Lion – La strada verso casa

 

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Garth Davis debutta al cinema con Lion – La strada verso casa, un primo approccio notevole accompagnato dalla presenza di Nicole Kidman, Dev Patel (The Milionare, L’uomo che vide l’infinito) e Rooney Mara (Carol, Millennium – Uomini che odiano le donne). Un viaggio, ma nemmeno un film on the road. Stavolta abbiamo a che fare con un racconto commovente e nostalgico ambientato in India, basato sul romanzo autobiografico di Saroo Brierley A Long Way Home, uscito a fine novembre. Il testo ci esplica i dettagli del posto da dove Saroo proviene, donandoci una visione miserabile ma sincera ed affascinante di un luogo a dir poco sacro. Il film, con grande stupore, ci catapulta da Calcutta all’Australia, facendoci respirare a pieni polmoni tutti i luoghi prescelti. Location meravigliose riprese senza tagliar via nulla, connotando il film di una qualità estetica e di una coerenza da non sottovalutare.

Saroo è un bambino indiano di cinque anni (presumibilmente), conosce solo il villaggio dove vive, a stento il suo nome e la sua lingua. Un giorno qualunque sale per sbaglio su un treno, cambiando per sempre il binario della sua vita. Adottato da una bellissima famiglia australiana (Nicole Kidman e David Wenham), Saroo cresce e diventa un uomo di talento, pieno di aspirazioni, ma povero delle sue radici. Ed è qui che entra in ballo il sangue ed il cuore, ed il ritmo del luogo da cui proveniamo, che forse non smette mai di suonare la sua musica per ricordarci chi siamo. Per una serie di coincidenze, Saroo si trova a riflettere sulle sue origini e conosce la bellissima ed intelligente Lucy (Rooney Mara). Grazie a qualche piccolo aiuto tecnologico, il giovane intraprende una ricerca letteralmente geografica per ritrovare la sua famiglia.

Una lancia va inoltre spezzata in favore del piccolo Saroo, interpretato da Sunny Pawar. La prima parte del film è infatti completamente lasciata nelle mani di un bambino, ed è davvero difficile non ritrovarci a scavare nei suoi occhi e nei suo gesti così infantili ed adulti allo stesso tempo.

Un film di una tenerezza unica, pieno di coraggio, adattato dallo sceneggiatore Luke Davies (Paradiso+Inferno, Life). Come dice il vero Saroo nel suo libro “All’epoca raccontare la mia storia a chi mi stava accanto fu un enorme sollievo. Oggi, dopo la conclusione incredibile che ha avuto, spero che raccontarla a quanta più gente possibile serva a ridare speranza, qualunque speranza, a chi si sente di non averne più alcuna”.

Danila Giancipoli, da “vertigo.net”

 

 

Sembra che Dev Patel abbia l’etichetta dell’attore che fa piangere il pubblico, visto che la maggior parte dei film a cui ha preso parte sono commoventi e strappalacrime; ma allo stesso tempo, incredibilmente belli. Da “The Millionaire” a “L’uomo che vide l’infinito”, il giovane attore interpreta spesso il ruolo del povero ragazzo indiano la cui vita cambia drasticamente e, stranamente, invece di essere diventato ormai roba vecchia, Dev Patel riesce ad emozionare con ogni nuova prova attoriale per la sua capacità di comunicare attraverso la macchina da presa.

“Lion – La strada verso casa” è una storia triste e felice al tempo stesso, la storia di un bambino indiano che si perde lontanissimo da casa; portata sullo schermo perché, alla fine dell’avventura, il giovane protagonista Saroo è stato piuttosto fortunato rispetto a quello che succede alla maggior parte dei bambini dispersi in India. Da questo punto di vista la pellicola si pone anche come un grido di aiuto verso questa situazione sociale inaccettabile e spinge a non lasciarsi vincere dall’indifferenza.

Lion – La strada verso casa: Sunny Pawar, un piccolo tesoro nascosto
Come sempre succede (per ragioni di marketing), in primo piano sono stati messi i nomi degli attori più conosciuti, – oltre a Dev Patel, Nicole Kidman, Rooney Mara e David Wenham – ma la vera star del film è Sunny Pawar, il giovane attore indiano che interpreta il piccolo Saroo. I suoi occhi estremamente espressivi catturano lo spettatore in ogni scena e non si percepisce alcuna finzione, ma solo incredibile autenticità.

I ‘grandi nomi’ invece risultano poco rilevanti, soprattutto Rooney Mara che, nei panni della fidanzata di Saroo, è poco incisiva e non molto coinvolgente, mentre David Wenham, il padre adottivo del protagonista, è ridotto ad un ruolo marginale che non gli da spazio per approfondire il suo personaggio. L’unica che lascia un segno è Nicole Kidman, che finalmente torna a recitare in modo convincente.

“Lion – La strada verso casa” è un film da vedere assolutamente, ma con una buona scorta di fazzoletti, perché restare con gli occhi asciutti è molto difficile, se non impossibile.

Valeria Brunori, da “ecodelcinema.com”

 

Lion è un film di Garth Davis, presentato alla Festa del cinema di Roma, interpretato da Dev Patel, Sunny Pawar, Nicole Kidman e Rooney Mara. La pellicola è tratta dall’autobiografia di Saroo Brierley “La lunga strada per tornare a casa”.

Il protagonista, nato Sheru Munshi Khan, è un bambino che vive in un sobborgo del Khandwa, parte dell’India rurale e povera, a fine anni ’80. Saroo è molto sveglio, lavora per aiutare la madre e la sorellina, assieme al fratello Guddu. La mamma lavora in una sorta di vallata dove spaccano le pietre, mentre lui e il fratello si muovono nelle vicinanze, come possono, per racimolare del carbone e venderlo in cambio di cibo. Un giorno Saroo parte per affiancare nel lavoro Guddu, alla stazione di Ganesh Talai, ma il fratello, rendendosi conto che non avrebbe retto i ritmi frenetici e la fatica, lo lascia lì dormiente con la promessa di tornare a prenderlo.

Saroo si sveglia solo, non ricorda dove si trova, è troppo piccolo per poter attendere e sperare che possa arrivare qualcuno, non sa quanto tempo possa essere passato quindi si alza e lo cerca, prova a gridare il suo nome ma nulla. Inavvertitamente sale su un treno fermo a quel binario cercando aiuto, ci si siede e si addormenta. Un sonno ingestibile e profondo, tant’è che Saroo si renderà conto troppo tardi che il treno è partito, che da quello non può scendere e che l’unica fermata che farà sarà a Calcutta, più di 1500 km di distanza.

A Calcutta andrà incontro a tantissime difficoltà. Sarà spaesato e nonostante tutto avrà un’abilità incredibile nel sapersi divincolare dalle situazioni più oltraggiose. Proveranno a rapirlo, a schiavizzarlo, fino alla reclusione in un orfanotrofio. In quel posto vede che in tantissimi sono nelle sue condizioni, parla con un’assistente sociale che lo informa che una sua foto è stata pubblicata sul quotidiano di Calcutta e che nessuno ha mai risposto. Ergo nessuno lo cerca. Nonostante la sua insistenza nel dichiarare il nome del fratello e l’erroneo nome del suo villaggio, parlando hindi e non bengalese, nessuno coglie la sua provenienza.

Lion ha un’introduzione incredibile, un esordio con splendide panoramiche sulle distese montuose e le vallate della sua regione che si assemblano perfettamente con la sua persona, Saroo è un bambino molto espressivo, fragilissimo che osserva questa metropoli a cui si oppone cioè Calcutta, caotica, distruttiva e distratta.

Ebbene Saroo non essendo mai trovato dalla sua famiglia, verrà affidato ad una coppia australiana, Sue e John (Nicole Kidman e David Wenham) che lo accoglie nella sua casa, mostrandogli un mondo più pacato e tranquillo in cui vivere e crescere serenamente. Qualche anno dopo i suoi genitori acquisiti adottano un altro bambino, problematico fin dagli inizi, Mantosh, a cui Saroo farà da fratello maggiore e da scudo dal mondo.

Gli anni passano, siamo nel nostro secolo, nel 2008, Saroo è grande, un uomo nuovo, anzi rinnovato. Ha appena ottenuto una laurea in gestione aziendale e,  mentre segue un corso per la gestione di un albergo, conosce Lucy (Rooney Mara) con cui stringe un forte legame fin da subito. Saroo è un uomo molto forte, sicuro di sé, raggiante e molto affascinante, conosce gli amici di Lucy e alcuni sono indiani come lui. Ad una cena con loro riprova la sua cucina tipica, e tra le tante trova i jalebi, dolce tipico della sua regione. Quella visione, quel sapore, come le madeleine per Proust, scatenerà un turbamento insostenibile, una nostalgia impagabile che lo attanaglierà fino al momento in cui prenderà coscienza di dover fare una cosa e una soltanto: tornare a casa dalla sua vera famiglia.
Lion ha una fortuna immane nel vedere interpretare Saroo, questo moderno Oliver Twist, dal protagonista di The Millionaire, Dev Patel e da Sunny Pawar, un piccolo talento, una gemma rara made in India.

Il based on a true story sembra una sorta di salvacondotto, ogni difetto di trama, ogni falla narrativa sembra da non ispezionare troppo quando la pellicola è targata come vera e pura storia di persone esistenti. Ma considerato che probabilmente quel destino travagliato non sarebbe stato sopportabile da tutti e quanto sia stato arduo doverlo raccontare, qualche incertezza esplicativa può essere perdonata. Su alcune cose si può soprassedere anche se la storia non è propria drammatizzata da Saroo in persona ma da Luke Davies.

Partiamo dai personaggi: alcuni ruoli sono quasi totalmente assenti e insulsi, come quello del fratello adottivo Mantosh, o della stessa Rooney Mara, monosillabica e inutile come i coriandoli a Natale: sforna un film al minuto, almeno portasse a casa recitazioni ineccepibili capiremmo i motivi per cui scritturarla, ma qui, alla Festa del cinema di Roma almeno, di realmente indimenticabile ha portato solo qualche scena di nudo. Nicole Kidman, dalla sua, porta a casa un’interpretazione piccolo ma che non passa inosservato, un ruolo secondario che non sarà il migliore della sua carriera ma che difende bene e incarna egregiamente.

Nella seconda parte, Lion si perde in una narrazione prevedibile e sciatta
Altro difetto determinante: prima e seconda parte della pellicola, ovvero quando Saroo è un bambino perso a Calcutta e poi direttamente lo stesso ormai grande e laureato, sono divise da una resa molto differente. Le due realtà sono così nette, giustamente, ma la prima è mostrata in modo dettagliato, mentre la seconda parte viene narrata in modo abbozzato.

Saroo non è mai mal interpretato, da nessuno dei due attori. L’errore sta nel cattivo uso del crescendo, che sembra subire un’interruzione nel mezzo, proprio mentre la storia prova ad incanalare sempre più l’empatia e l’attenzione del pubblico. Così facendo, invece di ottenere lo stesso spessore iniziale, si perde in una trattazione prevedibile e sciatta.

Lion si trova ad essere una bella storia al netto di tutte le défaillance strutturali, ma a tratti perde la sua luce a causa della cattiva gestione dell’economia globale della narrazione.

Ed è così che si finisce, le storie, belle e brutte che siano, se non si sanno narrare perdono la loro carica emotiva. L’empatia che genera la pellicola è vivida, è reale, soprattutto nella prima parte del film che è davvero straordinaria. Poche parole, solo visioni, sguardi, orizzonti, è tutto al proprio posto, è tutto giusto, tecnicamente parlando. Lo spettatore è davvero li pronto a fare il tifo per un pronto ritorno in suolo patrio per il dolce e affascinante Saroo, ed è sempre li che lo attende e vede lui stesso immaginarsi in quelle strade, in un incrocio tra passato e presente, il binario di Ganesh Talai, la sua famiglia, quella d’adozione e quella natia, l’oceano che lo accoglie come un grembo, australiano e indiano, tocca tante terre, tante spiagge ed è sempre frustrante e desolante possedere nel cuore tanti luoghi e non trovarsi mai a casa.

Lucia Tedesco, da “cinematographe.it”

Nel 1986, il piccolo Saroo di cinque anni, decide, una notte, di seguire il fratello più grande non lontano da casa, nel distretto indiano di Khandwa, per trasportare delle balle di fieno. Non resiste, però, al sonno e si risveglia solo e spaventato. Sale in cerca del fratello su un treno fermo, che parte, però, prima che lui riesca a scendere e percorre così 1600 chilometri, ritrovandosi a Calcutta, senza nessuna conoscenza de bengalese e nessun modo per poter spiegare da dove viene. Dopo una serie di peripezie, finisce in un orfanotrofio e viene adottato da una coppia australiana. Venticinque anni dopo, con l’aiuto di Google Earth e dei suoi ricordi d’infanzia, si mette alla ricerca della sua famiglia.
Sulla carta, una storia del genere pareva presentarsi da sola, restava da decidere se aver voglia o meno di piangere tutte le proprie lacrime per una versione ancora più incredibile, per quanto vera, e magari narrativamente più piatta, di The Millionaire. I meno scettici si potevano aggrappare al nome del regista, Garth Davis, artefice della maggior parte dei bellissimi episodi di Top of the lake, per sperare in qualche sorpresa. Per una volta, invece, c’è di più. Tutta la prima parte, che vede protagonista il piccolo Sunny Pawar, ha un che di magnetico. Si resta incollati alla forza d’animo del bambino, al suo sguardo attento, al suo cuore gonfio, mentre viene catapultato suo malgrado dal nulla della casa d’origine alla vastità della megalopoli e della sua disumanità. Davis racconta bene come lo sguardo di Saroo si aggrappa a quello degli altri bambini, in cerca di una fratellanza, sullo sfondo di un mondo adulto ambiguo se non meschino.
Lion è perciò un oggetto particolare, un film “da Oscar” che dei film “da Oscar” evita più o meno tutti i soliti difetti. Un grande narrazione a lieto fine, sì, ma nel quale il risarcimento emotivo non è completo e lascia dietro di sé e nello spettatore degli strascichi forse non contemplati; un film in cui le immancabili “rimonte” di sceneggiatura, tipiche del genere, sono gestite con eleganza non comune, senza che quasi che ne accorgiamo, e così il destino di Saroo è raccontato come una storia nella storia, quella di un cucchiaio immaginario che diventa un reale e anglofono “spoon” e del quale si deve liberare, tornando ad usare il naan, il pane indiano, come un cucchiaio, per poter tornare a toccare il proprio sé. L’India stessa, infine, non è quella povera ma colorata e pop di Danny Boyle, è più vera o per lo meno credibile: c’è infatti una ricerca di verosimiglianza, che si trova anche nell’estremo avvicinamento della coppia Nicole Kidman- David Whenam alla coppia vera della storia vera che ha ispirato il film, che non è francamente richiesta ad un prodotto di questo tipo, però fa la differenza.
Nella seconda parte, il discorso cambia: l’ellissi è molto, forse troppo, ampia, e affidare il riemergere del passato di Saroo ad un jalebi, come ad una madeleine proustiana, vuol dire tirare un po’ la corda. Subentrano nuove tematiche, legate alla nuova famiglia, al destino della madre e alla figura di Mantosh, il fratello “diverso”, l’altra faccia della favola dell’adozione. Troppo materiale, forse; che sarebbe stato perfetto per lo spazio concesso ai personaggi tipico della nuova serialità, meno, invece, per un pezzo di film che comincia e finisce altrove. Eppure, la seconda parte è importante, è il vero viaggio del film, sviluppato con qualche insistenza di troppo (il “ritorno” ad una condizione trasandata e disperata del personaggio di Dev Patel non era affatto necessario), ma sempre al riparo dal pericolo, pur presente, di grossolani scivoloni nel mélo.

Voto: 3,26 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Garth Davis porta alla Festa del Cinema di Roma il suo “Lion”, basato sul libro di memorie “La lunga strada per tornare a casa” , tratto da una storia vera e con un cast stellare, nel quale figurano Dave Patel, Rooney Mara e Nicole Kidman.
Saroo, è un bambino di soli cinque anni che nel tentativo di aiutare il fratello nel lavoro finisce su di un treno che lo porta Calcutta, a 1600 chilometri da casa. Troppo piccolo per ritrovare la strada verso casa, Saroo, vaga per la metropoli incontrando avversità e sopravvivendo a stento, finché non viene adottato da una famiglia australiana. Venticinque anni dopo, ormai cresciuto nel benessere con una madre e un padre  adottivi amorevoli, decide di ritrovare finalmente la sua vecchia casa. Un ossessione che lo porterà a distanziarsi dalla sua nuova famiglia.

La storia toccante di “Lion” è la spina dorsale di un progetto cinematografico che non aggiunge nulla ad una vicenda di per se già  molto emozionante, al quale il film si affida mantenendo una forte drammatizzazione senza sminuire le peripezie del giovane protagonista. La prima parte di “Lion“, dal ritmo lento e straziante, permette allo spettatore di enfatizzare con il piccolo bambino sperduto. Il giovanissimo interprete, Sunny Pawar, è il vero motore del film, una figura gracile, dolcissima e incredibilmente espressiva che con i suoi enormi occhi conquista e ipnotizza il pubblico. Grazie all’uso intelligente della sua fisicità, il regista esprime alla perfezione il pericolo che è costantemente alle spalle di Saroo, troppo piccolo anche per arrivare agli sportelli di informazione e troppo debole per difendersi alle minacce di molestatori adulti, sovrastato dal caos della tentacolare Calcutta. Con il cambio di ambientazione tuttavia si sviluppano i primi problemi strutturali del film. Subito dopo l’adozione infatti la narrazione assume un ritmo altalenante. La seconda fase della storia è meno toccante della prima, un po’ per il costante affrettarsi nelle conclusioni ma anche per il suo oscillare frettolosamente tra presente e passato. Soprattutto nelle ultime scene i personaggi che Saroo aveva dimenticato, tornano a manifestarsi, rendendo il tutto po’ confuso e forzatamente poetico.

Altro difetto che si manifesta sempre nella seconda parte di “Lion”, è la relazione tra il protagonista e Lucy, interpretata da Rooney Mara. Nonostante lei sia un’ottimo elemento all’interno del cast, e il suo personaggio sia stranamente solare e lontano dai tipici ruoli cupi che ricopre l’attrice, la sua utilità all’interno della trama è oscura e anzi di ostacolo. Le parti insignificanti fra i due tolgono spazio al vero dramma del film che non si basa di certo sulle problematiche di una relazione ma su dilemmi ben più complessi, come quelli che è costretta ad affrontare una famiglia composta da ben due bambini adottati. La straziante interpretazione di Nicole Kidman avrebbe meritato più spazio, sebbene sia efficace anche in poche scene il suo rapporto con il protagonista è troppo profondo e trattato in maniera sbrigativa. Dev Patel continua a fornire interpretazioni degne di nota e con questo film si conferma un promettente attore che migliora costantemente, capace di portare sullo schermo personaggi complessi e distrutti.

“Lion” è una storia indubbiamente toccante che tramite qualche accorgimento filmico, come la musica e le immagini particolarmente suggestive, arriva immediatamente al cuore dello spettatore commuovendo senza troppi sforzi.

Voto: 74 / 100

Alice De Falco, da “darumaview.it”

 

Magia di internet, potenza del cinema. La globalizzazione non è il demonio che vogliono farci credere, e salva la vita di un pargolo che ha perso la strada di casa. Per Oliver Stone (Snowden) la rete minaccia la libertà, esercita un dominio assoluto sull’essere umano: dai computer arriva un controllo totale sull’individuo, con le webcam che si trasformano in uno spioncino per monitorare il pianeta intero. Invece il regista regista Garth Davis ci infonde una speranza, e mostra come Google Earth sia il modo più semplice e imprevisto per poter riabbracciare i propri cari. Lion è un viaggio lungo venticinque anni, un’andata e ritorno che avrebbe fatto impallidire anche Senofonte e la sua Anabasi.

Saroo è uno dei tanti bambini poveri che vive ai margini della società indiana. Ha cinque anni, e suo fratello Guddu si prende cura di lui insieme alla madre. Un giorno si addormenta sul treno sbagliato e si ritrova a migliaia di chilometri dal suo villaggio, sperso nelle grandi città in cui nessuno lo capisce. Saroo parla l’hindi, mentre gli altri bengalese, quindi comunicare diventa impossibile. Dopo mille peripezie, il bambino riesce a farsi adottare da una famiglia australiana, ma le origini non si scordano mai.

Garth Davis è un esordiente che punta subito in alto. Si è fatto le ossa dirigendo gli spot pubblicitari, per i quali ha ricevuto premi, applausi e tanti soldi. Lion, il suo primo lungometraggio, è l’adattamento del romanzo A long way home di Saroo Brierley, e cerca con una sorta di analisi trasversale, il senso della vita. Ciò che non uccide, rende più forti, lo diceva anche Nietzsche. E un figlio strappato dal focolare in tenera età non ha scelta: combattere o morire. Il protagonista lotta per non soccombere, mentre gli altri cercano di sopraffarlo. L’immagine è quella di un’India distrutta dalla disparità sociale, che non riesce ad assimilare le troppe persone che la popolano. The millionaire di Danny Boyle aveva stupito con il ritratto di una nazione senza una vera identità, e Lion segue le sue orme. Ma questa volta non si parla di quiz dai favolosi montepremi: ora vanno in scena l’umanesimo e la ricerca di se stessi. Chi siamo? Da dove veniamo? Domande che nessuno osa più farsi, in un mondo troppo veloce, che non lascia il tempo di respirare.

L’analisi del protagonista, interpretato da Dev Patel, parte dal bisogno di appartenere a qualcuno. Casa è dove vivono le persone che ci amano, anche se si parla di adozione. Nicole Kidman è una donna che ha scelto di crescere i bambini degli altri, non perché non può averne di suoi, ma per una necessità di aiutare chi è stato costretto a lasciare la propria terra. Saroo la riconosce come madre, anche se il richiamo della natura non si può far tacere: ovunque sia, la mamma rimane sempre la mamma, e il senso di colpa per una ricerca tardiva pesa più di un macigno.

Lion è un film ambizioso, che propone un grande affresco e tocca il cuore.  La realtà nuda e cruda vista con gli occhi di un bambino riesce sempre a meravigliare. Il viaggio fisico si alterna con quello interiore, i sentimenti superano la finzione, e si vuole un lieto fine ad ogni costo. Ma la vita è sempre ricca di colpi scena, specialmente se il tuo nome è Saroo Brierley.

Voto: 3 / 5
Gian Luca Pisacane, da “cinematografo.it”

 

Il cinema è fatto anzitutto di storie, e quella di Saroo è una bella storia. Una di quelle vicende che fa subito pensare quanto possa essere cinematograficamente potente. Insomma, il commento da bar ‘una storia da film’ è una sintesi adeguata per descrivere il soggetto di Lion, diretto da Garth Davis, esordiente al cinema che si è fatto le ossa con la serie televisiva Top of the Lake.

Saroo è un bambino che vive nell’entroterra povero dell’India nella metà degli anni ’80. Un giorno segue il fratello in un viaggio in treno per rimediare qualche soldo, e si perde. Finisce a Calcutta e poi viene adottato da un’amorevole coppia australiana che vive sul mare, nell’isola della Tasmania. Superati i vent’anni, mentre si trasferisce a Melbourne per studiare, viene tormentato dal suo passato, e grazie a Google Earth cerca di ritrovare la stazione e quei luoghi che continuano a tormentare il suo sonno. Lion è un adattamento del libro autobiografico dello stesso Saroo Brierley, A Long Way Home, in uscita per Rizzoli.

L’effetto collaterale della potenza di questa storia è proprio il suo essere edificante e commovente, quindi a rischio diabetico. Un prodotto in puro stile Weinstein con seduzione orientalistica alla The Millionaire, in cui particolarmente azzeccata è stata la scelta del protagonista bambino. Due sono i momenti della vita di Saroo in cui si concentra il film: lui bambino in India, coraggioso aiutante del fratello grande e orgoglio della madre che vive raccogliendo pietre; e vent’anni dopo, nel corso della sua vita australiana, nel momento in cui cede alla nostalgia di un passato che inizia a ricordare. Lion analizza il rapporto di Saroo con i due fratelli della sua vita: quello maggiore ormai perso che aveva per lui un forte istinto di protezione e quello problematico con cui è cresciuto, verso cui è lui ad avere attenzioni particolari.

Raro caso di product placement inevitabile per Google Earth, è prevedibile dal primo all’ultimo minuto; ma in fondo è proprio la sensazione rinvigorente di un possibile lieto fine nella vita, quello che ci si aspetta da un film come questo; da una storia come questa. Raccontata con un ritmo fluido che accelera man mano che i ricordi iniziano a tornare nel protagonista, dilata allo spasimo l’ovvia conclusione finale, regala a Nicole Kidman uno dei pochi ruoli convincenti di questo decennio e a Rooney Mara uno dei più anonimi degli ultimi tempi.

Voto: 2,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

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