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Revenant – Redivivo

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Dopo la riflessione esistenziale e artistica di Birdman, giustamente premiato agli Oscar dell’anno scorso, Alejandro González Iñárritu si conferma uno dei registi più talentuosi e completi del panorama cinematografico internazionale con Revenant – Redivivo, film diametralmente opposto al precedente per atmosfere e contenuti. I fari non sono più puntati sulla modernità e sulle sue nevrosi, ma sul gelido e inospitale Nord Dakota della prima metà dell’800, teatro dell’odissea di un gruppo di cacciatori di pellicce, alle prese con delle condizioni climatiche e ambientali estreme, con una natura selvaggia e minacciosa e con gli ostili indiani Arikara. Guida della spedizione è il leggendario trapper statunitense Hugh Glass, le cui memorabili imprese fanno parte del bagaglio storico e culturale degli Stati Uniti e sono state narrate in The Revenant, libro di Michael Punke su cui è basato il film. A prestare volto, corpo e anima a questo iconico personaggio è uno stratosferico Leonardo DiCaprio, che supera se stesso con un’interpretazione sofferta e toccante, che l’ha portato a vivere in prima persona molti dei disagi provati da Hugh Glass e grazie alla quale molto probabilmente riceverà il suo primo tanto agognato Oscar, bissando così il successo ottenuto pochi giorni fa ai Golden Globes.

I membri di una spedizione in un territorio inesplorato del Nord Dakota, in cerca di pellicce, vengono decimati dall’attacco di una tribù di indiani Arikara. Fra i superstiti ci sono il Capitano Andrew Henry (Domhnall Gleeson), lo spietato John Fitzgerald (Tom Hardy), il giovane Jim Bridger (Will Poulter) e soprattutto la guida Hugh Glass (Leonardo DiCaprio), uomo di poche parole ma dalla profonda conoscenza del territorio, che si trova sul posto insieme al figlio Hawk, avuto da una nativa indiana della quale è vedovo. Successivamente, lo stesso Glass sopravvive miracolosamente all’attacco di un orso, che gli infligge però gravi ferite che mettono la sua sopravvivenza in serio pericolo. Essendo impossibilitato a muoversi autonomamente, Hugh Glass diventa un problema perché rallenta tutta la spedizione. Alcuni uomini, fra cui John Fitzgerald, spingono per porre fine alle sofferenze di Glass, ritenendolo ormai spacciato. Ma la determinazione, lo spirito di sopravvivenza e la voglia di vendetta di Hugh Glass lo sproneranno a sopravvivere a questa sua personale odissea in un ambiente proibitivo.

Revenant – Redivivo è prima di tutto una titanica impresa cinematografica, che ha richiesto uno sforzo produttivo immane, che ha allungato in corso d’opera sia i tempi delle riprese (arrivati alla fine a circa 9 mesi) sia di conseguenza il budget del film che, a fronte di una stima iniziale di circa 60 milioni di dollari, ha raggiunto alla fine quota 135 milioni. Questo impressionante impegno umano ed economico non è però stato vano. La prima cosa che salta agli occhi è la fotografia di Emmanuel “Chivo” Lubezki, che ha ottime probabilità di portarsi a casa il terzo Oscar consecutivo per la categoria. Il suo lavoro è stato realizzato utilizzando solamente la luce naturale, evitando gli artifici tecnologici successivi all’epoca in cui è ambientata la storia e donando così grande realismo al film. Il paragone con quanto fatto 40 anni fa da Stanley Kubrick in Barry Lyndon sorge spontaneo ed è probabilmente eccessivo, ma in un panorama cinematografico odierno in cui l’attenzione per questi aspetti – che qualcuno definisce “secondari” – latita; lavori come questo nobilitano questa pellicola e l’intera industria del cinema. Alejandro González Iñárritu sfrutta alla perfezione il lavoro del socio Chivo, completandolo con alcuni virtuosismi registici che ne confermano le eccellenti doti tecniche. A differenza del precedente Birdman, girato in modo da dare la sensazione di assistere a un unico piano sequenza, stavolta i piani sequenza sono diversi, ma di un’efficacia su schermo altrettanto encomiabile. Almeno due le sequenze da antologia, che siamo sicuri si scaveranno uno spazio nella storia del cinema: l’impressionante attacco da parte degli indiani Arikara alla spedizione dei cacciatori di pellicce, fra i più violenti mai visti su schermo, che provoca quasi un fastidio fisico per il realismo con cui le frecce trafiggono le persone, e l’altrettanto dura scena della lotta fra Hugh Glass e un orso, in cui riusciamo quasi a percepire la voglia di sopravvivenza e il dolore fisico del personaggio per le terribili ferite che gli vengono inferte.

Per quanto riguarda Leonardo DiCaprio, è sempre più difficile trovare gli aggettivi adatti per descriverne la bravura. In Revenant – Redivivo questo formidabile attore, ormai senza ombra di dubbio il migliore della sua generazione, ha centrato probabilmente la migliore prova di una carriera già memorabile, nonché una delle più impegnative: si è infatti prestato personalmente, senza l’ausilio di controfigure, a girare alcune sequenze estreme come quella in cui rimane sepolto nella neve o quella in cui salta in un lago ghiacciato. Un’immedesimazione nel personaggio pressoché totale, che traspare in ogni scena in cui è presente DiCaprio, che riesce con il solo sguardo a raccontare e a fare vivere i diversi stati d’animo del proprio personaggio, il quale passa dal dolore alla collera, dalla voglia di vendetta alla speranza. Sarebbe però ingiusto non spendere due parole anche per Tom Hardy, perfetto contraltare di Leonardo DiCaprio, con il quale inscena un lungo duello che sfocia apertamente nel western, meritandosi ampiamente la nomination all’Oscar come migliore attore non protagonista annunciata ieri.
Completano questo film pressoché perfetto una colonna sonora calzante e trucchi, costumi e scenografie realizzati magistralmente e fondamentali per garantire alla pellicola un incredibile realismo. Se proprio volessimo trovare un pelo nell’uovo, alcune sequenze oniriche, che rappresentano sostanzialmente delle visioni del protagonista, seppur pregevolmente realizzate, spezzano un po’ troppo il rigoroso realismo di cui parlavamo poco fa. Ma sono veramente dettagli, per un film che per il resto è davvero sublime e che si prepara a fare una giusta razzia dei più importanti premi di questa stagione cinematografica.

Revenant – Redivivo è un film durissimo e non adatto a tutti, sia per una violenza insistita e potenzialmente fastidiosa sia per un incedere lento, fatto di lunghe sequenze con dialoghi ridotti all’osso. Chi avrà la forza e il coraggio di guardare oltre si troverà davanti a un film davvero pregevole, fra i migliori degli ultimi anni, in cui la vera protagonista è una natura selvaggia, opprimente e inospitale, che rende difficile, se non impossibile, la vita ai propri figli. Una natura severa, spietata e avara, all’interno del quale si consuma una storia semplice ma che colpisce il cuore e la pancia dello spettatore, basata su due degli istinti più puri e ancestrali dell’uomo: la voglia di sopravvivenza e la sete di vendetta. Più che un film, una vera e propria esperienza visiva e sensoriale, che siamo certi non vi deluderà.

Marco Paiano, da “cinematographe.it”

 

Ci sono film, nel corso di una stagione cinematografica, che lasciano il segno per svariati motivi. Nel caso di Revenant – Redivivo, attesissimo ritorno al cinema diAlejandro González Iñárritu dopo i 3 Oscar vinti con Birdman (film, regia e sceneggiatura), questi motivi si accavallano a tal punto da rimanere impressi, probabilmente per anni ed anni. Non solo la presenza di Leonardo DiCaprio, miglior 40enne su piazza ormai ossessionato da quella statuetta che l’Academy gli ha inspiegabilmente sempre negato, e la paradisiaca fotografia al naturale di Emmanuel Lubezki, alla caccia del 3° Oscar consecutivo, ma anche un’epica e sfiancate produzione trascinata per circa 9 mesi, in condizioni atmosferiche insostenibili e con un budget lievitato dai 60 milioni iniziali ai 135 finali. Tutto questo per dar vita alla leggendaria storia di Hugh Glass, esploratore e cacciatore di pellicce che nel 1822 intraprese un viaggio di tremila miglia, attraverso le condizioni più estreme, sopravvivendo ai pericoli e alle minacce della natura e degli uomini, mosso unicamente dalla più incrollabile delle volontà: quella di un uomo che cerca la sua vendetta.

Ingredienti accattivanti resi ancor più straordinari dalla sbalorditiva regia di un Inarritu che ha fatto suo un posto nella storia del cinema contemporaneo. PerchéRevenant è un’opera stupefacente, e non solo per i motivi sopra elencati. Liberamente ispirato allo splendido nonché omonimo libro di Michael Punke, perché Inarritu e Mark L. Smith hanno abbondantemente romanzato il tutto, aggiungendo personaggi (il figlio di Glass) e svolte narrative inesistenti all’interno del libro edito in Italia da Einaudi, Revenant è fondato su sentimenti basilari, tanto antichi quanto ancora oggi contemporanei. L’amore paterno, la sete di denaro e potere; l’uomo, nudo e solo, contro la forza della natura; l’odio, la violenza, il tradimento, la menzogna, la resistenza, la rinascita, la fame di vendetta. Un film sulla sopravvivenza ambientato in un’altra epoca, in quei territori impervi in cui trapper e Sioux si ammazzavano l’uno con l’altro.

 

Glass, qui cacciatore che si è integrato con i nativi tanto dall’avere un figlio con un’indiana, viene aggredito da un gigantesco orso. L’animale lo riduce in condizioni pietose. I compagni sono certi che gli resti poco da vivere, con il Capitano della spedizione che lascia al suo fianco, per medicarlo e seppellirlo una volta morto, due uomini: John Fitzgerald e Jim Bridger. Peccato che il primo, subdolo delinquente, prima ammazzi suo figlio e poi convinca l’altro compagno d’avventure che non c’è altro tempo da perdere. Un gruppo di guerrieri indiani è sulle loro tracce, dice lui. Glass va abbandonato. E così fanno, credendo che non possa in alcun modo sopravvivere. D’altronde l’uomo ha la schiena lacerata, le gambe rotte, il cranio spaccato, la gola perforata. Non riesce a parlare, a mangiare, a bere, a camminare. Ha la febbre altissima. Non può alzarsi in piedi ma solo strisciare. Sembrerebbe la fine per lui e invece è solo l’inizio. Perché spinto dalla voglia di vendetta, Glass da’ vita ad un’epocale odissea che ha fatto la storia.

145 minuti nella natura selvaggia, quella vera, pericolosa, sudicia e incontaminata, che trasuda gelo, paura e sangue, illuminata da una fotografia celestiale nella sua autenticità. 2 ore e mezza di film percorse da scene grandiose, che più e più volte lasciano sbigottito chi osserva, sin da quei primissimi minuti di battaglia tra cacciatori di pellicce e indiani. Era dai tempi dello spilberghiano sbarco in Normandia che non vedevamo al cinema uno scontro bellico tanto cruento e credibile, tra frecce che trafiggono teste, fucilate a bruciapelo, cavalli abbattuti, coltellate, asce impazzite e alberi in fiamme. Un incipit da brividi che Inarritu dirige come se fosse un coreografo, danzando tra morti e sopravvissuti. Tra questi spicca lui, un mastodontico Leonardo DiCaprio che per oltre metà film non dice una parola, perché impossibilitato a parlare. Recitazione corporea, fatta di sguardi e piccoli gesti, grugniti e spasmi. L’ennesima prova del più grande attore della propria generazione, e non solo, che in più scene durante la lavorazione ha rischiato l’ipotermia, accettando l’impossibile pur di raggiungere quella perfezione recitativa che l’Academy, almeno quest’anno, dovrà finalmente celebrare. Un DiCaprio sbranato da un gigantesco Grizzly in uno dei momenti più angoscianti, cinematograficamente parlando, degli ultimi 12 mesi. Un piano-sequenza apparentemente impossibile in cui Inarritu da’ vita all’assalto di un furibondo orso al suo protagonista, senza mai staccare la macchina da presa dal volto che trasuda terrore e dolore di Leonardo. Il perché Revenant concorra persino per l’Oscar agli effetti speciali risiede tutto in questi 5 minuti, onestamente spaventosi. Perché non si capisce come siano riusciti a realizzarli. Magie della settima arte.

Lasciato a morire in una fossa e successivamente costretto a dormire all’interno della carcassa di un cavallo ancora ‘caldo’ pur di non crepare di freddo, DiCaprio farà di tutto per trovare uno spaventoso Tom Hardy. Sporco, con mezza testa scuoiata dagli indiani, sbiascicante e infame, il suo detestabile John Fitzgerald è l’antagonista perfetto. La quintessenza del villain hollywoodiano, del farabutto con il volto ricoperto di cicatrici tipico dei western anni 50′ e ’60. Ed Hardy, poliedrico come altri pochi attori su piazza, l’ha degnamente rappresentato, concedendosi uno scontro finale girato in un unico piano-sequenza da pelle d’oca. Attorno a questi due uomini, ricoperti di sangue, rabbia e ferite, la natura incontaminata del 1822, che Inarritu ha voluto fotografare senza alcun tipo di luce artificiale. Va da se’ che Lubezki si sia letteralmente superato nel ricercare ‘la volontà di Dio’ attraverso la natura, realizzando un affresco, un’ode alla purezza della vita. Eppure non è tutto oro quel che luccica, perché il regista messicano prova ad andare oltre la semplice storia di vendetta attraverso visioni ‘mistiche’ che travolgono il sofferente DiCaprio, tra sogno, ricordi e subconscio. Esagerando. Flash improvvisi e forzatamente ‘simbolici’ più volte ripetuti che oscillano costantemente tra il biblico e il kitsch involontario, allungando visibilmente la durata di un film che sarebbe probabilmente dovuto rimanere sulla strada della brutalità dura e pura, madre dell’uomo.

Un’opera viscerale e travolgente, grandiosa dal punto di vista tecnico e memorabile in ambito produttivo, imperfetta e innegabilmente ‘scarna’ tanto nell’evoluzione quanto nella caratterizzazione della sua trama, ma visivamente parlando epocale. E non è forse un caso se due tra i migliori film usciti in sala negli ultimi 12 mesi, Mad Max: Fury Road e Revenant, siano nati da sceneggiature così essenziali nel brandire tòpoi tanto abusati. Una fuga da una parte, la caccia ad un uomo dall’altra e poco altro. Nel mezzo, il Cinema. Quello che ci piace chiamare Settima Arte.

Voto: 8,5

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Giù il cappello. Finalmente arriva The Revenant. Tutto, nel nuovo film di Alejandro Gonzalez Inarritu, dal più insignificante frammento buio e notturno, al più plateale dettaglio di violenza, scontro armato, sangue e frattaglie, sa di naturale perfezione. Da questa sorta di compito stilistico perfetto non si può scappare. E dentro questa dimensione che The Revenant va visto, come in immersione, per due ore e quaranta. Il realismo esasperato e spettacolare dell’unico, finto, piano sequenza in Birdman qui viene declinato nel virtuosismo eterogeneo e generalizzato della costruzione millimetrica di ogni set e di ogni punto macchina.
I particolari di abbigliamento, acconciatura, sporcizia, ferite e oggettistica sembrano, nella loro perfettibile verosimiglianza,davvero qualcosa di alieno e inabituale per qualsiasi tradizionale ricostruzione cinematografica blanda e rassicurante di un’epoca lontana. La frontiera americana del 1822, quella del manipolo di volgari e zotici cacciatori di pelli, orientati dalla conoscenza del territorio di Hugh Glass (Leonardo DiCaprio), che si scontrano con dei sanguinari pellirossa sulle gelide rive del Missouri, è un luogo primitivo e inospitale come poteva esserlo solo una grotta della preistoria. Qui si consumal’esasperato realismo di messa in scena di Inarritu, e del suo straordinario direttore della fotografia e operatore di macchinaEmmanuel Lubezki: luce più naturale possibile che penetra nell’obiettivo e costringe a decifrare e ricostruire di volta in volta dettagli, visi, silhouette degli attori e dei luoghi; l’alito dei protagonisti che talvolta appanna la lente dell’obiettivo; macchina da presa a pochi millimetri dai corpi, rami, tronchi, sassi e rocce, e ad altezza ginocchio sia per seguire DiCaprio ferito a morte che perdue ore di film sta letteralmente sdraiato, a carponi, chinato, nascosto, mimetizzato con il fogliame e la neve, sia per mostrare come da testimone embedded, vivo e reattivo, la crudeltà di quella selvaggia quotidianità.
Il senso di vuoto e di acrimonia nella vita dei trapper, la solenne, durissima e violenta indipendenza dei nativi, tendono a mescolarsi nell’infinita e mai doma gara per la sopravvivenza. Qui sta l’epica della frontiera e qui nasce, si sviluppa e tramanda la leggenda dell’eroe, Hugh Glass, in fin di vita dopo esserescampato all’aggressione di un orso Grizzly, e lasciato volontariamente da suoi due compagni di esplorazione a morire da solo. La presunta cronaca giunta fino a noi, narra di una rinascita di Glass e, tra mille pericoli, meteorologici, ambientali e umani, il suo ritorno da “revenant” al primo avamposto militare dopo 400 chilometri di fuga. Ma è qui che Inarritu, e lo sceneggiatore Mark L. Smith, hanno come un guizzo di scrittura che dona a The Revenant perfino un anelito politico alla Soldato Blu.

Perché Glass/DiCaprio è sì l’eroe che sopravvive e si vendica ferocemente del trapper che l’ha tradito (nella realtà pare che ciò non avvenne), dando al film un respiro tipico da western, con tanto di duello (a proposito qual è il vero western nella neve di questa stagione cinematografica: Inarritu o Tarantino?); ma è nella costruzione fittizia di un (possibile) passato di Glass tra gli indiani Pawnee fatto di soldati che sterminano tribù, l’amore per una pellerossa, e nel film addirittura un ‘figlio’ grande avuto da lei che lo accompagna e segue nella tragica spedizione, che The Revenant si sbilancia in un cinema con un’anima più impegnata. Non che ci sia nessuna indulgenza nel rappresentare gli Arikara, i pellerossa non sono “buoni”, uccidono senza pietà comunque, come i bianchi coloni. Il punto di fondo è la maturità e l’oggettività di sguardo di chi filma che fa capire un solo dato: quella è casa loro.

È così che la poesia ammanta di dolore la rinascita di un DiCaprio in incredibile spolvero, tignoso e risoluto negli sforzi di difesa, chiaramente costretto a prove di reale sopravvivenza sul set. Quando la m.d.p. posizionata sotto la roccia in riva al fiume, in un breve piano sequenza segue una sorta di traiettoria esplorativa dello spazio circostante per dare l’idea al fuggitivo Glass di quanto siano vicini e incombenti gli Arikara che lo inseguono, viene come a mancare il fiato. In questa mimesi tra occhio del protagonista(i) e occhio dello spettatore Inarritu è davvero insuperabile. Se poi aggiungiamo che Tom Hardy, il traditore Fitzgerald, è un orrendo e sadico villain, The Revenant non sembra scontentare nessuno: chi si aspetta una coscienza da cineasta adulto e consapevole sulla materia trattata; ma anche chi cerca l’autore che fa palpitare il racconto spettacolare e d’avventura alla Jack London. Da Oscar: senza se e senza ma.

Davide Turrini, da “ilfattoquotidiano.it”

 

 

Sono gli anni Venti del diciannovesimo secolo. Soldati, esploratori, cacciatori di pelli, mercenari solcano i territori ancora sconosciuti d’America per trarne profitto. Glass è l’uomo che meglio di tutti i suoi compagni di spedizione conosce la terra impervia in cui si sono inoltrati. Il suo compito è riportare la compagnia al forte e tutto ciò che lo preoccupa è proteggere suo figlio, un ragazzo indiano. Lo scontro con un grizzly lo lascia in condizioni prossime alla fine. Il più arrogante della compagnia, Fitzgerald, si offre di restare per dargli sepoltura, ma lo tradisce orribilmente. La volontà di vendicarsi rimetterà in piedi Glass e darà inizio ad un’odissea leggendaria.
Inarritu prende in carico il progetto che in prima battuta doveva essere di John Hillcoat e mette in scena un film quasi essenziale rispetto all’arabesco formale e narrativo che è stato spesso la bandiera del suo cinema: un film che ha la pretesa di affondare il coltello (e sono tanti gli affondi di lama) niente meno che nell’essenza, appunto, della natura dell’uomo.
L’universo di Revenant – Redivivo è un universo manicheo: c’è la neve che gela e c’è il fuoco che scalda; c’è il rispetto della parola data e c’è il tradimento; infine, e soprattutto, ci sono due idee di uomo: quella incarnata da Glass, cui fanno da specchio altre figure, più attutite, e quella rappresentata da Fitzgerald, per cui Dio è un scoiattolo che compare quando ne hai più bisogno, e va divorato in fretta, senza pensarci su.
La performance di Di Caprio, in gran parte (la parte migliore) quasi muta, non andrebbe oltre la sensazione dell’effetto speciale, ben assecondato ma costruito, se non fosse che il film, pur insistendo sull’aspetto estremo della lotta per la sopravvivenza – col racconto visivo delle più ardite pratiche chirurgiche e gastronomiche -, non lascia che il dolore fisico del protagonista superi lo strappo dell’anima, stringendoli in un unico nodo. Il personaggio di Hawk, di cui non c’è traccia nel libro di partenza né nella documentazione storica su Hugh Glass, è un’invenzione utilitaristica ma, in fondo, necessaria per scaldare la motivazione del protagonista e farne un “Gladiatore” dei ghiacci.
Ad un cuore narrativo pulsante, benché a dir poco basilare, primitivo come l’ambiente geografico e umano in cui è ambientato, Inarritu accompagna un’estetica di sangue misto, che combina, da un lato, un’immersione letterale nella natura e nel western iperrealista e, dall’altro lato, un immaginario sentimentale sopra le righe, non proprio originale. In materia di dialogo come d’immagine e persino di colonna sonora, non manca, infine, qualche retorica di troppo (“Non ho paura di morire: sono già morto” è una battuta che andrebbe bandita causa abuso).
Ai confini del mondo, il messicano Inarritu non incontra né Herzog né Malick: ritrova le proprie convinzioni cinematografiche, rinnova l’arte dello sfoggio, ma la semplificazione degli attori in gioco e la potenza dello spazio scenico, temperando il narcisismo, operano a vantaggio del film.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

La vendetta è nelle mani di Dio.

Il percorso autoriale di Alejandro Gonzales Inarritu appare diviso esattamente a metà. I primi tre film, Amores Perros,21 grammi e Babel, sviluppati a cavallo tra la seconda metà degli anni ’90 ed il nuovo secolo, erano fortemente segnati dalla scrittura di Guillermo Arriaga e caratterizzati da una struttura narrativa fortemente postmoderna, organizzata per episodi apparentemente distanti e con protagonisti diversi, capaci di sovrapporsi e  incrociarsi sino a formare un affresco, anche affascinante, sul senso della vita, sul dolore del mondo e le fatalità del caso, che finiva per mostrare, alla lunga, tutta la sua artificiosità.

Dopo la separazione artistica da Arriaga sono nati invece tre film, solo apparentemente molto distanti nel tempo e nello spazio, Biutiful, Birdman e The Revenant, che condividono invece l’idea di ritrarre un solo personaggio, un padre, colto nel momento più difficile e determinante della sua vita, in lotta con se stesso e con l’ambiente che lo circonda, per la propria sopravvivenza.

Inarritu ha partecipato in prima persona alla stesura dei tre script e si è affidato, a partire da Birdman, a Emmanuel Lubezki, interrompendo la collaborazione con il fidato direttore della fotografia Rodrigo Prieto.

The Revenant è un punto di arrivo, un film sontuoso, massimalista, capace di unire il coraggio e l’audacia spericolata della Hollywood degli anni ’70 con il grande capitale e le infinite possibilità delle major dei giorni nostri.

Inarritu si riappropria del western morale di quegli anni, capace di riscrivere la Frontiera sottraendola al Mito e riportandola nella Storia, ma il suo cinema smisurato e performativo si spinge oltre, sui sentieri già battuti da Von Stroheim e Coppola, trasformando il set in un’avventura estrema, elettrizzante e dolorosa al tempo stesso.

Due sembrano essere però i suoi riferimenti d’elezione. Il primo è chiaramente Werner Herzog ed il suo approccio eroico alle riprese: il cinema che sfida i limiti del rappresentabile e si confronta con una natura selvaggia e ostile. L’altro è Terrence Malick, a cui Inarritu ha sottratto i collaboratori più stretti, affidandosi alla loro maestria: non solo ‘Chivo’ Lubezki dietro la macchina da presa, ma anche Jack Fisk alle scenografie e Jaqueline West ai costumi, regalandoci un film dalle ambizioni smisurate, che ha cominciato a coltivare la propria leggenda, già nei lunghi mesi delle riprese proibitive in Canada e Argentina. Un viaggio all’inferno, questa volta però nel ghiaccio e nella neve.

Ispirato al libro scritto da Michael Punke, sulla vita del cacciatore di pellicce Hugh Glass, già al centro di Uomo bianco, va’ col tuo dio di Sarafian, The Revenant è un grande romanzo ottocentesco di sopravvivenza e vendetta, ma allo stesso tempo è un ritratto feroce dell’america dei pionieri, in guerra con gli indigeni nelle terre selvagge, pronti a tutto per avidità e gloria.

North Dakota, 1823. Gli uomini della Rocky Mountain Trading Co., guidati dal Capitano Andrew Henry, vengono attaccati da una tribù di indiani Arikara. Solo una decina di loro riesce a fuggire sulla barca, attraverso il fiume Missouri, recuperando le pelli per le quali erano stati pagati.

Tra di loro c’è il cacciatore Hugh Glass: a suo avviso l’unico modo per mettersi in salvo è tornare a Fort Kiova, passando attraverso le montagne, nascondendo le pelli lungo il cammino, per non affaticare il viaggio, con la speranza di ritorna a recuperarle in un secondo momento.

Nonostante l’altro cacciatore, John Fitzgerald, la pensi diversamente, il Capitano Henry decide di proseguire via terra.

Mentre Glass è in avanscoperta, per esplorare il territorio, viene tuttavia attaccato da un gigantesco grizzly. Ferito brutalmente e in fin di vita, viene trasportato dai compagni, finchè l’impresa non diventa impossibile.

Il Capitano Henry decide quindi di lasciare Glass con tre dei suoi uomini – il figlio Hawk, il giovane Jim Bridger e il volontario John Fitzgerald – con il compito di assisterlo e di seppellirlo con dignità, prima di ricongiungersi al gruppo, diretto a Fort Kiova.

Solo che lo spiritato Fitzgerald ha altre ambizioni…

Il film di Inarritu è visivamente travolgente, sin dal duplice attacco, quelli degli indiani ai cacciatori e quello del grizzly a Hugh Glass, che segnano la prima mezz’ora del film in modo indelebile.

La macchina da presa di Lubezki vola letteralmente a fianco dei protagonisti, si appanna col loro respiro, si bagna delle loro lacrime e del loro sudore, grazie ad una mobilità che già avevamo imparato a conoscere sin dai tempi di Children of men e The tree of life. Inarritu sfrutta l’iperrealismo del piano sequenza, alternando camera a spalla e steadycam, per mostrare la battaglia dall’interno, in modo totalmente immersivo, come se la macchina da presa fosse uno dei cacciatori in fuga.

Utilizzando solo luce naturale e prediligendo una profondità di campo che sarebbe piaciuta a Welles – così come gli obiettivi grandangolari – Lubezki ci trasporta letteralmente con i piedi nel fango e nella neve e non smette mai di inseguire il movimento: nella stessa sequenza oggettive e soggettive si alternano, senza soluzione di continuità.

Il duplice formidabile attacco sostiene le due ore successive: Inarritu non ha bisogno di far parlare molto i suoi personaggi, nè di ricostruire facili percorsi psicologici, perchè le emozioni essenziali su cui si fonda il racconto, sono tutte leggibili sui volti e negli occhi dei personaggi, nelle voci strozzate dal dolore, nelle parole smozzicate, nella brutalità delle armi dell’Ottocento.

Il film è forse un po’ troppo lungo nella parte centrale e la sua brutalità mal si concilia con le visioni oniriche, i personaggi che fluttuano e le apparizioni à la Tarkovskij, che accompagnano l’odissea del ritorno di Hugh Glass: ma questi, nel complesso, sono vizi minori.

Leonardo Di Caprio è chiamato questa volta ad interpretare un personaggio davvero bigger than life, costretto al silenzio e ad un impossibile viaggio di sopravvivenza e di vendetta, non solo contro la natura incombente e matrigna, ma anche contro la crudeltà degli uomini e la loro brama di ricchezza.

E’ lontano dalla sua comfort zone, dai personaggi carismatici, dalla psiche tormentata o costretti alla menzogna, che hanno caratterizzato tutta l’ultima parte della sua carriera: quello di Glass è un ruolo meno scritto, in cui le parole contano poco, più fisico ed essenziale del solito.

Ma la grandezza della sua interpretazione è tutta nel calvario a cui è costretto a sottoporsi, da quando si cicatrizza le ferite con la polvere da sparo a quando si rifugia nudo nella carcassa di un cavallo, dopo averlo pazientemente eviscerato: è una sequenza che segna lo zenit della sua passione ed una delle immagini più forti del cinema di Inarritu.

Ugualmente indovinato il resto del cast, con Tom Hardy nei panni del mefistofelico Fitzgerald e Domhall Gleeson in quelli del nobile Capitano Henry.

The Revenant, dal punto di vista narrativo, riduce la storia a canovaccio essenziale, mosso da sentimenti e impulsi primari, ancestrali, mentre ricostruisce con grande precisione il contesto politico di quegli anni, con la presenza dell’esercito, gli scontri fra tribù e la comprensibile ostilità degli indiani verso i colonizzatori e verso le altre tribù.

Il passato di Glass si limita a poche brevissime visioni: innamoratosi di un’indiana pawnee, capace di parlare la lingua indigena e di comprendere le insidie dell’outland come solo un nativo, la sua fama era già leggendaria prima degli eventi, raccontati in The Revenant.

Così come nei due film precedenti, il protagonista è un padre ossessionato dal tentativo di superare la dimensione fisica e terrena del rapporto con i propri figli: se in Biutiful cercava di evadere da una quotidianità tragica e disumana e inBirdman diventava a tutti gli effetti un supereroe, capace di scampare la morte e volare via, in The Revenant si sottopone alle prove più impossibili, pur di cercare la sua vendetta.

Il viaggio di Glass è pieno di insidie, ma la macchina da presa di Inarritu e Lubezki è capace di meraviglie che lasciano senza fiato, grazie ad uno stile concitato, febbrile, che si giova anche di effetti speciali e stunt prodigiosi.

Così come Gravity, anche qui l’impresa solitaria del protagonista in un ambiente ostile alla vita, sembra disperata e impossibile, esattamente come quella degli autori nel metterla in scena.

Eppure anche questa volta la magia riesce perfettamente, anzi la meraviglia è persino più grande.

Qualcuno avrebbe forse preferito una regia più invisibile, con meno performance, dietro e davanti alla macchina da presa. Come se il minimalismo realista e l’illusione di un’oggettività impossibile, fossero l’unica chiave interpretativa corretta, nel cinema nel terzo millennio.

Dissentiamo profondamente.

La bellezza del flusso narrativo, nel film di Inarritu, è senza eguali. Il suo è da sempre un cinema che si mostra, anche narcisista e compiaciuto della sua visionarietà, che si nutre di immagini e di ambizione sfrenata, che assalta lo spettatore senza dargli tregua.

L’odissea di Glass trascende i limiti del cinema di genere, per farsi calvario di passione e sacrificio, viaggio mistico tra la vita e la morte, cerimonia di sangue.

Il contesto paesaggistico e naturale non è mai sfondo, ma protagonista, come nell’incontro notturno tra Glass e un indiano vicino ad una carcassa, oppure quando le rovine di una chiesa diventano una sorta di meravigliosa pittura rupestre.

Inarritu gestisce sapientemente i tempi, accelerando e correndo al fianco dei suoi personaggi, per poi rallentare e fermarsi, come in una sorta di rituale arcaico.

Gli occhi del martire Di Caprio alla fine sfondano la quarta parete e guardano dritto in camera: sono proprio quegli occhi che non dimenticano.

Da non perdere.

Marco Albanese, da “stanzedicinema.com”

 

 

Tratto da una storia vera, Revenant racconta l’epica avventura di un uomo che cerca di sopravvivere grazie alla straordinaria forza del proprio spirito. In una spedizione nelle vergini terre americane, l’esploratore Hugh Glass (Leonardo Di Caprio) viene brutalmente attaccato da un orso e dato per morto dai membri del suo stesso gruppo di cacciatori. Nella sua lotta per la sopravvivenza, Glass sopporta inimmaginabili sofferenze, tra cui anche il tradimento del suo compagno John Fitzgerald (Tom Hardy).
È sicuramente uno dei film più attesi del 2016, ispirato ad una storia vera che racconta l’epica avventura di un uomo che cerca di sopravvivere grazie alla straordinaria forza del proprio spirito. Si tratta di Revenant, il nuovo lavoro del regista messicano Alejandro González Iñárritu.

L’incredibile protagonista della pellicola è Hugh Glass, ovvero Leonardo DiCaprio, un cacciatore di pelli nell’America di inizio Ottocento che, dopo essere rimasto gravemente ferito nella lotta contro un grizzly, viene creduto morto dai suoi compagni di spedizione. In realtà riuscirà a “risorgere” e a tornare per vendicarsi del collega, interpretato dall’inglese Tom Hardy, che più di tutti l’aveva lasciato al suo destino nei boschi innevati del North Dakota, tra cascate e pellirosse. Girato in gran parte in Canada, durante nove mesi di enorme fatica e in difficili condizioni per le temperature bassissime, il film rivela una brutalità e una violenza estreme, ma necessarie alla narrazione di una storia che parla di sopravvivenza, redenzione e riscatto. E come nel pluripremiato Birdman, anche Revenant mostra la raffinata ricerca della cura estetica da parte del regista, che ha preteso di girare quasi l’intera pellicola in determinate ore del giorno, dove la luce particolare permetteva di raggiungere un risultato visivo specifico. Grazie anche alla maestria del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, il risultato visivo è eccezionale a livello di illuminazione degli scenari naturali. Questo grazie anche agli interessanti movimenti di camera, dei piano sequenza praticamente ininterrotti che ruotano intorno agli sguardi dei protagonisti. Impossibile non attribuire la grandezza di quest’opera anche alla magnifica interpretazione di Leonardo DiCaprio, fatta di tantissima fisicità e di poche parole, e non di meno a quella del “villain” Tom Hardy, potente nel delineare l’ambiguità dell’animo umano.

Gloria Paparella, da “storiadeifilm.it”

 

 

Zombi? Romero! Suspense? Hitchcock! Vendetta? Park Chan Wook! Il gioco delle associazioni di genere era destinato a funzionare anche stavolta, il maestro coreano doveva infatti dirigere Revenant – Redivivo, con Samuel Jackson protagonista. Il lavoro di Alejandro González Iñárritu, a conti fatti, non pare discostarsi da quello che Park avrebbe realizzato. La rabbia e il dolore possono tenere un uomo in vita nonostante il freddo mortale delle montagne rocciose, anche dopo che un grizzly ne ha straziato le carni. La rabbia e il dolore alimentano il vento tra le sequoie delle sterminate foreste del Montana e del Wyoming, dove il cacciatore di pellicce Hugh Glass si rifiuta di morire, spinto dalla bruciante sete di vendetta e accompagnato costantemente dalle visioni dei suoi cari defunti, che devono molto a Malick e stridono con il freddo minaccioso e la tremenda indifferenza della natura, chiaro lascito di Herzog. Quella di Glass è una storia vera, diventata da subito ispirazione per leggende e poemi. Nel 1920 i versi di John G. Neihardt – The Song Of Hugh Glass – ne raccontarono la storia con toni epici e la volontà di celebrare le lotte e le vittorie di uomini solitari, in un’epoca durante la quale la società era zero e l’individualismo era tutto, ma già nel 1824 la notizia dell’uomo sopravvissuto all’attacco di un orso aveva fatto il giro degli States, simbolo perfetto per l’epos della frontiera.

Jon T. Coleman, professore universitario dell’Indiana, ha investigato sulla vicenda, dichiarando che “ai quei tempi non ci si preoccupava tanto della distinzione tra realtà e mito, credo che si tratti di una grande storia che combacia perfettamente con la visione americana del West: lo scontro con la natura selvaggia ha plasmato i corpi umani in qualcos’altro. Europei, Inglesi, ecc. cessano di essere tali, e diventano Americani.” Nel film Uomo bianco va col tuo Dio, di Richard Sarafian (1971), era il corpo di Richard Harris a vestire i panni laceri di Glass, in un’interpretazione totalmente fisica e con pochissime parole, proprio come quella di Leonardo Di Caprio. Grazie a due attori tra i migliori viventi, capaci di trasmettere al meglio le sensazioni fisiche provate, Iñárritu riesce a rendere grande un film basato su una sceneggiatura piccola piccola, che va ad arricchire la serie di ottimi western usciti dopo il funerale del western, celebrato da Gli Spietati, Sweetwater, Appaloosa, Open Range, Dead Man, The Homesman. Tutte opere che raffreddano il genere, lo tingono di oscuro, precipitandolo addirittura nell’orrore estremo di Bone Tomahawk per allungarne la non-vita, lo rianimano come fosse redivivo, Revenant – Redivivo appunto. Inarritu pare affamato di corpi, il suo cinema li infilza con frecce e lance, li devasta, li lascia marcire o li fa riparare dentro carcasse calde di cavalli morti, li consegna alla furia della natura, girando il tutto con luce naturale (che tradotto significa poco più di un’ora al giorno, nelle remote locations del Canada e dell’Argentina) e l’ultimissimo modello di telecamera digitale capace di riprendere l’equivalente della pellicola 65mm (mentre Tarantino, al contrario, riporta in vita la pellicola 70mm, che sarà proiettata utilizzando lenti in disuso da mezzo secolo).

Mentre nel vicino Wyoming Quentin Tarantino chiude tutti dentro quattro mura, usando il western come un mero costume di scena e lasciando fuori la tempesta, Iñárritu ci trascina into the wild, in quella eterna terra di nessuno che è la frontiera, dove gli accenti e i lineamenti possono essere europei o nativi, meticci, texani, irochesi; nemici mortali o soci d’affari, o entrambe le cose. Razzisti e violenti, bugiardi e spietati, the hateful millions pronti a difendere a ogni costo il poco che possiedono, con la stessa furia di una mamma grizzly che difende i suoi piccoli.

Se il corpo di Di Caprio è il territorio filmico per eccellenza, un Jim Caviezel 2.0 che affronta la sua personale Passione senza redenzione o rivincita, Fitzgerald (Tom Hardy) è un altro corpo devastato, scalpato anche, brutale e brutalizzato, che sembra la degenerazione putrescente di Alfie Solomons, il boss ebreo di Peaky Blinders, col cervello di Bane del Cavaliere Oscuro. Glass, in ogni tappa del suo terribile trip di sopravvivenza, incide sulle rocce la sua testimonianza: Fitzgerald killed my son. Perché il western è racconto, è tradizione da tramandare e preservare. Cinquant’anni dopo, all’incirca, gli otto protagonisti del film di Tarantino sono invece ossessionati dai contratti, dalle lettere, da uno straccio di carta scritta e firmata: la Nascita di una Nazione, le sue leggi, la sua falsa civiltà. Revenant – Redivivo è una visione estrema e brutale, piena di momenti consapevolmente topici destinati a rimanere nel tempo. Iñárritu è stato capace di dismettere i prosaici moralistici vezzi delle sue opere precedenti per affondare le mani, e gli occhi, nelle viscere del sogno americano.

da “nocturno.it”

 

 

 

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