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La vita possibile

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Una pellicola amara, drammatica, lenta ma, commovente. Il film narra le vicende di Valerio (Andrea Pittorino) e di Anna (Margherita Buy) una madre succube e maltrattata dal marito e di un figlio impaurito dalla sua vita (im)possibile…

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Il regista Ivano De Matteo ha giocato molto con il momento sociale in cui viviamo, ma pure questo fa parte del genio; un film sulla speranza che trova forza nelle donne, nel sesso femminile succube dei soprusi di quel marcio bestiale che occupa, purtroppo, l’umanità. Bravo e lucido nel descrivere l’umore infranto di Valerio, un figlio con un carattere chiuso e pieno di odio, a cui manca una figura maschile che ritrova in un vecchio ex giocatore di calcio Mathieu (Bruno Todeschini), ecco pure lo sport usato come metafora di vita.

La forza del film, oltre all’aria grigia e sabauda di Torino, sta nelle due attrici: una Valeria Golino che fa da contorno di gioia(malinconica), la classica donna di mezza età senza figli e un lavoro vero, ma comunque con la voglia di essere felice e poi, sopratutto, negli occhi di Anna che sono – e adesso sto parafrasando Shakespeare – lo specchio della pellicola. Bagnata di sensi di colpa, verso un matrimonio finito male, e di un profondo cuore distrutto, guardando il proprio figlio senza nulla, senza voglia di vivere, senza amicizie e senza forza.

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Una nota va pure ai due straordinari attori maschili, il primo Bruno Todeschini che con i suoi sguardi e i suoi silenzi regala meravigliosi attimi di profondità al film, mostrandolo come un antieroe dal destino ingrato ma dal cuore immenso. E poi, la vera sorpresa, Andrea Pittorino che da solo tiene tutti con il gozzo in gola, non c’è un attimo in cui pare scontato, tiene il confronto malinconico  con la bravissima Buy e, addirittura, pare dare una lezione di vita alla madre…

Il film pare abbandonarsi alla vita. Come quando – e qui come il regista uso lo sport, come metafora – sei sotto di un goal, stai per buttarti via, ma la voglia di vivere, di vincere, quella pulsione che è in ognuno di noi, esce fuori e come accade spesso porta al goal; nel film porterà i due a ritrovarsi, e a ribellarsi verso a questa loro vita (im)possibile; magari guardandola da un’altra angolazione, come dire: “cogliete l’attimo, con il sorriso”.

Andrea Paone, da “cinemamente.com”

 

 

Scappata da Roma per dimenticare un marito irascibile e violento, Anna si trasferisce a Torino, dove sarà ospite di Carla, attrice  teatrale e amica di vecchia data. Con Anna c’è il figlio Valerio, un adolescente  di 13 anni. L’impatto con la nuova città è vissuto dai due con reazioni opposte. Soprattutto Valerio vive i problemi della crescita in modo complicato e il rapporto con la mamma si fa difficile…I temi del disamore e della violenza sulle donne da un lato, quelli della precarietà sociale e della sostenibilità quotidiana dall’altro si incontrano in questo copione, tenuti stretti, anzi cementati da quello della urgenza di (saper) dare le giuste risposte alle attese e alle domande di un figlio, che avrebbe bisogno di assistenza e conforto nel momento delicatissimo della crescita.

Le situazioni che il film, La vita possibile di Ivano De Matteo, pone sono tutte autentiche, toccano i territori impervi  della disperazione e dello sconforto, sfociano nella tentazione di dichiararsi sconfitti, prima della fiammella che riaccende la speranza. Il copione attraversa gli stadi della crisi con una sorta di percorso andata/ritorno lungo il quale, a fronte di passaggi intensi e autentici, se ne pongono altri meno convincenti. Quasi tutta la storia è girata a Torino e l’eccesso di realismo dei luoghi abbassa la verità dei fatti. Quelli che riguardano Larissa e Mathieu sono segmenti narrativi che rinunciano ad una stretta indispensabilità a favore di soluzioni più accomodanti e ‘facili’.  Carla assolve in pieno il ruolo di ‘aiuto’ di Anna, entrando in scena quando si impone un cambio di rotta e il racconto procede verso la conclusione. Quella che sembra mancare è in sostanza una motivazione forte e coerente.

Più stringato e saldo nei titoli precedenti (La bella gente, 2008; Gli equilibristi, 2012; I nostri ragazzi, 2014) De Matteo tiene basso il tono della dialettica drammatica, anche se lo sguardo resta sveglio su problematiche estremamente attuali. Ai quali danno convinzione e giusto tono le due protagoniste principali, Margherita Buy e Valeria Golino,  Anna e Carla, donne che affrontano con solidità (Anna) e ironico coraggio (Carla) i colpi avversi della vita e l’avanzare degli anni. Nei ruoli di contorno si segnalano Andrea Pittorino (l’adolescente Valerio), Caterina Shula (Larissa), Bruno Todeschini (Mathieu).

Voto: 3,5 / 5

Massimo Giraldi, da “cinematografo.it”

Che vita può esserci dopo un’esperienza traumatica, che ti costringe a lasciarti tutto alle spalle e ripartire da zero? C’è speranza in una fuga che viene comunque vissuta come una sconfitta, col senso di colpa per non aver saputo proteggere se stessi e coloro che si amano? Si può ricominciare da capo, altrove? Sono queste le domande a cui La vita possibile cerca di rispondere, con l’onestà e la passione che Ivano De Matteo mette sempre nei suoi film. Per questo non affronta direttamente il tema della violenza sulle donne ma sceglie di raccontare un’altra storia, quella delle molte che – ne siamo sicure – sia pure a caro prezzo ce l’hanno fatta e – anche se le cicatrici se le porteranno sul corpo e nell’anima – non sono diventate un numero in un’orribile statistica di cronaca nera.

Non sappiamo niente di Anna e del suo matrimonio, da quale classe sociale provenga, se ha studiato, come abbia conosciuto l’uomo che pur dichiarando di amarla le ha mancato ripetutamente e atrocemente di rispetto. Ma non conta, perché noi conosciamo la donna diversa, volitiva, determinata a farcela. Anche se per questo deve adattarsi a trasferirsi in una città bellissima ma climaticamente agli antipodi di Roma come Torino, trascinandosi dietro un figlio quasi adolescente con tutte le problematiche dell’età. Non sapremo alla fine se la ritrovata serenità di Anna sia reale o solo apparente (sembra troppo bella per essere vera, e De Matteo conosce bene la realtà), in un finale aperto che suona volutamente ambiguo ma che apre anche il cuore alla speranza di giorni migliori, di una rigenerazione, forse di un nuovo amore.

Di La vita possibile ci è piaciuto soprattutto questo afflato sentimentale che non diventa mai stucchevole e questa voglia di raccontare una tranche de vie da una posizione insolita. E ci sono piaciuti gli attori, come al solito ottimamente diretti: da una Margherita Buy credibilissima nel ruolo di una mamma in crisi, all’esordiente Andrea Pittorino, di fatto coprotagonista nei panni del figlio ribelle, per non parlare dell’amica “matta”, allegra e sola Valeria Golino (e chi non ne ha una?), dell’ombroso Mathieu di Bruno Todeschini e della giovane prostituta ucraina di Caterina Shulha. E la Torino colta nello splendore autunnale e nei suoi angoli anche meno noti, altra protagonista.

Peccato che accanto a questi pregi stavolta la tensione narrativa sia meno serrata del solito, e che a differenza di altri film di De Matteo questo si presti meno alla discussione e al dibattito. Come se in questa versione mininalista di una storia comune, che a tratti sembra quasi un docunentario, mancasse qualcosa di fondamentale, capace di tenerci avvinti al suo svolgimento. Come spettatori ci è rimasta una sensazione di non risolto e di distacco, nonostante l’inno alla vita cantato da Shirley Bassey sui titoli di coda. O forse è colpa nostra, se non crediamo più all’esistenza di una mongolfiera capace di sollevarsi abbastanza in alto sulle miserie del mondo e sulla cattiveria umana.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

La vita possibile, titolo del nuovo film diretto da Ivano De Matteo con protagonistaMargherita Buy, è quella che aspetta a braccia aperte molte donne che vivono la stessa situazione familiare di Anna. Un marito violento, un bambino da tutelare e la forza di scappare da un amore, che amore proprio non è. Il film parte da qui, saltando tutta quella parte di storia costellata da violenze domestiche (solo accennate in una delle scene iniziali) e facendoci prendere un treno, quello su cui salgono Anna e il figlio Valerio (Andrea Pittorino). Dove sono diretti? A casa di un’amica di vecchia data, Carla (Valeria Golino), attrice di teatro dalla personalità pittoresca. E così, a chilometri di distanza, madre e figlio cercano di riprendere in mano la loro vita.

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Non è facile ricominciare da capo, ma Anna è una donna forte, che racchiude in sé una grande speranza nel futuro. Sostenuta dall’amica Carla, inizia a cercare lavoro, non si abbatte e affronta le sue difficoltà e quelle del figlio Valerio: la casa è piccola, Carla non ha nemmeno la televisione, non è facile farsi nuovi amici. La solitudine del bambino viene colmata da una bicicletta regalata e dalle vaghe attenzioni di una giovane prostituta (Caterina Shulha), con la quale Valerio scambia qualche parola, una serata di divertimento al luna park e una cioccolata calda bevuta di fretta prima dell’arrivo di un nuovo cliente.

Non manca una figura maschile ad accompagnare le difficoltà di Valerio, il proprietario della trattoria di fronte a casa di Carla, Mathieu (Bruno Todeschini). Ed è così che, a poco a poco, la casa non è più così piccola, la televisione si può guardare nella trattoria e gli amici vengono a bussarti alla porta per chiederti di giocare a pallone con loro.

La vita possibile è un film delicato, come la tematica che tratta. Spesso giriamo le pagine dei quotidiani e vediamo tante donne come Anna, che si sono perse tra la paura di scappare e lo spettro delle denunce a vuoto. Per Ivano De Matteo, invece, un modo per riprendere in mano la propria vita esiste: un’amica che ti aiuta, una casa che ti accoglie e un lavoro che ti sostiene.

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Le musiche di Francesco Cerasi accompagnano e rafforzano ogni scena, creando la giusta intimità con i sentimenti dei protagonisti e le loro difficoltà. Interessante e brava Valeria Golino nel ruolo di amica, che disegna un sorriso sul viso degli spettatori e alleggerisce il tono della vicenda, comunque mai troppo buio, drammatico e pesante. Tutt’altro: il dolore è percepibile, soprattutto attraverso il valore della recitazione di Margherita Buy, ma è interiorizzato nelle azioni dei personaggi. Ivano De Matteo preferisce una lieve cicatrice sulla fronte, rispetto all’occhio nero, ed è questo il valore del film: speranza, forza e volontà di iniziare una nuova vita. E Margherita Buy esprime bene tutto questo, sostenuta da un personaggio che sposa le migliori qualità dell’attrice.

Laura Siracusano, da “cinematographe.it”

 

 

A sorpresa, sull’epilogo che ritrae una mongolfiera mentre ascende al cielo (ma bene ancorata a terra da una fune), rimbomba sullo schermo “La vita” di Bruno Canfora nella versione 1968 di Shirley Bassey, metà in inglese e col ritornello in italiano. Ricordate? «La vita / più bello della vita non c’è niente / e forse tanta gente non lo sa / non lo sa / non lo sa». Termina così, con una nota di tenera speranza che gli procurerà, temo, qualche ironia critica, “La vita possibile” di Ivano De Matteo. È il suo quarto lungometraggio, dopo “La bella gente”, “Gli equilibristi” e “I nostri ragazzi”, e c’è del vero in quanto suggerisce il regista romano: «Nei precedenti film partivo da famiglie apparentemente felici che si spezzavano, qui il percorso è inverso, parlo di una ricostruzione».
In effetti, “La vita possibile” parte con una sequenza che spiega già tutto: un marito, ripreso di spalle (è lo stesso De Matteo), insulta, oltraggia e picchia di brutto la moglie Anna, senza sapere di essere visto dall’adolescente Valerio appena tornato da scuola. Nella scena successiva vediamo mamma e figlio salire su un treno, lei butta la vecchia scheda telefonica, lui è risentito e annoiato. Destinazione? Torino, dove una vecchia amica di Anna, attrice sfortunata e single incallita, ma anche donna di sorridente generosità, darà loro ospitalità «per il tempo che servirà».
Avrete capito che “La vita possibile”, un titolo che relativizza ma non minimizza, è la storia di una ribellione necessaria, pure di una crescita ardua da affrontare per un ragazzino, e tuttavia l’unica scelta da compiere di fronte a un uomo violento che mai si redimerà mai. Materia da dibattito sui temi del cosiddetto femminicidio? Non per De Matteo, che s’è molto documentato, compulsando verbali processuali e registrando le confessioni di una vittima, e tuttavia avverte: «Non mi interessava fare un film sulla violenza alle donne, 100 minuti di botte e sangue».
“La vita possibile” parla d’altro, in effetti. Di spaesamento e dignità, del cambiare città e del cambiare vita, dell’arte difficile di superare le strettoie dell’esistenza. Lo fa alla maniera di De Matteo, che anche qui firma il copione con Valentina Ferlan: in una cornice realistica, un po’ livida, a tratti quasi documentaristica, ma con l’irruzione di moduli drammaturgici non sempre ben calibrati, forse per un eccesso di coincidenze a effetto e scene madri.
Però il punto di vista del giovanissimo Valerio ha un senso. Seguendo le sue corse in bicicletta, nell’attesa che qualcuno lo inviti a giocare a pallone, scopriamo una Torino poco vista così al cinema (siamo nel quartiere Borgo Dora). Mentre la dolce Carla fa le sue prove teatrali e la dimessa Anna trova un faticoso lavoro nel ramo pulizie, l’adolescente, sempre a un passo dal tracollo, s’invaghisce di una prostituta slava, Larissa, che lo porta perfino al luna-park, salvo poi, di fronte alla crudezza di quella vita in vendita, cercare rifugio tra le braccia “paterne” di un ex calciatore francese, solitario e gentile, che gestisce un caffè nei pressi di casa.
Non tutto torna, come si diceva, nella cronaca asprigna di questa “ricostruzione familiare”, ma bisogna riconoscere al film la capacità di maneggiare l’argomento con una certa coerenza estetica ed etica, senza nascondere la durezza di una vita in equilibrio tra rimpianto e riscatto, e insieme estraendo una buona prova dagli interpreti. Che sono Margherita Buy (Anna), Valeria Golino (Carla), Andrea Pittorino (Valerio), Caterina Shulha (Larissa) e il franco-svizzero Bruno Todeschini (Mathieu).
Nelle sale da giovedì 22 settembre, targato Teodora, producono Rodeo Drive e Raicinema.

Michele Anselmi, da “cinemonitor.it”

 

 

Dopo “Gli equilibristi” e “I nostri ragazzi”, Ivano De Matteo torna alla regia con un film che ha come tema la solitudine, l’amicizia e l’amore.

La vita possibile è un emozionante racconto che vede il suo incipit in una delle piaghe della nostra società: la violenza domestica. Anna e Valerio sono una mamma e un figlio che vivono a Roma ma, sopraffatti dall’ennesima scena di violenza inflitta dal marito e papà decidono di scappare a Torino per iniziare una nuova vita.

Valerio (Andrea Pittorino) è un ragazzo con tante passioni, amici e punti di riferimento che, come tutti i giorni, torna a casa da scuola. Entrato nella sua abitazione vede il padre (Ivano De Matteo)che insulta e picchia la mamma (Margherita Buy). La scena lo lascia impietrito. Tanto da non trattenere la pipì. Anna decide quindi di denunciare per l’ennesima volta il marito e scappa a Torino con il figlio, a casa della sua migliore amica Carla (Valeria Golino) in cerca di una nuova vita. Cambiare vita si rivelerà difficoltoso per entrambi. Anna ha abbandonato tutto, come punto di riferimento le è rimasta solo Carla ed è morsa dai sensi di colpa per aver strappato gli amici, un padre e la quotidianità al figlio. Valerio dopo lo shock subito a Roma si è chiuso in se stesso. Non ha più amici, fatica a trovarne di nuovi ed è combattuto verso il bene che vuole alla mamma e il suo risentimento verso di lei per la situazione che patisce. Le sue uniche passioni sono una biciclettacon la quale gira tutto il giorno e il gioco del calcio. Proprio grazie alla bicicletta incontrerà il suo primo amore, una prostituta (Caterina Shulha) che diventerà prima la sua unica amica e poi la sua prima delusione amorosa.

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Ma Anna e Valerio non sono gli unici personaggi a sentirsi soli, tutto il film è intriso di palpabile solitudine. Il regista De Matteo riesce nel difficile compito di trasmettere un senso di lontananza, emarginazione invece della rabbia. Carla, l’amica di Anna, è una donna gioiosa, buffa, ma tremendamente sola. Farà di tutto pur di tenere in casa con lei i suoi ospiti. Anche spendere 10 euro per comprare una televisione, da lei tanto odiata. Mathieu (Bruno Todeschini) è invece il proprietario di una locanda sotto casa di Carla. L’uomo vive in solitudine, con un terribile senso di colpa dato da un incidente nel quale è morto un bambino. Saranno proprio Anna e Valerio a dargli la forza di ricominciare. Proprio grazie a lui, ex giocatore di calcio, che Valerio riuscirà pian piano a rifarsi una vita e ad essere accettato dai suoi coetanei. L’uomo diventerà la figura parterna di cui Valerio ha fortemente bisogno.

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Un film che stupisce per l’intensità e la dovizia di particolari con la quale vengono raccontate le reazioni psicologiche dei personaggi, frutto anche di un lavoro socio-documentaristico che il regista Ivano De Matteo ha compiuto frequentando centri sociali e persone che subiscono o hanno subito traumi come quelli raccontati nella pellicola. Esperienze che ha poi riversato nel suo lungometraggio. De Matteo viene da tre film che parlavano di famiglie “normali” che alla fine della pellicola andavano in pezzi (La bella gente, Gli equilibristi e I nostri ragazzi). Nel suo ultimo lavoro ha voluto raccontare una famiglia distrutta che riesce a rinascere. L’obbiettivo era quello dinon creare un film sulla violenza, bensì un film sulla speranza. Non con il classico happy ending ma sulla forza che può spingere le persone a cambiare la loro vita.

Federico Di Lernia, da “velvetcinema.it”

 

 

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