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Il figlio di Saul

Il figlio di Saul

 

 

Il funzionamento dell’Olocausto, lo sterminio e lo smaltimento dei “pezzi”, i cadaveri.

Ottobre 1944, campo di Auschwitz-Birkenau, Saul Auslander, ungherese, fa parte di un Sonderkommando: ebreo, aiuta le SS nello sterminio, ovvero accompagna altri ebrei nelle camere a gas, li rassicura, li fa spogliare per la doccia che non ci sarà. Poi, estrae i cadaveri, li mette nei forni e pulisce.

Ogni giorno, ogni ora, la routine dello sterminio, perché i treni non si fermano giorno e notte, Auschwitz lavora a pieno regime.
Mentre i preparativi della rivolta serpeggiano nel Sonderkommando, Saul scopre nel cadavere di un ragazzo dai capelli scuri il proprio figlio, e tenta l’impossibile: salvarlo dalle fiamme per offrirgli una degna sepoltura, con tanto di rabbino…

In Concorso a Cannes 2015, dove ha vinto il Grand Prix, l’esordio alla regia dell’ungherese Laszlo Nemes non fa prigionieri: Son of Saul, se un dio del cinema esiste, lo troveremo in palmares e per dirlo a festival appena iniziato ce ne vuole. Ma non è incoscienza, la nostra, o facile entusiasmo: già assistente del sommo Bela Tarr, Nemes riesce a ridare nuovo nitore all’Olocausto visto attraverso al cinema, e non è impresa da poco.
Il formato dell’immagine è quasi quadrato, la macchina a mano tallona Saul nell’Inferno del campo, un Inferno che seguiamo attraverso i suoi occhi, con la (falsa) soggettiva della dannazione: non ci sono campi totali, solo inquadrature ravvicinate, forzatamente parziali, inconcludenti, “rumorose” – e infatti il lavoro sul sonoro è strepitoso.

Ed è, tutto, documentato: Nemes, che ha avuto parte della famiglia assassinata ad Auschwitz e ha sempre trovato frustrante la miticizzazione insita nei film sui campi, ha trovato ispirazione in Requiem per un massacro di Elem Klimov (1985), soprattutto, ha adatatto e assemblato le testimonianze di veri membri dei Sonderkommando di Auschwit, Le voci sotto al cenere, conosciuti anche come i Rotoli di Auschwitz.

Nella parabola di Saul, tra il caldo dei forni, il sudario del figlio, i seni dei cadaveri scorciati, le esecuzioni e la fabbrica dell’intesa estinzione di massa degli ebrei, intuiamo davvero, come forse mai prima, che cosa è stato l’Olocausto lì e allora, nella geometria della morte del campo: Son of Saul è uno zombie movie, ce lo dice che stiamo vedendo morti che camminano e altri che non camminano più, soprattutto, lo fa davvero senza mitizzare, senza falsa speranza, ma senza nichilismo, piuttosto con quella umanità intesa quale assenza.

E’ un grande film, da premio e premio importante qui a Cannes, che rinnova la letteratura filmografica sul tema, riportandoci lì in carne, ossa e dolore dove tutto è iniziato. La fine dell’uomo, il carnefice, la vittima e chi sta in mezzo, il Sonderkommando, una vittima diversa. Non perdetelo.

Voto: 5/5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

 

L’orrore in secondo piano

In effetti è vero, quale poteva essere il problema più drammatico per i campi di concentramento nazisti? Lo smaltimento dell’enorme massa di prigionieri che veniva ingoiata, lavorata ed espulsa dalla gigantesca, oliatissima macchina di morte di indicibile inumanità. Dagli accessori, vestiti, scarpe, suppellettili varie, compresi gioielli e denti d’oro, al definitivo scarto finale, i corpi, tutto andava “archiviato” con precisione.

Nel campo di Auschwitz, Saul fa parte dei Sonderkommando, gruppi di ebrei sotto comando dei kapo, che aiutavano i nazisti a condurre gli ebrei dai treni alle camere a gas, per poi trasportare i corpi (denominati Stuck, pezzi) nei forni, e riordinare, suddividere, setacciare, stoccare bagagli e abiti e oggetti personali e alla fine spalare e disperdere nel fiume le ceneri. La sua storia, lungo la quale scorre il film, è semplice: Saul riconosce, o crede di riconoscere, non importa, il proprio figlio adolescente in un cadavere. Deciso a dargli degna sepoltura e a strapparlo alla cremazione, sottrae il corpo e inizia la folle ricerca di un rabbino, per dargli degna sepoltura. Ma sono gli ultimi giorni di guerra, il campo lavora a ritmo frenetico, una rivolta cova nell’aria. Ciò che importa in Son of Saul, ciò che ne fa IL film sui campi di concentramento, è la tecnica usata daLászló Nemes per raccontarci quanto avviene. Il film è girato in 4/3 e lo schermo è sempre occupato dalla figura del protagonista, testa e mezzo busto (ogni tanto nell’inquadratura entra qualche altro personaggio, al suo fianco) e l’ambiente circostante, nel quale scorre ininterrotto l’orrore, si vede frammentariamente, talvolta anche leggermente sfocato. Ma è ugualmente l’inferno in terra e i suoni sono agghiaccianti. Il figlio di Saul è un film che mai scivola sul patetico, mai commuove, come certe inevitabilmente tragiche storie ambientate nei campi (negazionisti prego astenersi) o infastidisce come altre storie più recenti, costruite per un pubblico poco informato che tramutano i nazisti in cattivi da operetta. Qui la follia dell’organizzatissimo progetto rompe la dimensione dello schermo e da sfondo dilaga, invade gli occhi e l’anima di chi guarda. E non è retorica. Il protagonista è Géza Röhring, dalla faccia pietrificata nella concentrazione selvaggia per portare a termine il proprio “lavoro”, concentrato sul dettaglio, per non guardare il quadro intero. Perché, come restare vivi in quelle condizioni? Il mistero della spinta vitale che induce, beffardamente, a non arrendersi mai, a non ammazzarsi o farsi ammazzare per mettere fine all’orrore, rimane senza spiegazione. Allora i campi, quei campi, erano stati chiusi diventando monumento, monito. Ma in contemporanea altri lavoravano a pieno ritmo, sotto altri regimi e tanti altri ancora sono stati (e sono) aperti in paesi diversi, di uguale barbarie. Certo mai con la sublime organizzazione tedesca, vero caso limite nella storia dell’umanità. Ma non è mai finita, finché ci saranno uomini che obbediranno ed eseguiranno, con o senza una divisa.
Voto: 10/10
Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

 

Film-rivelazione dell’ultimo Festival di Cannes, Il figlio di Saul è il primo lungometraggio dell’ungherese Laszlo Nemes, finora autore di soli cortometraggi. Già sulla kermesse aveva riscosso parecchio successo tanto da essere additato, a poche ore alla cerimonia di chiusura, come il più vicino alla Palma d’oro. Ci è andato, però, parecchio vicino, vincendo il Grand Prix du Jury, oltre al Premio FIPRESCI e al Premio François Chalais. Da lì in poi, il destino di questo film sembrava già segnato: vincere l’Oscar per il miglior film straniero. E infatti, dopo aver conquistato il Golden Globe in quella categoria, ed essere riuscito ad entrare nella cinquina finale, eccolo lì in pole position per quel premio. Un film che, pur venendo dall’Ungheria, di certo non è passato inosservato e che difficilmente verrà dimenticato.

C’è una sola parola per definire questo film: perfezione.

Innanzitutto, non aspettatevi il “solito film sull’Olocausto che piace tanto agli Academy”. Non affrettatevi ad affibbiargli questa orribile etichetta che proprio non si merita. Perché Il figlio di Saul è di più, molto di più. È una lezione di cinema. Il regista, pur al suo primo lungometraggio, dà uno schiaffo morale a tutti quei registi che realizzano opere prime molto a fatica, a causa della scarsa attenzione che riscuotono dai produttori i talenti emergenti.

La domanda che il film pone, riscrivendo praticamente la storia del cinema contemporaneo, è questa: come realizzare un gran film con pochi mezzi? Il regista si avvale di un solo personaggio, moltissima camera a spalla e di tutta una serie di piani sequenza, che aumentano la partecipazione dello spettatore al film.

Brutale, intenso, neorealista, concitato. Questi sono i tre termini che riassumono alla perfezione quest’opera monumentale di Laszlo Nemes.

Ambientato durante gli orrori di Aushwitz, nel 1944, l’ebreo ungherese Saul Ausländer, prigioniero addetto ai forni crematori (Sonderkommando), si imbatte improvvisamente nel corpo morto del figlio. Ma, invece, di piangerne la morte, si preoccupa subito di dargli una degna sepoltura, secondo il rito ebraico, con tanto di preghiere del Rabbino. Ma nessuno sembra intenzionato ad aiutarlo. L’uomo, però, non si arrende e attraversa gli orrori della guerra, inseguendo ciecamente il suo obiettivo.

L’esperienza di Auschwitz è filmata dal regista come una lunga discesa degli inferi, come se la mdp venga spesso soffocata dalla folla, dal delirio di quelle anime in pena. E non è un caso che la fotografia, a un certo punto, verso la fine, si tinge di rosso fuoco.

Il figlio di Saul è sguardo. Lo sguardo arrabbiato di Saul, una rabbia profonda, oppressa, a cui non è dato di esplodere nel contesto in cui si trova. Una rabbia profonda che non si traduce in scatti nervosi ma nella più lontana ombra che alberga negli occhi di Géza Rohring. E’ lo sguardo quasi impassibile di Saul sia di fronte al corpo del figlio morto, perché la morte è la faccia più evidente di quel contesto, sia di fronte a tutti gli orrori che gli stanno attorno, perché gli altri sono solo comparse nella sua odissea. È lo sguardo lucido del regista, un occhio che insegue i personaggi come in Ladri di biciclette, un occhio che talvolta si rifiuta di guardare e le riprese diventano volutamente sfocate. E sta proprio in questo sguardo la potenza di questo film. Questo film non fa che ricordarci che il cinema è ed è sempre stato sguardo. Un monito tutt’altro che scontato.

E Saul Ausländer è uno dei personaggi più belli del cinema degli ultimi dieci anni e ha il volto dell’immenso Géza Röhring, un attore che la mdp non ha bisogno di inquadrare costantemente negli occhi per evidenziarne la bravura: è in grado di recitare perfettamente perfino di spalle, inquadrato sulla sola nuca.

Claudio Rugiero, da “darksidecinema.it”

 

 

Ottobre 1944. Saul Ausländer è un ebreo ungherese deportato ad Auschwitz-Birkenau. Reclutato come sonderkommando, Saul è costretto ad assistere allo sterminio della sua gente che ‘accompagna’ nell’ultimo viaggio. Isolati dal resto del campo i sonderkommando sono assoldati per rimuovere i corpi dalle camere a gas e poi cremarli. Testimoni dell’orrore e decisi a sopravvivervi, il gruppo si prepara alla rivolta prima che una nuova lista di sonderkommando venga stilata condannandoli a morte. Perduto ai suoi pensieri e ai compagni che lo circondano, Saul riconosce nel cadavere di un ragazzino suo figlio. La sua missione adesso è quella di dare una degna sepoltura al suo ragazzo. Alla ricerca della pace e di un rabbino che reciti il Kaddish, Saul farà la sua rivoluzione.
Aveva ragione Jacques Rivette, la vocazione dei film che trattano la Shoah è quella di essere discussi, il rischio quello di essere contestati. Sulla materia esiste un corpo teorico che resiste e non smette di provocare fruttuose controversie: due articoli (“De l’abjection” di Jacques Rivette e “Le travelling de Kapo” di Serge Daney) e un film monumentale (Shoah) che hanno articolato ieri la relazione tra l’orrore e la sua rappresentazione, tra la storia dei campi e quella del cinema. La domanda oggi è sempre la stessa, come fare a raccontare un avvenimento che per la sua dimensione e il suo peso di orrore sfida il linguaggio? Come rendere conto dell’universo concentrazionario senza sottostimarne l’orrore?
László Nemes, regista ungherese al suo esordio, prova a rispondere prendendosi il rischio e la responsabilità formale e morale attraverso un film che sceglie il 4:3 come luogo di composizione e di ‘ricomposizione’ di un corpo. Perché al centro di Son of Saul c’è il cadavere di un ragazzino che un padre vuole sottrarre alla voracità dei forni crematori, un corpo morto tra milioni di corpi morti che Nemes lascia sullo sfondo sfocato e infuocato dalla furia nazista. Le proporzioni del formato, che limitano lo sguardo e fugano la spettacolarità delle immagini, rimarcano il punto di vista del protagonista. Ma Saul è anche il bersaglio per il fucile delle SS e per la macchina da presa. Sulla giacca che indossa è verniciata una ics rossa che lo rende immediatamente distinguibile e vulnerabile dentro l’inferno della soluzione finale. A un passo dalla rivolta armata messa in atto dai sonderkommando ad Auschwitz nel 1944, la macchina da presa converge sullo sguardo di Saul che ha scelto un’altra forma di resistenza: preservare l’integrità e la sacralità del corpo di suo figlio. L’ossessione con cui Saul persegue quella volontà lo tiene ostinatamente in vita e colma istericamente il trauma di cui è stato complice obbligato e incolpevole. Alle cremazioni sommarie, indifferenti alla liturgia e al commiato, contrappone un gesto umano che lo conduce attraverso una Babele concentrazionaria in cui uomini e donne, ridotti a sofferenza e bisogno, sopravvivono e muoiono per un sì o per un no. In un clima di isteria e assuefazione collettiva, che il regista restituisce con la sfocatura, emerge Saul che perso a se stesso non ha ancora perso tutto.
Dal fondo in cui giacciono uomini ridotti a ‘pezzi’ dalla fabbrica della morte, Nemes separa e mette a fuoco Saul, ricostruendo con lui e attraverso i suoi spostamenti all’interno del campo un luogo al di fuori di ogni senso di affinità umana. È l’assuefazione a regnare davanti alle porte delle camere a gas, un meccanismo naturale di protezione che non fa più caso all’orrore che resta fuori campo e delegato ai suoni, ai rumori, alle parole, agli ordini urlati, alla paura muta, alle preghiere, ai canti sacri. Lo spettatore guarda soltanto l’oggetto della ricerca del protagonista, ricerca che scandisce il ritmo visuale del film, reso instabile e organico dalla pellicola. Sono i frammenti raccolti dal suo sguardo che permettono la ricostruzione della visione e di un’idea fissa che guadagna al film e alla vita di Saul un senso umano, arcaico e sacro. Dentro un formato saturo del meglio e del peggio dell’essere umano, dentro un formato che riduce il movimento e isola una personale ricerca verso una vita che si vorrebbe ancora e disperatamente ingrandita, si svolge la sfida di László Nemes.
Consapevole dell’impossibilità di dire qualcosa di definitivo sull’argomento, l’autore ha coscienza dei vuoti necessari e dei pieni superflui, s’impone dogmi etici ed estetici e prova a resistere dentro un quadro che qualche volta tracima, aprendo ai lati sui predatori, sulla visione piena di luoghi e azioni, sul realismo insopportabile. Negativo de La vita è bella, Son of Saul è un incubo a occhi aperti in cui un padre ha perso la battaglia con la vita ma vuole vincere quella con la morte, ricomponendola con l’assistenza di un rabbino. La follia nazista non può essere nascosta a quel figlio (probabilmente) mai avuto ma così necessario a riparare il senso di colpa indotto dai carnefici alle loro vittime. Un figlio che accende la sua unica intenzione e il suo ultimo sorriso.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Son of Saul è ad oggi il film più complesso visto in Concorso. Atterrato sulla Croisette quasi fosse un alieno, trattasi di un’opera prima di non facile collocazione. Un’ambiguità che, è bene dirlo, in larga parte gioca a suo favore; è la rimanente parte a mettere in difficoltà. Pronti via veniamo scaraventati in un campo di concentramento nazista; 4/3 è il formato che ci accompagna lungo tutto il corso del film, che segue ossessivamente Saul, ebreo-ungherese che fa parte deiSondekommando.

Trattasi di collaboratori reclutati dai nazisti tra gli ebrei internati, ai quali venivano affidati compiti infami: a conti fatti la manovalanza becera e senza cervello dei tedeschi, pronti a rispondere ad ogni comando, non importa quanto sporco. Nelle primissime fasi Saul partecipa ad una delle raccolte dei prigionieri, stipati dentro una stanza immensa. Una scena tremenda, che Laszlo Nemes ci consegna con un rigore che è poi lo stesso che contraddistingue l’intero film.

Niente brani, in compenso un montaggio sonoro da fare invidia, tanto che da lì passa buona parte della riuscita di Son of Saul. Ci sono passaggi in cui la commistione di immagini e suono fa letteralmente accapponare la pelle; all’inizio per esempio, proprio dopo aver chiuso tutte quelle persone nella camera a gas: urla stranzianti, suppliche, pugni nelle pareti, il tutto in crescendo. E davanti alle porte Saul che fissa il vuoto. Oppure ancora la scena nella foresta, tra lanciafiamme ed esecuzioni sommarie che si avvicendano con una naturalezza devastante, uno scenario infernale, che sentiamo sulla nostra pelle.

Qui però è bene evidenziare che il film di Nemes tutto è fuorché il solito film sulla tragedia umana dell’olocausto ebraico; facendo fondo ad uno sforzo tecnico di livello molto alto, il contesto viene tenuto sullo sfondo per l’intero film, sia in termini di narrazione che a livello visivo. Con un solo obiettivo, tenendo la macchina da presa incollata alle spalle di Saul, Nemes ci nega l’abiezione di quell’ambiente lì, che nell’inquadratura, quando entra, lo fa sistematicamente in maniera sfocata. Come a dire che sì, guardate in che palude di zolfo si muove il protagonista; epperò a lui tocca risolvere un altro mistero.

E si torna di nuovo a quella prima camera a gas. Tra i cadaveri accatastati uno sopra l’altro viene fuori che un ragazzino è rimasto vivo, sebbene in condizioni pessime. Senza che nulla venga anche solo vagamente chiarito, aleggia l’idea che si tratti del figlio di Saul; lui dice così, altri lo prendono per folle poiché sanno che non ha figli. Chi dice la verità? Si tratta di una prima metà di film trascinante, dove questo doppio binario sconvolge e attrae al tempo stesso, in cui la storia segue Saul e la sua ricerca di un rabbino, mentre lo sguardo ci mostra il caos di una prigione a cielo aperto dove può letteralmente accadere di tutto. E noi si cerca di capire questo indecifrabile personaggio, chiedendosi se sia impazzito e quando di preciso, se non addirittura prima che il film cominciasse a seguirne i passi.

Il bello è che ritmicamente parlando Son of Saul denota una cura encomiabile, tanto più se si pensa che è un’opera prima. Incalzante come un action che non dà respiro, la capacità del film nel tirare proprio dentro la vicenda, risucchiandoci in quella spirale d’insensata violenza, cruda, senza filtri, rappresenta senz’altro una delle sfide da cui Nemes ne esce con maggiore bravura. Non c’è un attimo di tregua, mentre peraltro gli eventi si assommano, accavallandosi in maniera tutto sommato organica, al netto di una mancata verosimiglianza che riguarda Saul, e nello specifico il suo girovagare per il campo come un ago perso.

Affidandosi all’evocazione non come sostituto ma come parte integrante di ciò che invece viene mostrato, anche se in modo tutt’altro che netto; perché in Son of Saul fa più paura ciò che avviene oltre quell’asfissiante quadro, là dove non ci è concesso vedere, impartendo a suo modo una lezione a certi complici del terrore quali sono e sono stati certi operatori della visione compulsiva a mo’ di promozione. Le immagini, sembra dirci Nemes, sono quasi nulla in confronto a ciò che si può sperimentare a certe condizioni; reiterarle compulsivamente vuol dire perdere qualcosa, che il loro venire a tratti meno invece amplifica all’inverosimile.

Al momento non è facile esprimersi meglio di così a riguardo. Perché l’impressione è che Son of Saul è un film che crescerà col tempo, e che sicuramente già ora meriterebbe una seconda visione per colmare certi buchi su cui in fin dei conti edifica la sua forza. Noi ci sbilanciamo e diciamo pure di più: sarebbe un’ottima Palma alla regia.

Voto: 9/10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Esordio al lungometraggio del regista ungherese László Nemes, Il figlio di Saul rilegge il dramma dei campi di sterminio con una fortissima idea di messa in scena, appesantita però da una soluzione narrativa poco azzeccata. Gran premio della giuria al Festival di Cannes.
Dio, perché mi hai abbandonato?
Ottobre 1944, Auschwitz-Birkenau. Saul Ausländer è un membro ungherese del Sonderkommando, il gruppo di prigionieri ebrei isolati dal campo e costretti ad assistere i nazisti nella loro mostruosa macchina di sterminio. Mentre lavora in uno dei crematori, Saul scopre il corpo di un bambino che prende per suo figlio. Vuole dargli una degna sepoltura. [sinossi]
Allievo di Béla Tarr, l’ungherese László Nemes sembra aver imparato alla perfezione la lezione del maestro, quantomeno sul piano della messa in scena. Con Il figlio di Saul, suo lungometraggio d’esordio presentato in concorso alla 68esima edizione del Festival di Cannes (ed era da quattro anni che un esordiente non riusciva a meritarsi la competizione cinematografica più ambita del mondo), Nemes realizza infatti una specie di miracolo registico, circoscritto però soprattutto ai primi minuti del film e infiacchito da una narrazione e da un’idea di racconto che solo nel finale riesce a dare appieno i suoi frutti.
Il miracolo sta nell’efficacia con cui in Il figlio di Saul viene mostrato l’aspetto forse più orribile dei campi di sterminio, il ruolo dei Sonderkommando, gruppo speciale istituito dai nazisti che sceglievano arbitrariamente dei prigionieri ebrei perché fossero d’aiuto nell’uccisione degli altri internati. Una soluzione, quella adottata dai tedeschi, che ha finito per alimentare per decenni un terribile senso di colpa in chi si è ritrovato a svolgere quel compito.
Senza sovrastrutture ideologiche o verbalizzazioni inutili, Nemes ci dice tutto visivamente. Seguendo o anticipando infatti il suo protagonista Saul con una macchina a mano stretta sul suo volto e sul suo corpo, il film ci illustra tecnicamente come il ruolo del Sonderkommando fosse quello, mostruoso, di ‘stare in mezzo’, né con i nazisti né con le vittime. La loro funzione di supporto logistico li portava a disumanizzarsi e a vedere senza guardare, ed ecco perché i corpi affastellati appaiono spesso fuori fuoco (dato che vediamo nitidamente solo il volto di Saul) ed ecco perché i nazisti sono inquadrati raramente e si sentono soprattutto le loro voci e le loro urla belluine. Quasi come un automa, Saul esegue i suoi compiti, come se si trovasse a fare da semplice addetto alle pulizie (lavando il sangue, svuotando le tasche delle giacche dei morti, accompagnando alla docce i prigionieri).
Saul dunque sa, ma ha deciso che non vuole – e non deve – vedere. Senonché ad un certo punto spunta fuori un bambino che è sopravvissuto per qualche minuto in più rispetto agli altri. Una stranezza, un segno del destino forse, ed ecco che Saul improvvisamente cambia e decide che quel bambino è suo figlio e merita perciò di essere seppellito secondo il rito ebraico e non bruciato insieme agli altri.

Da questo momento in poi, Il figlio di Saul cambia registro e si modifica anche nella costruzione della messa in scena (visto che, ad esempio, si torna a tratti a più normali campi/controcampi). Il problema è che questa forzatura narrativa interviene già pochi minuti dopo l’inizio del film, facendoci immediatamente rimpiangere i primi magnifici piani sequenza. Difatti, ci si domanda, cosa colpisce tanto profondamente Saul da fargli cambiare approccio rispetto all’orrore? Basta il fatto che si tratti di un bambino? E cosa ha questo bambino di diverso, forse il fatto di essere sopravvissuto per pochi minuti in più? Non ci sembra comunque abbastanza e non ci sembra che la questione venga debitamente sottolineata.
Entrato in una dimensione più classica, con un tema da sviluppare – dare sepoltura al bambino significa seppellire la nuova generazione, togliere ogni speranza al futuro, ma anche ridare dignità alla morte – Il figlio di Saul incappa anche in una serie di “ingolfamenti”, dilungandosi per esempio oltremisura nella ricerca del rabbino che possa pregare durante l’improvvisato rito funebre.

Per fortuna però, Nemes dimostra proprio in extremis, con un finale bellissimo, di avere talento anche nel ribaltare le prospettive concettuali, nel rimettere in gioco il discorso portato avanti fin là. E allora non si può negare che Il figlio di Saul possa apparire come il degno esordio di un regista destinato probabilmente a fare grandi film.

Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

 

 

I Sondekommando erano gruppi di prigionieri che, nei campi di sterminio, erano obbligati a collaborare con i nazisti e le SS nei loro perversi disegni. Come ci spiega la didascalia che apre Son of Saul, esordio dell’ungherese László Nemes, già assistente di Bela Tarr, questi gruppi erano formati perlopiù da ebrei di robusta costituzione, destinati a lavorare intensamente all’eliminazione di altri ebrei per pochi mesi prima di essere eliminati a loro volta.

Dopo queste poche, essenziali coordinate, il film di Nemes si apre sul volto del protagonista, il Saul del titolo, che in breve capiamo essere uno dei Sonderkommando, impegnato come gli altri nelle operazioni che devono condurre centinaia di ebrei appena arrivati al campo nelle docce. Nemes ce lo racconta in primo piano, di volto o di nuca, tenendo il diaframma chiuso per rendere confuso e indistinto quel che avviene attorno a lui, con un piano sequenza che restituisce la concitazione aberrante di quella situazione e chiuso in un claustrofobico formato in 4:3; e così ce lo racconterà per tutta l’ora e 47 minuti di Son of Saul, racconto in tempo quasi reale di un orrore che pervade e di un angoscia che non lascia scampo, lontanissimo dalla retorica del dolore della maggior parte del cinema che ha raccontato lo sterminio degli ebrei e i campi di concentramento.

Non c’è tempo per il dolore, in Son of Saul. E l’orrore non è tanto quello delle aberrazioni che avvengono attorno al protagonista, quanto quello di una realtà infernale, dove si corre senza avere via di scampo, dove la sopravvivenza è mero gesto abitudinario e istintuale, poiché la vita, oramai, è da un altra parte. La vita è oramai un’illusione, un miraggio, come forse quello di Saul, che crede di vedere nel ragazzino sopravvissuto al gas (e prontamente soffocato manualmente da un medico nazista) un figlio che forse non ha mai avuto, o forse sì: poco importa. Perché quello che importa è che da quando quel ragazzo sopravvissuto per morire capita sotto gli occhi dell’uomo, questi si attiva mettendo a rischio la sua vita e quella dei suoi compagni per trafugarne il cadavere, cercare di dargli sepoltura, trovare un rabbino che ne celebri il funerale.

Comincia così la corsa senza fiato di Son of Saul, che segue il suo protagonista e noi con lui. Saul cerca di portare a termine il suo piano, con disperata determinazione, silenziosa e testarda, ma per farlo deve fare lo slalom tra gli orrori del campo che noi percepiamo in maniera ancora più terribile sullo sfondo: tra i corpi nudi a terra, le pile di abiti, il saccheggio dei beni, i depositi di valige, i forni crematori, i cumuli di ceneri da smaltire, i kapò, i nuovi arrivi di deportati, i colpi alla testa, le fosse comuni, i ricatti tra prigionieri, le gerarchie, i piani segreti di rivolta, le piccole e grandi corruzioni degli altri e delle anime.

Corre, Saul, senza respiro, perché solo i vivi respirano, e lui in fondo non lo è; sfiorando a più riprese quella morte alla quale comunque è destinato e che sta già vivendo nell’inferno del presente. “Deludi i vivi per dare la precedenza ai morti,” gli dice un altro prigioniero: ma resta da vedere chi è davvero vivo, e chi è già morto.
Corre, Saul. Si affanna, si arrangia, si barcamena, testardo: nell’illusione che dare sepoltura a quel ragazzo (a un ragazzo) possa essere un sollievo, una salvezza, il recupero di un’umanità abbrutita e umiliata, bruciata e dispersa. E noi corriamo con lui, storditi dal susseguirsi degli eventi e dal girone infernale senza fine che abita.
E sorride una volta sola, alla fine della corsa, di fronte alla sublimazione improvvisa e inaspettata dei suoi fantasmi, all’imminenza di una morte che è l’unica consolazione possibile di fronte a tanto orrore.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

Ad aggiudicarsi il Grand Prix, secondo in prestigio solo alla Palma d’Oro, nell’edizione appena trascorsa del Festival di Cannes – dal palmarés anche più contestato del solito, soprattutto tra le fila nazionali – è stata un’opera prima che dopo aver destato notevole interesse durante il concorso, ha incontrato un consenso pressoché unanime in sede di premiazione. Del resto potremmo definirla l’esordio di un non esordiente, visto che il regista, l’ungherese László Nemes – in curriculum già una manciata di cortometraggi – può pure fregiarsi di un apprendistato col maestro Béla Tarr, del quale è stato assistente durante le riprese de “L’uomo di Londra”. Ma se da un lato Nemes dimostra di aver carpito dal suo eminente connazionale un prezioso bagaglio di tecniche e strategie registiche che ne palesano la riconoscibilissima marca, d’altra parte si muove in piena autonomia e, forte di una propria idea di cinema, affronta audacemente una delle prove più arrischiate che un cineasta, peraltro al suo debutto, possa prefiggersi: raccontare un uomo, o quel che ne resta, nei campi di sterminio nazisti.

Nonostante il tema si presti sempre (e comprensibilmente) a polemiche più o meno sensate sulla rappresentabilità, soprattutto cinematografica, dell’Olocausto, il repertorio di pellicole che ne riferiscono gli orrori è quanto mai vasto e passa dal documentarismo più lucido e intransigente, all’analisi autoriale, dalle più semplici opere di ricordo e divulgazione, fino alle più semplicistiche forme di drammatizzazione che tendono a travisare il sacrosanto imperativo del “non dimenticare”, banalizzandolo in retorico spettacolo di morte e martirio, generatore di lacrime copiose ma raramente della dovuta riflessione.

Per distinguersi dai suoi troppi precedenti, Nemes fa una scelta di campo e di scala narrativa molto netta: un solo deportato, Saul, e la sua esperienza nel breve periodo che lo separa dal trapasso. Non un deportato qualsiasi, bensì il componente di un Sonderkommando, uno di quei gruppi di prigionieri che, al prezzo di qualche misero privilegio, svolgevano ruoli ausiliari per i propri aguzzini nella gestione dei forni crematori, collocandosi in quella sfera ibrida e intermedia tra vittime e carnefici che Primo Levi definiva “zona grigia”. Durante uno dei suoi turni, Saul assiste a un episodio ai suoi occhi prodigioso: aperte le porte della camera a gas, un ragazzo ancora ansima, tra le cataste di corpi, e rantolando tenta di aggrapparsi a quel minimo respiro che ha miracolosamente conservato, prima di essere finito da un medico nazista. Quell’inutile, disperato tentativo di sopravvivenza sembra ridestare il prigioniero dallo stato di ipnosi a cui l’atroce routine l’aveva indotto e restituirgli residualmente la facoltà di comprendere e decidere. Saul elabora un piano: sottrarre il cadavere di quello che riconosce come suo figlio (e poco importa che lo sia o meno), trovare un rabbino che ne celebri il funerale e dargli una sepoltura. Comincia così la sua corsa assurda e febbrile nell’inferno di Aushwitz, per la quale mette a repentaglio la propria sorte e quella degli altri detenuti. Un inesausto peregrinare che, pur non ammettendo altra conclusione all’infuori della morte, trova senso in se stesso, in quanto estrema, testarda attestazione di volontà, di lucida attuazione di un progetto che, siccome arbitrario, appartiene alla dimensione dell’esistere e non del sopravvivere. Così la pura volizione diventa l’unico tramite per rimpossessarsi, sia pure in parte e per l’ultima volta, di un’identità, dunque di quella vita perduta, soppressa dall’umiliante ritualità del lager.

Per descrivere questo convulso sforzo di riappropriazione identitaria e di rivendicazione quasi istintuale d’individualità nel più orrido e annichilente dei contesti Nemes sceglie non la soggettiva, ma il pedinamento. Quindi stringe sulla nuca e, rare volte, sul volto del suo protagonista un 4:3 serrato e soffocante che pur relegando l’universo concentrazionario a un fuori fuoco nebuloso e indistinto, tutto fragore, ansimi e gemiti, ne restituisce un’immagine quanto mai vivida e raccapricciante. Anzi, è proprio su questa geografia ricorsiva, fumigante e labirintica come un girone dantesco, che si sviluppa una rievocazione inedita, ma tremendamente credibile, della meccanica aberrante dei campi di sterminio. Abilissimo nel costruire ampi piani-sequenza, il regista ne adopera in chiave espressiva la durata, che enfatizza con l’intento di provare quasi fisicamente la resistenza dello spettatore (espediente che tradisce la scuola tarriana), ma incerniera tutto il film sul dinamismo, svolgendo le lunghe riprese con movimenti centripeti e vorticanti. In tal modo riesce a realizzare un’opera tanto più profonda e rilevante, quanto più ammorsata alla forma cinematografica: una cronaca che attraverso una relazione non analitica, ma direttamente esperienziale, immersiva e priva di apparenti mediazioni, pone il singolo di fronte all’abominio. La lettura che ne scaturisce non è semplicemente originale, ma sconvolgente e significativa sia considerata all’interno della propria terribile scena storica, che pensata fuori da qualsiasi coordinata specifica. Ed è per questo, in due sole parole, brutale e necessaria.

Voto: 8/10

Vincenzo Lacolla, da “ondacinema.it”

 

 

Il figlio di Saul è l’opera prima di un regista ungherese, László Nemes, che ha 39 anni, che sa molto bene quello che vuol dire e come dirlo. Si vede il film angosciati, con le stesse sensazioni di dolore e di rabbia con cui si videro i primi documentari sulla shoah (che allora si chiamava massacro e poco dopo genocidio, quindi olocausto e infine shoah), e si lesse Se questo è un uomo, e si ascoltarono i racconti dei sopravvissuti, e si seguì sulla stampa il processo Eichmann.

Nonostante l’esplosione di vitalità che seguì la guerra mondiale, ci si interrogava o si restava – i più piccoli – inquietati o terrificati dalla domanda di sempre ma per loro nuova, e a cui, per i più adulti, Auschwitz e Hiroshima davano un tocco nuovo che era quello della tecnica e dell’organizzazione industriale, della macchina oltre che della scienza. La domanda di sempre era piuttosto una constatazione: di questo dunque è capace l’uomo.
Partire da qui è fondamentale, perché ci sono film che il discorso del critico arriva a toccare solo in seconda istanza, film che ci sembra vadano oltre il cinema e un discorso sull’arte – anche se poi, ragionandoci, ci si accorge che non è proprio così – e per i quali qualsiasi riflessione di tipo formale ed estetico sembra, almeno in un primo tempo, quasi offensiva.

È difficile, se non impossibile, riuscire a comunicare l’orrore, anche se in tanti ci hanno provato e ci sono riusciti, da Eschilo a Dante, da Dostoevskij a Celan.

In breve: con una macchina da presa (e pellicola) che insegue il primo piano del protagonista e lascia sullo sfondo, confusa, la visione dell’orrore; con un formato ormai insolito, da cinema del tempo; come fosse un documentario ma con una costruzione drammaturgica studiatissima e una sceneggiatura calcolatissima; Nemes racconta di un sonderkommando – i prigionieri addetti ad assistere i boia nel massacro degli altri in attesa del proprio – che crede di riconoscere in una vittima bambina il proprio figlio, ma più tardi sapremo che forse non ha mai avuto un figlio!, e che vuol dargli sepoltura religiosa, cercando affannosamente in mezzo ai morti, agli assassini e ai becchini alla cui schiera appartiene, il rabbino che possa farlo.
Lo spettatore dispone del suo volto, di uno sfondo che raramente ci viene accostato, e segue la sua ossessione narrando allo stesso tempo la vita del lager (Auschwitz-Birkenau, mai nominato) e la costante presenza della violenza e della morte, e nelle pieghe del racconto la preparazione della rivolta dei sonderkommando, destinata alla sconfitta.

Qui tornano alla mente dello spettatore le immagini agghiaccianti dei Dannati diVarsavia di Andrzej Wajda, l’unico regista con l’altro polacco Andrzej Munk, La passeggera, e con il francese Jean Cayrol sopravvissuto autore di Notte e nebbia con Alain Resnais, e in letteratura con il nostro Primo Levi e pochi altri, ad avere forse affrontato con la coscienza più responsabile il dovere di raccontare e di interrogare/interrogarci. Non di farne, come è accaduto fin troppo spesso più tardi, semplicemente merce.

L’orrore estremo non è, se si è puri, irrappresentabile, ma essere puri è difficile. E seIl figlio di Saul è un film sconvolgente, che non va assolutamente confrontato con le operazioni commerciali degli Spielberg e dei Benigni, pure il dubbio rimane che sia proprio il grande controllo esercitato su questa materia incandescente da un regista nato più di trent’anni dopo la shoah, a limitare non la sua forza, ma la sua purezza.

Nemes sa quello che vuole e sa come ottenerlo: una nuova immagine della shoah, un modo di raccontarla che nessuno prima di lui ha tentato, e che possa sconvolgere lo spettatore ma anche sbalordirlo, fargli ammirare il suo lavoro, farlo premiare. A questo dubbio risponderà solo la sua opera futura, ma la domanda di Lanzmann (invecchiato piuttosto male dopo l’impatto del suo film sulla shoah) e prima di lui di Adorno rimane angustiante, conturbante: si può fare opera d’arte sull’indicibile, sull’immostrabile? È lecito tentarlo? È accettabile che parli di Auschwitz chi non c’era o chi non ha vissuto un orrore simile?
Resta a dire del filo narrativo del film, dell’idea – che va oltre il tempo e il luogo che esso affronta – di un dovere verso l’infanzia vittima del mondo adulto ma a cui il mondo adulto continua ad affidare, più o meno ipocritamente, l’ambigua speranza o meglio il compito di un mondo migliore. Bisogna anche chiedersi, credo: che cos’hanno capito e fatto e fanno i bambini che diventano adulti, che non muoiono bambini? Seppellire i morti con la giusta sacralità, specie se bambini, è doveroso e giusto, mentre anche nel film affidare loro la speranza nel futuro può fungere da scappatoia ideologica.

Che tutte queste questioni siano sollevate dal film di un esordiente è comunque straordinario, e si spera che l’occasione sia accolta dagli spettatori più esigenti, da quelli moralmente più esigenti.

Per il resto: quanto di calcolo c’è nell’ispirazione di Nemes? E quanto di autentico e di poetico, nel senso più alto, nella scommessa del Padre del bambino dal nome ignoto? Quanto di necessario e quanto di prestabilito? Quanto di poetico e quanto di oculato? Lo sapremo solo dai prossimi film di Nemes, regista di grande talento e, ci auguriamo, di grande onestà.

Goffredo Fofi, da “internazionale.it”

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