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Macbeth

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Il valoroso guerriero Macbeth, Barone di Glamis, dopo aver ucciso il traditore Macdonwald in una sanguinosa battaglia, decide di uscire il proprio re di Scozia Duncan per prenderne il posto, dopo essere stato suggestionato dalla profezia di tre donne misteriose. Rifacimento dell’omonima tragedia di Shakespeare.
Dopo l’esordio boom di Snowtown (2011), alla seconda opera Justin Kurzel si propone prepotentemente come uno degli autori più interessanti e promettenti in circolazione. Il suo Macbeth è straordinariamente intenso e godibile, ravvivando la tradizione di una storia che in passato era stata raccontata da mostri sacri come Orson Welles e Roman Polanski. Il confronto con i precedenti però non è fattibile, non tanto per la qualità, quanto per la diversità di approccio: con Orson Welles vigeva il rispetto del teatralismo strutturale alla tragedia di Shakespeare; con Roman Polanski si immergeva la storia in un’atmosfera di classicismo che risentiva dei ritmi e delle tensioni di Rosemary’s Baby. Kurzel offre invece una versione estremamente barocca ed epica, sfruttando con un’intensità mai raggiunta prima ogni battaglia ed ogni campo visivo. La fotografia di Adam Arkapaw (già direttore della fotografia di True Detective) prende il sopravvento, esaltata da una serie di scelte registiche mirate (tra cui l’ampio uso del ralenti). La straodinaria intensità e varietà cromatica si fonde con degli sguardi scenografici mozzafiato, sia che questi riguardino le brughiere della Scozia, sia che si parli degli interni cupi e maestosi del palazzo reale. Ovunque predomina un’espressionismo estremo, che ben ricorda assai da vicino il Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn, al cui stile Kurzel sembra molto debitore. Da qui la volontà di intensificare oltre ogni aspetto la rappresentazione della violenza atroce e viscerale che caratterizza non solo l’ascesa verso il potere, ma più in generale le relazioni umane nel loro complesso (e ciò avviene in linea di continuità con il precedente Snowtown). La dimensione epica è particolarmente forte nelle battaglie, ossia all’inizio ed alla fine del film, secondo quella circolarità tipica dell’opera, che vede al proprio centro il lungo travaglio interiore del protagonista, sfociato in una follia assai lucida nella propria razionalità di fondo che pone come obiettivo centrale ed unico il potere assoluto e fine a sé stesso. Su tale tematica Kurzel trasla efficacemente i tormenti e gli orrori di Macbeth nel conquistare e mantenere la propria corona. La narrazione e la descrizione del personaggio, assai moderne nella resa, calcano la “trasformazione” dell’eroe in antieroe con una dinamica squisitamente post-moderna, resa possibile da un’interpretazione magistrale di Michael Fassbender, che si conferma uno degli attori più notevoli della nostra epoca. Al suo fianco l’altrettanto eccellente Marion Cotillard, giàpremio Oscar come miglior attrice nel 2008 nel film La vie en rose, e qui nei panni della Lady Macbeth che come l’Eva biblica ispira il crimine donandosi agli spiriti maligni. Né è da trascurare il resto del cast, tra cui spiccano Sean Harris e David Wheeler. A voler essere essere severi si può imputare a Kurzel una caduta di ritmo (in parte fisiologica) nella seconda parte dell’opera, prima della nuova esplosione di adrenalina finale. Ma sono sottigliezze, perché questo Macbeth così maestoso merita senz’altro un altissimo elogio.

Voto: 9/10

Alessandro Pascale, da “storiadeifilm.it”

 

 

Per chi conosce un po’ la letteratura del Bardo, sa che “Macbeth” fa parte del grande gruppo delle tragedie scritte da William Shakespeare all’inizio del XVII secolo, ultima in ordine di tempo dopo “Amleto”, “Otello” e Re Lear”, la più breve, intensa e oscura e anche la più rappresentata nei secoli che ha affascinato milioni di spettatori a ogni latitudine e tempo e con cui i più grandi attori prima o poi si sono cimentati. L’amore tra il cinema e il genio inglese nasce fin da subito, proprio per la profondità dei personaggi, la ricchezza delle storie, la grandezza dei temi universali che le sue opere affrontano e che sono arrivate a noi con una freschezza ancora intatta.

Le dolenti vicende del generale scozzese Macbeth che si lascia influenzare dalla previsione di un trio di streghe, che lo salutano come nuovo re di Scozia e dalle pressioni della moglie Lady Macbeth a realizzare la profezia a qualsiasi costo, lo portano al tradimento del cugino Re Duncan e al suo assassinio. Storia di ambizione sfrenata di potere di un uomo sostanzialmente buono e leale che tradisce innanzi tutto sé stesso, gli amici, i compagni d’arme, offuscato dal desiderio di rendere reale una profezia che si autosostanzia e prende forma dalla sua volontà e di quella della consorte.

“Macbeth” ha visto innumerevoli trasposizioni a iniziare dal periodo del cinema muto fino alle diverse forme e generi del cinema contemporaneo e in prodotti televisivi. Tra le tante opere, si possono citare le più riuscite dei tre capolavori realizzati da Orson Welles (1948), Akira Kurosawa (1957) e Roman Polanski (1971), dove “Il trono di sangue” del maestro giapponese s’innalza come la più originale e compiuta sintesi tra cinema, letteratura e teatro Nō, ambientandone le vicende nella cultura e nella storia medioevale del Giappone.

Arriva quindi buon ultimo il “Macbeth” del giovane regista australiano Justin Kurzel, appena alla sua seconda prova dietro la macchina da presa, dopo il debutto con “Snowtown”, ma con un solido passato sia teatrale sia televisivo. È quantomeno ingrato e inopportuno compiere dei confronti con i capolavori precedenti (e anche un esercizio sterile), vista la complessità delle emozioni e le possibili varianti interpretative drammaturgiche che tale fonte può offrire. Quindi, a scanso di equivoci, bisogna affrontare questa nuova versione restando concentrati sull’adattamento di Kurzel, apprezzando un lavoro ben realizzato e con idee che rendono attuale il film dell’australiano e lo elevano sopra alla media dei tanti prodotti degli ultimi anni.

Coadiuvato da un’équipe tecnica e artistica di alto profilo e con un cast di attori tra i più interessanti e duttili, Kurzel agisce su due fronti nella realizzazione di “Macbeth”, tornando alla fonte primaria della tragedia: da uno scarto tematico moderno e da un punto di vista cinematografico.

Innanzi tutto, la sceneggiatura lavora sia sul recupero testuale della tragedia shakespeariana, salvaguardando tutti i passaggi principali e, dall’altra, compie delle variazioni sostanziali d’interesse per lo spettatore. Iniziamo col dire che tutti i personaggi figli dei protagonisti, se nella tragedia erano adulti e avevano un ruolo di contrappunto, qui sono bambini muti (compreso il figlio di Banquo, amico tradito da Macbeth e assassinato perché “padre di futuri re”, come le streghe gli profetizzano), vittime sacrificali o spettatori della follia e della crudeltà crescente di Macbeth; viene inserito anche un prologo con un funerale di un bambino a cui assistono i Macbeth come a sottolineare una sorta di perdita e di mancanza di un futuro per entrambi che gli altri personaggi hanno (Banquo e Macduff). Poi, le tre vecchie streghe senza nome (più Ecate, che già molta letteratura critica ritiene le scene con questo personaggio apocrife) sono trasformate in quattro personaggi femminili (una bambina, una giovane, una donna matura e una vecchia) che rappresentano una sorta di coro, di terzo punto di vista interiore alle vicende narrate e, allegoricamente, anche le stagioni della vita. Le quattro streghe sono quindi non solo il fato, ma il tempo nel suo scorrere continuo, fatto di vita e morte in un ciclo senza fine, di cui Macbeth non è che uno strumento. Ancora abbiamo poi una maggiore presenza dell’aspetto esoterico, non solo con l’apparizione del fantasma di Banquo al banchetto di Macbeth, ma anche con la continua presenza dei morti in battaglia (quasi tutti giovani) che perseguitano il nuovo re di Scozia. Infine, il mezzo cinematografico, permette di mettere in scena battaglie e duelli cruenti che in teatro possono solo essere lasciate all’immaginazione dello spettatore, ma che invece il cinema può rappresentare in tutta la sua potenza scopica.

La storia di Macbeth quindi si trasforma in una metafora dei tempi moderni: fatta di guerre, scontri fratricidi, tradimenti, instabilità e disgregamento sociale e familiare, incertezza del futuro, ambizioni cruente ed egoistiche dei singoli individui, dove il caos è il vero protagonista. Macbeth diviene simbolo degli uomini trasformati dalle guerre che sono sempre le stesse, sia se vengono combattute nella brughiera scozzese dell’XI secolo, sia in quelle moderne che imperversano ancora dopo un millennio in giro per il mondo. Macbeth è un guerriero traumatizzato, che si sente tradito dal Re Duncan, dagli amici e anche non compreso dalla moglie, mutandolo in un mostro sanguinario.

Cinematograficamente Kurtzel agisce per mettere in scena un’atmosfera lugubre e macabra: utilizzando un’illuminazione naturale negli interni, dove prevalgono il buio e le ombre; e una più artificiale negli esterni, a volte desaturando l’immagine in un paesaggio grigio e nebbioso, a volte invece saturando alcune sequenze (come nell’incendio finale) con un colore rosso acceso, rendendo sanguinolenta l’intera messa in quadro (un grande lavoro del direttore della fotografia Adam Arkapaw). Anche la messa in quadro è coerente con il disegno del regista: campi lunghi e focali aperte nelle scene in esterno; primi e primissimi piani sui personaggi negli interni. In una contrapposizione continua tra soffocamento visivo interiore e perdita del punto di vista esteriore. La sintesi di questa operazione è colta nella lunga sequenza della battaglia, nella prima parte della pellicola, dove il fermo immagine e l’utilizzo dello slow motion gli permette di operare contemporaneamente su questi due livelli visivi, isolando fin da subito la figura di Macbeth nel caos dello scontro. Il tutto supportato da una colonna sonora intrecciata con minuzia con lo scorrere delle immagini.

“Macbeth” però non compie il salto verso un’opera totale, proprio perché questa necessità di Kurzel di spingere sulla rappresentazione visiva, se da un lato appare coraggiosa, dall’altro, a volte, tende a essere troppo soffocante, con sequenze in cui il regista sembra essere travolto dalla bramosia di originalità (ad esempio, nei dialoghi tra Macbeth e Lady Macbeth; oppure nel duello finale con Macduff, dove l’immagine sembra quasi celare i personaggi, le ombre diventare un sipario scuro con le parole che perdono forza e rallentando il tempo della visione). E se Marion Cotillard, nel ruolo di Lady Macbeth, riesce in qualche modo a sopperire a questo tour de force visivo con le sue indubbie qualità recitative, Michael Fassbender ne esce più spesso indebolito, in un’interpretazione del protagonista poco convincente.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2015, “Macbeth” di Justin Kurzel rimane una trasposizione coraggiosa, con una messa in scena attenta al dettaglio e una forza emotiva che lo rendono un film molto più vicino ai tempi che stiamo vivendo, al di là di una prima lettura frettolosa e superficiale che se ne possa fornire.

Voto: 7,5/10

Antonio Pettierre, da “ondacinema.it”

 

 

 

Vi sono uomini il cui nome, scalfito nelle rocce dell’olimpo delle arti, li ha resi immortali. Sono uomini che coi loro romanzi, film, sinfonie, si sono visti spalancare le porte di un nuovo Valhalla, un luogo abitato non più da soldati coraggiosi, ma da nuovi eroi, la cui forza si ritrova nelle loro menti e fantasie. William Shakespeare è uno di questi uomini. Anche oggi, a 400 anni dalla sua morte, le sue opere non solo continuano a essere tra le più citate e amate, ma costituiscono ancora la principale linfa vitale da cui, oltre al teatro, si abbeverano tutti i tipi di arte: pittura, cinema e perfino musica (si pensi a Verdi). Le sue opere superano le barriere spazio-temporali, si spogliano dell’abito candido fatto di pagine con cui sono state donate all’immortalità per poter viaggiare libere come immagini in movimento nelle nostre menti. Si permea in loro un sostrato di attualità che le rende comprensibili da qualsiasi lettore di epoca e paese. Si basano su vizi, virtù, pregi e difetti che non hanno età, perché hanno fatto e sempre faranno parte dell’essere umano. Non è certo un caso dunque se in un momento storico in cui il mondo è ancora una volta pervaso dalla cupidigia e dalla sete di potere, tra i tanti drammi shakespeariani i produttori puntino a realizzare, sia al cinema che a teatro, oltre all’Amleto, il Macbeth.

L’ultimo in ordine di tempo a prendere coraggiosamente l’eredità di registi comeKurosawa e Orson Welles e riportare sul grande schermo la storia del valoroso Macbeth, il quale spinto dalla profezia delle streghe e dall’ambizione della moglie si macchia del sangue di vittime innocenti pur di divenire e poi rimanere re di Scozia, è stato il regista australiano Justin Kurzel. Nel film di Kurzel non sembra esservi alcun tentativo di discostamento dall’opera di Shakespeare. I luoghi, i dialoghi così fedeli agli originali, perfino la polvere e la pioggia rese in maniera così tangibile, tutto sembra essere uscito direttamente dalle pagine del testo e trasportate sul grande schermo. Ciò non deve essere a mio parere interpretato come una mancanza di quel coraggio che tanto ha pervaso i capolavori di Welles e Kurosawa, quanto un semplice e sincero omaggio a Shakespeare. Mi è capitato spesso di leggere un messaggio promozionale che voleva questo film come “la storia di Macbeth ai tempi di Game of Thrones”. Ma della saga di George R. R. Martin qui non sembra esservi traccia. Ciò che abbiamo dinnanzi a noi non è altro che la vera essenza di Shakespeare. Sfruttando un mezzo come quello cinematografico, Kurzel, privilegiando inquadrature in campo lungo, ha potuto dare forma e consistenza a tutti quei spazi così vasti, brulli e tempestosi che solo l’immaginazione dello spettatore a teatro poteva colmare. Sono spazi aridi e sterili, proprio come l’anima di Macbeth e il ventre di Lady Macbeth. Anche gli interni appaiono infiniti, in modo da schiacciare i personaggi sotto il peso delle loro colpe. Inoltre l’uso di falsi raccordi, dove la continuità sonora del dialogo non combacia con le immagini visive, e gli scavalcamenti di campo nelle scene di lotta, sono la rappresentazione visiva dell’incertezza e della confusione che sta lacerando Macbeth. Allo stesso modo l’uso dei primi piani sul volto di Fassbender stanno a sottolineare, in tutta la loro carica emotiva, l’imminente profilarsi nel personaggio di Macbeth della diabolica accettazione di farsi complice del misfatto ordito dalla moglie. Forte di una fotografia esteticamente d’impatto ad opera di Adam Arkapav in grado di tradurre visivamente, col solo alternarsi dei colori rosso sangue e nero funereo, i mutamenti psicologici del protagonista, il Macbeth firmato da Kurzel è la trasposizione fedele, ma non per questo meno empaticamente sconvolgente, della tragedia di Shakespeare; una trasposizione talmente accurata dove perfino l’attore designato al ruolo di protagonista risulta essere la più degna e legittima incarnazione del tormentato Macbeth.

Tutta la produzione del genio di Stratford-upon-Avon è intessuta di un potente concetto metateatrale che vorrebbe il mondo come «un palcoscenico, e gli uomini e le donne sono soltanto attori». Il vedere il teatro come specchio del mondo, dove il microcosmo portato sul palco si riflette nel macrocosmo che vive al di fuori di quelle mura, si ritrova anche in Macbeth, sia in maniera più esplicita attraverso la famigerata battuta «la vita è solo un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si dimena durante la sua ora sul palcoscenico» (Atto V, scena 5), sia in maniera più implicita. Più che un attore Macbeth è infatti una marionetta manipolata dalle ambizioni della moglie, mera regista di questo spettacolo dell’orrore. Si sentiva forte pertanto la necessità di trovare un attore capace di esprimere sul proprio volto le mutazioni del personaggio di Macbeth, i segni derivanti dalla sua corsa verso la dannazione eterna, i cambiamenti nell’uomo che da soldato valoroso e fedele al re, si trasforma nella sua nemesi, nel regicida assetato di sangue. Kurzel si è dimostrato pertanto bravo ad avvalersi di un attore come Michael Fassbender, il quale aveva già avuto modo di dimostrare il suo enorme talento proprio interpretando personaggi machiavellici e spietati. Come con Edwin Epps in 12 Anni Schiavo, o con Magneto nella saga degli X-Men, torna nell’interpretazione di Macbeth il sorriso malefico, ma altrettanto sublime (nel senso kantiano del termine) con cui Fassbender incanta i propri spettatori, trascinandoli nella spirale di pazzia e tormenti che assalgono il suo personaggio. È un sorriso che incute timore, atterrisce, fa paura, ma dal quale è impossibile distaccarsi: è magneticamente attrattivo. Per quanta oscurità esso celi, ci richiama a sé, ci fa diventare complici della sua ira. Fassbender dimostra nuovamente che non c’è bisogno di un overacting per rappresentare la pazzia o l’ira che si fa spazio nell’animo del proprio personaggio lacerandolo; per fare tutto ciò basta uno sguardo. Si prendi la visione del fantasma di Banquo durante la scena del banchetto. Il Macbeth di Fassbender non salta sulla tavola indicando con gesti marcati l’ombra dell’amico da lui fatto uccidere come ha fatto Kenneth Branagh nella sua rappresentazione teatrale. A Fassbender basta uno sguardo impaurito, dei gesti corporei impercettibili per caricare il momento di timore e follia. Se «sangue chiama sangue», potremmo dire in questo caso che talento chiama talento, e allora ecco che ad affiancare un perfetto Fassbender vi è un’altrettanta egregia Marion Cotillard nei panni di una Lady Macbeth inusuale. Nella sua interpretazione manca del tutto quella recitazione così ostentata e marcata con cui siamo stati abituati a immaginare questo personaggio. È nella pacatezza, negli sguardi fissi nel vuoto, nella voce mesta con cui Lady Macbeth pronuncia parole cariche di odio che è da ricercare la vera anima demoniaca del personaggio. Marion Cotillard dà vita a una Lady Macbeth sensuale, una serpe che nella calma e nella quiete apparente striscia, lasciando sangue e morte dietro di sé; un innesto demoniaco in grado di circuire la mente del marito con la sua voce dolce e calda, perché riscaldata dal sangue delle future vittime.

Mi sento di promuovere a pieni voti il tentativo di Kurzel di omaggiare il vero Shakespeare, cercando di far respirare in una sala cinematografica l’odore del teatro.

Elisa Torsiello, da “radioeco.it”

 

La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla.” Macbeth – Atto V Scena V.

Proprio così, Isolani, in questa recensione si parlerà niente meno che del Bardo, inteso come colui che è considerato il più grande drammaturgo mai vissuto, e non come classe di personaggio per Dungeons&Dragons (ci avevate sperato, confessate). Tradurre Shakespeare in pellicola è stato un tentativo fatto dai registi più disparati, dalla preistoria hollywoodiana fino alle ossessioni di Kenneth Branagh. A portare in sala il Macbeth, tragedia con derive fantastiche e soprannaturali, diventato archetipo della brama di potere e alle nefandezze che ne derivano, ci avevano provato Roman Polanski e addirittura Akira Kurosawa ed Orson Welles. È il turno, in questo inizio 2016, del misconosciuto Justin Kurzel, che ci propone nientemeno che Michael Fassbender e Marion Cotillard nei panni, rispettivamente, di Macbeth e di Lady Macbeth (ma dai?). Il terzetto, per inciso, ritornerà nell’attesissima trasposizione di Assassin’s Creed, in uscita per la fine dell’anno appena iniziato. La difficoltà suprema in questo genere di operazioni è tradurre il linguaggio teatrale in qualcosa di fruibile al pubblico cinematografico, molto più incline al “minchia, cheppalllllee!!…..” di verdoniana memoria, che alle raffinatezze del Globe Theathre: di sicuro al semiesordiente Kurzel non manca il coraggio.

SINOSSI
La storia è arci-iper-stranota, ma forse un veloce ripassino di massima è d’uopo, perlomeno nei confronti di chi in classe si fosse assopito strategicamente durante le lezioni di letteratura inglese: dopo aver sconfitto i nemici della Scozia, Macbeth, barone e generale del buon Re Duncan. riceve la visita, con il suo compagno Banquo, di tre misteriose figure femminili che gli profetizzano la sua ascesa a Re, e al compagno la regalità della futura discendenza. Turbato, Macbeth si confida con sua moglie, che diventa la prima sponsor dell’assassinio del legittimo Re per favorire la scalata al trono del marito. Da quel momento, la parabola del nobile si farà ineluttabile, in un vortice di assassinii, intrighi, sospetti, paranoie e sfighe assortite, fino a giungere al celeberrimo finale.

DORMIRE, FORSE SOGNARE
Per fortuna no. Tanto scetticismo e la paura di sprecare due ore della mia vita a sorbire il solitoadattamento pretenzioso del regista esordiente ad uno dei capolavori della drammaturgia mondiale: mai sono stato tanto lieto di ricredermi come in questo caso. Kurtzel con intelligenza, davanti ad un qualcosa tanto più grande di lui, fa un passo indietro e lascia parlare Shakespeare. La sceneggiatura è rispettosissima dell’originale teatrale, cambiando solo nei punti non adatti ad una narrazione e ad un intreccio cinematografici (e mai in modo da alterarne la forza). Le battute sono praticamente le stesse recitate da cinque secoli a questa parte sui palcoscenici di tutto il mondo: il regista sceglie anche qui di lasciar parlare l’autore. Scelta quantomeno pericolosa, perché sposta il pallino in mano agli attori, dei quali in questa produzione, per motivi anagrafici, non ne figurano di formazione Shakespeariana (Ian McKellen, Ian Holm, Patrick Stewart, Peter Cushing, solo per citarne alcuni noti a noi amanti del fantastico). E invece scommessa vinta anche sotto questo punto di vista: Fassbender magnifico e potentissimo nella sua essenzialità, Marion Cotillard tentatrice, maligna ed ambigua nei propri sensi di colpa. All’altezza anche tutti gli altri, a partire da David Thewlis, convincente Re Duncan, alla nemesi di Macbeth, il barone MacDuff di Sean Harris.

Kurtzel interviene, invece, dove può e deve con grande intelligenza, dosando sapientemente il ritmo del racconto, dando lo spazio dovuto ai monologhi ma facendo in modo, con tanti piccoli accorgimenti, che non siano deleteri per la narrazione, e adattando soluzioni proprie del mezzo cinematografico senza perdere rispetto per l’originale. Non manca il giusto riconoscimento al paesaggio scozzese, vero e proprio personaggio, benedetto da una fotografia eccezionale, potente e asciutto come il dramma umano in corso (le location spaziano tra le highlands e il Surrey, con perle come il castello di Bambourgh, l’altopiano del Quiraing e la Cattedrale di Ely). Doverosa citazione per la colonna sonora, che alterna pezzi orchestrali, strumenti locali come cornamuse e arpe, e stridio di archi in un crescendo di tensione e rigorosa bellezza. Tutto questo concorre a far sentire tutta la presa della pellicola, che cattura l’attenzione in modo ferreo ma sottile. Personalmente ho iniziato la visione comodamente sprofondato nello schienale della poltrona per arrivare, un grado radiante alla volta, al fatidico The End completamenteproteso in avanti e artigliato allo schienale della poltroncina di fronte. Ma ne ho avuto coscienza solo al termine dei titoli di coda.

Luca Tersigni, da “isolaillyon.it”

 

 

Macbeth, valoroso condottiero, cede alla propria sete di potere per seguire la profezia che lo ha indicato come il futuro re di Scozia, fomentato dalla moglie la cui ambizione è assai più intensa e frustrata della propria. L’ascesa al trono di Macbeth prevede l’eliminazione fisica del reggente in carica, e sarà seguita da una serie di delitti sempre più efferati, poichè l’uomo, divorato da dubbi e paure, vede ostacoli in chiunque. E Lady Macbeth si renderà conto di aver creato un mostro che non può più controllare.
Difficile ridurre la trama di uno dei capolavori di Shakespeare in poche righe, perchè la quantità di livelli di lettura e di significati insiti nel testo è quasi illimitata, nonostante la brevità della narrazione: una brevità che consente a Justin Kurzel, il regista di questo settimo adattamento cinematografico di Macbeth, di riportare fedelmente sul grande schermo l’intera storia, conservando nella loro interezza (e complessità linguistica) i dialoghi shakespeariani.
Tuttavia il contributo originale di Kurzel si limita alla messiscena, in una Scozia selvaggia e brulla a metà fraBraveheart e la Grecia arcaica di 300): per il resto l’adattamento è talmente fedele e ossequioso rispetto al testo di Shakespeare da risultare convenzionale, nonostante l’ottima interpretazione di Michael Fassbender che comunica con la sola forza dello sguardo le mille sfumature della metamorfosi del protagonista: da eroico combattente ad arrampicatore assetato di potere a tiranno senza umanità, passando per quel bambino fragile che la moglie riesce a manipolare con facilità. E Marion Cotillard è una Lady Macbeth dal viso angelico e l’animo corrotto la cui maternità frustrata si trasforma in brama di potere, e che fa leva proprio su quell’impulso materno (e sulla sua sensualità) per manovrare il coniuge come un pupazzo. Fra le poche prese di posizione autoriali di Kurzel ci sono la trasformazione visiva di quel materno in mariano nella scena in cui Lady Macbeth cede ai sensi di colpa per le proprie mani sporche di sangue e l’inquadratura in cui Macbeth punta un coltello contro il ventre della moglie, identificandovi la fonte primaria dei suoi guai.
I fantasmi che dovrebbero tormentare Kurzel, per restare in zona Shakespeare, sono quelli di Orson Welles, Akira Kurosawa e Roman Polanski, autori prima di lui di adattamenti assai più coraggiosi, nonché quello dello stesso Shakespeare, la cui prosa fortemente evocativa può ispirare ogni artista a creare un adattamento fortemente personale. Il Macbeth di Kurzel invece è rigoroso, canonico, esteticamente ammirevole, storicamente corretto, ma non aggiunge nulla a quanto c’è sulla pagina e a quanto c’è già stato sul grande schermo. Anche per questo l’incessante accompagnamento musicale di sottofondo dopo un po’ comincia ad assomigliare allo stridio di una sega circolare.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Ho sempre pensato che il compito più difficile per ogni regista fosse quello di trasformare parole in immagini, creando qualcosa di assolutamente nuovo da semplici parole. I registi però, essendo instancabili lavoratori e creativi, riescono sempre ad aumentare il livello di difficoltà posto dal medium cinematografico e, quando ispirati, il risultato è visivamente eccezionale.

Justin Kurzel, in tutto ciò, ha scelto anche di misurarsi con un mostro sacro della letteratura mondiale, l’eterno Bardo che ci fa sognare da 500 anni: Shakespeare.

A parte la difficoltà nel re-immaginare il teatro davanti ad una macchina da presa, l’abilità sta anche nel trasmettere la potenza delle parole del poeta senza per questo perdere di incisività o risultare incomprensibili al di fuori del palco. E, a mio avviso, il settimo riadattamento di Macbeth di Kurzel ci riesce pienamente.

Macbeth è un generale scozzese, intento a sedare una rivolta di ribelli. Durante la battaglia finale, incontra tre streghe (nel film quattro) insieme al suo compagno di guerra Banquo. Le profezie di questi essere soprannaturali colpiscono entrambi con sconcertanti rivelazioni: Macbeth sarà presto re, mentre Banquo sarà il capostipite di una stirpe di re. Quando Lady Macbeth viene a saperlo, sprona il marito ad uccidere il re, per far avverare la profezia al più presto. Quello che però la machiavellica Lady non sa è che, così facendo, trasformerà il marito in un assassino paranoico, pronto ad uccidere tutti quelli che gli stanno attorno per timore di ricevere lo stesso trattamento. Queste azioni porteranno la prima alla follia e il secondo alla totale disfatta.

Kurzel rispetta la trama e i dialoghi con una precisione quasi maniacale, rischiando di sembrare però troppo rigido rispetto a chi si è già trovato ad affrontare la regia di Macbeth come Polanski o Wells. Tuttavia, il regista è molto audace sulle scelte visive, scenografiche e fotografiche, che da sole cambiano completamente il clima della piece, rendendola più viva, aggressiva e brulla, come le infinite pianure della Scozia sulle quali si consuma la tragedia. Battaglie in slow motion, una fotografia semplicemente eccezionale e la scelta di usare degli interni spogli e drammaticamente semplici permette allo spettatore che non conosce bene la trama di concentrarsi su questa, arricchita dall’atmosfera generale.

L’audace regista è aiutato da una troupe d’eccezione, che vede la coppia Fassbender/Cotillard agire per la prima volta insieme sullo schermo. L’energia sprigionata da questa coppia è più della semplice somma del carisma dei due attori, è un vero e proprio magnete che tiene incollati allo schermo. Fassbender è noto per amare ruoli difficili, dove il personaggio attraversa una serie di stati d’animo profondamente contrastanti fra loro. E con Macbeth, riesce perfettamente a far vedere di che forma sono fatti i demoni di una mente distrutta dall’omicidio. Cotillard invece racchiude nel suo volto un’energia spietata, palpabile anche solo con uno sguardo alla camera. La trasformazione di Lady Macbeth è anche stata diretta con una dolcezza incredibile, facendo leva sulla maternità frustrata della regina che porta ad un’estrema pazzia, risolvibile solo con la morte.

Se siete degli amanti di Shakespeare e volete essere emozionati da qualcosa di visivamente bello, non potete perdervi Macbeth. Aspettavo qualcosa di visivamente così emozionante da tempo e sono felice che Kurzel abbia deciso di affrontare questa sfida adesso.

Angela Cannavò, da “conviviocreativo.it”

 

 

 

 

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