Little sister

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Parte come un Ozu moderno questo film di Hirokazu Koreeda, con un equilibrio familiare ma molto lontano dal classico nucleo e più vicino alle famiglie spezzate contemporanee.
Ci sono tre sorelle tra i 20 e i 30 anni che vivono insieme nella casa di provincia in cui le ha lasciate la madre che ormai non sta più con loro. Hanno dei caratteri che non sono riconducibili a nessuno stereotipo tranne la maggiore, che fa un po’ da madre alle altre due, le quali conseguentemente sono meno in grado di prendersi cura di sè. Il giorno del funerale del padre (anch’egli ormai lontano da anni ma perché risposatosi) conoscono la loro sorellastra, figlia unica del secondo matrimonio, ha 17 anni e la invitano a vivere con loro.

Questa decisione scatena un film che più meno racconta un anno o poco più nella vita di questo nuovo nucleo, con l’obiettivo di rivoltare la situazione iniziale, cioè di mostrare come dietro quelle che sono scelte logiche per ogni personaggio ci sia sempre qualcos’altro.

È cinema domestico, di piccole scenette anche slegate fra loro, tutto salotto, partite di calcio femminile, cucina e ristorante di un’amica, un film di lievi drammi e qualche gioia, di fidanzati ridicoli e ubriacature comiche, uno dotato di un senso di permeante umanità che tuttavia non viene da nessun personaggio in particolare, nessuna scena madre o nessun momento. Non c’è niente in Little sisterche sembra lasciar uscire ciò che il film ci mette molto a costruire, nemmeno la scena più clamorosa dei fuochi d’artificio domestici, è come se trasudasse lentamente lungo tutta la storia.

Il passare del tempo è un’arma fondamentale per Little sister, ciò che serve allo spettatore per entrare in contatto con i personaggi con la necessaria intimità e la delicatezza indispensabile ad abbassare le difese.

La sorella di mezzo (forse la più interessante tra tutte) apre il film con una scena di grande sensualità, con il proprio corpo in mostra, con una frivolezza così naturale da essere quasi imbarazzante, mentre la piccola (delle tre iniziali) è un esserino particolare, inconsueto e fuori da ogni standard o canone di bellezza, la più sistemata e anche la meno ambiziosa. Dall’altra parte la maggiore sembra nascondere i propri sentimenti al pari della sorellastra imbarazzata e inibita. Nonostante abbiano caratteri non sempre concilianti e siano tutte diverse tra loro, la prossimità che Hirokazu Koreeda crea lungo tutto il film fa il miracolo e stabilisce un legame potentissimo che poi viene usato per la chiusa.

Come tutti i film che si prefiggono (e raggiungono) l’obiettivo incredibile di mettere in scena la vita delle persone per come si svolge, senza intrecci particolari o trame appassionanti, anche Little sister è un vero gioiello di ritmo e penetrazione nell’animo umano. Un quadro da ammirare potenzialmente all’infinito che svolge il suo compito senza farlo pesare allo spettatore.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

È ormai assodato: Hirokazu Kore-eda è il nuovo cantore della famiglia. La sua filmografia è costellata da tutta una serie di scorribande nelle relazioni parentali da farne un vero e proprio esperto in materia. Il suo ultimo film, presentato in concorso a Cannes, dove però è rimasto a bocca asciutta al momento dell’assegnazione dei premi, è un ulteriore tassello posto in questa prospettiva. Che direzione sta prendendo il cinema di Kore-eda? Difficile dare una risposta definitiva e ancor di più valutare lo stato della sua vena creativa. Ci pare perciò abbastanza affrettata, a visione ultimata, la conclusione cui molti critici detrattori sono giunti sulla Croisette. È vero, la famiglia di Kore-eda sta cambiando e sta cambiando anche il suo approccio alla visione di questo piccolo universo.

I suoi primi lavori e poi anche quelli della maturità con cui si è fatto conoscere prima in Europa e poi in America avevano costantemente una componente di tragicità violenta più o meno esibita. La messa in scena conservava sempre qualcosa di drammaticamente disturbante. Anche quando ad essere descritti erano stati d’animo rivolti a un futuro ottimista, come nel caso di “Nessuno lo sa”, le vicissitudini narrate passavano necessariamente per snodi centrali dove i protagonisti si mettevano alla prova con trasporto fisico e psicologico dirompente.

Altro tema che faceva del cineasta giapponese un autore molto ben caratterizzato era la sua passione per i temi legati alla memoria e all’elaborazione del lutto. Argomenti che facevano da filo conduttore per una descrizione familiare prima, ma più generale poi, di un Giappone in continuo e tumultuoso mutamento. Da “Father and Son”, invece, il focus si è spostato, come capovolto, fino a raggiungere il suo totale compimento con questo emozionante “Our Little Sister”. Le difficili prove nel percorso di maturazione e crescita dei personaggi di Kore-eda non passano più necessariamente da traumi violenti, l’esperienza della morte e del disagio. Anche semplicemente raccontando il placido susseguirsi delle novità che in ogni casa possono verificarsi, il regista nativo di Tokyo mantiene la sua abilità nel saper fotografare l’incontro fra la tradizione nipponica e la modernità inarrestabile.

Divise fra la conservazione dei costumi storici e la tentazione di una contemporaneità travolgente, le tre sorelle che animano “Our Little Sister” conducono una vita apparentemente ordinaria: c’è l’amore nella loro vita, e poi il lavoro, le responsabilità, i legami parentali, quelli di amicizia, una comunità viva e contraddittoria attorno. C’è poi l’arrivo della sorellastra, che il loro padre, un fedifrago impenitente che mandò all’aria l’unità della famiglia proprio per un’altra donna (la madre della giovane Suzu, appunto), vero elemento scardinatore degli equilibri preesistenti e banco di prova per la tenuta affettiva del particolare focolare domestico, tutto al femminile.

Ma questi cambiamenti vengono osservati da Kore-eda senza ricorrere ad alcun artificio di finzione. E questo è ciò che commuove e intenerisce. La storia procede placida, fra pochi momenti di tensione e molta naturalezza, mai estremizzata dalle scelte di regia, ma resa assolutamente coerente e credibile proprio perché ben integrata con l’universo di contorno così ben disegnato intorno alle protagoniste. Soavità e serenità, ottimismo e pacatezza: sono le doti di Kore-eda uomo e artista, che vengono trasmesse agli esseri umani che si animano così realisticamente nella sua pellicola.

Certo, a volte, e soprattutto in confronto con il bellissimo “Father and Son”, sembra quasi che ci sia una volontà decisa di appianare oltre il dovuto i fisiologici momenti di tensione o di drammaticità. Laddove nella storia delle due famiglie alle prese con uno scambio di figli e con tutti gli interrogativi del caso sull’essenza stessa del vincolo genitoriale la macchina da presa non si faceva scrupolo di evidenziare i tratti più laceranti del dilemma interiore, in “Our Little Sister” le problematiche relative al nuovo ingresso nella famiglia di Sachi, Yoshino e Chika a volte vengono programmaticamente appianate proprio per dare maggiore risalto a un’atmosfera di tenerezza che domina nella casa delle tre sorelle.

Dopo la separazione, la morte, la nascita, il delitto, la violenza, l’adozione e l’allontanamento, Kore-eda dunque si concentra sul tema della fratellanza e della forza di un rapporto paritario e orizzontale che è la vera arma in più con cui le ragazze affrontano il presente. Nella loro personalità, complementare eppure così marcatamente diversa, il cineasta giapponese condensa tutta la sua visione del Giappone del nuovo millennio. Una visione critica eppure amorevole, come sempre, legata a questa dicotomia già affrontata diffusamente, sebbene con toni ben differenti, da Takeshi Kitano. Tutte e tre le giovani donne, ma forse tutte e quattro se comprendiamo anche la new entry Suzu, vivono a cavallo fra rituali quasi magici di un tempo ormai fuggito e ambizioni e aspirazioni di un Paese globale e spregiudicato. Sta nel sottile equilibrio fra queste due pulsioni, a quanto ci dice Kore-eda, la chiave del successo. E il successo intimo di cui ci parla “Our Little Sister” non è certo il raggiungimento di una chimerica felicità; è piuttosto la piena presa di coscienza del proprio posto nel mondo, quella possibilità di affrontare un percorso individuale con serenità e tranquillità. Dunque, bando alle perplessità e alle pedanti osservazioni critiche, il cinema di Kore-eda è sempre in grande forma e ha un pregio unico: si esce dal cinema con il sorriso stampato sul volto e con il cuore gonfio di gioia. Non è poco.

Voto: 8

Giancarlo Usai, da “ondacinema.it”

 

 

Dopo Like Father, Like Son, c’è ancora la famiglia, ci sono ancora i legami di sangue e non, ci sono gli affetti che si accumulano o che spariscono nel corso della vita, al centro del nuovo film di Kore-Eda Hirokazu.
E ancora una volta, e ancora di più, quella che il regista giapponese racconta è una storia che, nonostante tutto, alla vita guarda con la voglia di sorridere dolcemente, superando piccole gioie e grandi dolori con la consapevolezza di un nuovo giorno all’orizzonte e dei punti fermi che rimangono al nostro fianco.
Non racconta più dei dilemmi della paternità tra natura e cultura, Kore-Eda, ma la vicenda di tre sorelle che da tempo sono l’unica famiglia l’una dell’altra, madre e padre portati lontano da un tradimento e da un divorzio doloroso. Tre giovani donne che accolgono fra di loro una quarta, la sorella nata nella nuova vita di loro padre, conosciuta per la prima volta al funerale di quest’ultimo.

Più si guarda, Our Little Sister, più non ci si crede: non si crede che davvero il film racconti, con la leggerezza di una brezza primaverile, una storia di ricongiungimento familiare che non cede al dramma delle recriminazioni sul passato, che racconta conflitti giocosi o pronti a ricomporsi dopo delle scuse garbate, che mette in scena personaggi (non solo le quattro sorelle, ma tutta la comunità della piccola cittadina costiera che le ospita) privi di ogni cattiveria e colmi d’empatia per il prossimo, anche quando questo prossimo, magari anche molto, ci fa soffrire. Non ci crede quasi a un film fatto solo e soltanto di piccoli gesti quotidiani, di un’alternanza fra le stagioni quasi impercettibile, dove la narrazione e la drammaturgia procedono per piccole oscillazioni e morbidissime propulsioni, invece che tramite scontri, forti oscillazioni, strappi in avanti e frenate improvvise.

Nelle mani di un altro regista, di casa nostra o comunque occidentale, Our Little Sister sarebbe con estrema probabilità scaduto negli estremi opposti della retorica buonista, irritante e zuccherosa, o dell’aspro dramma familiare depresso, depressivo e ricattatorio. Kore-Eda, invece, con calma tutta orientale e spirito molto buddista, si abbandona completamente a quel mondo e ai personaggi che lo popolano, rendendoli paradigma positivo e accogliente per lo spettatore (l’essere umano) stanco di dover vedere messe in scena solo le asperità dell’esistenza.
In questo senso, quello del giapponese è un film fortemente politico: che dimostra non solo la possibilità, quanto la totale plausibilità di una vita incentrata sull’amore e sulla gentilezza, sulla capacità di apprezzare le piccole gioie quotidiane, di affrontare il dolore con dignità, senza annegare dentro la rabbia, la negazione, il vittimismo, ma aggrappandosi a chi e a ciò che ci può sostenere.

I colori di Our Little Sister sono tenui, i toni sempre morbidi e soffusi: non per questo il film è incolore o eccessivamente ovattato. Richiede, certo, di rivedere le nostre attitudini tutte contemporanee alla fretta, al sarcasmo, alla rivendicazione a voce alta e pugni sul tavolo: ma di certo farlo non è un male.
E con quattro protagoniste che sono quattro moderne Piccole donne, e modo di raccontare debitore tanto alla letteratura vittoriana quanto alla scuola di maestri come Ozu, Kore-Eda ci porta, per un paio d’ore, in un mondo migliore e forse non del tutto impossibile.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

Le sorelle Asano
Tre sorelle, Sachi, Yoshino e Chika, vivono insieme a Kamakura. Per senso del dovere si recano al funerale di loro padre, che le ha abbandonate una quindicina d’anni prima. Lì fanno la conoscenza della loro sorellastra, la tredicenne Suzu. Di comune accordo, le ragazze decidono di accogliere l’orfana nella loro grande casa…
Partiamo da alcuni fatti: alla sessantottesima edizione del Festival di Cannes, dove è stato inserito nel concorso,Umimachi Diary (il cui titolo per il mercato italiano è Little Sister) di Hirokazu Kore-eda, viene programmato per la stampa il primo giorno. Una scelta azzardata, visto che la sala scelta per le due proiezioni è la Bazin, del tutto inadeguata a ospitare l’esercito degli accrediti stampa (vedere per credere la cronaca del nostro “minuto per minuto“). Morale della favola, neanche tutti gli accreditati “rosa” riescono a entrare. Tra i pochi eletti in grado di vedere il film, all’uscita, serpeggia un notevole scetticismo: Little Sister, all’avviso dei più, è un’opera minore, poco ispirata, trattata con la mano sinistra dallo stesso Kore-eda.
I commenti iniziano a cambiare direzione, come per magia, il giorno successivo, dopo la proiezione al Grand Théâtre Lumière al cospetto della delegazione del film. Da questo punto di vista recuperare Little Sister all’ultima occasione possibile, tra le “séances du lendemain” alla Salle du Soixantième, si è rivelata una mossa accurata, per quanto ovviamente casuale.

La prima impressione che lascia il decimo lungometraggio di finzione di Kore-eda è quello di uno scollamento con le opere che l’hanno preceduto: la costruzione per immagini è in tutto e per tutto fedele al progetto di base, quello di trasformare in meccanismo cinematografico il manga di successo di Akimi Yoshida, nota ai più per essere l’autrice diBanana Fish. Ne viene fuori un film a prima vista mainstream anche nei minimi dettagli, che osa mostrare qualcosa che nel cinema d’autore è ancora oggi considerato pressoché tabù: la tenerezza.
È un film d’affetti, sinceri e incorruttibili, Little Sister: le quattro sorelle Asano, interpretate da Haruka Ayase, Masami Nagasawa, Kaho e dalla sedicenne modella Suzu Hirose (tra le voci del prossimo atteso film d’animazione di Mamoru Hosoda, The Boy and the Beast, in uscita nelle sale giapponesi il prossimo luglio), non nascondono scheletri nell’armadio né celano doppiezze o ambiguità dietro i loro visi candidi. Probabilmente risiede in questa scelta di campo, inusuale per lo stesso Kore-eda, il “problema” intercorso tra il suo ultimo film e una parte degli addetti ai lavori. Ma sarebbe sciocco, per non dire delittuoso, fermare la propria capacità di analisi a un livello così superficiale: tra le pieghe di Little Sister è infatti possibile rintracciare, senza troppa fatica, il fulcro stesso della poetica espressiva di Kore-eda.

Ancora una volta il centro d’interesse del film ruota attorno alle relazioni parentali, cardine delle narrazioni del regista nativo di Tokyo da Maborosi in poi, passando soprattutto per Nobody Knows, Still Walking e Father and Son: anche qui si ha a che fare con lo svilimento dell’immagine genitoriale, inutile, sovente dannosa, eternamente assente. Il padre delle ragazze è detestato tanto dalle sorelle maggiori, abbandonate al loro destino quando erano poco più che delle bambine, quanto dalla piccola Suzu, che lo insulta nel dormiveglia dopo essersi ubriacata per la prima volta.
Anche Little Sister si muove in direzione di una revisione del culto giapponese della famiglia. Gli affetti si scelgono, come già sentenziava senza troppi dubbi Father and Son: Sachi, Yoshino e Chika scelgono Suzu, e lei a sua volta sceglie di vivere con loro e di considerarle sorelle in tutto e per tutto. Il resto, il mondo che circonda queste giovani, a volte schiacciandole altre accompagnandole e quasi sempre ignorandone le reali esigenze, è quasi un rumore di sottofondo, un lampo effimero nella notte come i fuochi di artificio sparati sopra le acque di Kamakura.

Opera una scelta di dolcezza, Kore-eda, ma non abbandona neanche per un istante il senso del suo stare al mondo (cinematografico). La naturalezza del suo sguardo, che non ha bisogno di molto per trovare una propria compiutezza, si traduce in una regia armoniosa, che evita le asperità del terreno senza però negarle, dimenticarle o relegarle in un cantuccio.
C’è un dolore che traspare in Little Sister, ed è quello della vita, eternamente inadempiente nei riguardi dei nostri bisogni ma ancora una volta da affrontare senza paure, affidandosi alle persone che amiamo, e che possono/vogliono proteggerci. Inno essenziale e commovente all’affetto familiare, Little Sister appare come un lungo abbraccio, da principio timido e poi sempre più convinto, caldo, rassicurante. Come quello di quattro sorelle di fronte al mare, in una giornata ventosa.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 
Nella cittadina di Kamakura vivono tre sorelle (Sachi, Yoshino e Chika) il cui padre le ha lasciate da 15 anni per iniziare una nuova convivenza. In occasione del suo funerale le ragazze fanno la conoscenza della sorellastra adolescente Suzu che accetta volentieri l’invito ad andare a vivere con loro.
Hirokazu Kore-eda in questa occasione ha avuto come punto di riferimento la graphic novel “Umimachi’s Diary” di cui ha conservato l’impianto di fondo riservandosi però, con il consenso dell’autore Yoshida Akimi, la più ampia libertà di rilettura. Ha così focalizzato il racconto non solo sulla giovanissima Suzu ma anche sulla più adulta delle sorelle, Sachi. Con la sensibilità che lo contraddistingue entra in questo universo femminile in punta di piedi ma la sua attenzione nei confronti delle protagoniste sa leggere dentro i tormenti che il tempo talvolta lenisce e talaltra rende più acuti e dolorosi.
Il sorriso di Suzu nasconde risentimenti che solo un’occasionale ubriacatura rende espliciti mentre l’apparente rigidità di Sachi trae origine non solo dall’abbandono paterno vissuto ad un’età in cui era presente la consapevolezza di quanto stava accadendo ma anche dal conflitto con l’irrisolta figura materna nei confronti della quale prova un sentimento di rifiuto. Da infermiera, tenuta al contempo a non farsi troppo coinvolgere dalle morti dei pazienti ma anche incapace di accettarle come routine professionale, Saichi cerca di proteggere le sorelle e se stessa dai sentimenti che vede come un pericolo a causa della loro instabilità e del dolore che possono procurare agli altri. In un liquore di prugne fatto in casa finisce con il condensarsi quasi simbolicamente il senso del film. Il passare del tempo ne modifica il sapore e la trasparenza. È quanto accade a molti di noi con sentimenti che ritenevamo a torto immutabili e che invece si trasformano sia in senso positivo che negativo. L’indumento offerto alla sorella più liberata così come il kimono d’estate regalato alla sorella acquisita diventano allora per Sachi segni di una possibile riapertura al sentire sempre meno vincolata a un passato di profonda sofferenza. Grazie anche a Suzu, ancora capace di farsi travolgere dalla bellezza dei ciliegi in fiore.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Le tre sorelle Yoshino, Chika e Sachi vivono insieme in una grande casa a Kamakura. Quando il padre – assente da casa da 15 anni – muore, si recano in campagna per il suo funerale ed incontrano la timida sorellastra adolescente, Suzu. Le tre sorelle si affezionano velocemente a Suzu e la invitano a vivere con loro. Suzu accetta con entusiasmo, e una nuova vita di felice scoperta inizia per le quattro sorelle…

Dopo Father and son, reduce vincitore dal Premio della giuria di Cannes nel 2013, Hirokazu Koreeda torna sul grande schermo con Little Sister, internazionalmente noto come “Our little sister”. Il nuovo film è tratto dall’apprezzata graphic novel Umimachi Diary, è distribuito in Italia da Bim e immerge lo spettatore in un piccolo mondo dominato prettamente dal femminile.

Il regista e sceneggiatore ci pone innanzi ad un affresco agrodolce di rapporti umani dove scorrono sottocutaneamente sentimenti di ogni tipo, in particolare affetto, rivalsa, gioia, rimpianto e pudore degli stessi. Questa “marea” sembra scorrere inesorabile da una donna all’altra della famiglia protagonista, rendendo a volte difficile – ma non necessariamente impossibile – la comunicazione e l’impellente realizzazione dei propri desideri senza la paura di sbilanciare di riflesso l’equilibrio familiare d’insieme. Cambiamenti piccoli o grandi possono avere luogo ed ogni protagonista cerca di rimettersi in piedi a modo suo, come sa fare. La forza e la bellezza mai pretenziosa di Little sisterrisiede senza ombra di dubbio nel ritratto delle quattro sorelle e del rapporto che intessono tra di loro, alla difficile ricerca di specchi emotivi in cui riconoscersi dopo il lutto del padre, il confronto con la madre e soprattutto con la piccola Suzu.

Come un sasso lanciato in uno stagno, l’arrivo dell’educatissima sorellastra adolescente nella piccola città di mare e nella vecchia e scricchiolante casa produce inevitabilmente, ma dolcemente, senza forti scossoni, nelle altre un interrogarsi su se stesse, la propria infanzia non troppo lontana e il proprio futuro, oltre a quello della piccola della quale sono le uniche responsabili e parenti sanguigne rimaste in vita.

Ognuna delle sorelle è un piccolo sommesso capolavoro di personalità, unico senza mai scadere in banalità o impressionismi e, a differenza di ciò che talvolta ha luogo nel cinema occidentale, nessuno dall’alto cerca di piegare le loro azioni o reazioni, onde ottenere un altro effetto o aggiustare il tiro del film: Yoshino, Chika, Sachi e Suzu vivono letteralmente di viva propria.

A. Graziosi, da “storiadeifilm.it”

 

Protagonisti di eventi che introducono lo scarto, la svolta imprevista, nel corso regolare dei giorni e dentro gli spazi anonimi di vite comuni, i personaggi di Kore-eda si fermano sempre prima di trasformarsi in simboli. Bambini o adulti, uomini o donne colpiti da un profondo cambiamento che li costringe ad uscire dal perimetro della propria persona, come accade nel precedente Father and Son e a rimettersi in gioco con prospettive diverse, non diventano mai modelli esemplari, paradigmi di comportamento, vite trascese dai mondi ideali dell’arte. Tra sè e loro Kore-eda pone la distanza necessaria per evitare che il dinamismo sfuggente della realtà si cristallizzi e i reticoli che la vita quotidiana tesse senza posa all’insegna del caos, della casualità e della ripetitività vengano alterati. Il suo è un rovesciamento dello sguardo, un punto di vista dal basso che fa delle semplici trame del mondo il terreno di elezione per quel bisogno di ritrovare sè stessi nei gesti ripetitivi e insignificanti della vita, nelle parole e nei silenzi di tutti i giorni. In quest’ottica, “non c’è nulla che puoi vedere che non sia un fiore; non c’è nulla che puoi pensare che non sia la luna” scriveva Basho, e non c’è nulla nel teatro mentale di Kore-eda che non sia reale e irreale insieme. Wandafuru Raifu (After Life, 1998) elaborò una fantasia complessa, in cui le dimensioni fisica e metafisica del vivere si sovrapposero fino a rendere impossibile la percezione del loro confine. Maboroshi no ikari, 1995, fu lo strappo assurdo nella vita di Yumiko, dopo l’enigmatica morte del marito, e la realtà si restrinse attorno a quel “ perché? ” fino a quando il suo satoru, la “grande comprensione”, l’intuizione svelante del reale come nulla di senso, la portò al “grande risveglio”, che altro non era se non la capacità di convivere con il resto del mondo. I quattro piccoli fratelli perduti nella giungla metropolitana di Nobody knows (Daremo Shiranai, 2004) non erano meno veri dei miseri bambini in prime di cronaca trovati abbandonati da mesi in un anonimo condominio nella Tokyo del 1988. E ancora Nozomi, la bambola gonfiabile di Air Doll (Kuki Ningyo, 2009), animata da un vero e proprio pneuma vitale che la porterà a fare esperienza del mondo nella sua ambivalenza Attento più ai soggetti anonimi di cui una comunità si compone che all’individuo come entità unica e irripetibile, Kore-eda introduce in quello spazio amorfo che la filosofia rimuove in quanto insignificante, una psicopatologia della vita quotidiana che attinge al fluire reale delle cose. In un mondo in cui casualità e ripetizione dominano incontrastati e disegnano una rete di rapporti che possono anche sconfinare nell’irreale e nella favola, le sue storie non diventano mai apologo morale, racconto di edificazione, exemplum. Il cinema di Kore-eda è pensiero che si plasma in figura e parla da una dimensione altra, attraverso i mezzi della pura intuizione che è “… scoperta della vera natura delle cose e fondamenta dell’anima (potremmo dire gli archetipi del sé), in contrapposizione con i metodi estremamente razionali degli psicoanalisti.”(Yong-Kyun Bae per Milestone Film & Video Release). Le tre sorelle del film, storia liberamente tratta dal manga di Yoshida Akimi, sono l’ultima incursione di Kore-eda nel mondo delle famiglie disfunzionali e degli affetti mancati. Il legame profondo che le unisce e la sorridente dolcezza del loro vivere insieme le rendono uniche, affrancandole da ogni dipendenza da mondi poetici con cui il confronto verrebbe spontaneo, Čechov e Ozu, in primis, nonché Piccole donne di Alcott. Sachi (Haruka Ayase), Yoshino (Masami Nagasawa) e Chika (Kaho), a cui si unirà ben presto Suzu (Suzu Hirose), la sorellina di tredici anni, timida e malinconica, che il padre ha avuto dalla donna che “ha distrutto la loro famiglia” (come dice l’anziana zia, onnipresente in ogni famiglia che si rispetti a distribuire pillole di popolana saggezza) sono giovani donne fra i venti e i trent’anni, ognuna con la sua personalità, amori e fallimenti, pieni e vuoti, allegria e cedimenti. Sono donne lineari e dirette, che Kore-eda tratteggia a piccoli tocchi e colori pastello con la sua straordinaria capacità di far affiorare il rimosso solo il tanto che basta, quindi stop and go, la vita continua e le lacrime possono anche tornare indietro, i fiori di ciliegio torneranno sempre a spuntare e il liquore di prugne fatto in casa sarà sempre delizioso. C’è il Giappone contemporaneo nel suo cinema, è il centro da cui partono traiettorie ancorate ad un presente ben definito (interni ed esterni, condizioni climatiche, dinamiche interpersonali) ma i suoi personaggi si collocano dentro strutture rarefatte, spesso mutuate da graphic novel, come Nozomi, l’effimera, una Kuki Ningyo, figurina esile come lo stelo di un fiore che contiene in sè la più grande saggezza del mondo: Sembra che la vita sia fatta da non poterla portare avanti da soli, proprio come per i fiori non è sufficiente avere pistilli e stami, un insetto o la brezza devono inserire un pistillo in uno stame. E’ la concezione della vita che leggiamo in tutti i film di Kore-eda, in cui tradizione e innovazione si fondono, i riti del lutto e la gioia del cibo consumato in comune, kimono floreali e tailleurini neri occidentali indossati da piccole donne in carriera convivono in simbiosi. Superba, dolcissima, amara ambivalenza di un grande cinema, dai suoni della natura allo stridere dei rumori urbani, dagli accordi di una chitarra classica ai fraseggi di un pianoforte, dallo xilofono al carillon, Kore-eda sa che ogni suono può arrivare al momento giusto solo che “So Kokoro, sì, un cuore”, come sussurra Nozomi a Mastro Geppetto, solo che ci sia un cuore disposto ad ascoltare. Un sorriso luminoso e la capacità di dire parole semplici, ma quelle giuste per lasciarsi alle spalle le negatività della vita, sono la risorsa migliore di Sachi, Yoshino e Chika, e lo diventeranno anche per la malinconica Suzo, che accolgono fra loro come lo strumento che mancava al piccolo ensemble. Cresciute dopo il divorzio dei genitori a Kamakura, tranquilla cittadina balneare della prefettura di Kanagawa, 50 km a sud di Tokyo, nella vecchia casa con giardino un po’ in disarmo della nonna, Sachi lavora in ospedale come infermiera, Yoshino sta facendo carriera in banca e Chika, la più giovane e sportiva, è la mattacchiona del gruppo, sempre allegra nei suoi buffi vestiti. Continuare a vivere insieme per loro è una specie di condizione naturale, anche ora che la nonna è morta. La madre, riapparsa in un breve ritorno dopo un’assenza di anni, è una figura dolente, la sua fuga ad Okkaido, all’estremo nord del Giappone, era stata un voler chiudere del tutto il capitolo troppo doloroso del suo matrimonio. Ora l’amore reciproco madre/figlie è intatto, ma come disancorato, sono su binari paralleli. Il padre, mai più visto per quindici anni, è morto da poco e il suo funerale è il momento chiave, incipit del film e del diario che seguirà per quattro stagioni le quattro sorelle. Suzo le aspetta nella stazione del paesino in cui viveva col padre, la madre le è mancata molto presto. Non ha mai conosciuto queste sorelle lontane, ma dirsi “viviamo insieme” sarà la cosa più naturale del mondo, come il convergere di gocce su un piano inclinato. Sulla spiaggia solitaria dell’ultima scena le quattro sorelle camminano scherzando, corrono un po’ sul bagnasciuga schivando la schiuma che le lambisce, si allontanano in controluce nei loro tailleurini neri, sembrano le figurine stilizzate di Giacometti. Tornano dal funerale della cara signora della trattoria, quella che preparava fritti deliziosi di pesce e sorrideva sempre, come loro, anche quando aveva detto ai clienti che chiudeva il locale, ormai la malattia era arrivata allo stadio terminale.

Paola Di Giuseppe, da “indie-eye.it”

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