Il caso Spotlight

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Ha dell’incredibile il lavoro di scrittura fatto da Thomas McCarthy e Josh Singer su Il caso Spotlight, una minuziosa ricostruzione che fonde con eleganza e minimalismo il reale con il finzionale, ciò che è accaduto realmente, i fatti per come si sono svolti nel pieno rispetto delle vittime (e, grande forza, dei carnefici), con la necessità di dargli un andamento narrativo moderno e coinvolgente, la verità plasmata a forma di ragionamento filmico. Perchè è proprio quello che interessa a McCarthy: animare un gigantesco film che non solo mostri ma anche introduca nella testa dello spettatore la portata della sua storia e delle sue implicazioni. Il suo pregio invece è di saper lavorare su tempi lunghi, su una sceneggiatura che utilizza tutte le sue due ore di durata per arrivare al punto, non cercando mai piccoli trionfi o soddisfazioni intermedie. La particolarità di Il caso Spotlight nel cinema moderno sta proprio nell’essere un film-fiume, privo di scene madri e determinato a mettere in ombra se stesso rispetto alla storia.

In queste due ore sembra ci sia materiale per una serie televisiva, tanto sono dense eppur chiare. Lo scandalo di pedofilia interno alla comunità cattolica di Boston del 2002 (presto allargatosi) è visto dal punto di vista dei giornalisti del Boston Globe che l’hanno smascherato e raccontato, due azioni che nel film coincidono. Non esiste verità se non quella che può tramutarsi in narrazione, non esiste rivelazione che non possa essere raccontata, e così procede anche McCarthy, imitando i suoi giornalisti. La pedofilia è infatti forse l’ultimo degli interessi del film, ciò che ormai tutti sanno; il suo primo obiettivo è invece mostrare un percorso e un piccolo mondo dietro ad un grande scandalo con una commovente economia di retorica che si misura nelle controllatissime interpretazioni.

Il caso Spotlight racconta Boston, come lì il potere cattolico entri ovunque e penetri ogni struttura, come ogni istituzione dipenda dalle altre, non ultimo il suo giornale (il cui edificio, in una bellissima panoramica, “minacciato” da un gigantesco cartellone pubblicitario di una internet company, del resto era il 2001….). Il film ha un contenuto affascinante e potente ma non è niente rispetto alla posizione di ferro che prende nello scegliere come raccontarlo. Imitando i giornalisti McCarthy e Singer sembrano essersi domandati ad ogni scena come realizzare il massimo con il minimo, anche l’ottimo cast pare impegnato in una gara di sottrazione (tutti tranne Ruffalo, l’unico autorizzato a caricare la propria interpretazione e capace di farlo con maestria impressionante).

Il risultato è che questo grandissimo film riesce contemporaneamente a delineare un personaggio unico e sobriamente epico come il direttore del giornale di Liev Schrieber (compare poco e parla anche meno, sembra non contare niente ma è il motore di tutto, autorevole e statuario con il minimo sforzo) e architettare una storia molto complicata e complessa da chiarire, con lo scopo di portare a conclusione un ragionamento sulla responsabilità collettiva e individuale, permettendosi addirittura un colpo di scena finale che coinvolge il Robby Robertson di Michael Keaton (uno dei suoi ruoli migliori, finalmente controllato), unico momento di vera e meritata compassione.

Dall’altra parte invece il controllo sentimentale e il pudore umano nell’approcciarsi ad un tema come la pedofilia infantile sta tutto in uno dei molti colpi di Il caso Spotlight, nel piccolo momento in cui la giornalista di Rachel MacAdams, di famiglia cattolicissima, fa leggere a sua nonna il primo articolo con le grandi rivelazioni, quello che cerca di descrivere scene, abusi e violenze a dozzine ad una comunità che non ne aveva la minima idea. Nell’interpretazione dettagliata, lenta e misurata della comparsa che ha il ruolo della nonna e nella maniera in cui il film arriva a quel punto (con lo spettatore perfettamente conscio di che rivelazione spiazzante possa essere per i personaggi) c’è in sineddoche tutto il film, c’è la forza devastante del sommesso.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

C’è ancora, evidentemente, un cinema in grado di affermarsi attraverso doti sempre più rare come la chiarezza e la tenacia esplicativa, ed è un cinema che può e deve esistere ancora oggi, soprattutto in tempi di proliferazione selvaggia di immagini shoccanti e di un’estetica mediale che predilige lo strillo alla comunicazione, come d’altronde tanto giornalismo di pessima categoria è ormai abituato a fare, sulla carta stampa ma anche (e soprattutto) sul web. Spotlight di Thomas McCarthy, regista che ha già dimostrato il suo statuto di narratore tiepido e coinvolgente in film che sembrano somigliare moltissimo al suo stile calmo e riflessivo, si riconferma a livelli se possibile ancor più alti del passato firmando un’opera che coinvolge e avvince con precisione formale e accuratezza informativa: un lavoro (neo? post?) classico dalla prima all’ultima virgola, accorato e attento alle sfumature, diligente e concentrato sull’obiettivo da perseguire, vale a dire un film che sia civile e socialmente orientato e che soprattutto tragga dal miglior giornalismo alcune qualità come la limpidezza e un sano mix di efficacia esaustiva, piacere della fruizione e documentazione a prova di bomba, in grado di reggere l’urto della realtà e delle sue molteplici aggressioni esterne. Richiamando alla memoria, un po’ inevitabilmente, la tradizione del cinema liberal degli anni ’70, dei Pakula e dei Sidney Lumet, di Tutti gli uomini del presidente e di una corrente che sapeva informare, indignare e allo stesso tempo generare un cinema che fosse cristallino come uno specchio dal punto di vista morale e sapientemente congegnato da quello cinematografico, soprattutto per quanto riguardi i tempi della scrittura e la scansione dei ritmi del montaggio.

Spotlight, manco a dirlo, è infatti un film scritto benissimo e montato ancor meglio, assemblato e diretto con una sicurezza che trasuda profonda conoscenza della materia trattata e sincera passione per l’oggetto del contendere: nella fattispecie, di parla di uno scandalo che ha coinvolto l’arcidiocesi di Boston e che si abbatté sulla Chiesa Cattolica nel 2002, facendo uscire allo scoperto una vastissima serie di abusi perpetrati nella città americana ai danni di minori giovanissimi per mano di sacerdoti a lungo rimasti impuniti. Una vergogna portata avanti con la complicità e il silenzio reticente delle alte sfere del clero, che solo la somma bravura della redazione del Boston Globe e il suo fiuto investigativo – perché di questo si trattò, come il film ben restituisce – ha contribuito a portare allo scoperto, rivelando anni e anni di colpe insabbiate e di vite distrutte all’ombra di una Chiesa e di un parco giochi, binomio che nel film è suggerito con scaltrezza e una bella dose di amara lucidità.
Un’inchiesta divenuta celebre, premiata anche con il Pulitzer nel 2003, che nel film di McCarthy si traduce in un escalation di adrenalina e di scoperte, di ipocrisia sfacciata e verità volute, cercate, setacciate in ogni dove, per dovere e per passione, non certo per necessità o per convenienza, in barba a una società civile spesso complice silente delle abiezioni. I personaggi interpretati da Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Michael Keaton, parte di un cast dalla felicissima alchimia, sono una sorta di famiglia allargata accomunata dal minimo comune denominatore di un’etica integra e inamovibile, che oggi può apparire inevitabilmente datata, a livello non solo cinematografico, trovando non molti punti di contatto col modo di raccontare il giornalismo contemporaneo quale nugolo di rivalità, spunti infiniti da filtrare e chiarificare e interessi dei poter forti da far coesistere.

Anche una serie come The Newsroom però, per restare ai tempi recenti, dopotutto non disdegna, accanto a tutto il resto, una sana dose di idealismo, di fuoco sacro e di trasporto. Perché il giornalismo, dopotutto, è un mestiere che più che per comodità spesso si fa proprio per passione, sposando le cause in maniera talvolta masochistica e logorante, basti pensare alla vita familiare allo sbando di alcuni personaggi di Spotlight, tutta lavastoviglie e cartoni della pizza, ostinazione lavorativa e rapporti di coppia deliberatamente in frantumi.
Un film laborioso e scrupoloso, quello di McCarthy, che non parla soltanto di uno scandalo, per dirlo nella maniera più semplice e immediata possibile, ma principalmente di etica della comunicazione e di ecologia del racconto, facendo coincidere la godibile costruzione filmica e il j’accuse puro e semplice, che però è sempre smorzato, eluso, problematizzato, mai proposto allo spettatore sul comodo piatto d’argento dell’indignazione a buon mercato. Difficile, oggigiorno, chiedere di meglio a un cinema con quest’impostazione e questi intenti, non edulcorato ma nemmeno aggressivo e teso a sputare delle sentenze per partito preso o in virtù di chissà quale odio aprioristico. E’ un film, Spotlight che dà peso semplicemente all’importanza delle parole e delle scelte, che procede impeccabile (inquadrature millimetriche, fotografia ottimale, ritmo lodevole) e con l’intelligenza di chi intende tallonare la verità e l’autenticità senza mascheramenti e false piste. Con la mente aperta, e di cuore.

Davide Eustachio Stanzione, da “pointblank.it”

 

 

La sistematica tolleranza delle migliaia di casi di pedofilia che coinvolgono preti e sacerdoti da parte della Chiesa cattolica avrebbe potuto ispirare molti film dal diverso esito critico; dal dramma focalizzato sulle vittime delle violenze e sul dolore delle loro famiglie all’occultamento di prove da parte dei colpevoli. “Spotlight” – lo chiameremo col titolo originale, ignorando l’inutile aggiunta del titolo italiano – è la vera storia dell’inchiesta condotta dal Boston Globe nel 2001, volta a far luce sulla copertura di numerosi abusi sessuali ai danni di minori da parte dell’arcidiocesi di Boston nel territorio locale – si parla di accuse rivolte a 249 sacerdoti per un totale di 1.500 vittime circa – ed è uno dei migliori film che si potessero girare sul delicato argomento. “Spotlight” si iscrive infatti nella migliore tradizione dei film d’inchiesta americani, che trova in “Tutti gli uomini del presidente” un esempio di cui tentare di replicare il successo. Con il film di Pakula, datato 1976, “Spotlight” intrattiene una curiosa relazione di continuità: l’attore John Slattery interpreta Benjamin Bradlee Jr. del Boston Globe, figlio di Benjamin Bradlee senior, direttore del Washington Post che attraverso una celebre inchiesta denunciò lo scandalo Watergate.

“What did the president know and when did he know it?”, si chiedeva il senatore Baker a proposito di Watergate. L’efficacia cinematografica, detto di uno specifico ritmo spettacolare che consente la piena immersività spettatoriale, dell’indagine condotta dal team Spotlight del Boston Globe è rintracciabile nell’inseguimento a una risposta alla stessa domanda in un diverso contesto e con diversi protagonisti. “Spotlight” non digrigna i denti contro un nemico dapprima invisibile, che tesse una ragnatela di relazioni con le istituzioni, ma affronta il materiale dell’inchiesta con lucidità, lavorandolo senza mai piegarsi ad esso. Il risultato, eccezion fatta per brevi sequenze che esulano dall’inchiesta vera e propria e che restituiscono la quotidianità dei membri del team, respinge ogni facile sentimentalismo e s’immerge in un’investigazione condotta manualmente da giornalisti che devono lottare contro una dilagante omertà. “Spotlight”, infatti, è una grande lezione di giornalismo, un caso che ricorda la composizione delle scatole cinesi o delle matrioske russe, dal piccolo al grande, dalla singola vicenda alla visione generale, secondo un principio di costruzione, più che di decostruzione. È qui che “Spotlight” diventa un film non solo efficace, ma anche necessario e difficilmente dimenticabile.

Il contesto intorno cui si sviluppano le indagini ne influenza lo svolgimento. Una sociologia cinematografica individuerebbe nella città di Boston un territorio fertile per operare sperimentazioni sul genere crime; da un capolavoro dimenticato come “Gli amici di Eddie Coyle”, passando per “Heat” e “The Departed” e arrivando a “The Town”, Boston ha restituito al cinema di genere una particolare ambiguità nell’eterna lotta tra bene e male. In una città a maggioranza cattolica, sono gli stranieri a minare un ordine che sembra essere prestabilito. In “Spotlight”, il nuovo direttore Marty Baron – interpretato dal grande attore shakesperiano Liev Schreiber – è un ebreo proveniente dalla Florida, il giornalista Michael Rezendes – uno straordinario Mark Ruffalo – è di origine portoghese, e l’avvocato difensore delle vittime Mitchell Garabedian – Stanley Tucci – è un armeno trapiantato in Massachusetts. Boston si eleva da semplice sfondo della vicenda a protagonista della stessa attraverso le coincidenze che muovono l’emotività dello spettatore. In una sequenza, una vittima racconta alla giornalista Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) una violenza subìta dettagliatamente, e sullo sfondo si staglia un parco giochi adiacente a una chiesa. Michael Rezendes precedentemente lavorava come tassista nella zona di provenienza di una delle vittime. Uno dei preti colpevoli allenava la squadra di hockey della scuola frequentata da Walter Robinson, il giornalista interpretato da Michael Keaton a capo del team Spotlight, comprendente infine Matty Carroll (Brian d’Arcy James), che abita insieme alla sua famiglia nello stesso quartiere di uno dei preti sospettati.

Questo labirinto profondamente materiale in cui è facile smarrirsi protegge segreti che i membri del team Spotlight si impegnano a far emergere, conservando la propria integrità e rivalutando precedenti prese di posizione ed errori da cui non sono certo esenti, palesati nella parte finale. Baron, Rezendes, Pfeiffer, Carroll e Robinson sono mossi dall’etica, piuttosto che dal moralismo. In un primo momento, si distanziano dalla natura degli eventi, fallendo nello stabilire un contatto con le vittime. Si passa poi all’individuazione di un caso generale che accumula sempre più tensione nei personaggi, ed è quando questi scoprono la cospirazione che il film assume i ritmi del thriller, tra Mark Ruffalo che consegna un monologo di pregiata fattura e un montaggio sempre più frenetico. Il crescendo ci suggerisce che questo specifico film non potrebbe evitare di focalizzarsi sulle vittime; una sottostoria didascalica che inquadra la crisi di coscienza di Pfeiffer, la cui nonna si reca ogni domenica in chiesa, non ha la stessa spinta che muove il resto del testo.

Allora, in un cinema che lavora i materiali a sua disposizione, i veri protagonisti di “Spotlight” sono gli attori, prima che i personaggi da loro interpretati. Ruffalo, Keaton, McAdams e Tucci prendono il sopravvento con la crescita della tensione narrativa. La regia di McCarthy – che, ironicamente, interpretava nella serie televisiva “The Wire” il personaggio di Scott Templeton, un giornalista disposto a falsificare le sue storie pur di inseguire la propria ambizione, il contrario di quanto avviene nel suo film di maggior successo – interviene direttamente sulle reazioni che si dipingono nei volti degli interpreti restituendole tramite zoom funzionali, dirigendo l’attenzione dello spettatore analiticamente e confermando i sospetti che egli nutre prima che questi si materializzino sullo schermo. McCarthy anticipa sempre ogni prosecuzione dell’intreccio in modo nascosto, concentrando il proprio lavoro sulla sfera dell’inconscio, rispetto a un film che s’interroga su quanto realmente sappiamo di una vicenda tabù.

“Spotlight” è un film che, oltre a rappresentare la vera inchiesta del Boston Globe, la riflette consapevolmente. L’obiettivo non è stato quello di vendere qualche copia in più, né di ricevere qualche applauso in più al termine delle proiezioni, quanto quello di offrire un lucido e impressionante ritratto svuotato da ogni superficiale sentimentalismo e trionfalismo di sorta. I risultati sono un Pulitzer nel 2003 e sei nominations agli Oscar 2016, colpevoli, tuttavia, di avere ignorato le splendide musiche di Howard Shore, alle quali sembra fondersi un lontanissimo eco di bogartiana memoria. “È la stampa, baby, la stampa…”.

Voto: 8/10

Valerio Carta, da “ondacinema.it”

 

 

Ci sono storie che hanno solo bisogno di qualcuno che le racconti. Senza giri di parole, senza orpelli. E fatti che vanno rivelati senza altro fine se non quello derivante da un’intima e insopprimibile necessità morale. E’ il perimetro deontologico del miglior giornalismo investigativo. Esso segna un confine netto – dentro l’essenziale e il resto fuori – che immerge il mondo in un cono di luce nuovo, gli dà una forma, una logica e un senso, strappandolo all’ignoto e al caos. Far vedere e far capire. Il buon cinema d’inchiesta non è diverso.

C’è una connessione profonda tra il lavoro fatto dal team investigativo del Boston Globe – il gruppo Spotlight (“Illuminazione”) – e quello di Thomas McCarthy nel film, che va al di là della fedeltà ai fatti e riguarda proprio la verità al servizio dell’etica (non il contrario!). Gli autori dell’inchiesta da Pulitzer che svelò i numerosi casi di pedofilia nella chiesa locale e la ragnatela di complicità morali dentro e fuori il Vaticano, non cercano gloria per sé stessi, non vogliono vendere più copie inseguendo lo scandalo, non ricamano sul tessuto zozzo dei fatti, ma vogliono solo vederci chiaro e far vedere, capire e far capire. Perché i crimini, una volta spogliati del velo dell’ignoranza, possano cessare. E il male affrontato.

Ugualmente, non vediamo nulla di morboso in Spotlight se non la curiosità e la determinazione morale all’opera di un manipolo di operatori dell’informazione, quattro fantastici giornalisti la cui fede nella bontà della propria professione supera ogni altro interesse e scrupolo (dopotutto lavorano per un quotidiano i cui lettori sono per il 53% cattolici). Il film resoconta senza fronzoli i vari passi dell’inchiesta, scartocciando tra vecchi faldoni, documenti secretati, confessioni a mezza bocca e omertosi sorrisi, senza tralasciare né romanzare nulla. Ci ricorda che questo mestiere ha ancora padri nobili e principi non negoziabili, non sostituibili con la fasulla pervasività di internet.
Sposa l’assoluta trasparenza della messa in scena, nascondendo la macchina da presa e asciugando la recitazione (di grandi attori come Michael Keaton , Mark Ruffalo, Rachel  McAdams, Liev Schreiber e Stanley Tucci) per non distrarre e far meglio risaltare i fatti.

Come un puzzle, il film mette insieme i vari tasselli con un rigore e una chiarezza esemplari, che conquistano e tengono incollati alla poltrona per più di due ore. Alimentando il racconto non con la suspense ma mantenendolo ancorato a un basso continuo emotivo perfettamente racchiuso in un giro di piano.
Perché, a differenza di uno shock, la verità è senza picchi ma dura infinitamente di più.
Non abbassate la guardia.

Voto: 4/5

Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

 

 

 

La misura e l’accuratezza. La necessità e la responsabilità di essere precisi, sobri, equilibrati. Di rispettare chi legge in un caso, chi guarda nell’altro. Informando i primi e affabulando i secondi. Ci sono casi nei quali le regole del buon giornalismo e quelle del buon cinema coincidono, e sicuramente Il caso Spotlight è uno di quei casi: per scelta, certo, ma anche per necessità.
Perché il film di Tom McCarthy racconta del lavoro svolto da un gruppo di giornalisti del Boston Globe che è sfociato nella pubblicazione di un’inchiesta e una serie di articoli che portavano alla luce un vasto scandalo di pedofilia nella Chiesa nell’area di Boston e le responsabilità delle alte sfere ecclesiastiche locali nel averlo tenuto insabbiato per anni: e quindi c’era la responsabilità di raccontare con accuratezza e rispetto il lavoro di questi personaggi (premiato con il Pulitzer nel 2003) e anche un tema scabroso e delicato come quello degli abusi subiti da migliaia di bambini a Boston come in tutto il mondo.

McCarthy, lo sappiamo oramai da tempo, è un bravo narratore, che qui pulisce ulteriormente il suo stile cercando con felice ostinazione una pulizia formale, nella linearità del racconto e nell’equilibrio della scrittura che guarda direttamente ad un cinema americano oramai classico, legandosi a una tradizione – quella che unisce appunto cinema e giornalismo – della quale fa tesoro senza timori reverenziali. Sceglie poi con accuratezza un cast di talento (da Mark Ruffalo a Michael Keaton, passando per Liev Schreiber e Rachel McAdams) e in grado di lavorare assieme come una vera squadra, lasciando come un bravo regista (o direttore) deve fare che i vari membri diano il meglio di loro stessi trovando la giusta misura tra libertà e coordinamento. E riesce così nel girare un film dai tempi e dai ritmi perfetti, avvincente senza mai essere stressante o sensazionalistico.

Perché il sasso in grado di inceppare questo meccanismo oliatissimo era, ovviamente, la rilevanza e la controversia del suo tema, che però Spotlight affronta con un’oggettività partecipe, senza revanscismi accusatori o cadere nella facile trappola dell’anticlericalismo a tutti i costi. Elegante e sobrio, il film di McCarthy condanna ovviamente quello che non si può non condannare, ma non si schiera mai contro la Chiesa tout court o contro la religione: è attento anzi a raccontare come, oltre al danno evidente e immediato, l’orrore della pedofilia nella Chiesa porti con sé quello collaterale (e auto-inflitto) della perdita di fiducia nell’istituzione, se non della fede stessa, delle sue vittime e dei loro amici e familiari. E allo stesso tempo non censura, ma anzi evidenza, come le responsabilità di un silenzio omertoso siano in buona parte imputabili anche alla società laica, e allo stesso mondo del giornalismo.

Nel racconto di qualcosa di oscuro, perverso e nascosto, e di come un lavoro intenso, frenetico ma metodico lo abbia svelato, Spotlight riesce a essere limpido e cristallino come quella verità che gli sta tanto a cuore, chiaro e articolato come un buon pezzo d’informazione, appassionante e coinvolgente come il cinema che ci auguriamo. L’impressione è che quello di McCarthy sia uno di quei film di cui oggi abbiamo forse addirittura bisogno, per restituire al cinema la sua capacità di racconto letterario (o, come in questo caso, giornalistico), e al nostro status di spettatore la possibilità di guardare qualcosa di pulito e in grado di far andare a braccetto l’emozione e il ragionamento.

Voto 4/5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

Al “Boston Globe” nell’estate del 2001 arriva da Miami un nuovo direttore, Marty Baron. E’ deciso a far sì che il giornale torni in prima linea su tematiche anche scottanti, liberando dalla routine il team di giornalisti investigativi che è aggregato sotto la sigla di ‘Spotlight’. Il primo argomento di cui vuole che il giornale si occupi è quello relativo a un sacerdote che nel corso di trent’anni ha abusato numerosi giovani senza che contro di lui venissero presi provvedimenti drastici. Baron è convinto che il cardinale di Boston fosse al corrente del problema ma che abbia fatto tutto quanto era in suo potere perché la questione venisse insabbiata. Nasce così un’inchiesta che ha portato letteralmente alla luce un numero molto elevato di abusi di minori in ambito ecclesiale.

Lo scandalo che, a cavallo tra il 2001 e il 2002, travolse la diocesi di Boston diede il via a una indispensabile, anche se comunque sempre troppo tardiva, presa di coscienza in ambito cattolico della piaga degli abusi di minori ad opera di sacerdoti. Il film di Thomas McCarthy, rispettando in pieno le regole del filone che ricostruisce attività di indagine giornalistiche che hanno segnato la storia della professione, ha anche però il pregio di rivelarsi efficace nel distaccarsene almeno in parte. Perché i giornalisti del team non sono eroi senza macchia che combattono impavidi il Male ovunque si annidi. Qualcuno tra loro aveva avuto tra le mani materiale che avrebbe potuto far scoppiare il caso anni prima (evitando così le sofferenze di tanti piccoli) ma non lo ha fatto. Così come le alte sfere hanno taciuto e le vittime, in molti casi, hanno (anche se comprensibilmente) preferito non esibire con denunce le ferite impresse nel loro animo.
Un film come Spotlight non è solo cinematograficamente efficace anche perché sorretto da un cast di attori tutti aderenti al ruolo (con in prima fila un Michael Keaton che sembra aver trovato una nuova giovinezza interpretativa) ma anche perché finisce con l’affermare un dato di fatto incontrovertibile. La Chiesa Cattolica, grazie ad alcuni suoi esponenti collocati ai livelli più alti della gerarchia, ha creduto di ‘salvare la fede dei molti’ nascondendo la perversione di pochi. Ha invece ottenuto l’effetto contrario finendo con il far accomunare nel sospetto di un’opinione pubblica, spesso pronta alla semplificazione, un clero che nella sua stragrande maggioranza ha tutt’altra linea di condotta. La forza con cui Papa Francesco ha condannato, anche con la detenzione entro le mura vaticane, i colpevoli di questo tipo di reati è prova di un’acquisita nuova consapevolezza in materia. Quell’inchiesta di poco più di dieci anni fa ne è all’origine e quei giornalisti, anche se non ne erano del tutto consapevoli, finivano con il ricordare a chi regalava loro copie del Catechismo di andare a rileggere e fare proprie le parole di Gesù: “Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare” (Matteo 18, 6).

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

 

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