The Danish Girl

The Danish Girl

La danese (The Danish Girl) è un potente romanzo di David Ebershoff, pubblicato in Italia  nel 2001.  Trecentosettanta pagine tanto liriche quanto impressionanti,   che narrano la vita del pittore, realmente esistito, Einar Wegenerdurante gli anni venti a Copenaghen.

Protagonisti sono sua moglie Greta,  giovane americana iscritta all’Accademia di Belle Arti,  che ha conosciuto Einar, suo timido e taciturno insegnante, col quale ha in comune la passione per la pittura, col quale si sposa. Greta, specializzatasi in ritratti, quando una sua amica non può posare, chiede a Einar, bellissimo ed efebico, di indossare abiti femminili permettendole di ultimare l’opera. Il pittore si immedesima nel ruolo al punto da  scoprire la sua vera identità sepolta. Ciò lo condurrà, in un’epoca di gogne morali e  rischi per la salute, ad affrontare la prima operazione chirurgica mai fatta per  cambiare sesso.

Riuscire a riprodurre sullo schermo un’opera affascinante e dolorosa, mantenendone intatti spirito e seduzione, non è facile: Ebershoff, lo scrittore, è un pittore di penna lui stesso, le descrizioni degli ambienti – ad esempio quelli di Dresda con i suoi ospedali – rimangono impressi nel nostro cuore per molto tempo. Tom Hooper, il regista, compie il miracolo di non  tradire il libro, sfumando forse gli aspetti più crudi, estenuati, dove sangue e martirio  rendono il dramma di chi ha una natura femminile in un corpo di maschio, o viceversa. Il film di Tom Hoper è un approfondimento sul senso del matrimonio:   Greta ed Einar, infatti, al di là del sesso, sono legati da profonda complicità e da amore autentico. La narrazione per immagini è lirica, non ha lentezze, superlativi tutti gli attori, in particolar modo Eddie Redmayne, il protagonista.  “The danish girl” ha la  profondità universale, rara a trovarsi, di commuovere anche lo spettatore che non avrebbe ragioni per identificarsi.

Bruna Alasia, da “dazebaonews.it”

Glen or Glenda?

Tom Hooper riesce dove molti altri registi falliscono. Trasforma in solido intrattenimento storie sfaccettate non perdendo di vista la complessità. Per molta parte della critica il suo approccio è semplicistico ed eccessivamente compiacente nei confronti del pubblico. In realtà il pubblico non è sempre sprovveduto e rendere chiaro (che non significa per forza spiegare, sottolineare, ridondare) è da considerarsi qualità e non il mero svolgimento di un compitino diligente. Anche perché tutto nella visione di Hooper concorre ad inserire i contenuti in un grande spettacolo. Al centro dei suoi interessi un senso di inadeguatezza con cui venire a patti: la balbuzie del Duca di York ne Il discorso del re, il tentativo di rivalsa e redenzione di Jean Valjean ne Les Miserables.

Non sfugge all’approccio The Danish Girl, che si ispira alla storia vera del primo transessuale a essersi sottoposto a operazione chirurgica per cambiare il proprio sesso da maschile (Einar Wegener) a femminile (Lili Elbe). Un uomo felicemente sposato con una pittrice, pittore egli stesso, che gradualmente scopre la sua vera natura e, affrontando  titubanze e paure, decide di non rinunciarvi. Un processo di cambiamento abilmente gestito nella sceneggiatura di Lucinda Coxon che mostra, scava, motiva, cura ogni dettaglio psicologico, costruendo un personaggio non solo credibile, ma vivo e pulsante, dando risalto sia alle luci che alle ombre.

Anche la deriva lacrimevole non stona, perché la storia è potente e la sceneggiatura si abbandona ad essa contrapponendo, anche con una certa furbizia certo (l’inglese è parlato ovunque), la scoperta di sé con il grande amore. Hooper gestisce il racconto con la consueta minuziosità, cerca il bello in ogni inquadratura, l’armonia nella composizione delle immagini e si avvale di collaboratori eccellenti nella ricostruzione storica. L’andamento è pacato, alla provocazione preferisce la comprensione, che non evolve mai in odiosa tolleranza, la tesi c’è, ma è subordinata alla narrazione e non viceversa. Forse eccede in enfasi, curando molto la confezione per rendere il tutto il più possibile appetibile, ma si attiene al genere, il melodramma, prescelto.

Ovviamente il castello di carte cadrebbe in un baleno senza un protagonista in grado di portare sulle spalle il peso del film ed Eddie Redmayne riesce nell’impresa. È un po’ lezioso nel tratteggiare la grazia del personaggio, ogni tanto esagera con mossettine e sorrisi imbarazzati, ma dona verosimiglianza all’ambivalenza del protagonista e risulta credibile in un ruolo dove il rischio caricatura è dietro l’angolo. Più conflittuale il rapporto con la svedese, e lanciatissima, Alicia Vikander, moglie comprensiva e combattiva, a causa di un volto e di una presenza scenica molto contemporanei che, indipendentemente dalle doti recitative (l’attrice è brava), si faticano a collocare negli anni ’20. Esornativa invece la verve tutta texana di Amber Heard. Grazie ad Alexandre Desplat, poi, finalmente una colonna sonora, ogni tanto debitrice nei confronti di Michael Nyman, soprattutto il tema portante di Lezioni di piano, ma con il pregio di accompagnare le immagini con incisività e potere evocativo.

Luca Baroncini
Voto: 7.5

da “spietati.it”

 

 

Quella di un uomo che diventa donna attraverso la chirurgia è una storia di trasformazione e carne, una che unisce la testa (chi vuole fare questo passaggio lo fa perchè si percepisce in maniera diversa da quello che è) e il fisico in una dissonanza sempre più intollerabile. E intollerabile davvero doveva esserlo per il pittore Einar Wegener, che nella Danimarca di inizio novecento scopre di non poter più resistere nei panni di uomo dopo aver provato a fare la donna per gioco con sua moglie. I medici a cui si rivolge per placare il dolore che prova gli danno del matto e prescrivono cure medioevali, fino a che uno non gli proporrà la sperimentale idea di una chirurgia che asporti ciò che c’è di troppo e al suo posto poi importi il sesso femminile.

La maniera in cui Tom Hooper decide di mettere in immagini questa storia, cioè di riempirla di quei dettagli che fanno un film (dai costumi patinati, alla fotografia stereotipicamente pittorica fino alle interpretazioni ovviamente curatissime e caricate) è decisamente meno problematica e distruttiva di quel che i fatti lasciano intuire. L’abilità di questo cineasta per bene è di rimuovere il bestiale, il turbolento e il sessuale da una storia di sesso, masticare il boccone della transessualità fino a che sia facilmente digeribile da chiunque, anche da chi lo ritiene indigesto. Il risultato è un film sui transessuali apprezzabile anche da un pubblico di morigerate signore per bene, che mai si sognerebbero di star appresso a storie di sesso problematico.

Tra i dilemmi mentali e le pulsioni carnali The Danish Girl dunque non ha dubbi e racconta solo i primi, la parte più fisica e materiale, quella appena accennata del sangue vomitato per disperazione, è fuoricampo, inquadrata da lontano o raccontata a parole. A regnare sono i primi piani di Eddie Redmayne, lentamente sempre più femmineo in un trionfo di brava recitazione scolastica, garbata e pulita, così che il suo Wegener passi da gentiluomo distinto a signora elegante e non da maschio a femmina (per questo è molto più efficace anche se meno evidente l’interpretazione di sponda di Alicia Vikander).

Hooper è così abile che riesce addirittura a levare passione e turbamento dal suo primo bacio omosessuale (dato a stampo e mal inquadrato), riesce a convincere tutto il pubblico che cambiare sesso è solo una questione di spiccata sensibilità femminile in uomini con spiriti d’artista e non la distruttiva potenza della carne che violenta qualsiasi preconcetto mentale, fino a sfiancare l’animo, distruggere ogni resistenza e obbligare al rischio della morte pur di non essere più uomo.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Ci sono amori capaci di sconfinare la coltre di fumo dei pregiudizi, attraversare quella trincea che suddivide i sessi, per ritrovarsi, semplicemente, come due persone in grado di comprendersi. Questa è la storia raccontata in The Danish Girl, di Tom Hooper, col premio Oscar Eddie Redmaynein grado di lasciar trasparire sul grande schermo la sofferta mutazione del pittore Einar Wegener.

Con pennellate che sembrano aver derubato il miglior Monet, si plastifica con sofisticata magia lo scenario dellaCopenhagen degli anni ’20: strade isolate e strette al chiaror di luna e neve mai sgelata, pesce fresco tra i mercati che si riflettono sulle acque; fantasia di colori e paesaggi di incredibile e pacata bellezza, come quelli dipinti dallo stimato paesaggista Einar Wegner: i lineamenti delicati e uno spruzzo di lentiggini che salgono verso gli occhi chiari. Accanto a lui una moglie bella, tenace, con l’animo puro di una pittrice; la ritrattista Gerda, interpretata da Alicia Vikander (Ex Machina).
Il loro sembra essere un matrimonio felice e fortunato, ma qualche crepa si scorge nella mancanza di figli e nella carriera di Gerda, scarsamente apprezzata nel mercato dell’arte. Un gioco di ruoli e ironie, muterà però la rotta della loro relazione: Einar indossa, prima per necessità, poi per fini ludici, i panni di una donna.

The danish girl

Sta davvero bene, con rossetto rosso e la matita atta a tratteggiare il contorno dei suoi occhi e quei capelli, poi, cadono sulla guancia sottolineandone la timidezza. Quella ritrosia contorta è un mistero annidato nel suo animo; un mistero che talvolta attira… gli uomini.
Tratto dall’omonimo libro di David Ebershoff, The Danish Girl porta alla 72ma Mostra del Cinema di Venezia una storia vera di coraggio, introspezione psicologica e mutazione epocale nella considerazione dei transgender nella società.
Tom Hooper ci lascia scivolare tra i meandri viscosi di una personalità confusa, incompresa, ribelle, nonché pioniera di una generazione criticata ancora adesso. Al tempo in cui essere omosessuale equivaleva ad essere classificato malato e ad essere emarginato, Einar ebbe la forza di prendere le redini della propria esistenza, sottoponendosi al primo intervento per il cambio di sesso da uomo a donna e divenendo finalmente Lili Elbe.

A lasciar impietriti, però, non è solo la risolutezza del protagonista, ma anche l’atteggiamento della sua consorte, la quale comprende appieno il delirio del compagno e lo coadiuva nel cambiamento esteriore. Si potrebbe quasi dire che la ricerca di un figlio combacia con la rinascita di Einar in Lili.

La scenografia, tempestata di ritratti che apparentemente richiamano le movenze delle modelle di Tamara de Lempicka (guarda caso dichiarata bisessuale), sa coinvolgerci nel vortice della mutazione, mettendo ulteriormente a nudo il cuore del protagonista. Così ogni sofferenza appare limpida, sensata; e la voglia di rischiare assume un senso che trascende l’opinione critica della società, lasciando comprendere il senso puro e duro della personalità.
Nel cast anche Amber Heard, Adrian Schiller e Matthias Schoenaerts il quale, come nell’ultimo Suite Francese, si ritrova impelagato in una storia d’amore e d’amicizia anomala quanto forte e sincera.

In conclusione, The Danish Girl insegna che vale sempre la pena avere la tenacia di essere se stessi, non per gli altri, ma per sentirsi vivi.

Teresa Monaco, da “cinematographe.it”

 

 

Ogni uomo è formato dalle storie che racconta.

The Danish Girl è un film di Tom Hooper (Il discorso del Re) che racconta la storia di Einer, pittore danese acclamato che scopre di non abitare il corpo giusto: è uno dei primissimi casi di transgender che subisce un doppio intervento per rimuovere il pene e costruire una vagina.

Siamo nel 1926 e Lili è la prima donna a subire questo tipo di operazione chirugica.

Einer è sposato con Gerda, donna forte, che lo trasporta in un gioco divertente all’inizio e letale in seguito: lo traveste da donna per farlo posare per I suoi quadri (anche lei è pittrice) e aiuta incosciamente l’uomo a scoprire la sua vera natura.

E’ una storia di forte cambiamento, di trasformazione ma sopratutto è una grandissima storia d’amore tra due esseri che si completano e che continueranno ad appartenersi nonostante tutto. Hooper dipinge le ambientazioni con una palette precisa di colori: il blu e l’arancio, il classico Tile and Orange, usato alla perfezione, come fosse un pittore a dirigere la pellicola. E l’Arte figurativa infatti è importantissima nel film: I due protagonisti sono entrambi pittori e esprimono ciò che sono attraverso le loro opere, parlano e comunicano al mondo e tra di loro con il tratto sulla tela, distruggono e creano attraverso il colore impresso con il pennello. Arte come parola, arte come urlo passionale, arte come silenzio introspettivo.

Einer decide di fare il passo più difficile della sua vita: essere una nuova persona, essere Lili e in questo arduo e lungo percorso vuole avere Gerda vicino, vuole avere l’unica persona che gli ha sempre permesso di essere se stesso. Einer deve morire per far nascere Lili, la Natura, come dice il personaggio, deve essere corretta dall’uomo.

La delicatezza dell’attore Eddie Redmayne nell’interpretare il personaggio di Einer e di Lili è impressionante: ci sono sequenze in cui assistiamo al graduale scivolare nella psicologia di un personaggio complesso e profondo, rinnovato ad ogni inquadratura, incredibile da raccontare. Alicia Vikander invece, Gerda, riesce a essere la donna forte che combatte e sostiene, si fa peso e carico, è la figura portante dell’intreccio amoroso. Siamo davanti ad un film che ci confonde su chi sia veramente il protagonista: a mio parere è proprio lei, Gerda, e non la Danish Girl, non Einer. Questo si spiega nel momento in cui capiamo chi stia perdendo di più tra I 2: Gerda perde un marito, subisce un vero e proprio lutto, Einer compie invece una rinascita, una liberazione.

Lui è libero e lei è prigioniera della sofferenza.

Durante tutto il film inoltre capiamo cosa sia l’amore puro e incondizionato: unisce persone che diventano un essere solo, fuso in un’essenza magica di passione e rispetto. Gerda dice “baciare per la prima volta Einer è stato come baciare me stessa”. Questa battuta, di cui ho chiesto una spiegazione proprio all’attrice (qui) è enigmatica e credo possa significare molte cose per ognuno di noi. Io la vedo così: il bacio è la prova definitiva e iniziale dell’appartenenza a qualcuno, non puoi sbagliare, non respiri ma vivi di aria dell’altro, non vedi ma senti le forme di chi ti sta di fronte, il bacio, nel momento in cui inizia l’amore, è il titolo più bello e perfetto.

Parliamo di transgender e nel nostro tempo non dovrebbe essere il topic del film, per questo lo accenno solo qui: come mi ha detto Tom Hooper lui non vorrebbe che questo film fosse ricordato per il topic transgender ma per la passione e il colore di un amore puro e fortissimo, disperato e incantevole.

Chiudo dicendo che sono molti i piani di lettura di questo film: io voglio ricordarlo come un’esperienza di livelli di approfondimento di personaggi scritti in modo incantevole, voglio ricordarlo come una visione che mi ha coinvolto e mi ha appassionato, voglio ricordarlo semplicemente come un bel film da vedere.

Claudio Di Biagio, da “bestmovie.it”

 

 

Con The Danish Girl l’inglese gentile Tom Hooper prosegue un’indagine, per così dire, cominciata con Il discorso del Re: l’esplorazione di un corpo “inceppato”. Nel film con Colin Firth il blocco interessava la parola, martoriata e svilita da continue esitazioni e interruzioni. In questo l’impasse riguarda invece il corpo intero, che diventa recipiente “imperfetto” di un’anima che lo rigetta.

Sissignori, stavolta non si combatte per gli ideali della gloriosa Comune di Parigi, ma per l’affermazione di un’identità sessuale “altra”. Jean Valjeant e Javert diLes Misérables hanno insomma abbandonato la scena, per far posto a Lili Elbe, la prima persona nella storia a essere identificata come transessuale e ad aver tentato un intervento chirurgico di “riassegnazione”. La sua vicenda è conosciuta, ma non abbastanza, e nell’affrontarla e raccontarla – adattando l’omonimo romanzo di David Ebershoff Hooper non solo si prende delle giuste licenze poetiche, ma decide anche di reinterpretarla, addomesticandola al suo cinema del garbo, dell’eleganza formale e di un cauto e confortante conservatorismo.

Senza la minima pretesa di edulcorare una vicenda che non può non sembrare amara o indigesta a chi ancora guarda con sospetto ai transgender, il regista non intraprende nessuna crociata contro il pregiudizio, né si mette sulla facile via della trasgressione o di un personaggio principale esibizionista ed eccentrico oppure eroico. A tal proposito, ci viene in mente che sul film all’inizio aveva messo gli occhi Tomas Alfredson (autore del primo Lasciami entrare e de La Talpa). Lui forse ne avrebbe fatto un’opera sanguigna, o magari notturna, o malinconica, e comunque di rottura. Ma Tom Hooper no, lui sceglie consapevolmente di non osare, forse di non “sporcarsi”, e l’impressione generale, nonostante un ottimo crescendo drammatico, è che la sua visione resti in superficie e che Lili, impossibilitata a spiccare il volo, finisca per essere schiacciata da montagne di seta frusciante e di tessuti d’arredamento.

The Danish Girl, non è però il frutto di una mancanza di coraggio, perché c’è una scena di nudo in cui il regista dimostra di saper essere diretto ed esplicito: è solo che il suo film preferisce indugiare nelle sfumature e nella contemplazione di una femminilità che coincide con la grazia e che si esprime nel sorriso, nei movimenti impercettibili del capo, in due mani lunghe e affusolate che si poggiano su un viso e lo incorniciano. Questi piccoli gesti sono affidati al prodigioso Eddie Redmayne, così pieno di energia ne La teoria del tutto e qui alle prese con una creatura smarrita e poi capricciosa, e poi ancora sempre più determinata. La sua bravura non è da mettere in discussione, come neppure la sua aderenza alle motivazioni interiori di Lili, ma la sua performance tradisce una certa affettazione, a cui contribuisce anche una fotografia certamente curata, ma inutilmente patinata.

Attento a cambiare il mood del film a seconda dell’ambientazione scelta – colori freddi e linee geometriche e maschili nella parte che si volge a Copenhagen, e tonalità calde e sinuosità da Art Deco’ nel segmento parigino – il regista non sempre tiene vivo il fuoco della passione, abbandonando a se stessa la sua sensibile donna incastrata nel corpo un uomo. Più di Lili, lascia il segno la sua compagna di vita: la pittrice Gerda Wegener, artista volitiva, forte, emancipata. E’ lei il personaggio più interessante del film e quello che veramente evolve e che lascia perciò un’incancellabile impronta. Allo stesso modo, è Alicia Vikander più di Redmayne a meritare incondizionati complimenti, perché questa attrice minuta che ha sorpreso tutti in Ex Machina diventa davvero un gigante quando si avvicina alla disgraziata consorte dello sconsolato Einar.

Nei suoi occhi liquidi il giacchio del film si scioglie, vinto dal calore di quel sentimento che, nonostante tutto, Hooper riesce comunque a rappresentare benissimo: l’amore, conditio sine qua non perché l’individuo faccia il grande salto trovando prima o poi il suo io più profondo.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

In un appartamento di una Copenaghen degli anni Venti, la pittrice Gerda Gottlieb, dovendo sostituire una modella, chiede al marito Einar Wegener, anche’egli pittore, di posare per lei. Un po’ per necessità, un po’ per gioco, dal ritratto nasce Lili Elbe, personificazione femminile di Einar. Lili cambierà per sempre la vita dei due giovani sposi e racconterà al mondo la tormentata esistenza della prima transessuale della storia.

Alcuni film non vanno visti con gli occhi ma con il cuore. “The Danish Girl” appartiene a questo ristretto circolo di opere pulsanti che emettono delle vibrazioni il cui riverbero ci colpisce con più profondità della superficialità visiva. Non si può non ammettere che il regista Tom Hooper, traendo ispirazione dall’omonimo romanzo, abbia dato alla luce una pellicola elegante, raffinata e impeccabile dal punto di vista estetico. L’occhio però può essere anche ingannevole e si assiste, così, ad una lotta tra apparenza e sostanza: tanta bellezza formale quasi distrae l’attenzione dal racconto di un lento e travagliato percorso di riconquista di una identità addormentata in chissà quale comodo anfratto dell’anima.

Contagiato probabilmente dalla professione dei protagonisti del suo film, il cineasta britannico cerca di racchiudere una vicenda così tormentata in un bel dipinto, incastonandolo in una pregevole cornice. L’operazione ha successo solo a fasi alterne. Soprattutto nella seconda parte, la sceneggiatura non appare all’altezza della situazione e annaspa in passaggi che risultano in alcuni casi ridondanti ed in altri troppo sbrigativi. Tom Hooper invece azzecca il colpo quando convoglia nel suo racconto la vis creativa dei coniugi Wegener. Ed ecco apparire il motivo principale per alzare le nostri nobili terga ed andare a vedere questo film: “The Danish Girl” presenta tracce di qualcosa che sembra avvicinarsi molto alla pura poesia.

Le liriche prendono le sembianze di Gerda mentre raffigura inconsapevolmente, mediante un ritratto, la vera natura del proprio uomo. L’amore smodato che prova per il marito muove le sue mani. La sua arte intuisce qualcosa che, normalmente, non si riesce a vedere, fino a svelare una verità che non avrebbe mai voluto affrontare e che, per quanto pazzesca possa essere, non le impedirà di rimanere accanto ad Einar anche quando diventerà Lili.

Il prorompere di una finissima ed imperdibile commozione ci lega indissolubilmente alle poche e sussurrate parole della ‘ragazza danese’ mentre descrive il suo destino con una logica semplice e disarmante.
Senza avere il tempo di potercene accorgere “The Danish Girl” ci trascinerà sull’orlo di un varco emozionale che porta al fatale destino di chi ha il coraggio di essere se stesso.

Riccardo Muzi, da “ecodelcinema.com”

 

 

Ecco perché vale la pena raccontare The Danish Girl. Non solo per quel Tom Hooper, capace di regalare un film sottovalutato e potente come Il maledetto United o classico e commovente come Il discorso del re. O barocco e francamente eccessivo come Les Misérables. In The Danish girl forse ci mette tutto della sua cinematografia. L’uomo solo e incompreso del film su Brian Clough, quello a disagio nelle vesti che società e nascita gli hanno consegnato del monarca balbuziente, infine quello carico e depresso di Hugo.

Il risultato è il biopic di Einar Wegener, un oggetto cinematografico fin troppo classico per l’anticonformismo di un artista che si scoprì donna e provò l’impossibile (a fine diciannovesimo secolo, almeno) per correggere ciò che natura (e dio, per lui che ci credeva) aveva sbagliato. La prima trans, Lili Elbe, nasce dal suo travaglio interiore, dalla scoperta che fa posando, per necessità con abiti femminili, per la moglie amatissima Gerda. E subito negli occhi, sulle punte delle dita, nei tremori degli arti di Eddie Redmayne, Oscar per La teoria del tutto e attore capace di esprimersi con il suo corpo come pochissimi, scopriamo un’altra identità.

Eppure la forza del film non è nella forma sin troppo classica o nella storia lacerante e coraggiosa. No, è nel raccontare un’identità mal sopportata dalla società, oggi come allora, come un passaggio normale della vita, come una giusta realizzazione di sé. Tanto che più di Lili Elbe – così si ribattezza Einar -, finisci per apprezzare la moglie, interpretata da una magistrale e bellissima Alicia Vikander, fiera e sensibile icona di libertà e apertura mentale. Lei sì: perché Einar-Lili è un essere umano egoista ed egocentrico, incapace di accettarsi davvero, mentre Gerda sa guardare oltre, combattere con se stessa e accettare, anzi amare quella che altri considerano diversità. Guardi i travestimenti del protagonista e ti rendi conto che chi illumina il film e la storia è quella donna eroica nella sua normalità, nei suoi sentimenti. Lei è il vero talento artistico di casa (e forse lui soffre più il suo successo della lotta che ha dentro), lei è la vera ribelle, lei combatte la guerra più difficile. E capisci, forse, che Hooper ha scelto il titolo The Danish Girl perché, in cuor suo, il lungometraggio è dedicato a Gerda, più che a Lili.

Hooper sceglie, anche per i costumi d’epoca e le ambientazioni classiche, una narrazione lineare e una sceneggiatura solida, ma con guizzi niente male, anche grazie agli interpreti, al cast pieno di ottimi comprimari, tra cui Amber Heard che arriva un giorno dopo il marito Depp e si produce in poche pose ma buone, con la sua Ulla, ballerina scanzonata, sensuale e capace di una profonda leggerezza (e viceversa).

Ecco che allora l’Hooper più di rottura lo troviamo nell’elegantissima scena del bordello, struggente nella sua bellezza, o nella prima rappresentazione “fisica” del cambiamento, in cui la Vikander ci emoziona e ci eccita, persino, con la sua reazione. Ed è qui che ci conquista un film che non ha paura delle sue ambizioni e che allo stesso tempo fa la differenza nei dettagli.

E il sospetto che una delle due Coppe Volpi uscirà da questo lavoro, non è affatto peregrino. Vedremo, sarebbe un bel regalo, per Lili e Gerda.

Boris Sollazzo, da “rollingstone.it”

 

 

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