientazione in una sola stanza, Tarantino ha voluto girare The Hateful Eight in 70 mm, formato ormai in disuso e solitamente utilizzato per grandi scene di insieme (lo si può trovare, ad esempio, in The New World di Terrence Malick). Una decisione che mostra, ancora una volta, l’ammirazione e la passione sconfinata di questo autore per la settima arte e per tutti i meccanismi che la riguardano. Optare per la pellicola da 70 mm non è infatti una scelta esclusivamente formale: oltre che per l’amore artigianale per la celluloide, una tale presa di posizione ha rappresentato per il regista un modo per celebrare il rito della sala cinematografica. Quello di cui fa dono Tarantino non è infatti solo la possibilità di visionare il suo ultimo lavoro: è un’esperienza. Un’esperienza che ha lo scopo di far rivivere una determinata modalità di fruizione dell’oggetto film: l’overture iniziale, l’intervallo al centro, i titoli di testa e di coda, lo schermo adatto a un tale formato… elementi appartenenti a un passato del culto a cui è dedito lo spettatore e che Tarantino ripropone oggi a chi ha la fortuna di assistere alle apposite proiezioni.

La volontà di omaggiare il cinema è presente però anche all’interno del tessuto filmico. I rimandi e le autocitazioni sono infatti numerosi, portando a un felice e riuscito mescolamento di generi: dal western di Sergio Corbucci (già visitato con Django Unchained) a Le Iene, passando per horror come Carrie – Lo sguardo di Satana fino a giungere ai territori del giallo, debitori della penna di Agatha Christie.

Ma anche nella modalità di ripresa è evidente l’ossessione appassionata del cineasta per lo strumento con il quale trova la propria realizzazione artistica: i giochi di messa a fuoco, i brevi long-take, le inquadrature di dettagli e gli articolati movimenti di macchina – primo fra tutti il lento, lentissimo indietreggiare dal primo piano del Cristo ligneo sulla croce mentre scorrono i titoli di testa… Non si tratta di un mero esercizio di stile: si tratta della continua esplorazione, fatta da Tarantino, del mezzo filmico e delle sue potenzialità, quella ricerca del giusto connubio tra significato e significante che traccia la linea di separazione tra cinema e cinema d’autore.

A tutto ciò si aggiunge un uso sapiente di una straordinaria colonna sonora (per la prima volta originale): le musiche di Ennio Morricone riescono a dar voce all’animo nero della storia, a fungere da cassa di risonanza per ciò che sfugge allo sguardo ma che in realtà è lì, poco sotto la superficie del visibile.

Ed è in quel territorio sito tra apparenza e verità che Tarantino gioca con lo spettatore per tutto il film: ciò che viene meticolosamente costruito nella prima parte viene a poco a poco demolito nella seconda, attraverso voci over, flashback e inquadrature che (grazie anche al 70 mm) pongono tutti i protagonisti in primo piano, permettendo così di aver bene sotto gli occhi sguardi e movimenti degli attori in scena. Attori in un estasiante stato di grazia – dagli interpreti feticci del regista alle new entry (come Jennifer Jason Leigh) – gestiti con un ammirevole equilibrio, permettendo dunque a ognuno di loro di esibire la propria innegabile caratura.

La sostanza che notoriamente permea i lavori di Tarantino, così pungente e caustica, salace e provocatoria, all’apparenza sembra qui diluita: le battute sono meno serrate, pur colme delle solite espressioni colorite e politically incorrect. Ma in realtà è nella reiterazione continua di queste parole e della violenza che sta la sua forza critica e penetrante: un perenne ripresentarsi di elementi che nel corso della pellicola, proprio per questo continuo apparire, vengono depotenziati della loro accezione negativa, attuando un ironico svuotamento di senso.

Con questo suo ottavo lavoro, Tarantino si conferma infiammato autore e creatore di oggetti d’arte che, mentre offrono uno spassionato tributo a tutto ciò che il cinema ha regalato, afferrano lo spettatore e lo percuotono: che sia esplodendo come un colpo di fucile o erompendo come un fiotto di sangue, nulla si può fare se non arrendersi. Ed è allora che la visione diventa contemplazione.

Lucia Mancini, da “filmforlife.org”

Lungo i sentieri rocciosi del Wyoming, una diligenza corre più forte del vento. Un vento che promette furia e tempesta. Ultima corsa per Red Rock, la diligenza si arresta davanti al Maggiore Marquis Warren,diligence stopper e cacciatore di taglie nero che ha servito la causa dell’Unione. Ospitato con riserva da John Ruth, bounty hunter che crede nella giustizia, meno negli uomini, Warren lo rassicura sulle sue buone intenzioni. Il viaggio riprende ma il caratteraccio di Daisy Domergue, canaglia in gonnella condotta alla forca, lo interrompe di nuovo. La sosta imprevista incontra e carica tra chiacchiere e scetticismo Chris Mannix, un sudista rinnegato promosso sceriffo di Red Rock. Incalzati dal blizzard, trovano rifugio nell’emporio di Minnie dove li attendono un caffè caldo e quattro sconosciuti. Interrogati a turno dal diffidente John Ruth probabilmente nessuno è chi dice di essere.
Secondo western e ottavo film per Quentin Tarantino, The Hateful Eight è ossessionato dalla nozione di identità, reale o supposta dei suoi personaggi e di una nazione perennemente indecisa fra opzione morale e violenza brutale. Ma Tarantino non è Spielberg. Se l’uno riduce in forma di dialogo il potere (Lincoln), l’altro lo esplode con un colpo di fucile e lo schizza sul muro. ‘Allungato’ sullo schermo, l’autore americano prosegue sul sentiero battuto da Django e sorprende sulla strada per Red Rock una diligenza in fuga dai fantasmi della guerra civile.
Se Come sposare un milionario dimostra che il Cinemascope funziona anche per le gambe di Marilyn Monroe accomodate su una chaise-longue,The Hateful Eight assicura che l’Ultra Panavision 70, glorificazione dello spazio orizzontale, può ‘servire’ otto bastardi in un interno. Perché Tarantino sceglie di ripristinare un formato abbandonato nel 1966 non tanto e non solo per distendere i paesaggi del Wyoming ma per filmare le interazioni degli attori dentro uno spazio chiuso. Riparati in un rifugio e disposti come pedine su una scacchiera, gli otto hateful di Tarantino agiscono in primo piano e sullo sfondo.
I due livelli di visione permettono allo spettatore di non staccare mai gli occhi dai personaggi e dalla relazione che ciascuno di loro intrattiene con l’altro, in un clima di paranoia che monta. Spinti da un vento polare in un ricovero alla fine del mondo e separati dal mondo, i nostri non smettono di mostrarsi a vicenda documenti, lettere, mandati, ordini di missione, avvisi di ricerca per provare che sono esattamente chi dicono di essere. Ma i dubbi restano e maturano tra una tazza di caffè e un bicchiere di cognac. Sceriffi designati, cacciatori di taglie, cowboy nostalgici, generali in pensione, gangster nomadi, burocrati forbiti, ex soldati incazzati, bianchi, neri, messicani, confederati e unionisti, non manca davvero nessuno nella pièce western di Tarantino, magma incandescente degli Stati Uniti nascenti che scalda i rancori e cova una diffidenza post guerra civile.
La tensione sale lenta dalle piste innevate e si addensa nel rifugio, accomodandosi su poltrone ‘macchiate’ e avvolgendosi intorno al maggiore di Samuel L. Jackson che alla maniera del dottor Schultz di Christoph Waltz, rivela la sua natura tarantiniana, dominando la parola e le armi. Mediatore tra il film e lo spettatore, Jackson distrae l’occhio mentre l’azione continua e ‘avvelena’ l’ambiente, caricando di indizi e pallottole le colt. L’intrigo avanza con la meticolosità di un’istruttoria giudiziaria in cui il silenzio è d’oro e la parola parla per ridistribuire i ruoli simbolici dell’avvocato, della vittima, del sospettato. Il film di Tarantino finisce allora per assomigliare a un tribunale che blatera di impiccagioni, omicidi legali, legittima difesa, normalizzazione della violenza, messa a punto della giustizia. Ma di quale giustizia si tratti, al d là del Cristo misericordioso seppellito dalla neve nel piano iniziale, lo comprendiamo presto al cospetto di un branco di iene riunite per ‘deliberare’ chi meriti la vita. Evidentemente nessuno.
Così la seconda parte di The Hateful Eight, disposta con pazienza e congegnata con un’inusitata forza di concentrazione per l’autore, si abbatte sul film consacrandosi interamente alla messa in scena. Svelamenti di identità, dislocamento dei punti di vista, flashback e voce off frugano nel cuore del già filmato, triturando come d’abitudine e avvicinando gli otto squilibrati alle reservoir dogs. Al diritto e alla verità (di facciata) predicata nei primi capitoli replica nei successivi l’artificio e il godimento di un linguaggio conosciuto, abortendo la catarsi e vomitando letteralmente il ‘concentrato’ del genere.
Introdotto (nella versione in 70 mm) da un’ouverture, ripartito in cinque capitoli e interrotto da un (vero) intervallo che sgranchisce le gambe e ritarda il piacere, The Hateful Eight ribadisce gli attori di culto (Samuel L. Jackson, Tim Roth, Kurt Russell, James Parks), convoca Jennifer Jason Leigh e Channing Tatum e attesta Walton Goggins e Bruce Dern, che si accordano magnificamente per soddisfare l’intenzione politica di Tarantino. Politica che agiscono nell’arena e sulla partitura originale (e ostinata) di Ennio Morricone, conciliando autorialità e blockbuster.
Parlano allo sfinimento gli hateful eight e quando esauriscono le parole, caricano i colpi e si sparano addosso. Tarantino insiste sul cambio di marcia realizzato con Bastardi senza gloria e sulla politicizzazione del suo cinema, svolta in superficie dalla contaminazione di immaginari e iconografie, innescata al fondo nei dialoghi e portata alle stelle da personaggi che hanno (anche) qualcosa di serio da dire. Dopo aver rinfacciato al western americano classico il suo razzismo e restituito colpo su colpo i torti cinematografici inflitti da D.W. Griffith (Nascita di una nazione), Tarantino guadagna al suo eroe nero un diverso ruolo sociale. Samuel L. Jackson, ‘negro di casa’ infame in Django Unchained, scende in campo e guadagna sul campo (di battaglia) la sua libertà. Diritto legittimato da una lettera di Lincoln (macguffin millantato e martellante) e speso a uccidere bianchi, incassare ricompense, regolare conti. Cattivo tra cattivissimi non sfugge nemmeno lui alla ‘giustizia’ tuonante di Ezechiele 25:17 e alla canaglia che non aveva proprio considerato. Nondimeno, più pietoso di un dio vendicativo, Tarantino riconcilia vita e morte sotto la neve. Precipitazione pura e sudario, la neve crepuscolare di Sergio Corbucci (Il grande silenzio) e André de Toth (Notte senza legge) cade su un drappello di miserabili, lascito della Guerra di Secessione nel corpo sociale americano. Tempestosa o inerte copre il nero e il bianco. Non prima di aver (r)accordato dentro l’ultimo quadro la struttura (letteraria) di Lincoln con quella barbara dell’impiccagione, la trattativa con l’azione pura, i principi democratici con le devianze reali. Sipario.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Girato nel “glorious 70mm”, The Hateful Eight di Tarantino prosegue nello scavo della storia statunitense, mostrandone il volto mai pacificato, barbarico e sudicio. Un kammerspiel immerso nella neve, e nel sangue.
There Won’t Be Many Coming Home
Qualche anno dopo la guerra civile, una diligenza corre attraverso il Wyoming innevato. I passeggeri, il cacciatore di taglie John Ruth e la donna che ha catturato, Daisy Domergue, sono diretti verso la città di Red Rock dove Ruth, chiamato da quelle parti “Il Boia”, consegnerà Domergue nelle mani della giustizia. Lungo la strada incontrano due sconosciuti: il maggiore Marquis Warren, un ex soldato nero dell’Unione diventato uno spietato cacciatore di taglie, e Chris Mannix, un rinnegato del Sud che sostiene di essere il nuovo sceriffo della città. A causa di una bufera di neve, Ruth, Domergue, Warren e Mannix cercano rifugio nell’emporio di Minnie, una stazione di posta per le diligenze tra le montagne. Quando arrivano non trovano la proprietaria, ma quattro facce sconosciute… [sinossi]

Cosa ci fa un crocifisso di legno piantato nel terreno nel bel mezzo del nulla, sulle montagne del Wyoming? Perché una diligenza corre a spron battuto affondando le ruote nella neve? Inizia nel nowhere l’ottavo film di Quentin Tarantino – sarebbero in realtà nove, se il regista considerasse Kill Bill un’opera in due volumi –, come già era accaduto conInglourious Basterds e Django Unchained: da qualche parte nella “Francia occupata dai nazisti”, da qualche parte nel Texas schiavista, da qualche parte nel Wyoming pacificato. Pacificato almeno sulla carta, perché la Guerra di Secessione è finita da qualche anno, oramai; ma non nella realtà. Già, ma cos’è in effetti la realtà per Quentin Tarantino? La Storia nelle sue mani diventa un organismo vivo, pulsante, con l’ottica cinematografica che ha il diritto (il dovere) di deformarla, ricostruirla, rimasticarla. Solo così Adolf Hitler e Joseph Goebbels possono essere trucidati all’interno di un cinema parigino dato alle fiamme, e solo in questo modo un ex schiavo può fare irruzione nella linda e putrida Candyland per fare fuori, uno alla volta, tutti i negrieri del circondario, facendo riacquistare la libertà alla sua amata. La Storia è sempre reale, purché abbia l’umiltà e il coraggio di rimanere sempre storia, narrazione, in modo da essere veicolo, e non solo punto d’arrivo.
Fin dai tempi di Pulp Fiction (per quanto ora si faccia a gara ad affermare il contrario, Reservoir Dogs divenne pane quotidiano per i cinefili solo dopo il successo planetario del film successivo), una vulgata piuttosto semplicistica ha accompagnato Tarantino: a volte senza alcun intento denigratorio lo si accusava, e lo si accusa ancora, di un formalismo fagocitante, in grado di soffocare qualsiasi altro elemento nei suoi film. Il cinema come gesto gratuito, in fin dei conti, gioco cinefilo portato alle estreme conseguenze, danza cinetica che è pura goduria per gli occhi ma dona assai poco nutrimento al cervello. Quisquilie, si dirà, di fronte alla potenza dell’immaginario. Quisquilie… In attesa di ritornare su questo punto, è però giusto confrontarsi con la prima inquadratura di The Hateful Eight, quella diligenza sperduta in uno spazio infinito e di un bianco ottundente. Tutta una questione di formato.

Il 70mm, tornando alla concezione di Tarantino come regista interessato in maniera prioritaria alla “forma”, potrebbe apparire niente più che un vezzo. E in parte forse lo è anche. L’idea di ritornare con la mente a un’epoca in cui lo schermo si faceva davvero grande, quella di Ben-Hur, Oklahoma!, Il giro del mondo in 80 giorni, West Side Story eLawrence d’Arabia, deve avere senza dubbio solleticato Tarantino. Anche altri suoi colleghi dopotutto hanno ceduto al fascino del 70mm (Paul Thomas Anderson con The Master, Kenneth Branagh con Hamlet, e poi alcune singole sequenze dei film di Christopher Nolan, tanto per fare degli esempi). Ma non si esaurisce tutto così semplicemente. Perché dopo un incipit che vagheggia tensioni naturalistiche à la John Ford, con il paesaggio che forza e condiziona i personaggi al punto da diventare lui stesso personaggio – quando il maggiore Marquis Warren racconta del modo in cui ha ucciso gli uomini che volevano mettere le mani sulla taglia che pendeva sulla sua testa, quella montagna su cui si nascondeva diventa a sua volta ingombrante e minacciosa – fa seguito la scelta più coraggiosa, quella di rinchiudere gli “odiosi otto” in uno spazio chiuso, e per di più anche piuttosto angusto.
L’emporio di Minnie è composto da una sola stanza, nella quale si cucina, si conversa davanti al fuoco, si divide il pasto e si dorme. Non c’è nulla al di fuori di questa stanza, tanto che per mettere al sicuro gli animali o andare in bagno è necessario uscire. Come il capannone de Le iene, anche l’emporio di Minnie è un luogo di incontro; un posto in cui nessuno si ferma per sostare. Un non luogo, come le locande che hanno reso celebre il cinema di King Hu, in cui si va solo per due motivi: nascondersi, o cercare. Il fatto che Tarantino scelga di utilizzare un formato cinematografico, per di più desueto, che fa della nitidezza e della larghezza dell’immagine il suo tratto peculiare per riprendere la storia di un gruppo di reclusi, che non può far altro che attendere le tensioni pronte a esplodere mentre fuori la bufera non accenna a diminuire, rappresenta di per sé una sfida, e la sottolineatura di un concetto.

La sfida è quella di destrutturare lo spazio scenico, ridefinirlo esattamente nello stesso modo in cui si ricostruisce (e sbrindella) la Storia; il concetto è quello di un cinema che non è più solo bigger than life, ma è soprattutto bigger than history e, a conti fatti, più grande del cinema stesso. Non c’è nulla in questo primo decennio e mezzo del Ventunesimo Secolo che assomigli al cinema di Tarantino perché si continua in maniera cocciuta a fraintenderne il senso. Se c’è un gioco, non è quello della citazione cui tutti sembrano lanciarsi ogni volta che affrontano un nuovo film di Tarantino: anche in The Hateful Eight non mancano i rimandi, esterni e interni, ma non c’è una sola sequenza che viva sullo schermo solo per sollazzare il supposto onanismo cinefilo del regista. Se è per questo, una sequenza del genere non è mai esistita in ventiquattro anni di regie.
Il vero gioco, l’aspetto realmente ludico del cinema di Tarantino, è invece tutto nella composizione e nella scomposizione di ciò che viene narrato, e del motivo per cui viene narrato. Si può distinguere la filmografia di Tarantino (escludendo il segmento da lui diretto per il film collettivo Four Rooms) in tre blocchi: il primo va da Le iene a Jackie Brown, e può comprendere anche soggetti e sceneggiature poi filmati da altri, come Una vita al massimo o Natural Born Killers; il secondo contiene i due capitoli di Kill Bill e Death Proof, suo contributo al grindhouse creato insieme al sodale Robert Rodriguez; il terzo blocco, infine, inizia con Bastardi senza gloria e arriva – per ora – a The Hateful Eight. In tutti e tre i blocchi è presente una scomposizione che prelude a una ricostruzione: quella del noir e dell’hard boiled, quella dell’exploitation movie e quella del film “storico”.

Su quest’ultima accezione non c’è da scherzare più di tanto: Tarantino non maneggia gli eventi storici per dileggiarli o trarne esclusivo diletto. C’è uno scavo, continuo e persistente, che era già avvertibile ma in maniera più blanda nelle opere precedenti al 2009. Che si tratti della barbarie nazista o della Guerra di Secessione, Tarantino sfrutta la contingenza storica per tracciare un percorso che si incunei nella storia americana, rivoltandola dall’interno. Il non luogo, quella catapecchia gestita da Minnie e Sweet Dave (ora in vacanza dalla madre di Minnie, come spiega il messicano Bob a Warren e John Ruth) che non ha vicini e non collega a nulla, è indispensabile per spazzare via una volta per tutte i residue delle vestigia dell’epopea del west. Un atto che era già in fieri in Django Unchained, e che trova qui la sua sublimazione. Se Django e Schultz vagavano per tutto il sud confederato, contrapponendo alla diaspora la furia vendicativa screziata di giustizia e, in Schultz, di morale, questo è un orpello oramai inutile per i protagonisti di The Hateful Eight. Figure squallide, cacciatori di teste, boia, assassine, generali razzisti, cowboy, rinnegati: uomini e donne luridi ben più delle loro vesti stracciate e vilipese dal fango e dalla neve. Feccia della peggior specie, che si è cannibalizzata a vicenda approfittando della guerra e non ha faticato più di tanto a trovare un proprio posto nell’America in “pace”. Mannix, dall’aspetto quasi beota, è addirittura stato eletto sceriffo; Warren porta sempre con sé la lettera che gli scrisse, mentre era al fronte, nientemeno che Abraham Lincoln, di fronte alla quale persino un uomo di pietra come John Ruth finisce per commuoversi.
Per quanto non manchi la verve dialogica che ha reso celebre il cinema di Tarantino, l’impressione è che i personaggi si parlino contro e addosso per il terrore di rimanere in silenzio, di dover coprire uno spazio che altrimenti si dimostrerebbe inequivocabilmente vuoto, privo di senso. Parlano per sconfiggersi a parole prima di dover passare all’uso della canna da fuoco, ma anche per scacciare quell’ombra di morte che li insegue e, come la bufera di neve, si appresta a piombare su di loro. The Hateful Eight ha il rintocco di una marcia funebre a tenere il tempo per questa sarabanda di uomini/animali che aspettano il momento giusto per ghermire il proprio avversario.

Violento e ispido come solo raramente era capitato perfino a Tarantino, The Hateful Eight è il punto di non ritorno dell’America democratica, quella che segue le leggi e si sta lasciando alle spalle i tumultuosi eventi della guerra fratricida. Un’America in cui un nero può essere maggiore dell’esercito, e una nera può gestire un emporio; ma non per questo un luogo più civile, o ancor meno gentile. In una stamberga sperduta nel nulla, in uno stato che in pochi saprebbero disegnare sulla mappa (ma al Wyoming fu è possibile associare almeno un paio di eroi del west, Buffalo Bill e Nuvola Rossa, il capo dei Sioux), si consuma una tragedia in due atti, che elude le unità aristoteliche permettendosi un balzo all’indietro nel tempo, seppur di poche ore. Il primo atto è un preludio, in cui la commedia si fa farsa per cercare di ricacciare indietro il tanfo degli odiosi otto. Il secondo atto è il grand guignol, la tragedia che si fa mattanza e in cui gli umori trovano i pertugi giusti per invadere lo schermo.
Tarantino orchestra la sua danza infernale con occhio mai indulgente verso i suoi personaggi – per la prima volta nel suo cinema non esiste la possibilità di uno schieramento, quale che sia, visto che tutti gli attori in scena sono bastardi, stavolta davvero senza alcuna gloria da reclamare – e dà ulteriore dimostrazione della sua sapienza registica. Basterebbe la sequenza in cui Warren rievoca al generale Smithers il modo in cui umiliò e uccise suo figlio Charles, con gli occhi del vecchio Bruce Dern che si stagliano in sovrimpressione sulla montagna innevata, o il cambio di fuoco a creare un ipotetico campo/controcampo mentre la prigioniera Daisy Domergue canta Jim Jones At Botany Bay, per inserire The Hateful Eight tra le visioni indispensabili di questi anni. Mentre altrove si cerca nella maestosità della natura il senso dell’umano e dell’americano (Revenant – Redivivo di Alejandro González Iñárritu, ovviamente), Tarantino riduce tutto a una serie di assi malmesse, e a uno scalcinato camino. Niente orsi, niente nativi belligeranti, nessun fiume in piena. Solo l’uomo, con le sue “qualità” inestirpabili come la gramigna: qualità che parlano di violenza, sopraffazione, ingiustizia, razzismo, crudeltà, livore. Se una redenzione è possibile, passa solo una volta di più attraverso l’omicidio. Eppure da qualche parte, in un altro non luogo come la Casa Bianca, un presidente degli Stati Uniti abbandona l’amico di penna perché la moglie ha oramai preparato il letto per la notte. Ma la Storia, si sa, non è mai quella che viene davvero raccontata…

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

C’è una forma particolare di talento, che ha molto a che fare con l’amore per ciò che si fa. È il talento che si esprime attraverso la cura, la devozione, l’ossessione creativa. Tarantino è un genio devoto, e i suoi film sono ormai quasi cerimoniali, la sala è una cattedrale: chiunque conosca un po’ la sua storia e le sue idee, ad esempio, difficilmente penserà che le proiezioni in 70mm di The Hateful Eight siano una mera trovata pubblicitaria.

A chi avrà la fortuna di assistervi – in Italia è possibile a Milano, Bologna e Roma – verrà consegnato un programma di sala, come se si fosse a teatro; nella versione in pellicola c’è inoltre una strepitosa ouverture musicale di Morricone che precede il film vero e proprio, e un intervallo di 12 minuti esatti, che termina con un altro interludio musicale, per dare il tempo agli spettatori di riprendere posto. E la cosa buffa è che i 12 minuti di intervallo sono conteggiati nella durata ufficiale del film, come parte dell’opera. Tarantino pretende quindi che il cinema sia un luogo e un’esperienza condivisa, ha questa foga anti-storica ormai nota, e vuole da noi la stessa dedizione.

Sarà allora un caso, o forse no, che il suo ottavo film si apra su un lentissimo carrello a mezz’aria, che parte dal volto di un Cristo di legno coperto di neve e ghiaccio, forse la singola sequenza più bella degli ultimi anni, su una musica drammatica che sembra presagire una qualche Apocalisse. Nelle tre ore che seguono il cinema di Tarantino – che è sempre la scena di un delitto, compiuto o da compiere, una sospensione e poi un epilogo – accade nella sua forma più riconoscibile e al contempo diventa altro: un ibrido tra un romanzo di Agatha Christie e un horror di John Carpenter, dove uno dei personaggi è – metaforicamente – il virus, l’origine dell’epidemia, e il contagio si abbatte poi sul resto della comitiva, ovvero nove (non otto, la locandina non comprende l’uomo che guida la carrozza, non è uno spoiler) ceffi con qualcosa da mostrare e qualcosa da nascondere, bloccati in una baracca da una tempesta di neve, mentre la storia procede un disvelamento dopo l’altro.

E naturalmente quando il cinema è così scarnificato, unità di tempo e luogo, e un certo numero dipersonaggi costruiti fino all’ultimo pelo di barba e poi smontati, tutto quello che succede, o è detto, ha una risonanza politica cristallina. Ecco, non c’è probabilmente nessun autore al mondo oggi, nessuno, che parli di questioni razziali e di genere – bianchi e neri e messicani, uomini e donne -, di ciò che compete alla giustizia e invece al destino, come fa Quentin quando lancia i suoi burattini uno contro l’altro. Nessuno che riesca a conciliare lo slancio progressista alla perturbazione delle attese dello spettatore, alla ricollocazione cinefila degli immaginari, al divertimento puro.

Quindi andate in sala e armatevi di pazienza (e programma), il film dura tre ore ed è quasi ininterrottamente dialogato, poi ogni promessa viene mantenuta.
Vedere The Hateful Eight è come stringere un patto, e a nessuno piacciono i traditori: sapete che fine fanno nei western.

Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

 

“Sto diventando grande, lo sai che non mi va,” cantavano anni fa i Righeira.
E anche Quentin Tarantino, sta diventando grande. Sta raggiungendo livelli di maturità cinematografica inauditi nella sua pur notevole carriera fino a questo momento.
Non va del tutto nemmeno a lui, sembrerebbe: tanto che lungo il tortuoso e paziente cammino di The Hateful Eight fanno capolino, ed esplodono (e come esplodono…) nel finale, tutte le caratteristiche più ludiche e smargiasse del suo cinema. Quelle ultraviolente e dall’ironia sopra le righe, che rimangono uno dei suoi marchi di fabbrica, che ne stemperano altre e opposte tendenze, che in questo caso imbrattano non solo i muri, i volti e le poltrone di sangue, ma anche un copione favoloso. Ma che, forse, si fanno anche monito: cartoonesco, certo, ma in fondo anche vagamente inquietante.

Il fatto è che nel cinema di Tarantino tutto si tiene: la logorrea, la violenza, l’ironia, il racconto spietato e impietoso di chi siamo e dove viviamo. Si tiene nel nome e nel segno del cinema, di quel cinema che Quentin ama di un amore vorace, assoluto, passionale, feticista.
Tutto si tiene, ma va da sé che a volte l’equilibrio possa essere più precario, il dosaggio degli ingredienti di una precisione non proprio laboratoriale, e che il golem di celluloide dell’ex enfant terrible del cinema americano sia vivo e capace, ma troppo grottesco, o  mostruoso, o facile alla dissoluzione in polvere d’immaginario al tocco dello sguardo.

The Hateful Eight, invece, no. Cammina senza timore sul filo del rasoio della tensione, si muove elegante e sfacciato sui pezzi di vetro, con un vorticare di parole, di personaggi e di maschere che assomiglia a un balletto dalla coreografia sublime e oscena.
The Hateful Eight è il Tarantino che ti rapisce, e lo fa con la parola, con la sua lusinga, con la sua capacità affabulatoria e seduttiva. Sedativa. Parole che divertono, avvincono, distraggono, ingannano, intervallate da gesti che tradiscono forza, rabbia, disperazione, determinazione. Parole e gesti che si accompagnano o si contraddicono, ma che in entrambi i casi servono lo scopo unico e imprescindibile del racconto.

Che Tarantino fosse un ottimo sceneggiatore, lo sapevamo già. Oggi, però, abbiamo la conferma che sia qualcosa di più: con The Hateful Eight, come non aveva mai fatto prima, se non in parte con Jackie Brown, si dimostra un grande drammaturgo.
Come Jackie Brown, anche questo western da camera, che mette in scena lo psicodramma amorale di nove personaggi dentro un’isolata casa-emporio (di bambola) del Wyoming, gioca con toni diversi da quelli del Tarantino più fracassone o sfacciato. Qui il testo è al servizio di una storia e dei suoi personaggi, e non il trampolino di lancio per battute o linee di dialogo da mandare a memoria, che pure non mancano.

Sulla poltrona di Sweet Dave, davanti al fuoco, Tarantino è un astuto cantastorie, capace di farti perdere tra le pieghe del suo racconto, di ingannarti e sorprenderti, di meravigliarti e divertirti. E di farti realizzare, tutto a un tratto, che quella storia di sangue, inganni, violenze e razzismi, è la storia degli Stati Uniti d’America. Di stati uniti per forza, con la guerra, con la morte, nel nome di una giustizia che è tale solo quando condivisa, anche da chi magari si detesta, e si è guardato con odio fino al momento della verità.

Chiusi nell’emporio di Molly (a questo serve, se serve, il 70mm, a far entrare dentro lo schermo, dentro la scena, nel mezzo della storia), ci si perde dentro un film caleidoscopio che contiene al suo interno frammenti di tutti quelli di Tarantino – gli inganni de Le iene e gli incroci di Pulp Fiction, le violenze dei Kill Bill e la teatralità di Grindhouse, le ambizioni storiche di Bastardi senza gloria e l’antirazzismo di Django – e di tutti quelli che lui ha amato, digerito, citato; nel quale ogni personaggio è riflesso di qualcun altro, di altri personaggi tarantiniani, e di noi stessi.

Con un film come The Hateful Eight, allora, Quentin Tarantino si conferma davvero l’altra faccia di Paul Thomas Anderson, della medaglia di un cinema americano che ragiona su se stesso, sul suo passato e sul suo futuro. Sul suo territorio e il suo materiale.
E mentre ci adeguiamo al valzer di gesti e dettagli, di parole e movimenti sapientemente orchestrato in quello spazio, su quel terreno, è dolce naufragare dentro il racconto di una moderna Sherazade, capace di generare storie dalle storie, e su altre storie e sulla Storia.
Perché, come Sherazade, anche per Tarantino il racconto, e il raccontare, e il cinema, significano vita. Il gioco, questa volta, è quello della pazienza, lo dicono loro stessi. Perché il racconto è bello quando lo si può godere così, senza fretta.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

All’ottavo step della sua ricca e gloriosa filmografia, Quentin Tarantino imprigiona otto loschi e bastardi figuri nell’Emporio di Minnie, una stazione di posta per le diligenze tra le montagne. Siamo nell’innevatoWyoming post-Guerra Civile e sulla strada del cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell), impegnato a trasportare alla cittadina di Red Rock l’assassina Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) per farla giustiziare, si presentano prima il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), anch’egli cacciatore di taglie impossibilitato a trasportare il suo bottino di cadaveri in città a causa della perdita del cavallo, e poi il “rinnegato” Chris Mannix (Walton Goggins), a suo dire il nuovo sceriffo di Red Rock.
Investita da una gigantesca bufera di neve, la diligenza, guidata da O.B. Jackson (James Parks), arriva alla stazione di posta gestita da Minnie (Dana Gourrier) e Sweet Dave (Gene Jones). Ad accoglierli tuttavia trovano il messicano Bob (Demián Bichir) a occuparsi del rifugio a causa dell’assenza di Minnie, e altri tre individui fermi a causa della tempesta: il “piccolo uomo” Oswaldo Mobray (Tim Roth), il boia di Red Rock, il taciturno e misterioso mandriano Joe Gage (Michael Madsen) e un anziano confederato (Bruce Dern).
Costretti a passare molte ore insieme in attesa che il tempo migliori, tra gli otto protagonisti si scopriranno collegamenti inaspettati che li porteranno a un epilogo tutt’altro che scontato…

Nata nel 2014 come lettura teatrale, presentata con grandissimo successo a Los Angeles, e successivamente trasformata in uno script cinematografico, si può dire che la sceneggiatura di The Hateful Eight sia tra quelle più tormentate nella carriera di Tarantino, dopo che la sua diffusione non autorizzata aveva quasi compromesso la realizzazione.
Feticista della pellicola quanto dei piedi femminili, il regista di Knoxville sceglie di non abbandonare l’ambientazione western che in parte è omaggio al lavoro nel genere di Sergio Corbucci, iniziato conDjango Unchained nel 2012, girando il film con la suggestiva Ultra Panavision 70 che si avvale di lenti anamorfiche e non sferiche e che conferisce un rapporto d’aspetto di 2.76: 1, sfruttato pochissime volte nella storia (per film come L’ammutinamento del Bounty e Questo pazzo pazzo pazzo mondo) e che ha conosciuto il crepuscolo nel 1966.
Tuttavia la scelta di Tarantino è assolutamente azzeccata perché così facendo arricchisce l’esperienza visiva, immerge totalmente lo spettatore nelle gelide location del Colorado e permette una resa sgranata dal sapore vintage che contribuisce al fascino della visione.
Western da camera ben congegnato nella sua struttura come pochi cineasti sanno fare al suo pari, The Hateful Eight è il cinema maturo di un geniale innovatore qual è Quentin Tarantino, una sadica e violenta parabola psicotica e amorale di un gruppo di personaggi ambigui nel quale colpisce a prima vista la mancanza di un profilo totalmente buono e, nel racconto, il completo asservimento della drammaturgia alla storia personale dei protagonisti. Incantano i dialoghi, mai così nichilisti e degni del miglior cinema tarantiniano, spesso affidati alla classe immensa di Samuel L. Jackson, vera star del film – al quale sono riservate anche le sequenze più iconiche, tra cui una in particolare che ha già fatto scalpore –  nei panni di un negro monatto autostoppista ed ex-amico di penna del presidente Lincoln, e contrapposto al profilo, più rude ma dai metodi quantomeno all’apparenza etici, di John Ruth.

 

Il Maggiore è il simbolo di un’epoca devastata dalla Guerra Civile dove soggetti più o meno impuniti vivono sulle macerie del post-schiavismo e del conflitto tra unionisti e confederati, quest’ultimi figli di un’era ormai cancellata, del quale il Generale Sanford Smithers (Bruce Dern) fa ancora faticosamente parte.
E proprio dal faccia a faccia tra i due schieramenti scatta una molla incontrollabile di sangue in una sorta di partita a poker dove il bluff è costante e si lega a strategie scacchiste che non risparmiano nessuno e da cui nessuno potrà essere risparmiato.
“Ho scelto una donna per la parte della bandita perché rispetto a un uomo comunica emozioni diverse. E poi volevo complicare agli spettatori la visione del film!”.
Sul personaggio della psicopatica prigioniera Daisy, interpretato magnificamente da una rinata e sanguinariaJennifer Jason Leigh, meritatamente candidata all’Oscar, Tarantino sapientemente costruisce un ulteriore lato ambiguo, aumentando quel coinvolgimento stratificato che tiene lo spettatore costantemente in bilico. Spettatore, indeciso a chi credere fino in fondo, in un continuo gioco a specchi e in una mescolanza di generi propria di Quentin:“Non potrò fare tutti i film che vorrei, quindi in ogni film ne inserisco tanti altri”.
E proprio per questo The Hateful Eight è un’opera mutevole, che dal giallo classico alla Agatha Christieprende (in realtà abbastanza prevedibilmente) una deriva horror. La maturazione di Tarantino è evidente e probabilmente le uniche pecche del film risalgono proprio a questo. Padrone maturo del mezzo cinematografico, e ancor più del linguaggio, la disomogeneità di The Hateful Eight e alcuni momenti di stanca nei quali la durata abnorme di tre ore non sempre regge adeguatamente, sorgono più macchinosamente ragionati e meno puri rispetto a quelli presenti nei suoi primi capolavori, dove l’esuberanza sporca del giovane enfant prodige era molto più affascinante e giustificabile. Piccoli dettagli perché il film appassiona e incanta proprio a causa dello stupore consapevole col quale si può confermare l’incredibile e completa evoluzione di una delle icone del cinema post-moderno.
In questo microcosmo sociale chiamato The Hateful Eight troverete citazioni, riferimenti, omaggi e tutto quello che si può amare di Tarantino (e che lo fa odiare ai suoi detrattori). Troverete uno sguardo politico e sociologico sincero e caustico dell’America attuale mascherata da Far West sviscerato dall’interno, come solo P.T. Anderson attualmente è in grado di proporre con la medesima franchezza. Uno sguardo che non risparmia nessuno. E troverete gli Odiosi Otto.
A quel punto uscire vivi dall’Emporio di Minnie, per voi, potrebbe essere una fottuta impresa del cazzo.

Davide Sica, da “cinemamente.com”

 

 

 

Fiocchi di neve baluginano senza soluzione di continuità in ogni inquadratura, come nella casa gotica diCrimson Peak, una palla di vetro con dentro la neve, una Rosebud archetipica e temporalmente opportuna: siamo a Natale, come in Revenant, dove Iñárritu ha chiuso la tenzone tra il 25 dicembre e Capodanno. È il western corpuscolare, più che crepuscolare, di Quentin Tarantino. Se Iñárritu entra nei corpi, Tarantino se ne allontana sempre di più. Gli attori perdono progressivamente peso, non contano quasi più nulla, al punto che la presenza di Samuel L. Jackson e Michael Madsen diventa troppo ingombrante, a rischio di un effetto-Favino difficile da digerire. Sorprendentemente affine a Lars Von Trier, ma un Von Trier senza necessità di psicanalisi: quello che resta nel cinema di Tarantino sono allora i personaggi, privi di qualsiasi legame con gli attori chiamati a interpretarli. Ed è quindi possibile guardare Tim Roth che gioca a fare Christoph Waltz, e scommettiamo che i criticoni storceranno il naso davanti a questa e altre scelte, e saranno gli stessi criticoni che lo storcevano davanti alla inverosimile scelta di Von Trier, per il quale Joe e Jerome avevano entrambi, inNymphomaniac, due interpreti fisicamente diversissimi.
Quasi tre ore di parole, in un’impalcatura polanskiana nella quale spargimenti di sangue e mutilazioni non mancano, anzi. Esplodono, deflagrano, tingono di rosso la neve, schizzano sugli spettatori in maniera ancora più disturbante ed esaltante che in passato, grazie anche agli effetti speciali di Greg Walking Dead Nicotero, scelta non casuale: i corpi non sono più fondamentali, non muoiono perché già morti, anche se non tornano, ché non sono Revenants. «All the ones you tell your troubles to, they don’t really care for you».

Non manca l’ironia, al solito tagliente e sprezzante di ogni political correctness, anche se ridere al cospetto dell’accolita degli otto rancorosi è praticamente impossibile. Un abisso separa in tal senso The Hateful Eight daDjango Unchained: qui le derive avant-pop e caciarone, le secchiate di canzoni splendide sono quasi del tutto assenti, e nelle sale non si celebrerà alcun rito collettivo. Sono le parole a strapazzare i sensi del pubblico, a tempestarlo di discorsi nudi e crudi sulla differenza tra giustizia e giustizia di frontiera («è il boia a distinguere la giustizia, perché ammazza senza coinvolgimento emotivo: oggi ne impicco uno a Red Rock, domani un altro a Laramie. It’s my job»), sul razzismo inciso a fuoco nel DNA statunitense («quando i negri hanno paura, i bianchi sono al sicuro», ma il pamphlet tarantiniano non risparmia nessuno: l’accogliente e sempliciotta locandiera nera ha appeso un cartello fuori dalla porta: «No dogs or mexicans allowed»), sulla guerra civile appena conclusa che ha scosso le vite di tutti i presenti, pronti a commuoversi per una lettera di Lincoln, e ancora più pronti ad accompagnare uomini e donne alla forca senza battere ciglio. Sono o dicono di essere cacciatori di taglie, uno sceriffo, un boia, un vecchio generale.

È una donna che deve essere impiccata, l’unica che se ne sbatte di lettere e istituzioni, e che riceve un discreto numero di cazzotti in faccia a causa della sua bocca irriverente. È Iñárritu il conservatore al confronto: nel suo film la donna è solo un corpo rapito e abusato, anche se capace di provocare agguati e massacri. Ed è Tarantino a risultare sperimentale, avanguardistico e radicale come mai prima; anche con Daisy Domergue, perché piazzare una donna (Jennifer Jason Leigh, ma insistiamo: avrebbe potuto essere un’attrice qualsiasi, anche sconosciuta, e non perdere un’oncia della sua importanza) in quel ruolo e in quel contesto è un atto rivoluzionario e dirompente. «And you’re asking for someone to show they care. Someone who’s really there. Someone who understands».

da “nocturno.it”

 

 

 

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