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Snowden

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Il vero colpo da maestro messo a segno da Oliver Stone è stato quello di aver tenuto conto della realizzazione di un documentario su Edward Snowden, antecedente al suo film di finzione.
Intelligentemente è da quell’immaginario che il suo “Snowden” decide di partire, da quella camera d’albergo in cui, dopo l’incontro segreto in un centro commerciale di Hong Kong, la documentarista Laura Poitras, il giornalista investigativo Glenn Greenwald e il reporter di intelligence del The Guardian, Ewen MacAskill, cominciano la sconvolgente intervista all’informatico, ex tecnico CIA, che porterà all’esplosione dello scandalo spionistico dell’NSA e alla consecutiva uscita dello splendido “Citizenfour”.

Di quel lavoro fondamentale, rischioso e di portata mondiale, allora, il film di Stone sembra quasi voler proclamarsi un estensione, un approfondimento, più o meno fedele, volto a puntare la lente d’ingrandimento sul mestiere operato da Snowden, nonché sul suo carattere e la sua personalità. E se andare a vedere e ascoltare da vicino discorsi informatici colmi di termini sconosciuti, di cui, obiettivamente, ci interessa il minimo, ma il massimo quando si tratta di capirne il succo in parole povere, a sconvolgere maggiormente è l’inclinazione patriottica che Snowden difende e sventola con fierezza prima di sfondare la facciata che lo divide tra ciò che il suo paese dice e ciò che, in realtà, pensa davvero. Ed è in questo scarto che il ragazzo comincia a fare passi indietro, a vacillare, a rivedere le sue idee, mentre qualche collega, alle sue domande incredule sulle intenzioni illegali di determinati progetti, reagisce appioppandogli il soprannome di Biancaneve: genio coi computer e ingenuo con la testa, troppo lento a comprendere gli obiettivi di un Governo che puntava a conquistare la supremazia del potere per avere il resto del mondo (e sé stesso) sotto controllo e sotto scacco. Mail, sms, chat, dati sensibili, il tutto di tutti doveva essere a portata di mano, visionabile, rintracciabile, a disposizione per il bene del paese, eppure senza alcuna autorizzazione o spiegazione per le persone.

Snowden Oliver StoneLa guerra moderna, del resto, si combatte ovunque e una delle prime regole, in battaglia, è quella di non rivelare mai la tua posizione a nessuno, altrimenti il nemico potrebbe prenderti alle spalle e ucciderti. Hacker cinesi, hacker russi o di chissà quale paese, inoltre, è probabile che presto vogliano rivendicare la loro supremazia, quindi tenersi pronti o anticipare è la risposta unica e necessaria. Queste sono giustificazioni partorite esplicitamente dai piani alti, che, guarda caso, a Stone intrigano e piacciono particolarmente. La paranoia che c’è dietro, nello specifico, lo stimola e lo conquista. Perché, oltre a fare il paio con quella sviluppata dal suo protagonista, descrive perfettamente l’America e il suo stato attuale, ovvero un paese con la testa costantemente rivolta all’esplosione di quelle due Torri, per le quali non si è mai riuscito a perdonare e che assolutamente non può permettersi di fare accadere una seconda volta. In “Snowden”, non a caso, il peso di tale zavorra è poggiato tutto sulle spalle delle nuove generazioni, quelle tecnologiche, comunicato chiaro e tondo e sottolineato da volti che spesso eseguono gli ordini, manifestando sensi di colpa o comunque poco entusiasmo rispetto a quello ormai perduto e intravedibile dai sorrisi inconsapevoli dei primi giorni.

Con quel pizzico d’umiltà di cui non poteva fare a meno, unita alla mano esperta e allo sguardo penetrante, abituato a scavare fino a scovare, Stone, dunque, riesce a confezionare l’ennesimo film della sua carriera concentrato e lucido sulla politica e sulle contraddizioni del suo paese. Si chiama “Snowden”, è vero, è una storia basata su fatti realmente accaduti ed è fedele ad essi (e ha un Joseph Gordon-Levitt straordinario), ma fosse stato solo questo, non sarebbe bastato a renderlo così duro, schietto e convincente come poi – merito anche di un colpo di scena da brividi – fortunatamente è stato. Imperfezioni e dilungazioni comprese.

Giordano Caputo, da “ingloriouscinephiles.com”

 

 

Ricorda molto la lotta di Davide contro Golia la battaglia solitaria di Edward Snowden contro colossi in grado di schiacciare anche un uomo più possente di lui, fragile ragazzo epilettico con una mente portentosa. Quella mente che lo porterà, giovanissimo genio informatico, a lavorare per la CIA e per la National Security Agency (NSA) statunitense come interno prima e come conttactor poi, e a creare per loro programmi il cui uso improprio e illegale (nonché immorale) risveglierà in lui un’anima liberal che non sapeva di avere. Edward Snowden è un eroe del nostro tempo, un Donchisciotte senza Sancho Panza, un uomo (quasi) comune che fa una cosa straordinaria e non si nasconde dietro la comoda panzana di obbedire agli ordini in nome di un bene più grande.

Oliver Stone, conquistato dalla sua storia, è così che ce lo rappresenta, ripercorrendola per tappe, dal suo congedo per motivi di salute dai Corpi Speciali dei Marines fino alla stanza d’albergo di Hong Kong in cui tutto è cominciato e registrato da Citizenfour, documentario premio Oscar di Laura Poitras (qua rappresentata da Melissa Leo). C’era bisogno di raccontare un’altra volta la storia del più famoso whistleblower di tutti i tempi, che ha rivelato al mondo, dati alla mano, che siamo tutti sotto sorveglianza 24 ore su 24, indipendentemente dal rischio anche nullo che costituiamo per la sicurezza statunitense? Sì, soprattutto in questo momento in cui l’America rischia di finire sotto il controllo di un egomaniaco incontrollabile come Donald Trump e a tal fine danno un brivido profetico – che speriamo svanisca nell’aria del mattino – le parole pronunciate dallo stesso Snowden nel film.

C’è tanto su cui riflettere e ancora tanto da sapere. Stone si libera dei panni del complottista per dimostrarci che qua c’è davvero motivo di temere, perché qua la minaccia terrorista c’entra solo marginalmente. Il vero obiettivo del controllo globale di questo onnipotente Grande Fratello è la supremazia mondiale. Snowden, puro e candido come la sua pelle, è davvero Biancaneve nella foresta stregata, che quando capisce di essere diventato complice della strega non ci sta e rivela al mondo le sue occulte magie. La sua è storia così incredibile che se non fosse completamente vera, sembrerebbe inventata.

Oliver Stone la racconta in modo lineare e classico, non indulgendo ai suoi vezzi stilistici e nemmeno al montaggio (meraviglioso) che componeva il puzzle corale di JFK. Perché questa è storia attuale, si sta svolgendo ancora e continua sui titoli di coda (che –  inaudito per un festival del cinema – molti non hanno visto!) . Non c’è bisogno di ricreare ma di rendere chiaro e ribadire quelli che molti non hanno ben capito e per farlo basta attenersi alla realtà. Joseph Gordon-Levitt è straordinario nell’interpretazione mimetica del vero Snowden, che ci commuove apparendo di persona a un certo punto. Ottimi tutti gli attori, con una menzione particolare per Rhys Ifans nel ruolo del protettore di Snowden nella CIA e Nicolas Cage, mai visto così in palla in tempi recenti, nella parte del vecchio ribelle. Forse non è il film che ci si aspettava da Oliver Stone, forse a qualcuno sembrerà lungo, o “noioso” (abbiamo sentito anche questo!) ma è, semplicemente, un’opera essenziale, che solo un regista come lui poteva darci.

Voto: 3,5 / 5

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

“Il terrorismo è la scusa. Quello in atto è un programma per far sì che gli Stati Uniti abbiano il controllo economico e sociale dell’intero pianeta”. Dopo il doc premio Oscar Citizenfour di Laura Poitras, grandissimo esempio di cinema verità in grado di immortalare in tempo reale l’esplosione di uno tra gli scoop mondiali più importanti dell’ultimo decennio, Oliver Stone ha deciso di portare sul grande schermo non “solo” il Datagate, ma l’intera storia di Edward Snowden, l’uomo responsabile di quella che è stata definita “la più grande violazione dei sistemi di sicurezza nella storia dei servizi segreti americani”.

Snowden riporta il regista di Platoon e JFK a maneggiare tematiche scottanti attraverso un cinema che sia alla portata di grandi audience: il film, naturalmente “occupato” nella sua interezza dalla presenza del suo protagonista, un ottimo Joseph Gordon-Levitt, non smette mai di concedersi allo spettacolo (anche grazie alla fotografia di Anthony Dod Mantle, ad un ottimo montaggio, di Alex Marquez e Lee Percy, e alle musiche di Craig Armstrong e Adam Peters) ma, allo stesso tempo, fa di tutto per rimarcare i vari passaggi della carriera di Snowden e la conseguente deriva dei programmi di sorveglianza di massa perpetrati dalla NSA (l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana). Lasciando che l’andirivieni temporale tra il racconto dei fatti e i fatti stessi esploda in maniera dirompente. Facendo sì che l’impianto thrilling della vicenda resti sempre in bilico tra il freddo calcolo informatico e il controverso aspetto umano.

Il film parte proprio dal 2013, quando Snowden – nascosto in un hotel di Hong Kong – decide di incontrare i giornalisti Glenn Greenwald ed Ewen MacAskill, e la regista Laura Poitras, allo scopo di rivelare i giganteschi programmi di sorveglianza informatica elaborati dal governo degli Stati Uniti. Consulente esperto di informatica, legato da un impegno di massima segretezza, Ed ha scoperto che una montagna virtuale di dati viene registrata tracciando ogni forma di comunicazione digitale, non solo relativa a governi stranieri e a potenziali gruppi di terroristi, ma anche a quella di normali cittadini americani. Disilluso rispetto al suo lavoro nel mondo dell’Intelligence, Snowden raccoglie centinaia di migliaia di documenti segreti per dimostrare la portata della violazione dei diritti in atto. Lasciando la donna che ama, Lindsay Milis, Ed trova il coraggio di agire spinto dai principi in cui crede.

Eroe dei nostri tempi, e Oliver Stone non ha difficoltà a dipingerlo come tale, Snowden ci costringe a riflettere su quale sia il confine tra il garantire “sicurezza” e il violare la libertà dell’individuo. Ma attenzione, sembra volerci ricordare il film attraverso gli ottimi inserti relativi ai rapporti lavorativi (e umani) tra Ed e i suoi colleghi e/o superiori alla CIA (su tutti il Corbin O’Brian interpretato da Rhys Ifans): qui non si tratta semplicemente di sentire minacciata la sacra inviolabità della nostra privacy, ma incominciare a riflettere su quali saranno (quali siano) le guerre “reali” che agli Stati Uniti interesserà combattere. Perché “l’Iraq tra vent’anni sarà un buco nero di cui non fregherà più nulla a nessuno, mentre la vera minaccia sarà rappresentata – a livello informatico – da Cina, Russia e Iran”.
Il patriota, traditore, “whistleblower” Edward Snowden ci ha messo in guardia. E Oliver Stone non fa molto per tranquillizzarci: “Basta che al potere salga la persona sbagliata, disposta a premere quell’interruttore. E la dittatura chiavi in mano è servita”, fa dire al suo protagonista. E la mente corre a Donald Trump, salvo poi scoprire, ascoltando lo stesso Oliver Stone, che noi europei siamo “sconcertati da Trump, che non ce la può fare, ma l’alternativa è la Clinton, che rappresenta il sistema Usa e la mentalità americana, quella del ‘o con noi o contro di noi’. Con lei al comando la situazione sarà più dura, ostile e militarista rispetto a Obama”.

Come la metti la metti, siamo rovinati.

Voto: 3,5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

C’è una difficoltà oggettiva dietro ogni progetto che si propone di portare al cinema i problemi di sorveglianza, sicurezza informatica e attualità politica alimentati dalle nuove tecnologie. Si tratti di documentari o film di finzione, tutti devono scontrarsi con l’esigenza di spiegare e semplificare concetti e informazioni complesse ma indispensabili. Oliver Stone prende di petto la storia più importante di tutte, quella di cosa fece Edward Snowden e perché, e decide di unirla alla spettacolarizzazione da cinema hollywoodiano per realizzare un film per tutti. La storia politica più pregnante che possa esistere, pensata con gli artifici narrativi utili a raccontarla al pubblico più vasto immaginabile ma senza svilirla.

E se la missione riesce forse è proprio grazie ad una scelta radicale e molto intelligente alla base di tutto il film, quella di indagare le motivazioni più che la storia e la cronaca. Cosa spinge un ragazzo a rischiare tutto (morte, carcere, privazione di diritti civili, perdita di contatto con familiari…) violando i massimi segreti del proprio paese? Gli stessi che per quasi un decennio ha aiutato a preservare! Snowden (il film) questo vuole mostrare, la nascita di una coscienza civile in un ragazzo che voleva essere un soldato, in un uomo di vedute conservatrici e fedele al proprio paese. Il fiore della resistenza sbocciato nell’asfalto di una mente militare. E proprio in questo movimento sottile tra violazione delle regole per l’affermazione di una regola ancor più grande, Stone trova il successo più autentico.
Se quindi non c’è nulla di nuovo quanto a informazioni (ma forse i dettagli della storia professionale e ciò che davvero ha fatto Snowden nei suoi anni all’NSA non sono proprio noti a tutti e forniscono un background a tratti allucinante), di certo c’è una più chiara percezione di come possa essere arrivato alla decisione finale.

Certo come sempre Stone sa bene dove batta il proprio cuore e non ha intenzione di farne mistero, non cerca la verosimiglianza nelle caratterizzazioni umane, né il contraddittorio. Eppure il modo in cui costruisce la sua storia con la calma serafica indispensabile a spiegare, mostrare e anche omettere ciò che sarebbe eccessivo andare a raccontare, dimostra una forma smagliante, una che non gli vedevamo esibire da anni. Snowden infatti, e pare incredibile scriverlo, è addirittura un film asciutto considerata la storia che mette in scena! Uno che evita la paranoia in cui era facile cadere e cerca la costruzione narrativa innanzitutto.
Per chi conosce i molti documentari girati in materia (specie quelli di Laura Poitras che davvero ha seguito Edward Snowden), questo film si incastra a perfezione nella grande continuity cinematografica, ma lo fa aggiungendo un livello in più che solo la finzione può portare: la comprensione intima di cosa succeda dopo un decennio passato a prendere complimenti per azioni che si ritengono aberranti.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

NELL’ERA digitale gli eroi possono avere occhiali spessi come fondi di bottiglia, problemi di acne, ossa fragili e persino l’epilessia: quella che conta, secondo Oliver Stone, è la capacità di distinguere il bene dal male. E il bene della privacy, del diritto a vivere lontano da occhi curiosi e orecchie indiscrete, vale molto di più di un fasullo vantaggio nella lotta al terrore. Ma per scegliere adeguatamente ci vuole il candore di Edward Snowden, l’uomo che ha sacrificato la sua esistenza com’era, per difendere il suo Paese da se stesso. Snowden, che giovedì 24 novembre esce nelle sale italiane, è la storia dell’analista informatico che scelse di denunciare gli abusi della NSA.

In alcuni passi il protagonista viene chiamato dai colleghi “Biancaneve”: è un gioco di parole sul nome, ma anche un’indicazione precisa del regista. Bisogna lasciar da parte il cinismo, abbracciare l’ingenuità, suggerisce Stone, per riuscire a capire fin dove arriva l’abuso dei governi. Quando la raccolta a tappeto di informazioni si allarga e diventa strumento di ricatto e di pressione, senza più nessun legame con il contrasto al terrorismo, sono le libertà fondamentali a essere minacciate, quelle stesse su cui è fondata la Costituzione degli Stati Uniti, quelle stesse che formano il patto sociale dell’Occidente.

Se il nostro governo ci tradisce, dice Snowden, se persino le speranze suscitate dall’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca sono deluse, se la National Security Agency e le altre agenzie di intelligence spiano più americani che stranieri, con un progetto che non è più difesa ma è diventato solo prepotente controllo sociale, allora gli stessi mezzi digitali utilizzati per spiare possono diventare strumento di una denuncia globale. E per il regista più scomodo d’America, il coraggio del giovane informatico è degno della Storia con la S maiuscola. L’idea è tanto più convincente quanto è sobria l’interpretazione di uno straordinario Joseph Gordon-Levitt, capace di attribuire spessore leggendario al goffo secchione del North Carolina.

La vicenda è reale, e l’epilogo è stato svelato dai giornali mesi fa: la denuncia, la persecuzione, l’asilo fra le braccia di Putin. È lo stesso destino di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks costretto a vivere rinchiuso in un’ambasciata, o del soldato Chelsea Manning, incarcerato per aver condiviso documenti riservati in nome di un bene più grande. A meno di una mobilitazione reale, gli apparati dello Stato non perdonano.

Fra le righe, il film di Oliver Stone non consente grande speranza: tutt’al più sembra suggerire che l’unica difesa è quella della conoscenza. Per recuperare gli spazi di libertà, abusati dal Grande Fratello di Orwell con il nostro distratto permesso, dobbiamo reinventarci gli strumenti di comunicazione. Mettiamo un cerotto sulla webcam del computer, affidiamoci al linguaggio dei gesti, come i sordomuti, o al rumore del vento in giardino, che copra i nostri sussurri.

Giampaolo Cadalanu, da “repubblica.it”

 

Erano ormai quattro anni che non usciva nella sale un film di Oliver Stone, da quel Le Belve che ne ha definitivamente offuscato il talento dopo una serie di pellicole mal inanellate, partendo dal disastro colossal(e) Alexander fino al sequel poco riuscito di Wall Street. I fasti di cult come Assassini Nati od Ogni maledetta domenica portati con visione e competenza al cinema grazie al suo estro sembrano ormai lontani, a causa soprattutto di scelte totalmente opinabili. Parliamo infatti di un regista che non convince più come una volta, quando ancora poteva crescere come autore e definire una sua tecnica o diversi temi portanti del proprio cinema, pieno di impostazioni e fil rouge ma poco riconoscibile nella sostanza.
In particolar modo, il patriottismo e l’amore per l’America rivestono sicuramente un ruolo centrale nella filmografia di Stone, che ha presentato oggi alla Festa del Cinema di Roma il suo ultimo Snowden, biopic con protagonista Jospeh Gordon-Levitt nei panni dell’analista NSA e CIA Edward Snowden, divenuto famoso nel 2013 per aver divulgato tramite vari quotidiani l’esistenza di programmi segreti del governo in grado di violare la privacy dei cittadini a qualsiasi livello. Ciò si traduce con motori di ricerca dei servizi segreti e approvati dal segretario della difesa in grado di penetrare in qualsivoglia computer, smartphone o social e accendere una webcam in remoto, visionare documenti, foto o video personali o estrapolare informazioni sensibili, quest’ultimo poi vero scopo della loro esistenza.

Prevenzione e lotta al terrorismo sono le scusanti per attivare un meccanismo teoricamente illegale ma tacitamente e nella pratica accettato dalle varie organizzazioni del governo, che puntano “alla sicurezza passando per la segretezza”, agendo cioè per il bene nazionale in silenzio, operando ai limiti dell’etica e del consentito per un fine più grande. Uno scopo condiviso anche da Edward, ma da raggiungere con mezzi differenti. Il suo lavoro lo metterà così di fronte alla dura realtà sul Paese più Grande del Mondo, un Grande Fratello pericoloso e contro il quale battersi per la sua stessa credibilità.

Snowden aveva una vita perfetta: un lavoro nel quale eccellere, una compagna innamorata e presente e un cospicuo stipendio, tutto lasciato alle spalle in nome di una verità che meritava di essere rivelata e in difesa di tutti quei diritti fondamentali che mai dovrebbero essere ignorati da quello stesso Stato erettosi come loro garante. E così da analista con problemi di epilessia e genio senza diploma della CIA è divenuto volontariamente e cosciente delle ripercussioni un nemico dell’America, lasciando di proprio pugno una scia informatica per farsi rintracciare “in modo da non scatenare una caccia all’uomo”, evitando di mettere a rischio colleghi e amici, cadendo da patriota e rialzandosi da eroe contemporaneo.

Il biopic di Oliver Stone racconta la battaglia personale del protagonista, mostrandoci i dubbi, le vittorie e le difficoltà che lo hanno accompagnato nel suo complesso percorso di maturazione e presa di posizione, elencando dati, fatti e conseguenze anche con linguaggio tecnico di difficile comprensione, con passaggi ostici per un pubblico magari generalista ma assolutamente validi nel quadro esplicativo della vicenda. Un film che con un filo di retorica sottolinea l’importanza e la delicatezza del diritto alla privacy, pacificamente dovuto ma quasi mai concesso.

Le nostre vite meritano quel pizzico di segretezza e mistero che le rendono uniche.

Voto: 3 / 5

Luca Ceccotti, da “farefilm.it”

 

 

 

Oliver Stone torna in forma smaglianteper raccontare la vera storia di Edward Snowden. Asciutto e sobrio,come lascia intendere il semplice titolo, Snowden è anche affilato come una lama e penetra nell’intricato mondo dello spionaggio e dei controlli a tappeto orditi da CIA e NSA con la semplicità di linguaggio che solo un grande autore sa evocare.

Non c’è dubbio sulla parte presa da Stone nel film: Snowden è un eroe, un uomo che, messo di fronte a una verità troppo terribile da mandare giù, fa la cosa giusta, rinuncia a tutto e rivela quella verità affrontandone le conseguenze a testa alta. Non a caso, nel primo colloquio di Snowden gli sentiamo citare “Joseph Campbell e Star Wars” come modelli di riferimento. Campbell è l’autore de “L’eroe dai mille volti”, il testo che ha codificato la narrativa di avventura e che George Lucas ha messo in pratica nel suo influente film. È un parallelo voluto: Ed Snowden diventa Gilgamesh, diventa l’eroe che affronta l’inferno stesso per uscirne migliore.

Stone usa tutte le armi del migliore cinema d’azione e di spionaggio per raccontare una storia vera che si fa parabola cinematografica di grande effetto. Il montaggio è serrato, la suspense amplificata nei momenti giusti e il puzzle della vita di Snowden rivelato a poco a poco attraverso una serie di continui balzi tra presente (il 2013, con Snowden in una stanza d’albergo di Hong Kong a rivelare i segreti alla stampa) e passato. La cornice di Hong Kong si avvale anche di ottimi interpreti – Melissa Leo, Tom Wilkinson e Zachary Quinto – che sanno infondere ritmo alle uniche parti statiche del film.

Il resto del cast è ben utilizzato – Rhys Ifans, Shailene Woodley e un insolitamente misurato Nicolas Cage – ma è Joseph Gordon-Levitt l’asso nella manica di Stone. L’attore cattura l’essenza del vero Snowden ma senza trasformare la mimesi in un’ostentazione di bravura.

C’è qualche caduta di tono nel finale, che si trascina un po’ troppo a lungo e vuole raccontare troppo, tradendo un po’ l’asciuttezza generale dell’opera. Ma immagini come il faccione di Rhys Ifans in diretta Skype, ingombrante ma efficace rimando al Grande Fratello di orwelliana memoria, non si dimenticano in fretta.

Marco Triolo, da “film.it”

 
Nel 2013, barricato in una stanza d’hotel ad Hong Kong, il ventinovenne Edward Snowden, ex tecnico della CIA e consulente informatico della NSA, ha rivelato, dati sensibili alla mano, al quotidiano inglese The Guardian e alla documentarista Laura Poitras, l’esistenza di diversi programmi di sorveglianza di massa, programmi di intelligence secretati, che garantiscono al governo statunitense un livello di sorveglianza estremamente invasiva e contraria ad ogni diritto alla privacy sul proprio territorio e sul resto del mondo, fatta passare con l’alibi della sicurezza.
Il caso Snowden, con i suoi tratti di abusi e di paranoia, sembrava fatto apposta per finire in un film di Oliver Stone e per molti versi si trova effettivamente al posto giusto. Innanzitutto, la biografia è un genere che a Stone riesce bene, soprattutto perché, là dove ci sono una storia vera e una cronologia nota, può sbizzarrirsi nella fase che più lo intriga, e cioè il montaggio. Poi, nella parabola di Snowden c’era, bello e pronto, il discorso dell’addestramento militare volontario, che va di pari passo con la domanda sul patriottismo che fa da sfondo a tanti film del regista di JFK (chi è più fedele allo spirito americano: chi contesta o chi obbedisce?). Infine, il tema della corruzione, della politica ostaggio del denaro (e dunque dell’industria bellica), di un Paese in cui non si cerca la verità ma si tenta di nasconderla. Stone è ossessionato da questo tema, ma non è meno ossessionato Snowden stesso, che si arruola per tener fede al motto delle forze speciali “De oppresso li ber”, che fa quel che fa perché ciò che ha visto è contrario ad ogni (suo) principio e vuole interrogare il mondo sull’argomento. Ideologia e azione, insomma, sono gli ingredienti di cui sono fatti tanto il caso Snowden che il cinema di Stone ed è questa coincidenza che tiene alto il film nonostante non tutti i momenti stiano allo stesso livello.
Un’altra buona ragione risponde al nome di Joseph Gordon-Levitt. La performance dell’attore previene il regista dal rischio di strafare: la sua interpretazione sposta il discorso ideologico dal piano potenziale della politica a quello della scelta individuale, di coscienza, proiettando improvvisamente il piccolo mago del computer nella schiera degli uomini che hanno fatto la Storia, dei singoli che hanno spostato la montagna. È la lettura del mistero Snowden che fa Stone, una lettura personale, ma la prova di Gordon-Levitt la sostiene senza cedimenti.
Sul piano tecnico, Stone ha raffinato forse più di chiunque altro la pratica della drammatizzazione di eventi reali, gli basta perciò raccogliere il testimone della Poitras, con un passaggio di mano letterale della telecamera, per poi prendersi carico di costruire a piacimento. E qui nasce qualche problema, la supposta innocenza di Edward “Snowhite” appare forzata, la storia d’amore di servizio, le metafore della caccia e del drone non sottilissime. Ma il film non ne esce compromesso perché in fondo ciò che funziona è la base, la coincidenza tra la visione del regista e quella del protagonista, che guardano con terrore all’idea che, come una bomba che per colpire un bersaglio uccide tutti quanti i civili innocenti nei paraggi, i danni collaterali della guerra americana per il controllo delle informazioni potrebbero rivelarsi incalcolabili.

Voto: 3 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

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