Die Heimatlosen / Fritz Bauer (AT)
Regie: Lars Kraume
Kamera: Jens Harant
Produktion:
zero one film GmbH
Co-Produktion: TERZ Filmproduktions GmbH











Foto: 
Martin Valentin Menke

Lo Stato contro Fritz Bauer

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Germania 1957. Il procuratore generale Fritz Bauer scopre che Adolf Eichmann, un ex tenente colonnello delle SS che si è reso responsabile della deportazione di massa degli ebrei, si nasconde a Buenos Aires. Bauer, ebreo, sin dal suo ritorno dall’esilio in Danimarca sta cercando di portare in tribunale gli autori dei crimini di guerra perpetrati durante il Terzo Reich. Un’impresa che si sta rivelando impossibile di fronte a uno Stato che è fermamente determinato a censurare il suo terribile passato. Diffidando del sistema giudiziario tedesco, Bauer contatta il Mossad, il servizio segreto israeliano, commettendo così il reato di alto tradimento.
Non fatevi ingannare dal luogo di nascita di Lars Kraume (Chieti). Il regista è cresciuto a Francoforte sul Meno e appartiene a quella generazione di quarantenni tedeschi che non intende mettere in archivio il passato per quanto ciò possa risultare scomodo. Perché in questa occasione non siamo posti di fronte tanto all’efferatezza dello sterminio quanto piuttosto al desiderio di dimenticare il più in fretta possibile quanto accaduto. A dodici anni dalla fine del conflitto la Germania sta risorgendo anche sul piano economico e volgere lo sguardo all’indietro non è gradito alle autorità che sono disposte anche a far sì che uno dei più gelidi organizzatori dell’Olocausto resti in libertà.
Chi ha visto The Eichmann Show, che ricostruisce le fasi delle riprese del primo processo a un criminale nazista visto in tutto il mondo, sa quanto il tenente colonnello delle SS non abbia mai mostrato il benché minimo cedimento emotivo. Bauer invece vuole che si ceda alla ragion di Stato e decide di correre più di un rischio. Anche perché è un omosessuale dichiarato e sa bene che questo (in quegli anni) peserà sulla bilancia dei giudizi e degli insulti che gli giungeranno da parte di chi è interessato a far sì che la sua inchiesta si areni.
Burghart Klaussner presta a Bauer non solo un’aderenza fisica quasi gemellare ma soprattutto la pervicace ostinazione di un uomo che non persegue la vendetta ma che non può e non vuole arrendersi dinanzi a ‘principi superiori’ che di superiore non hanno nulla. Giungendo fino all’estremo per cui, chiedendo aiuto ai servizi segreti israeliani per la cattura (il processo si tenne a Gerusalemme) incorre così nel reato di alto tradimento entrando nel campo dell’assurdo giuridico: chi fa catturare un criminale che aveva lucidamente programmato i viaggi della morte verso i campi è considerato un ‘traditore’ perché, dinanzi alla renitenza delle proprie autorità si è rivolto a quelle di un altro Paese.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Prix du Public UBS a Locarno, Der Staat Gegen Fritz Bauer di Lars Kraume arriva sui nostri schermi a formare un prezioso dittico con Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli, qui recensito nel gennaio scorso. Entrambi i film ruotano intorno a figure che hanno fatto la storia, ma di cui la storia sembrava dimentica. Mezzo secolo è passato e quelle vicende tornano alla luce grazie ad un cinema ancora attento ad essere un linguaggio dell’arte ed un occhio vigile su quella storia umana che dell’arte è la prima ispiratrice. Procura di Francoforte sul Meno, anni ’50 del secolo scorso. Fritz Bauer è Procuratore Generale. Anziano reduce da battaglie una volta possibili nelle strade della Repubblica di Weimar, non ha mai perso la spinta ideale e la lucida follia che, messe insieme, gli hanno permesso di superare indenne gli anni del nazionalsocialismo. Ebreo e omosessuale, pare che questi due “marchi d’infamia” possano nuocergli più in tempi di ricostruzione e normalizzazione che sotto Hitler. E’ infatti di queste due carte che l’entourage politico post-bellico ama servirsi per tentare operazioni che lo dissuadano dalla sua indefessa caccia al nazista, culminante nella cattura, in Argentina, di Adolf Eichmann nel ’57, con l’aiuto del Mossad, servizi segreti israeliani. Storia vera che si stenta a credere tale, visto il lieto fine, è tutta nell’indomita capacità di quest’uomo che nulla valse a fermare, nè la salute, minata dall’età e dagli innumerevoli sigari sempre in bocca, nè il silenzio complice, le compromissioni vergognose con il passato nazista, le nuove alleanze economiche e politiche tessute fra le grandi potenze mondiali e favorite dalla nuova Germania di Adenauer. Scomodo rimestare nel passato, chiedere giustizia per milioni di morti dimenticati, costringere il Paese a guardarsi negli occhi. Basta mettere in agenda una serie di commemorazioni annuali ed erigere qualche sacrario qua e là e la coscienza torna pulita. Ma Fritz Bauer non ci sta. E Kraume sceglie un attore perfetto per la sua parte, Burghart Klaußner, adeguatamente scontroso e battagliero, un uomo solo capace di costruire legami profondi, come quello con il suo autista, a cui poter parlare di tutto, con la sorella Margot, che vive lontana ma a cui telefona dopo l’ennesima svastica recapitatagli per posta, con il giovane pubblico ministero Karl Angermann (Ronald Zehrfeld), un rapporto di lenta gestazione ma definitivo e leale. Bauer sa di essere circondato da nemici, ma la sua ironia è uno scudo potente, quasi quanto la sua determinazione nell’inseguire i criminali nazisti scampati ovunque nel mondo, grazie alla rete di complicità internazionali. “Dov’è finita Rosa Luxembourg?” chiede sornione al capo di gabinetto che si è affrettato a sostituire quel ritratto alla parete dell’ufficio. Lontani i tempi delle loro manifestazioni comuni contro la “resistibile” ascesa delle brigate nazionalsocialiste, ora Bauer è rimasto solo nel suo ufficio, e i quattro “ procuratorelli” a cui ha affidato incarichi speciali d’indagine non hanno scoperto un bel nulla. Solo Angermann, simile a lui in tante cose e come lui ricattabile in un Paese che condanna la diversità con carcere duro, gli sarà vicino fino alla scelta più difficile, quella in cui uno si gioca la vita in nome dell’amicizia e dell’onestà. Bauer sa che rivolgersi al Mossad per cercare aiuto nella cattura di Eichmann è bollato in patria come alto tradimento. Sa, però, che questa è l’ultima possibilità per assicurare alla giustizia quello che, dopo Hitler, fu il fulcro, il motore assoluto della Soluzione Finale, il gerarca da cui si diramarono tutte le vie che portarono ai lager. Una lettera dall’Argentina gli ha detto che lì c’è un tale che, non c’è dubbio, è proprio Eichmann. Impossibile perderlo, e allora bisogna tradire la patria, a volte. “ Cosa è successo ai nazisti in Germania tra il ’45 e gli inizi degli anni ’60? ” è stata la domanda a cui Bauer ha sempre cercato risposta. Non ha goduto di collaborazioni, il suo essere ebreo lo ha fatto passare per vendicativo, difficile credere che si lotti per la giustizia e un imperativo morale possa guidare così la vita di qualcuno. Eppure Bauer era questo tipo di uomo. Non ottenne quel che cercava, non riuscì a portare Eichmann a Francoforte. Era questo il suo scopo, che la Germania tutta prendesse coscienza di sè e del suo passato. Fu una vittoria spezzata, prevalse la real-politik, vinse il più forte, celebrare il processo a Tel Aviv non fu la stessa cosa che farlo in Germania, la culla di quella Soluzione Finale che in un tranquillo giorno del gennaio 1942 fu decisa nella villa di sobrio stile neoclassico sulle rive del lago Wannsee, a 30 minuti da Berlino. Fra i 14 rappresentanti del Reichstag, SS e funzionari ministeriali delle ferrovie e della polizia, c’era anche lui, un grigio ometto di nome Adolf. Non Hitler, solo Eichmann.

Paola Di Giuseppe, da “indie-eye.it”

 

 

Lo Stato contro Fritz Bauer è l’opera ultima, basata su una storia vera, di Lars Kraume, regista e sceneggiatore italo-tedesco. Il film è stato presentato in anteprima mondiale alFestival di Locarno del 2015, dove ha vinto il premio del pubblico UBS.
La storia è ambientata nel dopoguerra tedesco, nel 1957, quando il Procuratore Generale Fritz Bauer inizia la sua caccia al responsabile SS della deportazione di massa di milioni di ebrei, Adolf Eichmann. È braccato e ostacolato su tutti i fronti da un paese che non vuole affrontare i crimini del passato, dai politici e dai superiori ancora fortemente legati al nazionalsocialismo e da colleghi che gli fanno la guerra in tutti i modi. Nonostante ciò, però, il vecchio Bauer persiste con fermezza. Il suo obiettivo è trovare Eichmann e farlo giudicare in patria, da un tribunale tedesco, davanti al suo paese, per incriminarlo come figura centrale della “soluzione finale” contro gli ebrei. Un obiettivo ambizioso per un uomo introverso, ma determinato, disinvolto e con un senso dell’umorismo sottile.

Lo Stato contro Fritz Bauer racconta un simbolo della Repubblica Federale Tedesca, che ha portato i crimini nazisti nei salotti tedeschi, ha dato la caccia ad Eichmann e ha dato inizio al processo di Auschwitz a Francoforte.
Una caccia sviluppata da un uomo, un procuratore, un ebreo, accusato di condotta omosessuale, tornato da un esilio in Danimarca, e, non tanto mosso dalla vendetta, quanto dal bisogno di istruire la gente, di allontanarla dall’oblio di massa che li devia. La Germania, infatti, è costellata dall’omertà e dalla reticenza che coprono gli atroci crimini nazisti.

Ma Bauer troverà un indizio cruciale: scopre che Eichmann si nasconde a Buenos Airessotto falso nome. La sua sete di giustizia lo porterà a fare di tutto per incriminarlo; si rivolgerà addirittura al Mossad, i servizi segreti israeliani, per avere aiuto. Considerato una spina nel fianco, minacciato e ostacolato, Bauer non si perde mai d’animo, per riuscire a sconfiggere una resistenza omertosa e un regime colpevole di atroci crimini all’umanità.
Lo Stato contro Fritz Bauer, però, non parla solo di questa caccia, ma affronta temi delicati in modo delicato, come l’omosessualità: ai tempi era in vigore il paragrafo 175 del Codice Civile che dichiarava le “pratiche lascive” tra uomini illegali e perseguibili! E cosa ancor più incivile è che questo provvedimento è stato abolito solo nel 1994.

Fritz Bauer è interpretato dal brillante Burghart Klaussner (Il Ponte delle Spie, The Reader,Il Nastro Bianco), affiancato dal procuratore di fiducia, interpretato da Ronald Zehrfeld. L’intero film segue esclusivamente il protagonista, la sua personalità e il suo modo di pensare e agire, per un risultato quasi documentaristico, storico, che istruisce e racconta una storia che andava raccontata in film. I toni sono pacati, seguono questa caccia all’uomo con un ritmo drammatico, non tipico del thriller.
Lo Stato contro Fritz Bauer è un film che illustra la vita di un uomo come quella di un eroe dei nostri tempi; una pellicola che esalta il coraggio di dedicarsi alla propria causa, cercando di perseguire sempre, nonostante tutto e tutti, i propri obiettivi.

Ilaria Polimeni, da “cinematographe.it”

 

 

Il termine Kafkiano indica una situazione paradossale, inquietante, desolante, assurda e allucinante, unostatus quo contro cui pare impossibile fare alcuna cosa. Il neologismo vive grazie alla precisione con cui Kafka fu in grado di carpire lo spirito del suo tempo, fatto d’una burocrazia malata e d’una popolazione che aveva fatto dell’indifferenza il suo credo. In tal senso uno degli esempi più lampanti lo troviamo ne Il Processo fin dalla sua lapidaria frase d’inizio: Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato.

Un’analoga sensazione di irrisolta tensione caratterizza anche Lo stato contro Fritz Bauer di Lars Kraume, già vincitore del Premio Del Pubblico alla scorsa edizione del Festival del Film di Locarno.
Cosa pensare del bisogno dall’attuale generazione di cineasti di  parlare ancora degli orrori di Auschwitz e dell’omertà che ne seguì? Difficile non notare le similitudini che avvicinano la pellicola di Kraume al recentissimo Il labirinto del silenzio, in cui  Giulio Ricciarelli narra la storia di un giovane procuratore alle prese con una burocrazia corrotta che cerca di insabbiare crimini commessi da vecchi nazisti. Ma Lo stato contro Fritz Bauer “gioca sporco” e tira fuori l’asso dalla manica: vale a dire il giurista che mise a repentaglio la propria vita per scovare Adolf Eichmann.

Burghart Klaussner e Ronald Zehrfeld in una scena del film
A giudicare dai titoli lui destinati, Eichmann esercita sulla cinematografia d’oggi un certo fascino: oltre a The Eichmann Show di P.A.Williams, lo abbiamo visto in Hannah Arendt, filosofa della banalità del male. Andando indietro con gli anni  – ma non con la memoria – troviamo invece Operation Eichmann di Robert G. Springsteen, mentre un susseguirsi di notizie vorrebbero Chris Weitz in trattative con la MGM per dirigere un lungometraggio sulla cattura del gerarca.
Ma quali sono i motivi per cui Eichmann è così gettonato rispetto a diverse  dozzine di “cattivi” della storia che sono, ahimè, quasi caduti nel dimenticatoio?
Cosa rende Eichmann un supereroe del cinema storico?
Alla “mediocrità intellettuale” di un uomo che si difese dicendo di stare semplicemente “eseguendo ordini”, si oppone la rocambolesca vicenda della sua cattura, avvenuta nel 1960 nella periferia di Buenos Aires.
Mentre Hannah Arendt si concentra, come prevedibile, sull’aspetto più squisitamente filosofico, Lo stato contro Fritz Bauer predilige una narrazione a metà strada fra il thriller e lo spionaggio.

Quanto è grande la fama di Eichmann, tanto è sconosciuta la mente che tesse le fila della sua cattura, Fritz Bauer (magnifico Burghart Klaussner), procuratore generale dell’Assia, neanche a dirlo gay ed ebreo, i cui meriti in questa delicata operazione furono riconosciuti solo molti anni dopo. Collaborando per tre anni con l’intelligence israeliana, riuscì a scovare il nazista, emigrato in America Latina assieme alla famiglia nel 1945 sotto il nome di Riccardo Klement. Il film ripropone con scientifica precisione i dettagli della vicenda; dall’ingenuità del figlio che rivelò alla fidanzatina la vera identità del padre, al momento in cui, grazie a una scusa da principianti, venne fermato e arrestato.
Ma torniamo alle origini: a cosa è dobbiamo l’atmosfera kafkiana di cui si parlava poc’anzi? Incredibile ma vero, all’astio con cui l’entourage politico e lavorativo di Bauer guardava al suo lavoro, un fastidioso inconveniente per i molti nazisti che, a guerra finita, continuarono a occupare posizioni dirigenziali. Ecco dunque che proprio come in un romanzo kafkiano, il malcapitato protagonista si trova a essere inviso ai più, occhio di un ciclone che si scaglia contro di lui, senza che si sia macchiato d’alcun crimine. In men che non si dica a essere inviso ai più sarà anche il giovane e brillante collaboratore di Baeur (Ronald Zehrfeld, il Brad Pitt del vecchio continente), messo fuori gioco perchè omosessuale, reato perseguibile nella Germania di metà secolo.
Cinematograficamente parlando, Lo stato contro Fritz Bauer non aggiunge nulla: è un film sobrio e dimesso, che non ambisce certo allo status di capolavoro, ma svolge il suo compito egregiamente. Più interessante sarebbe invece un’analisi dei motivi per cui nessuna pellicola si mostra capace di mettere un punto fermo alla filmografia su Eichmann…

Erica Belluzzi, da “cinemamente.com”

 

Tra divulgazione e intrattenimento, Lo Stato contro Fritz Bauer punta tutto sulla resa di una figura mossa da un’etica intransigente e priva di compromessi, pur rivelando qualche limite nella sua costruzione narrativa.
L’etica della memoria
Francoforte sul Meno, 1957. Il procuratore generale Fritz Bauer, attivo nella caccia ai criminali nazisti, viene a sapere che l’ex colonnello delle SS Adolf Eichmann si nasconderebbe in Argentina. Bauer inizia così una complessa tessitura per assicurare Eichmann alla giustizia tedesca, diffidando delle istituzioni del suo paese e arrivando anche a chiedere l’aiuto del Mossad, il servizio segreto israeliano. [sinossi]
È abbastanza curiosa l’uscita in sala, nel giro di tre mesi, di tre opere incentrate sugli anni immediatamente successivi all’Olocausto, e sulla resa dei conti delle vittime con alcuni dei suoi protagonisti principali. Stessa macro-tematica, ma diverso contesto produttivo e diversi approcci: se The Eichmann Show, produzione britannica col marchio della BBC, indagava (dall’esterno) l’aspetto mediatico del processo intentato da Israele al criminale nazista, mente e braccio dello sterminio degli ebrei, e se Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli si concentrava sulla presa di coscienza, e sul confronto diretto con l’orrore, di un procuratore giovane e idealista, Lo stato contro Fritz Bauer sceglie un’ottica e una base di partenza diverse; prodotto in Germania, il film di Lars Kraume ricostruisce la caccia e la cattura di Eichmann, mettendo sotto la lente di ingrandimento una figura poco conosciuta quanto fondamentale per la storia di quegli anni. Il procuratore capo Bauer, già al centro della trama del film di Ricciarelli, giocò infatti un ruolo di primo piano nell’arresto di Eichmann in Argentina da parte del Mossad, superando le resistenze delle istituzioni tedesche (che contavano ancora diversi esponenti nazisti nei posti chiave) e rischiando l’accusa di alto tradimento. Un paradosso (l’ostinazione a perseguire giustizia che comporta il rischio del carcere, in un paese formalmente tornato democratico) che il film rende fulcro della sua struttura drammaturgica.

Il film di Kraume (nato a Chieti ma cresciuto a Francoforte, un background prevalentemente televisivo) punta le sue carte sull’aspetto divulgativo del suo soggetto, lasciando trasparire una sorta di sovrapposizione tra il punto di vista del regista e quello del suo protagonista. La sceneggiatura sposa infatti da subito l’ottica, ma anche l’attitudine, dell’intransigente procuratore (un notevole Burghart Klaussner), evidenziandone il progressivo isolamento, lo zelo quasi religioso, l’ostinazione totalizzante. Poco viene evidenziato della vita personale di Bauer, così come della sua suggerita omosessualità, ma si tratta evidentemente di una scelta: lo scopo dello script sembra essere quello di rendere giustizia a una figura che interpretò il suo ruolo con un atteggiamento scevro dai compromessi che la politica tedesca, già in quegli anni, iniziava ad intessere con la sua storia recente. Sia la scelta del materiale narrativo, nella ricostruzione di un’indagine piuttosto complessa, sia lo sviluppo della progressione drammatica, sembrano tesi ad evidenziare le peculiarità di una figura mossa da un’ossessione (morale, prima che politica) quasi annichilente. Le stesse scelte di messa in scena, col frequente uso dei campi lunghi e l’isolamento visivo, esibito, dell’interprete principale, sottolineano esplicitamente il carattere eroico (ma inevitabilmente malinconico) del personaggio.

Unitamente al suo carattere di indagine (quasi da biopic) su una vicenda personale tale da assumere un forte valore iconico, Lo stato contro Fritz Bauer ha anche un’importante componente che potremmo definire di genere: componente evidenziata dalla narrazione di un’indagine destinata a scontrarsi contro il perpetuo muro di gomma delle istituzioni, punteggiata da personaggi ambigui (il giornalista mercenario che conduce all’identificazione di Eichmann) e sottolineata da un cotè visivo che rimanda alle atmosfere dei thriller spionistici di qualche decennio fa. Proprio in quanto prodotto che ha l’esigenza di coniugare divulgazione ed intrattenimento, e nella coesistenza non sempre perfetta dei due registri, il film di Kraume mostra invero qualche limite: nella gestione eccessivamente statica dei tempi narrativi in tutta la sua prima parte, e in qualche meccanicismo nella ricostruzione dell’indagine nella frazione finale, il regista sembra sacrificare l’esigenza di un racconto fluido e scorrevole alla resa filmica di un personaggio ingombrante, seppur abilmente delineato. Lo stesso subplot che coinvolge il collega e amico di Bauer (il giovane magistrato col volto di Ronald Zehrfeld), integrato un po’ pretestuosamente nella trama, sembra funzionale unicamente alla sottolineatura del forte carattere “morale” dell’intero racconto.

Resta comunque, de Lo stato contro Fritz Bauer, una messa in scena elegante e visivamente accattivante (col giusto grado di cupezza nella resa degli esterni urbani), una struttura narrativa tutta al servizio del suo protagonista (che rivela un’aderenza quasi mimetica al ruolo, con un’attenzione determinante alla modulazione vocale – fortemente consigliata in questo senso la visione in lingua originale), oltre all’indubbio valore divulgativo dell’intera operazione: una ricostruzione che da una figura emblematica allarga il suo sguardo su peculiarità e contraddizioni di un’intera società, colta tra la vertigine della rinascita e la tentazione di non guardarsi indietro per fronteggiare i propri (ancor vividi e pericolosi) fantasmi.

Marco Minniti, da “quinlan.it”

 

 

Se una voce su Wikipedia significa qualcosa, ebbene Fritz Bauer (1903-1968) ha una lunghissima e ricca pagina in tedesco e una meno lunga in inglese, francese, spagnolo e in altre lingue “minori”. In italiano, no; segno/conseguenza, forse, del fatto che l’italiano medio non sa chi sia Fritz Bauer. Ed è dunque senz’altro un bene che, a quasi un anno dall’uscita in Germania, quando mancano ormai poche settimane alla consegna dei premi nazionali tedeschi (i “Lola”, gli equivalenti dei nostri David di Donatello), dove ha fatto incetta di nominations il film di Lars Kraume Lo Stato contro Fritz Bauer arrivi anche in Italia.

Chi è Fritz Bauer? Nato nel 1903, di origine ebraica, Bauer studia giurisprudenza e già nei primi anni ’20 entra nella SPD. Nel 1936 emigra dapprima in Danimarca e poi in Svezia (dove fonderà insieme a un altro illustre emigrato in Svezia, Willy Brandt, la rivista “Sozialistische Tribüne”). Torna in Germania Federale nel 1949 e ascende rapidamente alle massime cariche giuridiche dell’Assia, la regione di Francoforte, fino a diventare procuratore generale. Qui ha inizio la sua inesausta battaglia per – da un lato – scovare, arrestare e soprattutto per condurre dinanzi ai tribunali tedeschi i criminali nazisti in giro per il mondo e – dall’altro – per depenalizzare tutti i reati contro lo Stato nazista, che – incredibile a dirsi – venivano nel dopoguerra ancora perseguiti (pensiamo per esempio ai procedimenti contro i partecipanti all’attentato a Hitler nel luglio del 1944).

Il caso più noto, su cui verte il nostro film, è il caso di Adolf Eichmann, clandestinamente emigrato in Argentina. Grazie alle segnalazioni, alla tenacia e al coraggio civico di Bauer (che rischia a sua volta un’incriminazione per alto tradimento), Eichmann verrà rapito dai servizi segreti israeliani e condotto e processato a Gerusalemme. Bauer, in realtà, avrebbe voluto che fossero i servizi tedeschi ad arrestare quel criminale e che il processo si svolgesse in Germania Federale, a Francoforte, perché quel che interessa al procuratore è prima di ogni altra cosa che la sfera pubblica tedesca, a più di dieci anni di distanza dalla fine della guerra, arrivi finalmente a confrontarsi con il proprio passato e con le ancora clamorose connivenze e continuità con quel passato. Eichmann verrà giustiziato a Gerusalemme nel 1962 , ma di lì a pochissimo, pur fra mille difficoltà, Bauer riuscirà a raggiungere il suo scopo: a partire dal 1963 avranno infatti inizio proprio a Francoforte i cosiddetti “Auschwitz-Prozesse” (anche qui lunga pagina Wikipedia in tedesco, poi in francese e in inglese, ma in italiano no!) che porteranno nel corso di quasi due decenni a un significativo numero di condanne di personaggi a vario titolo implicati nello sterminio.

Non è la prima volta che il cinema tedesco si occupa di Fritz Bauer. Esattamente cinquanta anni fa Alexander Kluge gli aveva dedicato una delle più importanti e utopiche sequenze diAbschied von gestern (La ragazza senza storia), uno dei testi fondanti del nuovo cinema tedesco, sei anni fa poi era uscito un lungo e ricco documentario su di lui, intitolato Fritz Bauer – Tod auf Raten e anche nel recente Il labirinto del silenzio (regia di Giulio Ricciarelli, candidato all’Oscar come migliore film straniero per conto della Germania) troviamo, all’interno di un contesto docu-fictional, Fritz Bauer, icona anti-fascista e democratica della Repubblica Federale.

Pur con un messaggio di inaudita violenza (guardate, signore e signori, alla fine degli anni ’50 in Germania Federale, quanto era ancora vergognosamente alto il numero dei nazisti conniventi!), Lo Stato contro Fritz Bauer è un film di denuncia un po’ old style, verrebbe da dire un po’ (involontariamente?) fermo, come stile cinematografico, al periodo che racconta, con in più anche qualche caduta in tutta la parte “equivoca” sulle scappatelle del collaboratore/allievo Karl Angermann. Se fosse stato girato in Italia, sarebbe stato un film alla Montaldo, alla Damiani, alla Vancini, Rosi oppure Bellocchio avrebbero fatto qualcosa di più. Qui: grande accuratezza nella messa in scena con i vestiti d’epoca, i mobili d’epoca, le pettinature d’epoca, le macchine e gli aeroplani d’epoca, tante scene girate in studio e tanti sfondi urbani inevitabilmente sfocati, ben recitato da alcuni attori tedeschi fra i più bravi da Burghart Klaußner (il pastore del Nastro Bianco di Haneke) a Ronald Zehrfeld, a Sebastian Blomberg fino al regista Dani Levy in un cameo come avvocato della Mossad. Insomma si tratta di un classico prodotto del cinema medio tedesco a sfondo storico, quel cinema che trova sempre il modo di ritagliarsi un sia pur piccolo spazio anche nel mercato italiano. Forse la cosa più bella del film è il titolo: che lascerebbe immaginare un court movie, ma che in realtà descrive a perfezione il fatto che tutte le ricerche, le inchieste, le indagini di Fritz Bauer avvengono a dispetto dello Stato che fa di tutto per ostacolarlo. Ma il procuratore è una testa dura.

Matteo Galli, da “close-up.it”

 

 

In un clima di reticenza e di omertà, ostacoli burocratici e minacce, Bauer conduce le sue indagini e un giorno, casualmente, si imbatte in una pista che conduce direttamente al numero uno, Adolf Eichmann, l’artefice e il responsabile delle deportazioni di massa di milioni di ebrei. È una pedina chiave e il suo interrogatorio potrebbe rivelare altri nomi imbarazzanti e condurre a nuove catture. Ha trovato rifugio nella capitale della connivente Argentina dove conduce una vita nell’anonimato. Bauer si rivolge al Governo dell’Assia per chiederne la cattura e farlo giudicare da un tribunale tedesco, ma le autorità investigative tedesche e l’Interpol si tirano fuori, adducendo la mancanza di competenza su reati politici. Il furibondo Bauer è deciso ad andare fino in fondo e chiede aiuto al Mossad, i servizi segreti israeliani (strano che non ritenesse utile  cercare alleanze e collaborazioni da parte di un altro famoso cacciatore di nazisti, Simon Wiesenthal, che già a partire dal 1947, aveva cominciato a raccogliere informazioni per futuri processi).

La cattura di Eichmann sarà portata a termine dagli israeliani (con modalità e dettagli ancora oggi non del tutto chiari), e il processo sarà tenuto, nel 1961, a Gerusalemme, già legata alla nuova Germania da un’importante fornitura di armi. Per Bauer, l’accusa di tradimento e il ricatto da parte dei suoi avversari, “nostalgici” del regime, di rivelare una vecchia storia di prostituzione maschile, legata al periodo del suo esilio in Danimarca.

Da segnalare la sceneggiatura e la regia, entrambe di Lars Kraume, italo-tedesco di 43 anni, che riesce a serrare i tempi del racconto con intrecci narrativi incalzanti e un buon ritmo nel montaggio finale. Un film denso di suspense e ricco di temi, che avrebbe meritato una durata maggiore dei 105 minuti previsti.

Burghart Klaussner, l’attore protagonista, interpreta perfettamente il ruolo, curandone i dettagli espressivi e gestuali. E Ronald Zehrfeld, nella parte del giovane pubblico ministero, sottoposto gerarchico di Bauer, è un ottimo comprimario.

La storia vera di un uomo coraggioso, quella di Bauer, che costringerà il proprio Paese a fare i conti con un passato scomodo. La lotta di un Davide, incurante dei possibili danni a se stesso e pronto a sacrificare tutta la sua vita sull’altare della giustizia.

Carlo Rotondo, da “persinsala.it”

 

 

 

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