Julieta

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Julieta ha deciso di lasciare la Spagna per il Portogallo, dove si trasferisce l’uomo che ama. Sgombra la casa e ingombra i cartoni di cose e ricordi, tracce forti di un passato che riemerge implacabile. L’incontro casuale con Beatriz, amica d’infanzia di sua figlia, la convince a restare a Madrid. Quella riunione è un segno, quello che aspetta da tredici anni, il tempo che la separa da Antía. Figliola prodiga partita per sempre, Antía ha fatto perdere ogni traccia di sé a quella madre senza colpa che incolpa. Julieta attende come Penelope appesa a un filo e a un diario che svolge la sua storia. Poi il destino le consegna una lettera.
Qualcosa è cambiato nel cinema di Pedro Almodóvar. Niente pastiche hollywoodiano, nessuna effusione narrativa o profusione di personaggi, intrighi, situazioni, segreti rivelati, Julieta è un film secco, semplice, essenziale. InJulieta non c’è che la vita, nuda e cruda. Con la finzione e la sua messa in scena Almodóvar fa i conti nel prologo e in un primo piano su un tessuto rosso che evoca il drappo di un sipario. Ma l’illusione dura un attimo e quello che sembrava panno pesante si rivela stoffa leggera su un cuore che batte. Il cuore è quello di Julieta che aspetta, aspetta da tutta la vita che sua figlia ritorni come Ulisse, che argomenta giovane insegnante di lettere antiche in un liceo.
Ispirato a tre racconti di Alice Munro, assemblati e condensati insieme, Julieta non è un melodramma ma una tragedia perché il destino gioca un ruolo fondamentale. Dopo la parentesi de Gli amanti passeggeri, l’autore torna al ritratto femminile misurato questa volta con il fato, con un Mediterraneo senza luce, agitato da dei crudeli e capricciosi che inghiottono gli uomini o li spiaggiano in un esilio infinito. Nessun artificio teatrale interviene a sublimare l’afflizione della madre del titolo che Almodóvar sceglie di far interpretare da due attrici, Emma Suárez e Adriana Ugarte, avvicendandole in un raccordo antologico. Un’ellissi temporale agita sotto un asciugamano che friziona i capelli della giovane madre dell’Ugarte e si solleva sul volto invecchiato della Suárez, rinchiudendo per sempre la protagonista in una pelle che non è più quella del desiderio. L’una accesa e luminosa sotto i capelli ossigenati è la perfetta emanazione della movida e del cinema barocco di Almodóvar, in cui lo spettatore ripara innamorandosi come Julieta di un pescatore pescato in treno, l’altra spenta dalla colpa, la perdita e la solitudine vive un esilio bianco sulla terra, un coma che sospende il dolore in attesa che qualcuno parli con lei. Confinata nel suo appartamento e ‘giudicata’ tre volte nel grado di giovane donna, moglie e madre dall’uomo del treno, dalla donna di servizio e dalla direttrice di un gruppo spirituale, Julieta non si perdona e come un gene trasmette alla figlia la colpa che da tredici anni la tiene lontana dal genitore.
Viaggio interiore che risale il tempo fino all’avvenimento che ha determinato la vita della sua protagonista, Julieta è un film sulla colpa, forza motrice del film e malattia morale che impedisce all’eroina di approfittare dei regali della vita (Lorenzo). Julieta non ha commesso nessuno ‘delitto’ e non ha niente da scontare eppure non può fare a meno di sentirsi responsabile per il suicidio di uno sconosciuto che aveva rifiutato di ascoltare in treno. Il treno su cui nasce il grande amore carnale e consolatorio per il compagno e il padre di sua figlia. Sentimento sconfitto anche lui dalla certezza di una nuova, e questa volta inconsolabile, colpa. Fare l’amore per scongiurare la morte, da Matador l’autore non smette di coniugare questo principio a cui aggiunge l’impossibilità di fuggire il destino. Tra flashback, accelerazioni ed ellissi che imbrigliano, appassiscono e consumano i personaggi, Julieta appunta la cifra di Hitchcock sul personaggio di Rossy de Palma, domestica della ‘prima moglie’ che piomba sul dramma l’ombra del noir e introduce a un mare incantatore e annunciatore di naufragio. Armonizzando la partitura diAlberto Iglesias con le note drammatiche del silenzio, Almodóvar afferra la grazia della gravità tra il nero del fondo e il bagliore della forma.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Dopo il poco convincente Gli amanti passeggeri, Pedro Almodóvar è tornato dietro la macchina da presa per parlarci di donne, quelle che da sempre sono le sue Donne, madri, spesso sole e spesso sofferenti. Ci aveva promesso un dramma al femminile sul dolore e così è stato; Julieta, in uscita in Italia il prossimo 26 maggio, e attualmente in gara a Cannes, è davvero un film sul dolore.

Inizialmente, il nome previsto per questa pellicola era Silencio, ma vista l’imminente uscita dell’ultimo lavoro di Scorsese con lo stesso nome, Silence, Almodóvar ha optato semplicemente per il nome della protagonista, Julieta. Eppure, nessun titolo sarebbe stato più azzeccato di Silenzio, perché il dolore che racconta il cineasta spagnolo è fatto di silenzi, nasce dal silenzio. La vita di Julieta, nel corso di trenta lunghi anni è segnata da non detti e sofferenze taciute, distanze insopportabili e un segreto ben nascosto. Certo, non sarà un cambio di titolo a fare la differenza, ma è bene che questa cosa si sappia per prepararsi alla visione. E il Silenzio torna anche nelle ispirazione di Almodóvar, che prende in prestito la sua Julieta dalla raccolta di racconti In Fuga, di Alice Munro, in particolare da Silenzio, Scherzi del destino e Fra poco.

La prima ad entrare in scena è proprio Julieta, una donna poco più che cinquantenne, affascinante e di classe, alle prese con un trasloco in Portogallo, al seguito del compagno. L’intenzione di Julieta è quella di lasciare Madrid per sempre, ma il giorno prima della partenza un incontro sconvolgerà totalmente i suoi piani. Veniamo così a scoprire che dietro l’apparente serenità di Julieta, andata in frantumi dopo un semplice incontro, si nasconde il più grande motivo di sofferenza di una donna, la separazione dalla figlia, Antia, proprio per volontà di quest’ultima.

Julieta decide allora che l’unica maniera che ha per difendersi dal dolore è quella di rompere finalmente il silenzio, buttando nero su bianco, in una ipotetica lettera da inviare alla figlia, trenta anni di vita e di segreti. Mentre lei racconta Almodóvar ci porta indietro nel tempo, giocando a suo piacimento ad un interminabile andirivieni tra il presente e il passato, sempre seguendo il filo cronologico delle due distinte narrazioni, fino a quando il passato incontra il presente, nel simbolico (e ben pensato) passaggio di testimone che avviene tra le due protagoniste, Adriana Ugarte, meravigliosa giovane Julieta, e Emma Suarez, la Julieta matura e intensa.

Non ci sono lacrime, non ci sono esplosioni di dolore, non ci sono scene al limite dell’assurdo, tranne che per un paio di visioni che ricordano l’ultimo Sorrentino. In pratica non c’è molto dell’Almodóvar che tutti conosciamo, se non fosse per l’interpretazione delle due Julieta, che ricordano a loro modo la protagonista di Tutto su mia madre, non sembrerebbe neppure un film di Almodóvar. Del resto se c’è qualcosa dell’autentico Almodóvar in questo film è proprio l’esplorazione di quel rapporto unico che c’è tra madre e figlia, e in questo il regista spagnolo resta imbattibile.

Voto: 7,5 / 10

Nancy Aiello, da “freneek.it”

 

 

 

Gli addii sono importanti: bisogna saperli dare e quasi mai ci riusciamo. Siamo più bravi a dare le colpe, a noi o agli altri. Siamo più bravi a scappare, a strappare la vecchia carta da parati, a fare l’amore su un treno con uno sconosciuto, a fingere di cambiare città per non farci trovare mai più. Gli addii sono difficili, bisogna saperli incassare e quasi mai ci riusciamo. E spesso passiamo vite intere a cercare di recuperarli, come se perdere qualcuno  – un amore, un figlio, qualcuno – fosse una pena da espiare per sempre. Parla di addii interrotti e inseguiti a vita, sensi di colpa, accudimenti, partenze e ritorni, questo Julieta, emozionante nuovo lavoro di Pedro Almodovar, presentato in concorso all’ultimofestival di Cannes.

Di storie di madri al cinema ultimamente ne abbiamo viste tante. Da Mia Madre di Nanni Moretti al toccante Room di Lenny Abrahamson: la crisi riporta la creatività nei posti sicuri, dove ci si nutre, dove ci proteggono. O dove noi, crescendo, per uno strano paradosso, a nostra volta proteggiamo.

Con Julieta, Almodovar, che alle donne ha sempre dedicato tinte rosse e poesia, offre una narrazione meno pomposa, meno grottesca, meno ossessionata dai suoi temi, e lascia che a raccontare sia solo la protagonista. Una donna che hadue facce – quella straordinariamente bella di Adriana Ugarte e quella splendidamente vissuta di Emma Suarez – e un destino solo: perdere e cercare. Una femmina che se fosse un mito greco sarebbe Ulisse, che all’acqua del mare e al viaggio deve tutto: la sua  gioia, la sua disgrazia, la sua consolazione.

Nella stessa vita di questa bionda inquieta anni 80, che si tramuta in elegante signora, col tempo, troviamo altre donne, tutte determinanti, dee vitali. Mentre gli uomini, sullo sfondo, si muovono in preda a istinti carnali e umani. E più le donne scelgono, fuggono, insinuano, modellano, come sirene, streghe pazze,figlie accudenti, amiche di sangue, eroine in fuga, più gli uomini assistono, subiscono il fascino, accompagnano, vengono sommersi. Mentre Madrid diventa l’altra donna, quella che sa tenere mille segreti, che sa nascondere, difendere e restituire. E New York – città iniziale dell’ambientazione di Julieta – si allontana definitivamente, assieme al libro della Munro, In Fuga, che ha solo vagamente ispirato questo film.

A chi ha criticato il finale di Julieta – finalmente imposto, senza il noioso bisogno di spiegare tutto – notando lo stile egocentrico di Almodovar, ci sentiamo di dire che il solito stile, che a noi piace, stavolta era invece discreto. Che era più un libro di Murakami e un disco di Sakamoto – entrambi citati con grazia. Che la fotografia era più ariosa e la storia – sensuale, popolata, centrifuga – era forte, in grado di sostenersi senza artifici. Anche l’uso del rosso, tanto caro al regista, stavolta era diverso: perchè era il rosso del cuore di una donna a parlare, non le sue ossessioni, non le sue manie. E c’era anche molto bianco in questo film, molto posto e del silenzio. E lo spazio era tutto per Julieta, per le sue mani che scrivono ricordi, per i suoi capelli biondi e strani, per l’amore che ha dato, per le scelte che solo una madre può capire. Come decidere di attaccarsi per 12 anni auna speranza cieca e bella: quella di vedere tua figlia ritornare.

Laura Cappelli, da “pianetadonna.it”

 

 

 

Il rosso acceso, l’azzurro, quasi blu, e il giallo.
Tre colori, tre personaggi, tre vite che si incontrano e si generano in Julieta, l’ultima fatica diPedro Almodóvar presentata nella selezione ufficiale del Festival di Cannes 2016.
Proprio come nella scelta cromatica della fotografia, anche nella trama di Julieta ci sono tre protagonisti. Una madre, il rosso, in procinto di partire per il Portogallo e cambiare vita, allontanandosi per sempre da Madrid. Un incontro casuale, con un fantasma del passato, le farà riaffiorare ricordi ormai sopiti di antichi e misteriosi trascorsi. Julieta, questo il suo nome, sente il bisogno di rimettersi in contatto con la figlia (rappresentata dal colore giallo) ormai lontana, e di scriverle una lettera in cui confessarle la verità dietro alla loro improvvisa separazione. Ma c’è un altro individuo che tornerà a tormentare la memoria di Julieta, il blu, il suo primo marito. Che fine ha fatto l’uomo? E perché Julieta tenta in ogni modo di rimuovere il passato?
Almodóvar articola la sua opera attraverso il flusso dei ricordi della protagonista per parlare dell’abbandono, della mancanza e della ricerca della propria strada a seguito di un deragliamento della vita. E in questo, nonostante la pellicola non eluda alcuni difetti, è perfetto.
Il primo fotogramma riempie lo schermo di rosso, vediamo delle forme muoversi lentamente senza riuscire a decifrarle. Quello che sembra il petalo di un fiore si scopre essere il dettaglio di un vestito, e la storia comincia.
Un inizio eccellente per un film che, lungo tutto la sua durata, dà l’impressione di perdersi spesso nell’indecisione con cui riprende i ‘commedianti’. Nessuno dei tre colori prevale sullo schermo come nella prima inquadratura e, così, nessun personaggio ha la forza di diventare vero protagonista della storia. Questa scelta, o non scelta, provoca spaesamento e affatica lo sviluppo del racconto che naviga a vista, fermo restando la sua solida struttura tematica. La voglia di fare un cinema poetico, ma al contempo concreto, addensa la pellicola di metafore visive non sempre necessarie, di momenti ‘caricaturali’ o di dialoghi falsi, per quanto significativi.
Julieta – Photo: courtesy of Warner Bros. Entertainment Italia
Il regista spagnolo parifica questo deficit di forma con una potenza assoluta a livello comunicativo. È eccezionale la capacità con cui, nel bellissimo finale, riesce ad essere diretto e traslare in parole tutto ciò che ha voluto trasmettere nelle immagini.
Non avrebbe guastato una maggiore originalità nella messa in scena e, quando le trovate registiche arrivano, non si può non pensare a quello che questo lungometraggio poteva divenire con un pizzico in più di coraggio. Invece il melodramma si fa a tratti troppo convenzionale e in parte artificiale. C’è una mano dietro alla vicenda, ma non sempre resta invisibile. Ma c’è anche molto altro in Julieta: c’è un salto temporale meraviglioso, con protagonista un asciugamano, per non parlare di un cervo in computer grafica (non all’altezza) e di un treno, allegoria della vita, in cui chi decide di scendere rischia di non scomparire mai dai ricordi di coloro che hanno condiviso il viaggio con lui.
Consigliato a: chi vuole andare oltre le mancanze di un film per ricercare il pensiero del suo autore.
Gabriele Lingiardi, da “cineavatar.it”

 

 

In concorso alla Croisette non più di una manciata di giorni fa, Julieta è un film di Almodóvar in tutto e per tutto, perfetto compendio della poetica del suo autore che, dopo Gli amanti passeggeri, lascia assaporare quel gusto agro-dolce che ne costituisce la cifra stilistica. Questo ventesimo lungometraggio è una creatura ansiogena e totalizzante, grazie a cui il regista spagnolo torna all’universo femminile visitato nel 2006 con Volver. La sinuosa Julieta è gravida degli oscuri presagi de La Pelle che abito, pur ricordando per alcuni aspetti gli hitchcockiani Abbracci Spezzati, sebbene ora sia tutta una questione di madre.
Julieta è l’epopea della vita della protagonista per tre decadi colme di omerica nostalgia, durante le quali scoprirà che le persone che credeva di conoscere meglio al mondo – padre, marito e figlia – le sono estranee. E’ anzitutto un dramma greco la cui (anti)eroina pur muovendosi di poco da casa, attraversa oceani e continenti interi con la mente, alla costante ricerca di chi non c’è più: prima il marito, che morirà durante una tempesta in mare, poi la figlia, che a diciott’anni scomparirà senza lasciare tracce. Julieta è una donna marginalizzata dalla sua stessa vita, un’insegnate di lettere classiche, da qui il protagonismo dichiarato della nostalgia per un’età dell’oro che non possiamo che sognare nella memoria. Chiave di volta (colta) dell’opera è una scena in cui la donna narra ai suoi studenti del pellegrinaggio di Odisseo verso casa. Riuscirà Julieta a trovare la sua Itaca? Cosa, o meglio, chi sarà?
Suddiviso in tre segmenti narrativi – l’incontro con Xoan, la vita con la figlia Antia e la sopravvivenza dopo il suo abbandono -, l’atmosfera è quella del thriller della memoria. La cornice narrativa è costituita dalle confessioni che la protagonista ormai adulta affida ad una lettera per la figlia, non importa se verrà spedita o no. Alcuni particolari passeggeri ma squisiti contribuiscono a rendere Julieta tutto fuorché un Almodovar minore, come una critica miope l’ha ingiustamente tacciato d’essere; si pensi al dettaglio di un orologio rotto dopo una scena particolarmente drammatica o al cambio d’attrice (Emma Suàrez e Adriana Ugarte aperte e generose) per mostrare la metamorfosi fisica della protagonista dopo la depressione. Da brividi è l’interpretazione di Rossy de Palma nel ruolo di Marian la domestica di Xoan, nonché la più hitchcockiana fra i protagonisti. Una storia di perdite e ritrovamenti, gente in come o quasi in coma, tradimenti e speranze narrate con una tavolozza ricca e sontuosa, pop e lussuriosa al tempo stesso. Un film che scuote, capace di alternare la violenza d’un pugno nello stomaco a scene di pura poesia.

Erica Belluzzi, da “cinemamente.com”

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