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Lo chiamavano Jeeg Robot

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Applausi a scena aperta durante la proiezione stampa, e una certezza: sarà difficile sfilare il Premio del Pubblico della decima Festa di Roma a Lo chiamavano Jeeg Robot. Piuttosto, segnatevi questo nome: Gabriele Mainetti. Classe 1976, una qualche notorietà per il corto Tiger Boy, all’esordio al lungometraggio fa qualcosa di quasi impossibile: un film di supereroi italiano.

Non c’era riuscito nessuno, nemmeno il Gabriele Salvatores de Il ragazzo invisibile, viceversa, lui trasforma la sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Menotti in un film molto radicato in Roma e nell’italianità e, insieme, alieno alla nostra produzione corrente: malavita capitolina, camorra, manga giapponesi (Jeeg Robot) e supereroi disfunzionali hollywoodiani, il tutto frullato in 122’ (si poteva tagliare qualcosa) che fanno sul serio nell’aderenza al genere ma contemporaneamente lasciano spazio all’ironia e al nonsense.

Protagonista è Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria, ingrassato ad hoc), criminale di quart’ordine, una smodata passione per il porno e lo yogurt: sfuggendo ai poliziotti, si immerge nel Tevere, dove entra in contatto con dei fusti contenenti un liquame radioattivo. Smaltita l’intossicazione, scoprirà di avere guadagnato una forza sovrumana, tanto da poter staccare un bancomat dal muro e portarselo a casa sotto braccio… Nel palazzone di Tor Bella Monaca dove abita, risiede pure Alessia (Ilenia Pastorelli, il Grande Fratello 12 in carnet): una “matta scocciata”, vittima di plurime violenze, e convinta di vivere nel manga Jeeg Robot d’Acciaio. Per farla breve, eleggerà Enzo a suo Hiroshi, l’eroe di Jeeg Robot, ma le cose sono più complicate del previsto: mentre Roma è bersaglio di attentati terroristici, forse orchestrati dalla camorra in risposta al blocco degli appalti pubblici, Enzo deve fare i conti con la banda dello Zingaro (Luca Marinelli)…
Effetti speciali senza strafare ma molto ben fatti, sceneggiatura che dialettizza il canovaccio fumettistico e supereroistico e i dialoghi indolenti e cafoni a indicazione geografica tipica romana, interpreti in stato di grazia – sia Santamaria, che regala a Enzo chili in esubero, inadeguatezza e nonchalance, che Marinelli, il Joker de ‘noantri – per un approdo financo paradossale: ma era così difficile fare un film così? Il futuro di Mainetti, e dei suoi sceneggiatori, è roseo, ma pure quello del ritrovato genere italiano: supereroi alla riscossa!

Voto: 4/5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”
 

Trovare qualcosa di positivo nella crisi che attanaglia il paese può sembrare irriguardoso nei confronti delle persone che ne stanno pagando il prezzo più alto. E’ pur vero però che la storia ci ha insegnato di come il progresso e il miglioramento della specie siano stati spesso il frutto di situazioni traumatiche e rivoluzionarie, capaci anche in maniera violenta di mettere in discussione le regole dello status quo che le avevano precedute. Alla pari delle altre istituzioni, anche il cinema non è esente da scossoni e prova a reagire come può alla mancanza di fiducia nelle sorti del paese. Gabriele Mainetti, per esempio, lo fa da par suo affidandosi a un pool di semi-esordienti che comprende tra gli altri Menotti e Simone Guaglione, co-autori della sceneggiatura che ha dato vita alla storia di Enzo Ceccotti (un ottimo Claudio Santamaria), pregiudicato di borgata che il contatto con una sostanza misteriosa trasforma in una specie di supereroe. Trattandosi di un film girato in Italia e ambientato per lo più nell’area di Tor Bella Monaca, borgata romana al centro delle cronache per episodi collegati all’instabilità del sua mescolanza sociale, il progetto di “Lo chiamavano Jeeg Robot” risultava fin dall’inizio tanto originale quanto coraggioso.

A renderlo tale è innanzitutto l’idiosincrasia dei produttori italiani, abituati a considerare la fantascienza come un brand ad uso esclusivo del cinema americano e quindi per antonomasia restii a investire i propri soldi in film destinati a diventare, secondo il loro punto di vista, parenti poveri dei grandi blockbuster americani. Secondariamente, circoscrivendo il campo alla genesi del film in questione, la decisione di Mainetti di confrontarsi con i colleghi americani nel rispetto dei codici del genere, ma senza la deferenza che ci si sarebbe potuti aspettare da un esordiente, si fonda sulla scelta di argomentare in modo personale intorno a una cultura che mette a sistema l’immaginario pop sul tipo di quello cosiddetto low brow, rintracciabile in alcuni film di recente produzione (“La solita commedia – Inferno” e “Italiano medio”), con specificità linguistiche (l’uso del dialetto romano) e di costume profondamente connaturate con la specificità del territorio in cui la storia si svolge.

Così facendo, “Lo chiamavano Jeeg Robot” lavora allo stesso tempo in due direzioni: da una parte, si preoccupa di mantenere fede ai capisaldi del genere di riferimento, costruendo la mitologia del suo eroe attraverso le fasi classiche che contraddistinguono la scoperta e la presa di coscienza dei super-poteri, incentrate quest’ultime, per la maggior parte sulle difficoltà del protagonista di adattarsi al cambiamenti e alle responsabilità che da questi poteri derivano; dall’altra, ponendosi in antitesi nei confronti delle certezze tipiche dei prodotti americani, traditi, per cosi dire, dal campionario di personaggi e di situazioni che fanno da contraltare al perfezionismo espressivo e iconografico che solitamente si accompagna a questo tipo di storie. Una scelta secondo noi vincente, perché è difficile rimanere insensibili sotto il profilo del divertimento e della partecipazione alle continue commistioni di generi, culture e specialità artistiche che, a partire dal recupero del repertorio musicale anni Ottanta (su tutto, la hit di Anna Oxa “Un’emozione da poco” reinterpretata dal personaggio di Luca Marinelli) e di una star della canzone “popolare ed eclettica” come Renato Zero, finiscono per caratterizzare l’aspetto visivo, centrato sui continui riferimenti al manga giapponese che dà il titolo al film.
E, per non parlare poi, dei rimandi a quel tipo di commedia italiana che amava raccontarsi attraverso le maschere di un’umanità mostruosa e ferale, qui capitanata dal cattivo (Lo zingaro) interpretato dal nuovo zelig del nostro cinema Luca Marinelli, impegnato in una versione trash del Brian Ferry dei Roxy Music, “Lo chiamavano Jeeg Robot” può contare inoltre anche sullo stupore sensuale e smarrito di Ilenia Pastorelli (un altro volto nuovo) nella parte della ragazza interrotta (Alessia) di cui Enzo si innamora e che lo aiuterà a trovare la sua strada.

Blindato da una sceneggiatura pressoché perfetta, “Jeeg Robot” è talmente diverso da quello che il cinema ci ha abituato a vedere che solo per quello andrebbe premiato dalla scelta del pubblico.

Voto: 8/10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

Finalmente un film italiano diverso dagli altri. Potrebbe sembrare la solita solfa, e invece no. Lo chiamavano Jeeg Robot è davvero un film italiano come non se ne sono mai visti prima. Gabriele Mainetti, il regista, dopo tanto cinema metabolizzato nel corso degli anni, e una gavetta come attore (è importante conoscere dal di dentro l’arte della recitazione per poi dirigere gli attori come si deve) e autore di cortometraggi, l’ultimo dei quali,Tiger Boy (2012) è arrivato fino alla shortlist degli Oscar, si è rimboccato le maniche e, alla faccia di chi sosteneva che un film così, in Italia, non si potesse fare, è riuscito a produrselo da solo. Lo chiamavano Jeeg Robot non è un film come gli altri. Innanzitutto perché è un vero film di supereroi, proprio come quelli che spopolano nella Hollywood odierna. Con la differenza che Mainetti, che è ambizioso ma non stupido, non casca nel solito errore di cercare di emulare gli americani, consapevole che i mezzi e il budget a disposizione sono pur sempre quelli di una produzione indipendente italiana. Il che porta a considerare l’altro aspetto per cui Lo chiamavano Jeeg Robot non è un film – e a questo punto dobbiamo aggiungere “un film di supereroi” – come tutti gli altri. Nel senso che, evitando di imitare il cinecomix americano, Mainetti, ha l’arguzia di calare le gesta del suo protagonista in un contesto decisamente insolito, eppure così famigliare e a noi vicino: la periferia, quella di Roma, nello specifico quella di Tor Bella Monaca, con il suo degrado, i suoi criminali di mezza tacca, la sua parlata di borgata, così reminiscente di un milieu che riporta ai tempi di Pier Paolo Pasolini.

Lo chiamavano Jeeg Robot non è un film di supereroi come tutti gli altri perché riesce a essere incredibilmente realistico. Realistico nel senso che quando si guardano le gesta di Enzo Ceccotti, il protagonista interpretato da un Claudio Santamaria particolarmente in parte, si crede a quello che si vede. Sembra una banalità, ma non lo è, visto quello che hanno fatto e continuano a fare tanti altri registi italiani, anche navigati. Il fatto che questa, definiamola così, presa di coscienza, arrivi da parte di un esordiente, lascia ben sperare in un futuro più roseo e avvincente del nostro cinema, che altrimenti ha raggiunto un grado di modestia e di ignoranza abbastanza disarmanti. Per farvi capire: Enzo (Santamaria) è un ladruncolo e un disadattato, uno che quando parla, se parla, bofonchia, uno che non ha amici, non ha affetti, si ciba solo di yogurt e guarda esclusivamente dvd di porno. Potrebbe essere una macchietta, ma non lo è. Mainetti ce lo introduce, all’inizio del film, durante un frenetico inseguimento lungo il Tevere. Non sappiamo chi sia e il processo di conoscenza del personaggio si compirà gradualmente, e solo alla fine del film. Quello a cui assistiamo è l’evoluzione di Enzo, che cade dentro un bidone di liquami tossici, acquisisce una forza sovrumana e, contro la sua volontà, si trova invischiato in uno scontro tra bande rivali, dove primeggia un favoloso Luca Marinelli sopra le righe (lo Zingaro). Conoscerà anche l’amore, incarnato in una figura femminile così pura e così ingenua, ma anche molto problematica (Ilenia Pastorelli), ma solo alla fine il percorso evolutivo che porta Enzo dalla condizione di uomo a quella di supereroe potrà dirsi concluso.

Tuto questo, Gabriele Mainetti ce lo racconta mettendoci nelle condizioni di non dubitare mai di quello che stiamo vedendo. E anche se il linguaggio è quello pop, talvolta farsesco, del cinema pulp, uno stile ibrido che guarda a Quentin Tarantino, con il suo uso della violenza esasperata ma anche maledettamente divertente (attenzione alla scena con Lo Zingaro dell’iPhone e a quella dell’alluce mozzato), agli anime giapponese (una passione che Mainetti si porta dietro fin dai tempi del corto Basette, ispirato a Lupin III) e, ovviamente, alla cultura dei fumetti e dei supereroi, mano a mano che Lo chiamavano Jeeg Robot va avanti ci rendiamo sempre più conto del miracolo che si sta compiendo sotto i nostri occhi. E alla fine viene spontaneo associare la figura di Enzo Ceccotti con quella del suo creatore, il regista. Solo contro tutti. Come un vero supereroe.

Marco Cacioppo, da “nocturno.it”

 

 

Un’ovazione stampa e una trionfale standing ovation da parte del pubblico hanno accolto Lo chiamavano Jeeg Robot, travolgente esordio alla regia diGabriele Mainetti, 38enne attore capitolino che ha così conquistato la Festa del Cinema di Roma 2015. Perché 3 anni dopo il corto Tiger Boy, Mainetti ha confermato la lenta ma evidente rinascita del cinema di genere italiano. Dopo Sollima e la sua cupa e malavitosa Suburra, la Città Eterna si è in questo caso ritrovata invischiata in una folle e divertente favola urbana che si fa geniale cinecomics di periferia.

Un cult istantaneo, quello ideato da Mainetti e trainato da un cast ineccepibile in ogni sua componente. Se Claudio Santamaria (20 kg in più per la parte), ovvero colui che è stato ‘la voce’ del Batman di Bale, si ritrova senza neanche rendersene conto con dei superpoteri tra le mani, il sempre più lanciato e strabordante Luca Marinelli, già ‘criminale da strada’ in Non essere cattivo di Caligari, strizza invece l’occhio al Joker nolaniano. Nel mezzo una ‘ramazzottiana’, bravissima e deliranteIlenia Pastorelli, svitata ragazza che di fatto ‘vive’ nel mondo di Jeeg Robot, suo eroe.
Ambientato in un’Italia spaventata dagli attentati terroristici che fanno esplodere la Capitale, Lo chiamavano Jeeg Robot gioca sapientemente con i generi, qui presi, spolpati e frullati tra loro, ruotando attorno ad Enzo Ceccotti, burbero e solitario delinquente di Tor Bella Monaca che per sfuggire alla polizia si getta nel ‘biondo’ Tevere, finendo accidentalmente in un bidone pieno di sostanze radiattive. Uscito dall’acqua e tornato a casa il roccioso Enzo si accorge di avere una forza sovraumana, tanto da resistere ai proiettili e ad una caduta dal nono piano di un palazzo. Un dono, quello degli inattesi poteri, che l’asociale Ceccotti sfrutterà immediatamente per mettere a segno clamorosi colpi criminali, vedi bancomat sradicati a suon di pugni e camion portavalori aperti in due come scatolette di tonno. Ombroso, introverso, ossessionato dai porno, dagli yougurt e privo di amici, Enzo viene però travolto dal sincero affetto di Alessia, assolutamente convinta che proprio lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio, da lei semplicemente idolatrato.

Un anno dopo il deludente Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, il cinema italiano si è inaspettatamente reso conto di poter metter bocca su un genere che non c’è di fatto mai appartenuto: il cinefumetto. Visibilmente ispirato da titoli come The Toxic Avenger, Batman e Kick-Ass, Mainetti ha disegnato i lineamenti di un anti-eroe moderno nato criminale e trasformatosi in paladino dei più deboli grazie all’amore di una sensuale svitata. Smaccatamente ‘romano’ tanto nei dialoghi quanto nei luoghi, nelle battute e nella voluta esagerazione dei suoi personaggi, il (troppo lungo) film d’esordio di Mainetti sorprende per la quantità e la qualità di idee messe in circolo e con estremo coraggo fatte poi rivivere sul grande schermo.

Meravigliosamente divertente, Lo chiamavano Jeeg Robot passa dai fumetti alla svolta romantica, dalla commedia nera al gangster movie, dall’action con credibili effetti speciali al trionfo citazionista, e senza mai perderci la faccia. Come in qualsiasi cinecomics che si rispetti fondamentale è il villain, qui magistralmente interpretato da un Marinelli versione crazy-glam che canta ed ascolta Anna Oxa, Nada e Loredana Bertè. Il suo folle, ambizioso e meraviglioso ‘zingaro’ traina la pellicola spaccando teste con gli iPhone e ammazzando gli amici a suon di pitbull, per poi sfociare in un delirante piano terroristico: far esplodere lo Stadio Olimpico durante il derby Roma-Lazio, in modo da far capire allo Stato tutto ‘chi comanda’. Supereroi e Supercriminali fragili e sfaccettati, quelli costruiti da Mainetti, riuscito con poche idee a delinearne i caratteri e le ambizioni prima di farli scontrare in un epico face-to-face tra bandiere giallorosse e ponti capitolini. Con tanto di ‘gladiatorea batmanizzazione’ finale che fa sognare in grande: leggi doveroso sequel. Perché ora che l’abbiamo scoperto, questo Jeeg Robot di periferia chiamato a salvare il mondo con indosso una maschera fatta a maglia, non possiamo proprio più farne a meno.

Voto: 8/10

Federico Boni, da “cineblog.it”

Enzo Ceccotti non è nessuno, vive a Tor Bella Monaca e sbarca il lunario con piccoli furti sperando di non essere preso. Un giorno, proprio mentre scappa dalla polizia, si tuffa nel Tevere per nascondersi e cade per errore in un barile di materiale radioattivo. Ne uscirà completamente ricoperto di non si sa cosa, barcollante e mezzo morto. In compenso il giorno dopo però si risveglia dotato di forza e resistenza sovraumane. Mentre Enzo scopre cosa gli è successo e cerca di usare i poteri per fare soldi, a Roma c’è una vera lotta per il comando, alcuni clan provenienti da fuori stanno terrorizzando la città con attentati bombaroli e un piccolo pesce intenzionato a farsi strada minaccia la vicina di casa di Enzo, figlia di un suo amico morto da poco. La ragazza ora si è aggrappata a lui ed è così fissata con la serie animata Jeeg Robot da pensare che esista davvero. Tutto sta per esplodere, tutti hanno bisogno di un eroe.
Quello tentato da Gabriele Mainetti è un superhero movie classico, con la struttura, le finalità e l’impianto dei più fulgidi esempi indipendenti statunitensi. Pensato come una “origin story” da fumetto americano degli anni ’60, girato come un film d’azione moderno e contaminato da moltissima ironia che non intacca mai la serietà con cui il genere è preso di petto, Lo chiamavano Jeeg Robot si muove tra Tor Bella Monaca e lo stadio Olimpico, felice di riuscire a tradurre in italiano la mitologia dell’uomo qualunque che riceve i poteri in seguito a un incidente e che, attraverso un percorso di colpa e redenzione, matura la consapevolezza di un obbligo morale.
Il risultato è riuscito oltre ogni più rosea aspettativa, somiglia a tutto ma non è uguale a niente, si fa bello con un cast in gran forma scelto con la cura che merita ma ha anche la forza di farlo lavorare per il film e non per se stesso. Claudio Santamaria è il protagonista, outsider da tutto, un po’ rintronato e selvaggio, avido, alimentato a film porno, pieno di libido ma anche dotato della dirittura morale migliore; Luca Marinelli è la sua nemesi, piccolo boss eccentrico e sopra le righe, spaventoso e sanguinario con i suoi occhi piccoli e iniettati di follia ma anche malato di immagine (ha partecipato a Buona Domenica anni fa e sogna di diventare famoso e rispettato con il crimine), l’anello di congiunzione tra la borgata di Roma e il Joker. Intorno a loro un trionfo di comprimari tra i quali spicca (per adeguatezza alla parte e physique du role) Ilenia Pastorelli.
Il duo creativo Mainetti/Guaglianone (regia e sceneggiatura) si era già fatto notare anni fa, prima mettendo in scena Lupin III con attori romani (tra cui Valerio Mastandrea nella parte principale) nel corto Basette e poi con Tiger boy (alla lontana ispirato a L’uomo tigre). I due, con la collaborazione alla sceneggiatura di Menotti, hanno così costruito un percorso creativo e tecnico originale centrato sulla forza dell’ispirazione. Ciò che nel loro primo lungometraggio emerge infatti è come le storie che assorbiamo influenzino la nostra vita, come siamo i primi a desiderare una narrazione di noi stessi. Alessia crede che Jeeg Robot esista, Enzo sa bene che non è così eppure lentamente comincia ad aderire alla sua visione senza senso per la quale è lui l’eroe, comincia a crederci e a ragionare in quella maniera. Da quando sostituisce i DVD porno con quelli della serie animata nella sua dieta mediatica inizia anche a maturare un’altra consapevolezza, dentro di lui germogliano altri concetti. Guardando un mito e assistendo alle sue storie egli stesso si “fa” personaggio.
Ma anche a un livello più immediato quello di Lo chiamavano Jeeg Robot è un trionfo di puro cinema, di scrittura, recitazione, capacità di mettere in scena e ostinazione produttiva, un lungometraggio come non se ne fanno in Italia, realizzato senza essere troppo innamorati dei film stranieri ma sapendo importare con efficacia i loro tratti migliori. Soprattutto è un’opera che si fa portatrice di una visione di cinema d’intrattenimento priva di boria e snoberia intellettuale, una boccata d’aria fresca per come afferma che il meglio di quest’arte non sta nel contenuto o nel tema ma nella forma (da cui tutto il resto discende). Nonostante un budget evidentemente inadeguato al tipo di storia Lo chiamavano Jeeg Robot è un trionfo di movimenti interni alle inquadrature, di trovate ironiche e invenzioni visive, un tour de force di montaggio creativo e fotografia ispirata (per non dire di effetti digitali a costo contenuto), tutto ciò che serve per raccontare un mito senza crederci troppo e divertendosi molto.

Gabriele Niola, da “mymovies.it”

 

 

Cos’è. È il primo lungometraggio di Gabriele Mainetti, attore, musicista e regista di genere, dopo quattro cortometraggi già ispirati al mondo dei fumetti e dei cartoni animati.

In una Roma scossa da strani attentati terroristici, Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), che vive di espedienti e abita solo in un palazzo popolare, un giorno ruba un orologio in centro e viene inseguito dalla polizia. Si nasconde tuffandosi dietro una chiatta nel Tevere, proprio dove sono stati scaricati abusivamente dei bidoni di una sostanza tossica non precisata. Torna a casa, e dopo qualche giorno di malessere si rende conto di essere diventato fortissimo, quasi immortale. Un affare di droga andato male incrocia la sua storia con quella della banda dello Zingaro (Luca Marinelli) e lo avvicina ad Alessia (Ilenia Pastorelli), una ragazza traumatizzata che vive nel suo palazzo ed è morbosamente legata alla serie di animazione giapponese Jeeg robot d’acciaio.

La sceneggiatura è di Nicola Guaglianone e Menotti, la fotografia di Michele D’Attanasio, le musiche del regista e di Michele Braga, il montaggio di Andrea Maguolo e Federico Conforti.

Com’è. Il cinema di genere in Italia non è mai stato cinema ufficiale, soprattutto perché a noi manca per ragioni storiche una narrativa di genere in qualsiasi forma. C’è un po’ di giallo, ma molto meno che altrove e quasi solo negli ultimi decenni, mentre non ci sono sostanzialmente né fantascienza né horror né avventura. Meglio: tutto questo c’è, ma solo nei fumetti.

È proprio partendo da una cultura che è fatta di fumetti e di generi, e stando lontano dai colossal hollywoodiani, che Gabriele Mainetti è riuscito, primo nella storia del nostro cinema, a fare un film popolare italiano di supereroi. L’equilibrio tra l’adesione ai canoni del genere e il coinvolgimento del pubblico è ineccepibile: il film funziona non tanto perché ricorda una storia di genere, ma perché le storie di genere funzionano. Per questo Lo chiamavano Jeeg Robot non è solo per appassionati di fumetti o di quei cartoni giapponesi che a cavallo tra anni settanta e ottanta occupavano i palinsesti delle neonate tv private e della Rai, ma è un film per tutti.

C’è anche un rapporto riuscitissimo tra Roma, la sua lingua, le sue strade, le sue periferie, e un gruppo di personaggi che ne fanno parte, sono vivi e divertenti, ma non ricadono né nella commedia di cui sono pieni i film di Natale, né nel realismo sociale che i nostri registi impegnati amano frequentare. Sia la sceneggiatura sia la regia in questo senso sono impeccabili, perché si muovono con grazia e naturalezza senza mai lasciare intendere quanto siano controcorrente.

Perché vederlo. Per chi apprezza i racconti di genere di qualsiasi tipo, Lo chiamavano Jeeg Robot sarà un’esperienza di goduria e sollievo. Per anni abbiamo dovuto sottostare all’idea per cui le storia di genere in Italia non potevano funzionare, figuriamoci quelle di supereroi. Gabriele Mainetti dimostra che non è assolutamente vero, e riscatta una fetta di pubblico che si era quasi rassegnata. Per farlo, dirige in maniera magistrale un cast che non sbaglia mai niente. Claudio Santamaria è perfetto nel contrasto tra il carattere dimesso e il ruolo impostogli dai superpoteri. Luca Marinelli interpreta un giovane malavitoso con lo slancio di un diavolo della Tasmania con i tacchi a spillo. Ilenia Pastorelli sembra trovare l’unico modo di tenere insieme la ragazza sexy, il disagio della borgata e gli occhioni delle eroine dei manga.

Questo è un film appassionante, che esalta, diverte e commuove con uno stile, una cura e un’onestà ai quali non siamo abituati. Quando si parla di cinema d’autore, si parla di questo.

Perché non vederlo. Se non si amano i fumetti, le serie di animazione, le storie di supereroi, insomma tutta la narrazione di genere con la sua capacità di vivere a cavallo tra la normalità quotidiana e l’epica, come nell’immaginazione di un adolescente, non è il caso di andare a vedere questo film. Forse il finale è un po’ troppo frastagliato, ma stiamo veramente parlando di una minuzia.

Una battuta. Io no’o so che mm’è successo però me sento bbene.

Matteo Bordone, da “internazionale.it”

 

 

Questo sarà un pezzo molto serio, perché serissimo è l’argomento trattato. La prima cosa che ho pensato uscendo dalla visione di Lo chiamavano Jeeg Robot è stata “Sta succedendo qualcosa nel cinema italiano”. In pochi giorni avevo visto Suburra e questo, qualche mese prima mi ero perso l’altra grande sorpresa italiana, vale a dire Non essere cattivo di Claudio Caligari – che non ho ancora visto, per la verità, ma di cui tutti mi hanno tessuto le lodi all’unanimità.

Ora, da questi tre film salta fuori un pattern inusuale nel nostro cinema degli ultimi trent’anni: c’è gente che vuole fare dei film. Non delle robe ambientate principalmente in una cucina, girate tipo “punta la camera e grida azione” e col sonoro registrato col microfono dello Studio Stereo 4 dalla stanza accanto. No. Dei “veri” film. Con una regia pensata, una sceneggiatura limata il giusto, attori bravi ma soprattutto diretti bene. O, per meglio dire, semplicemente “diretti”, che è una cosa che normalmente in Italia non si fa. Normalmente si prende Elio Germano e gli si fa fare Elio Germano, Giuseppe Battiston e gli si fa fare Giuseppe Battiston. E il sonoro, non fatemi neanche iniziare a parlare del sonoro: una delle cose più importanti del cinema, quasi più delle dimensioni dello schermo, spesso da noi è totalmente ignorata. Ma le cose stanno cambiando.

Lo chiamavano Jeeg Robot ne è la dimostrazione. Ah, e spacca davvero.

SIGLA DOVEROSA.

(Ma quel cazzo di moog? Geni.)

Passo indietro. Gabriele Mainetti è un attore che ha diretto solamente tre corti prima di Jeeg. Uno di questi corti era Basette, omaggione a Lupin III che già era un bel segnale, in cui per altro Mainetti faceva una cosa saggissima come chiamare Marco Giallini a fare Jigen. Perché Giallini È NATO per fare Jigen. Ma sto divagando. Basette è di nove anni fa; nel frattempo Mainetti ha diretto un altro corto, Tiger Boy (e siamo sempre lì), e ora finalmente ha avuto la sua occasione. E non l’ha gettata al vento.

Il film si apre con una ripresa aerea di Roma – e già qui io avevo il cuore che mi scoppiava. Quanto amore per la regia, questa sconosciuta. Quanta voglia di non iniziare il film con il totale di una stanza da letto, ma con un inseguimento a piedi per le strade della CAPITALE in cui montaggio e sonoro sono finalmente a livello delle produzioni internazionali. Cinema di menare puro e semplice: c’è un ladro, Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria, aka Batman) che scappa dagli sbirri e finisce in un barile di scorie radioattive come Toxic Avenger, e gli vengono i superpoteri. E lo so che è l’origine più lame mai vista, ma a Mainetti non gliene frega un cazzo, a lui interessa quello che verrà dopo. Non il “come” dei superpoteri, ma il “cosa” ne farà Enzo.

L’eroe.
Ed è qui che diventa ancora più evidente come il film sia qualcosa di mai visto prima in Italia, perché prende una piega di una scorrettezza totale. Enzo mica diventa subito un eroe, ma usa ovviamente i poteri per rubare meglio e cavarsela dalle situazioni più brutte. Finché non incontra una pazza scriteriata (Ilena Pastorelli, che viene dal Grande fratello ma che è perfetta nel ruolo, e diretta benissimo) fissata con Jeeg Robot, che si convince che Enzo sia in realtà un eroe e convincerà di questo anche lui. Qui succede la cosa meno calcistica del film, ovvero nasce una improbabile storia d’amore che diventa un po’ il focus di buona parte del secondo atto. A un certo punto c’è un calo di ritmo evidente, ma il loro rapporto è giocato così bene ed è talmente bizzarro da non essere mai catalogabile come love story standard da film di supereroi. C’è davvero della follia in entrambi i personaggi, molto più che latente. Sono due disperati ai margini, e questa cosa mi ha conquistato. E poi c’è lui.

Il VERO eroe.
Luca Marinelli, rivelazione numero uno del film, un Joker de borgata (grazie, Jackie Lang) esagitato, ossessionato dalla fama, che ama riprendersi col telefonino mentre massacra la gente. Marinelli, geniale punto di incontro tra i fumetti americani e l’universo malavitoso allaRomanzo criminale, è protagonista di alcune delle scene migliori del film e si lascia andare a sprazzi di violenza omicida esilarante, nonché a un overacting misuratissimo (se è possibile una cosa del genere), che dimostra quanto sia bravo e in palla col tono stabilito da Mainetti. Che da parte sua riprende tutto dritto per dritto, non nasconde neanche una goccia di sangue e riempe il film di sparatorie, volgarità assortite, sesso anale gay, travoni carismatici su cui vorresti immediatamente un prequel/spin-off e persino una sottotrama su degli attentati dinamitardi a Roma, con un retrogusto distopico che levati.

Lo chiamavano Jeeg Robot è anche una risposta italiana, molto tardiva, a (quel capolavoro di) Unbreakable, nel senso che parla di supereroi senza costume, in maniera “realistica” e con un certo gusto dell’understatement. Ma, essendo un film italiano, a differenza diUnbreakable è pieno di melodramma, sentimento, cuore, perché noi siamo un popolo mediterraneo caldo pizza mandolino calcio mafia. È una via tutta nostra al genere, ed è una spanna al di sopra di quell’esperimento malriuscito che era Il ragazzo invisibile. Nel senso che, mentre Salvatores ha approcciato un film di genere con la spocchia dell’autore che “guardate che introspezione i miei personaggi” e soprattutto la mancanza di un background che lo avvicinasse minimamente alla materia trattata, Mainetti ha sangue geek nelle vene, è chiaramente cresciuto con gli anime giapponesi e i supereroi. Si avvicina al genere con la voglia di dire la sua, di raccontare, certo, vite di personaggi complessi nei quartieri difficili di una grande città (Tor Bella Monaca), ma anche di spaccare tutto e farci divertire a bomba.

I feel you, bro.
A questo punto starete pensando: “Dov’è la fregatura? Niente niente che manca il finalone?”. E io vi rispondo con grande gioia: nessuna fregatura. Il finalone c’è, eccome. Un duello spettacolare in piena regola che sfocia in un’inquadratura finale da standing ovation. Sono uscito dal cinema fomentato come una bestia. Quante volte lo si è potuto dire di un film italiano dagli anni ’80 a questa parte? Troppo poche.

Credo che il complimento maggiore che si possa fare a Lo chiamavano Jeeg Robot sia “è un film”.

George Rohmer, da “i400calci.com”

 

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