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Piuma

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Nello stabilire i criteri di giudizio nei confronti dei film prima o poi ci si dovrà chiarire le idee mettendosi d’accordo una volta per tutte sui criteri che stanno alla base dell’analisi critica: e cioè se a contare di più siano le qualità intrinseche di un’opera, quelle che di solito ci fanno uscire dalla sala contenti di avere visto un bel film oppure il fatto che, nonostante questo, a fare la differenza continui ad essere – almeno nei festival – la fortuna di poter contare sulla gravità del tono e magari sulla presenza di riferimenti culturali e cinematografici di riconosciuto spessore. Una differenza non da poco perché, se a prevalere fosse la seconda ipotesi, sarebbero giustificati i commenti negativi ascoltati subito dopo la proiezione di “Piuma” – secondo italiano in concorso alla Mostra -, quasi tutti unanimi nel sottolinearne come difetto le caratteristiche di leggerezza – d’impianto, di tono e di genere (la commedia) – che indubbiamente appartengono alla regia di Roan Johnson. Al contrario chi scrive, propendendo per la prima opzione, ha tirato un sospiro di sollievo quando al termine dei titoli di coda ha potuto constatare che, l’impressione di trovarsi di fronte a un’opera coinvolgente e in grado di far riflettere il pubblico senza l’ausilio dei massimi sistemi, era stata corroborata da due ore di puro divertimento.

Sulla falsa riga di ciò che accadeva in “Juno” di Jason Reitman, con cui il lungometraggio di Roan Johnson condivide molto di più che lo stile delle lettere utilizzate per i titoli di testa e di coda, il tema che sta a monte alla storia di “Piuma” è quello della responsabilità messa in circolo dalla gravidanza inattesa di Cate (Blu Yoshimi Di Martino) che, a pochi giorni dagli esami di maturità e alla vigilia delle meritate vacanze estive, scopre di essere in attesa del figlio di Ferro (Luigi Fedele), il coetaneo con cui è da sempre fidanzata. A esserne consapevoli sono prima di tutto i diretti interessati, inizialmente disposti a farsi carico delle difficoltà derivanti dalla decisione di portare avanti la gestazione, e poi, dopo una serie di disavventure a lieto fine, convinti che la decisione migliore sia quella di dare in adozione il nascituro. Come pure i genitori e in primis quelli di Ferro, Franco e Carla, cui spetta non solo il sostegno materiale, ma anche il compito di fare da cuscinetto ai saliscendi emotivi e agli smacchi esistenziali che scandiranno il tempo dell’attesa. La condivisione – di intenti e di ideali – ovviamente è più facile a parole che nei fatti e nelle mani del regista e dei suoi sceneggiatori diventa la scintilla per un corto circuito che metterà in crisi la vita di coppia delle parti in causa.

L’intelligenza di Johnson è quella di non limitarsi al semplice confronto/scontro generazionale, ma di dimostrare che, indipendentemente dall’età anagrafica, i dubbi e le paure, così come i gesti di maturità, sono intercambiabili e presenti da entrambe le parti. In questo modo il piacere del film deriva non solo dalla simpatia dei personaggi e dall’alchimia con cui gli attori sono capaci di metterli in relazione, ma soprattutto dal fatto di vedere assegnate competenze e comportamenti che di solito spetterebbero alla controparte. E quindi assistiamo a Ferro e Cate che, nel loro agire, si comportano con la maturità dei genitori, all’opposto di questi ultimi che “Piuma” spesso tratteggia con inadeguatezza e rimostranze adolescenziali. Allievo di Paolo Virzì e Francesco Bruni, il film di Johnson potrebbe essere l'”Ovosodo” del nuovo secolo, se non fosse che in questo caso il cinema del regista pisano (vedasi le sequenze oniriche e surreali, in cui Cate e Ferro nuotano per le vie della città) guarda più di una volta ai lavori provenienti dalla cinematografia indipendente americana. Con un pizzico d’amore in più nei confronti di personaggi che dal primo all’ultimo non si può non sentire compagni di quella divertente e drammatica avventura esistenziale che è la nostra vita.

Voto: 7,5 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

Ferro e Cate sono due diciottenni che condividono un’attesa che è però un problema: lei è incinta. C’è anche l’esame di maturità che incombe e un viaggio in Spagna e Marocco da fare con gli amici. A casa poi ci sono i genitori di lui, con un padre che vorrebbe lasciare Roma e tornarsene in Toscana e una madre più disponibile a fare la nonna nonché il padre di lei che conduce una vita precaria. Di fatto non sembrano esserci le condizioni minime per portare avanti la gravidanza.
Qualche anno dopo Scialla! e senza voler ripercorrere la strada già battuta da Juno, il cinema italiano torna ad interrogarsi sul tema della genitorialità andandola a leggere dal punto di vista di chi, in una fase storica di decrescita sensibile della natalità, sta per diventare padre o madre a 18 anni.
Roan Johnson aveva dinanzi a sé una via facile da percorrere: giocare la carta del cinismo, ambientare la sua storia in una periferia possibilmente degradata e predisporre un finale se non tragico almeno drammatico. Ha imboccato invece con decisione una strada che definisce lo stile del film sin dal titolo: la leggerezza sta alla sua base senza per questo trasformarsi in superficialità.
Non si tratta certo di un’opera ‘da concorso in un festival’ ma piuttosto della manifestazione del desiderio di rivolgersi al grande pubblico affrontando con il sorriso (e talvolta rischiando di appesantire la piuma con la messa in campo di caratterizzazioni un po’ troppo sopra le righe) un tema importante. Perché, come continua a ricordarci Zygmunt Bauman, i figli, in questa società liquida, rischiano di diventare un oggetto di consumo e proprio in quanto tali si investe su di loro sempre più in là negli anni perché prima la loro ‘fruizione’ rappresenterebbe un ostacolo. Anche Ferro e Cate potrebbero compiere una scelta facile. Vanno invece controcorrente nonostante tutto congiuri per mettere loro davanti quanto la libertà di cui hanno goduto fino a quel momento stia scomparendo in una dissolvenza molto, anzi troppo, veloce.
Senza caricarli di una maturità precoce, che non hanno, Johnson li pone di fronte ad un rito iniziatico (in un mondo in cui gli adulti sembrano sempre più preoccupati di evitare ai giovani le prove che invece li renderebbero più pronti alla vita). È un rito che dura 9 mesi nel corso dei quali le fasi di euforia si alternano a quelle di sconforto e in cui ci può essere, sino alla fine, una via di fuga. Johnson non lascia sospensioni ad uso e consumo dello spettatore ma chiude il film con una scelta precisa che torna a misurarsi con la realtà, al di là dei toni da commedia. A chi guarda resta il compito, non secondario, di aderire o meno alla sua visione.

Voto: 3,22 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

“Maybe i’m wasting my young years”. Forse sto sprecando gli anni della mia giovinezza, cantano da qualche anno, nei locali inglesi, i giovani London Grammar. E’ questo l’atroce dubbio che, a tradimento, si affaccia nella vita del pasticcione Ferro e della seriosa Cate, due ragazzini ritrovatisi, ad un passo dall’esame della maturità, con una gravidanza inaspettata. Su due piedi, quando si è pazzi come due diciottenni innamorati, è facile dire: non ci sono problemi, affronteremo anche questa. Eppure questa bambina in arrivo, questa improvvisa piuma capitata sulle loro teste, ha il peso incredibile di cambiare tutto. Nel loro futuro non ci saranno più i viaggi avventurosi con gli amici, i baci con le sconosciute e le università fuori-sede. Da oggi non ci saranno più, nemmeno, le scelte prese d’impulso, che poi un modo per andare avanti si trova sempre. Diventare genitori, a diciotto come a quarantadue anni, è qualcosa di terribilmente decisivo, un salto nel buio che fa tremare i polsi e cancella ogni progetto. E’, in qualche modo, questa latente e sottotraccia paura in un domani di responsabilità e decisioni ad attraversare interamentePiuma, dimostrando come il pisano Roan Johnson, sotto la perfetta confezione della commedia familiare voglia ragionare sulle sue paure e sulle sue sensazioni.

Guardando, forse troppo chiaramente, al cinema di Paolo Virzì (riferimento talmente evidente da immaginarne quasi un coinvolgimento diretto) il film di Johnson non è altro che un nuovo tassello, una nuova prova di felicità in un universo tragico, che arricchisce coerentemente il percorso dell’autore. Il mondo di Piuma, come quello dei Delitti del BarLume (serie tv diretta da Johnson e prodotta da Sky e Palomar, finanziatori anche di questo progetto) è un universo colorato e, quasi fiabesco, dove il dolore, le preoccupazioni o i disastri sono, magari, edulcorati e “depotenziati”, ma rimangono comunque sempre centrali. Pur nascosta dietro la scanzonata e logorroica incoscienza di Ferro (un estenuante Luigi Fedele) o la dolente e amorevole serietà di Cate (la bravissima Blu Yoshimi, già vista come figlia di Nanni Moretti in Caos calmo) c’è il desiderio sincero di raccontare emozioni e umane paure senza caricare mai nulla, senza prendersi mai sul serio. Johnson sceglie la strada della commedia, rigorosamente non cinica, per raccontare qualcosa di più profondo di un banale caso di gravidanza adolescenziale. Un tentativo di andare oltre che, soprattutto quando il film si smarca dalla sua rigida struttura comica (i dialoghi tra Ferro e il suo esasperato, magnifico papà sono esilaranti ma fin troppo scritti) per azzardare trovate visive sgraziate, mette in scena, senza remore, una sincera e commovente passione.

Luca Marchetti, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Cate e Ferro sono due ragazzi, fidanzati, che si apprestano a sostenere l’esame di maturità. Me una gravidanza inattesa li mette a fare i conti con le loro vite e a prendere una decisione: loro vogliono tenere il bambino. Da una parte la famiglia di Ferro accoglie i ragazzi dando appoggio e alloggio, dall’altra quella di Cate che ha un padre sgangherato, poco occupato e dedito al gioco incontrollato, i due ragazzi vivono i nove mesi più emozionanti della loro vita, tra pressioni e rinunce, tentazioni e ripensamenti.

Piuma è una “parola magica, che nei momenti brutti fa volare su questo casino che il mondo”, che con la sua leggerezza ha il compito di sollevare da tutti i problemi. Ecco perché i giovani Cate e Ferro lo scelgono per la loro figlia in arrivo. Perché di leggerezza c’è bisogno, soprattutto in questa società, in questa contemporaneità, e i due futuri genitori lo senno eccome: giovani, appena diplomati, senza lavoro, soldi e casa, che futuro si prospetta per loro e la nascitura?

Piuma, insomma, non è solo un titolo, ma proprio la parola d’ordine del film e delle sue intenzioni, perché è un lungometraggio leggero che con altrettanta leggerezza affronta un tema per nulla facile come quello delle gravidanze giovanili, talvolta aggirando e sorvolando su questioni più complesse come l’aborto e il tradimento. Presentato alla 73 edizione della Mostra del cinema di Venezia, alla prima qualcuno ha fischiato, altri si sono chiesti come potesse un film del genere trovarsi in concorso, ma quello che tutti hanno condiviso è stato il divertimento, perché è impossibile trattenere le risate davanti alla visione di questa commedia, grazie soprattutto all’apporto dato dalle interpretazioni lodevoli, da una sceneggiatura azzeccata e da trovate tecniche decisamente piacevoli, come i due ragazzi che nuotano sui tetti di Roma.

Il fatto che sia un film “semplice” non implica pressapochezza nella lavorazione, anzi, qui è evidente come sia stato largamente approfondito dal regista Roan Johnson il lavoro con gli attori, a partire dai due giovani Luigi Fedele e Blu Yoshimi, il primo nei panni di un ragazzo un po’ “sborone e paraculo”, la seconda più matura e con i piedi per terra, che diviene quasi il suo grillo parlante, entrambi ingenui e innamorati. Intorno a loro gira il mondo degli adulti, tra cui spiccano per simpatia e bravura i due padri e il nonno, che si esibiscono in alcuni dei momenti più spassosi del film.

Ma Piuma non è un film comico, e cade a volte a picco nel realismo tralasciando il caos delle scene più esilaranti: è la stessa Cate ad essere cosciente che sono troppo giovani e che la nascita della neonata non li terrà insieme come coppia per sempre, ma allo stesso modo sa che riusciranno sempre a risollevarsi, proprio come farebbe una piuma.

Voto: 3 / 5

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

 

Dopo aver conquistato il Premio del Pubblico – Cinema Italia (Fiction) del Festival internazionale del film di Roma del 2014 con Fino a qui tutto bene e il successo televisivo con la seconda e la terza stagione dell’apprezzata serie televisiva di Sky I delitti del BarLume, il talentuoso regista Roan Johnson arriva anche alla passerella italiana più prestigiosa con Piuma, presentato in concorso a Venezia 73. Per questo nuovo film, il regista di madre materana e padre londinese si affida a un mix di gioventù ed esperienza, assegnando i ruoli dei protagonisti ai giovanissimi Blu Yoshimi e Luigi Fedele e ai più esperti Michela Cescon e Sergio Pierattini.

Ferro (Luigi Fedele) e Cate (Blu Yoshimi) sono una coppia di giovanissimi ragazzi romani, la cui vita viene improvvisamente stravolta da un evento lieto quanto preoccupante, ovvero una gravidanza non cercata. La situazione per i due è complicata dalla loro particolare situazione familiare: i genitori di Ferro Franco (Sergio Pierattini) e Carla (Michela Cescon) sono in procinto di trasferirsi in Toscana dopo una vita di sacrifici nella capitale, mentre Alfredo (Francesco Colella), il padre di Cate, è un adulto disoccupato e sfaccendato, che tira a campare con scommesse e attività illecite. L’irrequieto ma poetico Ferro e la dolce ma realista Cate dovranno così affrontare prima del previsto i nove mesi più belli e preoccupanti delle loro giovani vite.

Pur ricorrendo a diverse situazioni tipiche del genere Piuma si distingue nel panorama delle commedie adolescenziali italiane

Un’ondata di reazioni miste, fra cui anche qualche isterico e francamente incomprensibile grido “Vergogna!”, ha accompagnato la conclusione del film italiano più atteso in concorso a Venezia 73. Pur nella convinzione che Piuma avrebbe goduto di una vetrina meno snob e (solo apparentemente) intellettuale di quella del Lido, ci sentiamo di accogliere con positività un prodotto italiano certamente non perfetto, ma che racconta con sincerità e semplicità una delle fasi più importanti nella vita di una persona, cioè quella dell’attesa del primo figlio. Il pregio maggiore del film è sicuramente una comicità non particolarmente ricercata, ma genuina ed efficace, affidata soprattutto ai siparietti dell’ottimo Sergio Pierattini, convincente nel ruolo di un padre in cerca di pace e tranquillità, la cui vita viene continuamente scombussolata dal figlio combinaguai.

Pur ricorrendo a diverse situazioni tipiche del genere (il padre burbero e severo opposto a quello più libertino, il nonno rimbambito ma simpatico, le tentazioni alla solidità di una giovane coppia), Piuma si distingue nel panorama delle commedie adolescenziali italiane, non cercando mai nè la lacrima facile nè sdolcinate e poco credibili frasi da agenda Smemoranda, affidandosi a un’ironia tipicamente romana, verace ma mai volgare. Il film procede in modo lineare, senza particolari pretese dal punto di vista della trama, che percorre binari già ampiamente rodati, ma non facendo mai mancare allo spettatore una dose di sana comicità all’italiana. Il punto più debole della pellicola sta in un finale decisamente brusco e irrisolto, che lascia lo spettatore con la voglia di conoscere di più sul destino di personaggi non particolarmente originali, ma che con spontaneità e un’inaspettata maturità diventano simbolo di una generazione molto più assennata di quanto si creda.

Fra i giovani protagonisti, a convincere maggiormente è sicuramente Blu Yoshimi, che dà volto e corpo a una ragazza decisamente matura per la sua età, che fa da contraltare al casinista e a tratti detestabile personaggio interpretato da Luigi Fedele, vera mina vagante della pellicola e capace di coinvolgere tutti gli altri con i propri errori. Il regista Roan Johnson accompagna discretamente l’azione, facendosi notare per la riuscita scena delle paperelle naviganti in mare, che oltre a essere le “mascotte” del film simboleggiano anche il percorso dei protagonisti, fragili e indifesi, ma anche coraggiosi nell’affrontare lo sconfinato mare della vita. Buone anche le musiche di Lorenzo Tomio, decisamente più convincenti della dimenticabile Almeno Tu di Francesca Michielin, il brano più pubblicizzato della colonna sonora del film.

Con la presentazione a Venezia 73, Piuma comincia il suo volo verso il pubblico del cinema, decisamente più affine alla sua leggerezza e alla sua disinvoltura rispetto all’esigente e spesso incontentabile fauna dei Festival, rivelandosi un film che non ha lo scopo nè di infastidire nè di sconvolgere, ma di fare sorridere in maniera forse ingenua, ma anche diretta e appassionata, sul difficile (e in questo caso brusco) passaggio dall’adolescenza alla vita da adulti. Simpatico come una paperella che galleggia in acqua e leggero, appunto, come una Piuma.

Marco Paiano, da “cinematographe.it”

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